Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi

Alle Olimpiadi invernali l’inno nazionale è risuonato così tante volte, grazie alle vittorie dei nostri atleti, che non ne abbiamo sentito la mancanza all’inaugurazione della kermesse patriottico-canora per eccellenza, il Festival di Sanremo. Anche perché quando è stato eseguito l’ultima volta sul palco dell’Ariston, dalla banda dell’Arma dei Carabinieri, l’8 febbraio 2020, non è che abbia portato tanta fortuna: un mese dopo l’Italia, anziché destarsi, si chiudeva in casa per il lockdown. Un altro inno, però, ci sarebbe stato bene: quello di Garibaldi, «si scopron le tombe, si levano i morti». L’Eroe di Caprera non gode di tanta popolarità nell’Italia meloniana di cui questo Festival è espressione – Peppino era troppo cosmopolita, troppo rivoluzionario, oggi un bel fermo preventivo non glielo toglierebbe nessuno – ma Carlo Conti sembra aver preso alla lettera almeno il suo inno: fin dalle battute iniziali, il suo Sanremo si presenta all’insegna della riesumazione, a cominciare dal defunto Pippo Baudo, evocato in voce ad aprire la prima seduta spiritica, pardon, la prima serata.

Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Il ricordo di Pippo Baudo e Peppe Vessicchio a Sanremo (Ansa).

Il Sanremo di Conti è il Festival dei Due mondi, l’al di qua e l’aldilà

Sono seguite le evocazioni del maestro Peppe Vessicchio e l’ostensione di alcune reliquie viventi: la 105enne che votò per la prima volta nel referendum del 1946 e si è dichiarata apertamente «di sinistra» con l’impunità che oggi è concessa solo a una centenaria; il vetusto ma arzillo Kabir Bedi, il primo (e, per quanto mi riguarda, unico) Sandokan televisivo; Patty Pravo. Altre commemorazioni si attendono da qui alla finale. Insomma, il Festival dei Due mondi non è più a Spoleto, ma a Sanremo. Solo che i due mondi non sono l’Europa e le Americhe, come per Garibaldi, ma questo mondo e quello di là. Vista l’atmosfera da camera ardente, non stupisce che i look all’Ariston avessero tutti una nota sepolcrale: bianco-ectoplasma, rosa-corona funebre, marrone-cassa di noce, e un gettonatissimo nero, colore che sfina il Vip non ancora sgonfiato dall’Ozempic ed evoca cromaticamente sia la famiglia Addams che la famiglia politica oggi al potere, sintesi perfettamente rappresentata da Laura “Morticia” Pausini nella prima parte della serata.

Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi

Fedez-Masini, l’esorcismo perfetto per la coppia Mahmood e Blanco

Ma il nero totale più significativo era quello indossato da Fedez, che si è esibito in coppia con Masini, anche lui in tenuta da necroforo sbarazzino. Chi era il morto? Il passato di Fedez, probabilmente. Solo tre anni fa era l’uomo che la destra amava odiare, e che amava farsi odiare dalla destra, il mister Ferragnez audace e scostumato che a Sanremo provocava Salvini e baciava sulla bocca Rosa Chemical. Nell’ultimo anno l’abbiamo visto sfarfallare fra gli eventi dei giovani di Forza Italia, dove ha criticato Beppe Sala e Marco Travaglio, e lo yacht dei Santanchè, al fianco di Ignazio La Russa. L’inversione a U ora l’ha riportato sul palco dell’Ariston al fianco di Marco Masini, accreditato fra gli “artisti di destra” e che presumibilmente deve fungere da garante della nigredo politica dell’ex rapper.

Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Fedez e Marco Masini (Ansa).

La loro presenza sul palco – due maschi vestiti indubitabilmente da maschi, che cantavano un testo cupo e vittimista – sembrava una specie di esorcismo per scacciare da Sanremo il ricordo di una coppia di tutt’altro genere, Mahmood e Blanco, così luminosamente belli, desiderabilmente fluidi e sfacciatamente stilosi, che nel 2022 con Brividi raccontavano il tormento e la malìa di un amore fra uomini, fra umani. Il punto più avanzato raggiunto dalla canzone italiana, prima del ritorno all’ordine. Oltretombale.

Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Blanco e Mahmood sul palco dell’Ariston nel 2022 (Ansa).

Non serve essere salviniani incarogniti per tifare per la famiglia nel bosco

E alla fine, anche il ministro Valditara ha assolto la “famiglia nel bosco”. I tre bambini tolti ai genitori e collocati in una casa-famiglia perché, secondo i giudici minorili, la vita appartata nella foresta di Palmoli (Chieti) non assicurava loro un’adeguata scolarizzazione né la possibilità di relazionarsi con i pari, hanno «regolarmente espletato l’obbligo scolastico attraverso l’educazione domiciliare legittimata dalla Costituzione», si legge in un’asciutta nota del ministero. E pazienza se l’homeschooling non provvede ai ragazzini quel pizzico di umiliazione pubblica che, Valditara dixit, è «fondamentale per la crescita». I suoi capi devono avergli fatto capire che era politicamente più urgente umiliare i magistrati autori del provvedimento, già esposti da sabato a critiche, insulti e perfino minacce. Giorgia Meloni e Matteo Salvini avevano sposato più o meno apertamente la causa dei genitori alternativi e boscherecci, nonché caucasici e anglosassoni (qualcosa mi dice che, se fossero più scuretti e provenienti da altre latitudini, la solidarietà del governo sarebbe stata meno pronta). La premier in persona potrebbe incontrare Nathan, il padre dei bambini; il suo vice, alle solite, è balzato prima di lei in groppa alla tigre. Da giorni grida al «sequestro indegno» e alla «vergogna assoluta», sicuro di trovare più attenzione di quando tenta di aizzare le folle con la bufala del Cai che vuole togliere le croci dalla cima delle nostre montagne.

Non serve essere salviniani incarogniti per tifare per la famiglia nel bosco
Non serve essere salviniani incarogniti per tifare per la famiglia nel bosco
Non serve essere salviniani incarogniti per tifare per la famiglia nel bosco
Non serve essere salviniani incarogniti per tifare per la famiglia nel bosco
Non serve essere salviniani incarogniti per tifare per la famiglia nel bosco
Non serve essere salviniani incarogniti per tifare per la famiglia nel bosco

Al richiamo non hanno risposto solo le tribù fascio-sovrano-trumpian-populiste

Non c’è da stupirsi: il caso e lo zelo (forse eccessivo) dei magistrati abruzzesi hanno messo in mano al Capitano una mazza e una grancassa, e lui li suona da par suo. Ma – sorpresa – questa volta al richiamo non hanno risposto soltanto le solite tribù fascio-sovrano-trumpian-populiste, con no vax, terrapiattisti e teo-con di complemento. Nella vicenda dei coniugi anglo-australiani c’è qualcosa che sollecita e coinvolge anche molti che ideologicamente starebbero da tutt’altra parte. E che avrebbero approvato senz’altro la decisione dei magistrati se la vicenda fosse accaduta dieci o vent’anni fa.

Continuo e drammatico impoverimento della nostra scuola

Prima, cioè, del drammatico impoverimento della scuola sotto ogni aspetto, dall’edilizia alla continuità educativa, e a una burocratizzazione soffocante sia per chi insegna che per chi frequenta; prima del Covid, che ha fatto sentire le famiglie sole e abbandonate nelle loro case peggio che in una foresta, dove almeno ci sono aria buona e uccellini che cantano; prima dell’incremento della sofferenza degli studenti, dalle elementari alle superiori, dove più di un adolescente su tre si sente solo anche se passa metà della sua giornata insieme ad altre persone; prima dell’intossicazione collettiva da social, oggi sempre più inquinati dall’intelligenza artificiale; prima che le città diventassero ancora più care e invivibili, e passare tempo nella natura un lusso che pochi possono permettersi.

Non serve essere salviniani incarogniti per tifare per la famiglia nel bosco
Giuseppe Valditara (foto Imagoeconomica).

I genitori ostinatamente radical-chic e woke come la sottoscritta, poi, hanno sempre accettato obtorto collo una scuola che, a dispetto di quel che crede Valditara, continua a inculcare un modello patriarcale ed eurocentrico, dai libri delle primarie dove la mamma stira e il papà legge il giornale, ai manuali di storia, letteratura, scienze e arte dove il contributo delle donne e dei non bianchi viene ricordato in qualche riga (se viene ricordato).

Scenario che evoca sinistramente la situazione narrata da Bellocchio in Rapito

Non c’è bisogno di essere salviniani incarogniti per tifare per la famiglia nel bosco, e per pensare che mettere i tre bambini di Nathan e Catherine in una casa-famiglia non sia una soluzione. Anzi, sotto certi aspetti il provvedimento evoca sinistramente la situazione narrata da Marco Bellocchio in Rapito. Anche la polizia pontificia aveva sottratto il piccolo ebreo bolognese Edgardo Mortara alla famiglia «per il suo bene» e secondo la legge dello Stato (il bimbo era stato battezzato di nascosto da una domestica, e in quanto cristiano non poteva essere allevato da non cristiani, pena la dannazione).

Forse il film da rivedere per riflettere su questa storia è Captain Fantastic

D’accordo, come riferimento cinematografico Rapito è un po’ estremo. Forse il film da rivedere per riflettere su questa storia è Captain Fantastic, del 2016, che racconta le peripezie di una “famiglia del bosco” americana ancora più intransigente di quella di Chieti (per dire, anziché il Natale si festeggia il compleanno di Noam Chomsky). Ma proprio perché allevati nell’autenticità e nell’anticonformismo, a un certo punto i figli riconoscono da soli anche i limiti della loro educazione selvaggia, e si rendono conto che per diventare adulti devono affrontare il mondo “civile”, con tutte le sue storture. (Cari giudici abruzzesi, guardate anche voi Captain Fantastic. Malgrado il titolo, non è un biopic su Salvini).

Il demansionamento di Maria nasconde un trappolone

È uno di quei giorni che ti prende la malinconia di essere laico. Perché un fervente cattolico, almeno per qualche ora, può mettere da parte le preoccupazioni per i tanti drammi dell’attualità: guerre, cambiamenti climatici, le tragiche conseguenze delle disuguaglianze sociali. Per lui la breaking news è un’altra: il dicastero per la Dottrina della Fede ha ribadito che «è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria all’opera della salvezza».

Il demansionamento di Maria nasconde un trappolone
La cupola di San Pietro vista dal Pincio (Imagoeconomica).

Niente quote rosa nella Trinità

Traduzione sintetica per i profani: niente quote rosa nella Trinità. Per l’ex Sant’Uffizio, riconoscere alla Madonna un ruolo più attivo e significativo di quello di madre del Salvatore e avvocata dell’umanità presso Dio potrebbe oscurare la figura di Cristo e generare confusione nei credenti. Peggio ancora: eleverebbe l’umile ragazzina di Nazaret a un ruolo quasi di dea, come se nel corso dei millenni la Madonna non avesse già accumulato abbastanza attributi di Iside, la divinità femminile più adorata del mondo pagano, che era stata vergine, madre e dispensatrice di miracoli, e durante l’impero romano veniva raffigurata come una provvida e pudica matrona, spesso con un bimbo in braccio, icona di purezza dolce e pacificatrice cui i fedeli domandavano grazie e protezione. Dopo il crollo (e la messa fuorilegge) dell’inclusivo pantheon pagano in favore di un monoteismo tutto maschile, il bisogno insopprimibile di una figura femminile soprannaturale materna e consolatrice avrebbe indotto i pagani cristianizzati a rivolgersi alla madre di Gesù, spostando su di lei il tipo di venerazione che tributavano a Iside. Nel frattempo, i padri della Chiesa erano troppo impegnati a scannarsi sulla natura di Cristo, ancora ballerina, per occuparsi seriamente di sua madre, che nel frattempo conquistava fette sempre più larghe di pubblico.

Il demansionamento di Maria nasconde un trappolone
Statua della Madonna con Bambino (Imagoeconomica).

Il confronto secolare tra il team-Maria e il team-Gesù

Si può dire che, dal Medioevo in poi, nel Cristianesimo ci sono sempre stati un team-Maria e un team-Gesù, le cui frange più estremiste finirono per separarsi dalla Chiesa con la Riforma protestante. E infatti, come prima cosa, si sbarazzarono dell’”idolatrico” culto della Madonna. Una comica americana di formazione cattolica spiega così la differenza fra i cattolici e gli evangelici: questi, per ogni necessità, dai debiti alle brutte malattie, interpellano direttamente il Messia, mentre chi è cresciuto nella Santa Romana Chiesa viene insegnato che prima di scocciare Lui c’è tutta una lista di santi e beati da chiamare, e in cima alla lista c’è lei, Maria, la madre cui Gesù non rifiuta niente. Niente, tranne che, ci informa il Sant’Uffizio, considerarla co-protagonista insieme al Figlio della salvezza degli uomini. D’accordo, tutta l’opera di redenzione è iniziata dal fatidico sì detto da Maria all’arcangelo Gabriele, ma considerarla per questo Corredentrice è come considerare la mamma di Gianlorenzo Bernini coautrice della cupola di San Pietro.

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Il Palazzo del Sant’Uffizio, sede della Congregazione vaticana per la dottrina della fede (Ansa).

I partigiani della ‘Corredentrice’ sono i più conservatori

Attenzione: un profano potrebbe pensare che la freddezza delle gerarchie ecclesiastiche verso la “promozione” teologica di una figura femminile sia una posizione conservatrice, cara alle correnti ostili anche al sacerdozio delle donne, all’apertura ai gay e alle concessioni alla teologia della liberazione. È vero il contrario: quello più retrogrado è il team-Maria. Non è un caso che le apparizioni su cui si appoggia il culto moderno della Madonna Corredentrice fioriscano dagli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione francese, e che la Vergine si faccia viva, con moniti, fosche predizioni e pressanti richieste di novene e di preghiere, soprattutto negli anni dell’avanzata del socialismo, della caduta del potere temporale e delle riforme della Chiesa, culminate nel Concilio Vaticano II. Anzi, secondo il teologo Hendro Munstermann, i partigiani della “Corredentrice” sono proprio i nostalgici del caro, vecchio cattolicesimo pre-conciliare, in cui non solo la Madonna, “mediatrice di tutte le grazie”, era più divina che umana, ma i divorziati e i gay andavano difilato all’inferno e la messa era in latino.

Il demansionamento di Maria nasconde un trappolone
Un flash mob contro la cosiddetta propaganda gender in Rai, Milano 2021 (Ansa).

Anche a Roma c’è chi divinizza una donna…

Sorprendente? Mica tanto. A pensarci bene, a Roma di maschi che divinizzano una donna pur restando sessisti, oscurantisti e nostalgici di un passato oppressivo ce n’è parecchi, più nei palazzi del potere laico che in quelli vaticani. E la loro Madonna è anche più conservatrice di quella originale: non rivendicherebbe mai il titolo di Corredentrice, semmai di Corredentore.

La chat Fascistella e il cortocircuito del femminismo

Se non ci fosse stato davvero, il caso delle “femministe radicali” che pianificavano in chat persecuzioni contro il maschio fedifrago e insultavano a destra ma soprattutto a manca, bisognava inventarlo.

Il caso delle “femministe radicali” è multifunzionale come un coltellino svizzero

La vicenda che coinvolge Carlotta Vagnoli e altre influencer, unite dal desiderio di vendicare un tradimento patito da una di loro e dal fiele distillato sulla chat “Fascistella” di Whatsapp contro personalità ambosessi e più o meno intoccabili del pantheon della sinistra e dei benpensanti in genere (da Sergio Mattarella a Liliana Segre, da Michela Murgia a Cecilia Sala), sul piano politico-mediatico è multifunzionale come un coltellino svizzero: getta discredito sulle femministe meno composte e salottiere, mettendole in ridicolo e sottolineandone la doppia morale; consente ai maschi di rivendicare, una volta tanto, il ruolo di vittime di stalking e violenza psicologica da parte delle donne; permette di impallinare, lateralmente, anche il movimento pro-Pal, sostenuto da alcune appartenenti al gruppo; divide il campo delle femministe che, a quanto pare, non aspettavano altro che potersi distinguere in “buone” e “cattive”.

La chat Fascistella e il cortocircuito del femminismo
Carlotta Vagnoli (dal profilo Instagram).

Ora i sessisti si sentono assolti

Così, perfino nella prima epoca della storia umana in cui la misoginia aperta è, almeno in apparenza, stigmatizzata e impresentabile, alla fine si è riusciti a individuare un gruppo di donne che a buon diritto possono essere additate come “streghe” e, almeno mediaticamente, bruciate. I sessisti si sentono assolti, le femministe non estremiste possono illudersi di essere più credibili, autorevoli e rispettate… Errore: i paladini del patriarcato non fanno tante differenze, per loro tutte le femministe sono radicali, l’unica buona è quella morta, ed è solo per questo motivo che hanno smesso di infamare Michela Murgia e ora, ipocritamente, rinfacciano a Vagnoli e colleghe le contumelie e il gossip postumo contro di lei rinvenuto nella loro chat.

La chat Fascistella e il cortocircuito del femminismo
Michela Murgia (Ansa).

Lo sconsiderato fedifrago vittima di call out passa in secondo piano

È significativo che, nel trattare la vicenda, ciò su cui si concentra la stampa siano i giudizi offensivi o calunniosi espressi dal «commando di femministe radicali» (cit. Corriere) contro uomini e donne importanti, a cominciare da Selvaggia Lucarelli, piuttosto che il call out – la denuncia pubblica di chi ha commesso atti di razzismo, di violenza di genere od omotransfobica – di A. S., lo sconsiderato fedifrago reo di cornificare la legittima fidanzata (per di più incinta) con una loro amica, e portato dal commando sull’orlo del suicidio attraverso un metodico sputtanamento che ha comportato la sua espulsione da eventi pubblici. È come se, per quanto il poveraccio sia stato, oggettivamente, il più danneggiato, nessuno si affannasse a prendere le sue parti, né da destra né da sinistra, chissenefrega, non è nessuno, e comunque alla fin fine se l’è cercata, perché (visto da sinistra) è il classico maschietto che non sa tenerselo nei pantaloni, o perché (visto da destra) è stato così fesso da farsi beccare.

Alla fine le nuove “streghe” finiscono per dare ragione a Roccella

Spiace che il call out, una pratica non esente da critiche, ma senza la quale non avremmo mai avuto il #MeToo, venga usato fra amiche per regolare i conti in una storia di corna, privata, per quanto sgradevole. Ciò di cui è accusato il gruppo di Vagnoli, cioè atti persecutori contro l’adultero, più che un call out ricorda lo charivari, il rituale medievale con cui la comunità, con beffe, schiamazzi e rumorose molestie di vario genere, isolava e additava al pubblico ludibrio l’individuo che violava i codici della morale sessuale tradizionale: chi tradiva la moglie o il marito, ma anche l’uomo che ne sposava una molto più giovane o, peggio ancora, una più vecchia. Sorge un dubbio: non è che il cosiddetto “femminismo radicale”, a forza di radicalizzarsi, ha fatto il giro e ora si ritrova a difendere la coppia monogama eterosessuale che piace alla ministra Roccella?

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Eugenia Roccella (foto Imagoeconomica).

Miracolo, Carlo III prega con Leone XIV: ci sono voluti appena 500 anni

È ufficiale: “papist” in Inghilterra non è più un insulto, a meno di non voler mancare di rispetto al neo-“Papal Confrater” della cappella di San Giorgio di Windsor, dunque fratello spirituale del sovrano britannico, che a sua volta da mercoledì 22 ottobre è “Royal Confrater della chiesa di San Paolo fuori le Mura. Un legame stretto nella stessa settimana in cui Carlo III è stato costretto a rompere i ponti con un altro fratello, il principe (ma lo è ancora?) Andrea, praticamente l’antipodo umano di Leone XIV – e dietro il ripudio di Randy Andy può esserci anche la consapevolezza del re che era già abbastanza imbarazzante presentarsi al papa da divorziato al fianco di una divorziata con cui si è tradita per anni la prima e legittima moglie; il fratello porcellone pappa e ciccia con Jeffrey Epstein bisognava proprio sacrificarlo.

Miracolo, Carlo III prega con Leone XIV: ci sono voluti appena 500 anni
Miracolo, Carlo III prega con Leone XIV: ci sono voluti appena 500 anni
Miracolo, Carlo III prega con Leone XIV: ci sono voluti appena 500 anni

Quanta cocciutaggine all’origine dello scisma anglicano

È anche vero che per la Chiesa le intemperanze amorose e sessuali dei reali inglesi non sono una novità. Anzi, a innescare lo scisma anglicano, mezzo millennio fa, fu proprio la cocciutaggine di Enrico VIII nel voler fare dell’amante la propria seconda moglie, anziché tenerla come favorita accanto alla coniuge legittima, come facevano i re cattolicissimi, a cominciare dal suo collega sull’altro lato della manica, Francesco I.

Miracolo, Carlo III prega con Leone XIV: ci sono voluti appena 500 anni
Miracolo, Carlo III prega con Leone XIV: ci sono voluti appena 500 anni
Miracolo, Carlo III prega con Leone XIV: ci sono voluti appena 500 anni
Miracolo, Carlo III prega con Leone XIV: ci sono voluti appena 500 anni

Enrico VIII e l’idea di staccarsi da Roma per farsi una Chiesa tutta sua

A ricordarlo c’è la famosa pergamena custodita negli archivi vaticani, con cui nel 1530 un gruppo di rappresentanti dell’aristocrazia inglese ed ecclesiastici chiedeva al papa dell’epoca, Clemente VII, di annullare il matrimonio fra Enrico e Caterina d’Aragona, in modo da consentire al Tudor di convolare a giuste nozze con Anna Bolena. Fu perfino meno efficace di una petizione su Change.org, certo, anche se sicuramente più suggestivo. Il rifiuto del papa fece saltare la mosca al naso a Enrico VIII, e gli diede il tempo di convincersi che staccarsi da Roma e farsi una Chiesa tutta sua, oltre a permettergli di portare all’altare Anna Bolena, aveva un sacco di altri vantaggi, primo fra tutti quello di incamerare i beni ecclesiastici, di cui la Corona aveva un disperato bisogno e che Enrico continuò a rastrellare senza pietà anche dopo aver mandato Anna al patibolo.

Miracolo, Carlo III prega con Leone XIV: ci sono voluti appena 500 anni
Due possibili ritratti di Anna Bolena (foto Ansa).

La persecuzione anti-cattolica fu anche discriminazione culturale

In cinquecento anni ne è scorso parecchio, di sangue inglese, a causa di quello scisma. Sangue cattolico, soprattutto (fra le vittime più illustri, Tommaso Moro, il ministro ribelle di Enrico VIII, beatificato, guarda un po’, dal penultimo papa di nome Leone), ma anche sangue anglicano, durante il breve regno di Maria la Sanguinaria, che voleva riportare il regno fra le braccia di Santa romana Chiesa. La persecuzione anti-cattolica fu anche discriminazione culturale: nel teatro elisabettiano era di prammatica la figura del cardinale malvagio e libidinoso, e quando i “papisti” non venivano ridicolizzati come fanatici idolatri cattolici, erano considerati traditori e riottosi in pectore (con qualche ragione, va detto, specie per quanto riguarda gli irlandesi).

Miracolo, Carlo III prega con Leone XIV: ci sono voluti appena 500 anni
Ritratto di Enrico VIII (1540), olio su tavola, di Hans Holbein il giovane, Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma (foto Ansa).

Dopo 500 anni c’è qualcuno che storce ancora il naso

Solo nel 1829, con il Catholic Relief Act, si videro restituire i diritti civili. Anzi, oggi possono perfino diventare premier (purtroppo il primo è stato Boris Johnson, che non ha onorato nessuna delle due categorie). Che venga finalmente messa una pietra su un passato così tormentato è consolante e al tempo stesso scoraggiante. Non solo perché cinquecento anni sono tanti, ma anche perché c’è qualcuno che storce ancora il naso. Si registra lo sdegno di alcuni prelati protestanti dell’Ulster, convinti che, dopo aver pregato insieme al papa, il re avrebbe il dovere di abdicare. I presbiteriani scozzesi accusano Carlo di aver tradito, con quella preghiera a San Pietro, il sacro giuramento di fedeltà al protestantesimo. A pochi giorni dall’anniversario della fallita Congiura delle Polveri, con cui il cattolico Guy Fawkes voleva far saltare il parlamento con il re dentro, sorge un dubbio inquietante: non è che il prossimo Guy Fawkes sarà anglicano?

Anche Francesca Albanese può toppare: l’importante è riconoscerlo

Quando cominci ad apprezzare un personaggio pubblico – perché condividi le sue idee, perché la causa che difende è anche la tua, perché è bravo in quello che fa o ha un modo simpatico di farlo – arriva sempre un momento in cui devi scegliere se rimanere un osservatore interessato o diventare un fan sfegatato (che è un pleonasmo: o sei sfegatato, o non sei un fan). Una volta succedeva solo con le rockband o le star del pop, adesso accade anche, anzi, forse più spesso, con chi emerge in altri ambienti, politica, cultura o giornalismo: con i media, social e no, anche questi sono stati annessi dallo showbusiness, dove le star non si discutono, si amano. E si amano perché scatta un transfert: decidi che questo o quella è una tua proiezione; quindi, lo sosterrai e gli darai sempre qualunque cosa faccia o dica, li vorrai a furor di popolo ospiti in ogni talk show, cittadini onorari della tua città, leader del tuo partito.

Anche Francesca Albanese può toppare: l’importante è riconoscerlo
Francesca Albanese (Ansa).

Il tuo spirito critico è pregato di riempire gli scatoloni e liberare la sua scrivania. Oppure, preferisci restare un pacato simpatizzante del personaggio in questione e rifiutare la tessera del fanclub, col rischio che i fan, categoria che non brilla per la sottigliezza nel cogliere le sfumature, ti etichettino come odiatore della star in cui identificano se stessi e o propri valori. Quanto agli odiatori veri, se scoprono che non sei nemmeno dei loro, ti bolleranno con altrettanto livore come ipocrita e cacadubbi. Insomma, la tua vita sociale e social potrebbe diventare molto complicata.

Anche Francesca Albanese può toppare: l’importante è riconoscerlo
Anche Francesca Albanese può toppare: l’importante è riconoscerlo
Anche Francesca Albanese può toppare: l’importante è riconoscerlo
Anche Francesca Albanese può toppare: l’importante è riconoscerlo
Anche Francesca Albanese può toppare: l’importante è riconoscerlo
Anche Francesca Albanese può toppare: l’importante è riconoscerlo
Anche Francesca Albanese può toppare: l’importante è riconoscerlo
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Da Reggio Emilia a Segre, gli scivoloni di Albanese

Torniamo alla premessa, e mettiamo al posto di “personaggio pubblico” il nome di Francesca Albanese. Salita alla ribalta negli ultimi tempi, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi ha conquistato vaste simpatie per la sua voce coraggiosa, oltre che per l’anatema che ha scagliato su di lei dal Segretario di Stato (e soprattutto di Trump) Marco Rubio. Che bello, che miracolo, che motivo d’orgoglio: una donna italiana autorevole e combattiva, finita nel mirino di governi potenti e spietati perché denuncia l’orrore di Gaza. Difficile non diventare suoi ammiratori, a meno di non pensarla come Itamar Ben Gvir o di essere fedeli lettori di Libero. Ma le sue recenti uscite – l’autodafè pubblico preteso dal sindaco di Reggio Emilia, che aveva osato dire che anche la liberazione degli ostaggi in mano ad Hamas era una premessa per la pace, e soprattutto l’attacco a Liliana Segre, che in quanto sopravvissuta ad Auschwitz non sarebbe «obiettiva» su Gaza – ci hanno fatto sussultare, segnalando che il momento della scelta – ammiratori o fan acritici – era arrivato, successivamente rafforzato da altri campanelli d’allarme come la fuga da In Onda per non confrontarsi su Segre o la reazione vittimista e piccata alla polemica sciocchina provocata dalla stessa Albanese con una battuta sui milanesi più mattinieri dei napoletani, snocciolata nel corso del podcast Tintoria.

Gli errori non intaccano l’impegno per la causa palestinese

Ritrovarsi da un giorno all’altro promossa a madonna pellegrina dei pro-Pal, osannata dalle piazze, interpellata a seconda del contesto come la Pizia del Medio Oriente o la quinta colonna di Hamas, in un momento di rovente polarizzazione della vita politica e del discorso pubblico, può mettere un essere umano a rischio di topiche, cantonate e sbroccate fuori luogo. Può capitare. Solo chi se ne sta sempre a casetta seduto sul divano può essere sicuro che non pesterà mai una merda. Ma a differenza dell’ammiratore, il fan afferma che il suo idolo non ha pestato un bel niente, anzi, ammira la sua falcata decisa. Per i suoi seguaci, Albanese va sostenuta sempre e comunque, tanto quanto la Palestina: “From the river to the sea, Albanese will be free” – libera anche di offendere un’ex deportata nei campi di sterminio e di umiliare pubblicamente un sindaco il cui unico torto era aver citato anche gli ostaggi e le vittime del 7 ottobre. Suvvia, riconoscere che anche le relatrici speciali ogni tanto possono toppare non intacca il valore del loro impegno per la causa palestinese. Se poi ogni tanto lo riconoscesse anche Albanese, sarebbe il massimo.