Se non ci fosse stato davvero, il caso delle “femministe radicali” che pianificavano in chat persecuzioni contro il maschio fedifrago e insultavano a destra ma soprattutto a manca, bisognava inventarlo.
Il caso delle “femministe radicali” è multifunzionale come un coltellino svizzero
La vicenda che coinvolge Carlotta Vagnoli e altre influencer, unite dal desiderio di vendicare un tradimento patito da una di loro e dal fiele distillato sulla chat “Fascistella” di Whatsapp contro personalità ambosessi e più o meno intoccabili del pantheon della sinistra e dei benpensanti in genere (da Sergio Mattarella a Liliana Segre, da Michela Murgia a Cecilia Sala), sul piano politico-mediatico è multifunzionale come un coltellino svizzero: getta discredito sulle femministe meno composte e salottiere, mettendole in ridicolo e sottolineandone la doppia morale; consente ai maschi di rivendicare, una volta tanto, il ruolo di vittime di stalking e violenza psicologica da parte delle donne; permette di impallinare, lateralmente, anche il movimento pro-Pal, sostenuto da alcune appartenenti al gruppo; divide il campo delle femministe che, a quanto pare, non aspettavano altro che potersi distinguere in “buone” e “cattive”.

Ora i sessisti si sentono assolti
Così, perfino nella prima epoca della storia umana in cui la misoginia aperta è, almeno in apparenza, stigmatizzata e impresentabile, alla fine si è riusciti a individuare un gruppo di donne che a buon diritto possono essere additate come “streghe” e, almeno mediaticamente, bruciate. I sessisti si sentono assolti, le femministe non estremiste possono illudersi di essere più credibili, autorevoli e rispettate… Errore: i paladini del patriarcato non fanno tante differenze, per loro tutte le femministe sono radicali, l’unica buona è quella morta, ed è solo per questo motivo che hanno smesso di infamare Michela Murgia e ora, ipocritamente, rinfacciano a Vagnoli e colleghe le contumelie e il gossip postumo contro di lei rinvenuto nella loro chat.

Lo sconsiderato fedifrago vittima di call out passa in secondo piano
È significativo che, nel trattare la vicenda, ciò su cui si concentra la stampa siano i giudizi offensivi o calunniosi espressi dal «commando di femministe radicali» (cit. Corriere) contro uomini e donne importanti, a cominciare da Selvaggia Lucarelli, piuttosto che il call out – la denuncia pubblica di chi ha commesso atti di razzismo, di violenza di genere od omotransfobica – di A. S., lo sconsiderato fedifrago reo di cornificare la legittima fidanzata (per di più incinta) con una loro amica, e portato dal commando sull’orlo del suicidio attraverso un metodico sputtanamento che ha comportato la sua espulsione da eventi pubblici. È come se, per quanto il poveraccio sia stato, oggettivamente, il più danneggiato, nessuno si affannasse a prendere le sue parti, né da destra né da sinistra, chissenefrega, non è nessuno, e comunque alla fin fine se l’è cercata, perché (visto da sinistra) è il classico maschietto che non sa tenerselo nei pantaloni, o perché (visto da destra) è stato così fesso da farsi beccare.
Alla fine le nuove “streghe” finiscono per dare ragione a Roccella
Spiace che il call out, una pratica non esente da critiche, ma senza la quale non avremmo mai avuto il #MeToo, venga usato fra amiche per regolare i conti in una storia di corna, privata, per quanto sgradevole. Ciò di cui è accusato il gruppo di Vagnoli, cioè atti persecutori contro l’adultero, più che un call out ricorda lo charivari, il rituale medievale con cui la comunità, con beffe, schiamazzi e rumorose molestie di vario genere, isolava e additava al pubblico ludibrio l’individuo che violava i codici della morale sessuale tradizionale: chi tradiva la moglie o il marito, ma anche l’uomo che ne sposava una molto più giovane o, peggio ancora, una più vecchia. Sorge un dubbio: non è che il cosiddetto “femminismo radicale”, a forza di radicalizzarsi, ha fatto il giro e ora si ritrova a difendere la coppia monogama eterosessuale che piace alla ministra Roccella?

