Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda

Una lista concorrente annunciata di sabato, senza che nessuno sapesse come fosse stata formata. Un candidato presidente 81enne la cui ultima esperienza nel settore bancario appartiene a un’epoca che sembra lontana anni luce. E un amministratore delegato uscente che, dopo essere stato escluso dalla lista del board di Monte dei Paschi di Siena, ha deciso di sfidarla, mentre su di lui pende un’indagine della procura di Milano. La lista Tortora-Lovaglio, depositata da Plt, la holding dell’imprenditore cesenate, per il rinnovo del cda di Mps solleva più domande che risposte.

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Pierluigi Tortora (Imagoeconomica).

Della lista Tortora-Lovaglio non si sa praticamente nulla

La Bce ha già chiesto una rendicontazione approfondita su come sia stata elaborata la lista del cda: un processo che ha prodotto 500 pagine di documentazione pubblica, 22 riunioni verbalizzate, il coinvolgimento di primari consulenti interni ed esterni. Un processo, in altri termini, costruito per resistere allo scrutinio del regolatore. Della lista Tortora-Lovaglio non si sa invece praticamente niente: né quando sia stata costruita, né chi l’abbia elaborata, né su quali criteri siano stati selezionati i candidati. Oltre a Lovaglio per il ruolo di ad e Cesare Bisoni (ex UniCredit) in quello di presidente, nella lista figurano diversi manager legati a Cassa Depositi e Prestiti, come Flavia Mazzarella, presidente del Comitato parti correlate di Cdp; Livia Amidani Alberti, nel cda di Cdp Venture Capital; Massimo Di Carlo, ex direttore del Business di Cdp, Carlo Corradini, già presidente del collegio sindacale della Cassa (completano l’elenco Paola Leoni Borali, Paolo Martelli, Andrea Cuomo, Paola Girdinio e Dante Campioni). Questo non rende la lista illegittima. Qualsiasi azionista con una quota sufficiente ha diritto di presentarne una. Ma pone un problema di credibilità istituzionale non banale per una banca che ha appena concluso uno dei percorsi di risanamento più seguiti d’Europa, sotto la lente continua della vigilanza europea. Un ad rinviato a giudizio in una banca vigilata dalla Bce si troverebbe in una posizione strutturalmente insostenibile.

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Cesare Bisoni (Imagoeconomica).

La spada di Damocle su Lovaglio

Il nodo più delicato è quello giudiziario. Luigi Lovaglio — che è al tempo stesso l’unico elemento di continuità della lista e il suo vero motore — è sotto indagine da parte della procura di Milano. Se la lista vincesse e Lovaglio venisse rinviato a giudizio, le autorità di vigilanza potrebbero sollevare obiezioni formali sulla sua idoneità ai sensi dei requisiti fit and proper previsti dalla normativa europea. Il titolo subirebbe pressioni. La governance sarebbe paralizzata da un dibattito permanente sulla sua posizione. E tutto questo in un cda che, secondo le proiezioni più ottimistiche per la lista Tortora-Lovaglio, potrebbe contare su una maggioranza di appena un voto: otto consiglieri contro sette. Una base pericolosamente fragile per gestire qualsiasi crisi, figuriamoci una di natura giudiziaria che coinvolge il vertice esecutivo.

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Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La matematica del voto: i capitali in campo

I numeri, nella loro brutalità, scattano una fotografia abbastanza chiara. La lista del cda (con l’appoggio di Banco Bpm, Anima e della famiglia Benetton) parte da una base consolidata intorno al 20 per cento del capitale. La lista Tortora-Lovaglio parte da qualcosa tra l’1 e il 2 per cento, con Giorgio Girondi come variabile non confermata, posto che all’assemblea straordinaria del 4 febbraio scorso era presente con l’1,04 per cento nonostante alcune fonti gli attribuissero una quota superiore al 3 per cento. Per ribaltare questo divario, la lista alternativa dovrebbe raccogliere una quota molto significativa dei fondi istituzionali. Ma per i proxy advisor i fondi tendono strutturalmente a preferire le liste del cda (il precedente Generali è ancora nella memoria di tutti) e lo stesso sembra intenzionata a fare Assogestioni.

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La figura di Palermo e la grana Cdp

L’indicazione di Fabrizio Palermo tra i candidati alla carica di ad (insieme con Carlo Vivaldi e Corrado Passera) nella lista del cda risolve quello che era percepito come il principale punto debole della compagine uscente: l’assenza di un nome per la guida esecutiva. Palermo, su cui nelle ultime ore la decisione sembra convergere, ha credenziali internazionali, garantisce continuità operativa e, soprattutto, un’interlocuzione credibile con Francoforte e con i mercati in una fase in cui Mps deve dimostrare di saper stare in piedi da sola, dopo anni di sostegno pubblico.

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Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

Sul fronte opposto, la presenza di Mazzarella, presidente del Comitato parti correlate di Cdp, crea un cortocircuito politico difficile da gestire. Il governo, per voce della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha dichiarato esplicitamente di non voler essere coinvolto nella contesa. Una posizione difficile da sostenere con un candidato dell’istituto pubblico controllato dal Tesoro – che è ancora azionista di Mps – in una lista avversaria. O la candidatura viene ritirata, o si dovrà offrire una spiegazione convincente a una contraddizione molto visibile.

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Flavia Mazzarella (Imagoeconomica).

Una lista tattica, non industriale

La lettura più plausibile di questa vicenda è che la lista Tortora-Lovaglio sia più un tentativo di forzare una negoziazione — o di indebolire la lista del cda abbastanza da condizionarne la composizione finale — che una reale candidatura alternativa con prospettive concrete di vittoria. Il vero rischio, paradossalmente, non è che vinca: la matematica sembra escluderlo. È che riesca a frammentare sufficientemente il voto da creare instabilità nella governance risultante, qualunque essa sia. Per una banca che ha appena ritrovato la rotta, sarebbe un lusso che non può permettersi.