Alla fine, la pallottola si sarà arrugginita davvero, come diceva lui con quella sua ironia ruvida da scoglio genovese, o forse quel muscolo stanco ha deciso che 91 anni di rintocchi fossero abbastanza per chi aveva visto tutto. Gino Paoli se n’è andato martedì, portandosi via l’ultimo soffitto viola di una stanza che adesso, per davvero, non ha più pareti. Ma per misurare la statura di questo gigante che ha dato respiro alla canzone d’autore, non si può procedere per compartimenti stagni: il poeta che scriveva di sesso tra le lenzuola di un bordello è lo stesso uomo che, 30 anni dopo si sarebbe trovato tra i banchi del politichese con lo sguardo perso di chi cerca un accordo tra i commessi in livrea.
Le sirene del Pci e la frustrazione della politica
Lui, che era un anarchico per eredità genetica («il gene l’ho preso da mio nonno, che era analfabeta, ma conosceva a memoria gli scritti dell’anarchico Carlo Cafiero e le canzoni di Pietro Gori», raccontava) eccolo nel 1987 eletto nella circoscrizione Napoli-Caserta, sedotto dal canto delle sirene dei colonnelli del Pci, Occhetto e D’Alema. E dato che a 50 anni aveva già vissuto tre vite e ne aveva schivata una quarta per un millimetro di piombo, ci era cascato come un ingenuo. Una volta in Parlamento, aderì al Gruppo della Sinistra Indipendente, perché la tessera in tasca non l’aveva mai voluta: si immaginava di portare la bellezza nelle carceri e la musica nelle scuole, di scardinare il silenzio delle istituzioni con la forza delle idee. Lo spedirono, invece, dritto in commissione Trasporti. Il cantore di Una lunga storia d’amore a discutere di scartamenti ferroviari e vagoni letto. «Una frustrazione mostruosa», la definì, il contrappasso perfetto per un uomo che non aveva mai accettato orari né binari prestabiliti.

Quel consiglio a Beppe Grillo rimasto inascoltato
Uscì da quel “disgusto” istituzionale nel ’92, per non tornarci più, se non per l’esperienza asfittica di assessore ad Arenzano, per mano del cognato, dove capì che i meccanismi del potere sono identici, sia che si tratti di una nazione che di un condominio. Da qui l’ammonimento accorato all’amico di sempre, Beppe Grillo, a cui provò a sbarrare la strada del Movimento 5 stelle prima ancora che nascesse. In una riunione quasi carbonara con Renzo Piano, Arnaldo Bagnasco e sua moglie, cercò di spiegargli che la politica, se affrontata con la mentalità del poeta o del comico, finisce per essere «una fregatura enorme».

La sua vera militanza fu quella della scuola genovese
La politica, in fondo, per Gino, era stata una delle tante amanti amate tanto e lasciate in fretta. La sua vera militanza era altrove, in quel quartiere della Foce di Genova dove con Tenco, De André, Bindi e Lauzi, aveva inventato una “comune artistica”, quella della scuola genovese, una fratellanza di naufraghi del perbenismo che masticava Brassens e jazz mentre l’Italia democristiana sognava ancora le rime cuore-amore. Un sodalizio fatto di genio e di strappi violenti, come quello con Tenco, rotto per colpa di una donna e mai più ricucito: «Il mio rimorso è che senza questo litigio sarei stato accanto a lui la sera in cui si è sparato, e forse sarei riuscito ad impedirglielo», confessava con quella malinconia che solo chi è sopravvissuto a se stesso può permettersi.

Gli amori folli, gli eccessi e le rinascite
Perché Paoli è stato l’uomo degli eccessi e delle rinascite: dalla prima mano tesa di Mogol alla voce di Mina che svelava la magia di un amplesso, fino a quel successo di Sapore di sale che lo rese «stronzo» e divo, prima del buio della depressione. Storia e leggenda: per una delle sue donne si sparò quella famosa rivoltellata al cuore. La sua prima politica, quella dei sensi, l’aveva scaraventato nel groviglio di un’Italia che ancora arrossiva per un bacio. Ma per un anarco-comunista della sua stazza, l’erotismo restava l’unica forma di coerenza, e la sua vita sentimentale è stata un incendio appiccato su più fronti. Dopo la prima moglie, Anna Fabbri, da cui ebbe Giovanni, perso prematuramente lo scorso anno, nel ’61 l’incontro con Ornella Vanoni accese un corpo a corpo di spartiti e desideri. Per lei scrisse Senza fine, Che cosa c’è, Anche se, trasformando una passione tormentata nella colonna sonora di una nazione che scopriva la carnalità. Eppure, nemmeno il magnetismo della Signora della musica italiana bastava a placare quella fame di vita. L’anno seguente si scontrò con il terremoto Stefania Sandrelli, allora ancora minorenne: un amore folle che oggi scatenerebbe i tribunali della morale, da cui nacque Amanda e che l’attrice, decenni dopo, avrebbe liquidato come ammirazione sconfinata.

Il legame senza fine con Ornella Vanoni
Paoli, in fondo, viveva le sue donne come viveva le note, con la stessa urgenza, fino all’incontro con Paola Penzo, la compagna e autrice che per 50 anni gli è rimasta al fianco e gli ha dato altri tre figli, Nicolò, Tommaso e Francesco. Ma il filo con la Vanoni è rimasto teso fino all’ultimo respiro. Nati a 24 ore di distanza, sono rimasti incastrati in un gioco del fato che li ha visti andarsene a soli quattro mesi di distanza. Lei si è spenta il 21 novembre scorso, stroncata da quel cuore che aveva cantato per una vita intera. Paoli l’aveva salutata con un’immagine in bianco e nero e un cuore nero sui social: nient’altro, perché tra loro le parole erano finite da un pezzo, sostituite da una complicità che li aveva riportati insieme sul palco per quel tour della memoria che sapeva di bilanci e sigarette. Prima che la morte interrompesse i giochi, stavano lavorando a un nuovo brano inedito, l’ultimo sigillo di una storia che li ha voluti immensi e senza fine.










