Alla fine Roberto Cingolani è stato messo fuori da Leonardo. La notizia era nell’aria da settimane, ma fa comunque rumore, perché il manager ex ministro non è un burocrate di complemento: è uno con un profilo internazionale, capace di stare su qualsiasi palcoscenico senza fare figuracce, nonché capo della più grande industria della Difesa del Paese. Cosa che, in questi tempi di guerra, non è un dettaglio. D’accordo, ha un carattere spigoloso con tutti tranne che con i suoi favoriti, cui spiana con troppa disinvoltura le carriere. Ma defenestrarlo è stata una scelta politica, non industriale. Se, come auspicava Guido Crosetto, che di Leonardo è il ministro di riferimento, devono essere i numeri e il mercato a decidere, qui siamo agli antipodi. E si sa che le scelte di Palazzo travestite da scelte industriali hanno una storia che alla lunga non promette niente di buono.
Manuale Cencelli e attenzione a soddisfare la propria tribù
Il resto dell’infornata nelle partecipate si è svolto come da copione. Manuale Cencelli in mano e spasmodica attenzione della maggioranza di governo ad accontentare i pretendenti della propria tribù. Nomi di provata fede in un giro di poltrone in cui contano solo gli equilibri di coalizione e l’osservanza dei requisiti di base: fedeltà personali e cambiali da riscuotere. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, dove la tanto evocata meritocrazia resta quasi sempre in ombra. Poi, per carità, le prescelte saranno tutte persone brave e degne, ma non è questo il punto. Il problema, ovviamente, sta nel metodo.

Tutte queste aziende sono quotate in Borsa. Hanno grandi e piccoli azionisti, investitori istituzionali che non votano Fratelli d’Italia, il partito di Berlusconi o la Lega e che, quando vedono arrivare un nome calato dall’alto senza uno straccio di spiegazione, fanno due conti e tirano le loro conclusioni usando la sola arma in loro possesso: massiccio smobilizzo dei titoli e capitali che vanno altrove.
Nessuna spiegazione, nomine immotivate e inappellabili
Giorgia Meloni e il suo governo non hanno sentito il bisogno di spiegare nulla. Nessuna conferenza stampa o comunicato da cui si evinca una logica industriale nelle scelte. Le nomine sono arrivate come decreti del destino, immotivate e inappellabili, nella forma di uno scarno comunicato serale del Mef. Eppure questo è lo stesso governo che, a ogni occasione buona, recita il mantra del mercato e della concorrenza. Lo ha fatto con la voce grossa quando conveniva. Poi, quando le regole avrebbero imposto trasparenza e accountability che però non gli facevano comodo, si è girato dall’altra parte.
Le difficoltà di una quadra spartitoria che plachi gli appetiti
Si è visto nella vicenda Mps, dove si è trasformato da arbitro in giocatore con una disinvoltura che avrebbe fatto arrossire persino la dirigista Mediobanca dei tempi di Cuccia. E ancora bloccando Unicredit su Bpm con argomenti che hanno fatto inorridire gli stakeholders. E ora si ripete sui vertici delle partecipate, decisi all’ultimo minuto a riprova che (soprattutto) tra alleati trovare la quadra spartitoria che plachi gli appetiti di tutti è una fatica di Sisifo.

Meloni si è chiusa ancora di più nel suo fortino
C’è chi legge questa invasività di Palazzo Chigi come una reazione alla botta del referendum, e l’ipotesi non è peregrina. Una sconfitta così netta lascia il segno, specie su una leader che ha costruito la sua immagine sull’essere invincibile. Il risultato, però, è paradossale: invece di aprirsi, di cercare un dialogo più largo, di ammorbidire i contorni di un profilo che il voto ha dimostrato non essere così granitico, Meloni si è chiusa ancora di più nel suo fortino.

La sindrome da accerchiamento è una malattia antica della politica italiana. Ne hanno sofferto in tanti, da Bettino Craxi in poi, e non è andata bene a nessuno. Chi si convince di avere il mondo intero contro di sé finisce per vedere nemici anche dove non ci sono, stringendo il cerchio dei suoi fidi fino a soffocare tra sospetti e rancori.
Il mondo esterno trasformato in un perfido complotto da cui difendersi
È la comfort zone di Palazzo Chigi, che trasforma il mondo esterno in un perfido complotto da cui difendersi. Inizialmente, l’intento di Meloni era di confermare tutti gli ad delle partecipate, e lasciar sfogare le brame dei partiti sulle presidenze. La disastrosa sconfitta referendaria le ha fatto subito accantonare gli antichi propositi. Il mercato, nel frattempo, prende nota. Gli investitori stranieri guardano l’Italia e vedono un Paese in cui le partecipate vengono gestite come feudi, dove le regole valgono solo per gli altri e la discontinuità manageriale dipende dagli umori di chi sta al potere e non dai risultati di bilancio.
Un altro piccolo chiodo nella bara di una certa narrazione
Meloni aveva vinto le elezioni con un’idea semplice e potente: un governo che fa quello che dice, la coerenza come arma vincente. Ma quell’idea, che già aveva cominciato a vacillare nei mesi a venire, adesso fatica a reggere. E ogni nomina calata dall’alto senza una riga di motivazione è un piccolo chiodo nella bara di quella narrazione. Il fortino protegge, ma isola. E un leader isolato, prima o poi, smette di leggere la realtà, finendo per leggere solo se stesso.







