Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera

Tecnicamente, nella struttura del racconto, si chiama messa in abisso. È quel dispositivo della narrazione per cui si parte da una storia che ne contiene un’altra, che a sua volta ne contiene un’altra ancora e poi un’altra, fino a trasformare il tutto in una sorta di specchio infinito. Tutto questo per dire che la vicenda che ha coinvolto Andrea PucciSanremoGiorgia Meloni e oppositori, Pd in testa, è una messa in abisso perfetta. Non voluta, non progettata, ma i cui esiti ben ne ricalcano il funzionamento. Si dirà che anche il Festival di Sanremo, con il suo spasmodico centellinare da mesi prima personaggi e modalità dell’evento, è una messa in abisso. E infatti questa è un’altra storia nella storia, da sfogliare nei suoi molteplici livelli. 

La protesta dell’opposizione trasforma l’invito di Pucci in un caso

Primo livello. Il comico Pucci, campione del politicamente scorretto, viene invitato alla kermesse canora. Un comico sul palco: accade da sempre, spesso con esiti imbarazzanti, raramente memorabili, anche perché quella platea è irta di insidie, lo sa bene Maurizio Crozza quando dileggiò Silvio Berlusconi tra fischi e grida di disapprovazione. E qui scatta la prima reazione: l’opposizione protesta, l’invito diventa un caso e lo showman, che aveva postato sui social una foto col sedere di fuori annunciando il suo arrivo, si ritira. Partita chiusa? Macché, siamo solo all’inizio. 

L’intervento di Meloni e il solito vittimismo destrorso

Secondo livello. Giorgia Meloni, invece che lasciar scatenare i suoi, interviene in prima persona. Parla di censura, di clima illiberale, di artisti intimiditi, di satira accettabile solo quando la dileggia. In altre parole, trasforma un invito televisivo saltato in una questione di censura. 

Ammettiamo che l’occasione, prendere un episodio ed estrapolarlo dal contesto per farlo diventare simbolico, era troppo ghiotta. La destra, quando fiuta aria di vittimismo, non sbaglia quasi mai il colpo. E la premier, ovvero la sua massima rappresentante, ha voluto (a nostro parere sbagliando) ribadirlo. C’è una schiera di adepti pronta a difendere Pucci e la discriminazione subita, lascia fare a loro: de minimis non curat praetor

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera
Giorgia Meloni (Ansa).

Il cortocircuito narrativo del Pd

Terzo livello. Il Pd pavlovianamente risponde. Un po’ nel merito, denunciando Pucci e le sue battute sessiste che fanno apparire Pio e Amedeo, altri campioni della satira di destra, delle educande. Ma soprattutto sull’intervento a sua difesa di Meloni che si occupa di Sanremo e non di cose più serie come il ruolo impone. Una considerazione apparentemente spendibile, ma che in realtà è un assist narrativo. Perché sancisce che questa vicenda non è una cosa seria nel momento in cui tutti ne parlano, si indignano e si sfogano sui social. Il Pd insomma denuncia l’irrilevanza della questione di fronte ai grandi problemi che affliggono il Paese e l’universo mondo nel momento in cui la cavalca. Ma così facendo fa diventare l’irrilevanza rilevante. 

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per la politica satira e censura diventano il pretesto per parlarsi addosso

A questo punto, per non perdersi, è bene riassumere gli elementi di questo perfetto esempio di messa in abisso: un comico che viene invitato a Sanremo fa scattare una polemica che provoca un intervento della premier che provoca una contro-polemica dell’opposizione che genera prese di posizione, post denigratori, editoriali che inducono Pucci a ritirarsi dal Festival, che al mercato mio padre comprò. Una polemica a generazione spontanea. In questo bailamme infatti non si intravvede un burattinaio, una regia che tiri le fila della trama. C’è solo un sistema mediatico che funziona per autoriproduzione. Ogni livello non definisce il precedente, ma lo moltiplica. Ogni intervento sul tema non chiude il discorso, ma lo rilancia. È un ipertesto involontario in cui ciascun attore recita una parte che crede autonoma, ma che invece è totalmente asservita alla logica del meccanismo. In tutto questo Sanremo è solo lo sfondo, un luogo virtuale dove il fatto in sé perde di significato rispetto alle sue conseguenze. Satira e censura diventano il pretesto offerto alla politica per commentare se stessa. La messa in abisso trasforma il dibattito nella proiezione di un sistema che alimenta all’infinito la propria rappresentazione.

Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente

Poco attese, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina sono arrivate in città. Anzi, nelle città. E si è scoperto, con sommo rammarico degli organizzatori, che ai milanesi dell’evento importa il giusto, tendente al poco. Stesso andazzo a Cortina, cui il New York Times ha dedicato un articolo con quella curiosità un po’ antropologica che anima gli stranieri quando trattano le cose dell’Italia: la perla delle Dolomiti non vibra, non scalpita, quasi si annoia. Figurarsi Milano.

Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente

Qualcuno ha tirato in ballo lo snobismo della sua borghesia, che il vertiginoso schizzare in alto del tasso di ricchezza dei suoi abitanti (indigeni o fiscalmente acquisiti) ha accentuato. È uno snobismo che sconfina nell’insofferenza, che al primo sentore di disagio raccoglie armi e bagagli e si ritira nelle seconde case. Milano funziona così: celebra gli eventi con l’identico approccio che si ha verso le ristrutturazioni dei palazzi: «Bellissimo. Ma fate pure, io torno quando è finito».

Alla fine, per gli organizzatori, sarà un bagno di sangue?

Peraltro questa è una faccia dello snobismo. L’altra consiste nella malcelata soddisfazione di vedere le strade del centro mezze vuote (ma non sarà perché piove a dirotto o perché un cappuccino costa 10 euro?), i B&B col lucchetto non così pieni, il tutto esaurito nei teatri delle gare un’ottimistica chimera. Da lì alla profezia-anatema il passo è breve: alla fine, per gli organizzatori, sarà un bagno di sangue. Ipotesi che certo riguarda le tasche di tutti, un po’ meno quelle di chi per orrore del caos si è rifugiato nelle dimore vista lago.

La Milano performante non tollera più il minimo fastidio

Ma ridurre tutto a una posa chic sarebbe consolatorio. Il problema è più complesso. La Milano urbana, performante, metropoli iper organizzata, non tollera più anche il minimo fastidio. Il disagio è diventato una colpa, il rallentamento un’offesa. La variegata agenda di apertura e chiusura di vie e quartieri, effimera quanto il tempo dei Giochi, è vissuta come una violazione dei diritti civili, l’olimpico eccesso di movida come un attentato alla qualità della vita. Abbiamo interiorizzato l’idea che la città debba funzionare come un’app: veloce, fluida, invisibile, senza intoppi. E soprattutto senza sorprese, nemmeno quella di una strada chiusa per qualche ora.

L’indifferenza è diventata una forma di superiorità

C’è poi un altro elemento, più sottile e molto milanese: l’indifferenza come forma di superiorità. Milano non si oppone certo alle Olimpiadi, ma le guarda con l’aria di chi ha già visto tutto: Expo, Fashion Week, Design Week, Salone, Fuorisalone, settimane a raffica di qualcosa che non le lasciano un attimo di respiro. Da tempo la capitale economica è diventata uno show room permanente che ha anestetizzato l’eccezione. E quando ogni cosa viene venduta come straordinaria, finisce che niente più lo è. Olimpiadi comprese, che invece una loro eccezionalità ce l’hanno davvero, visto che da noi le ultime datano 2006 e le prossime, se il mondo ancora ci sarà, chissà quando.

I Giochi vissuti solo come un problema logistico

Alla fine ne esce una narrazione scoraggiante. I Giochi, che dovrebbero essere racconto, epica, identità condivisa, vengono vissuti dai milanesi solo come un problema logistico. La città che si vanta di essere capitale morale e locomotiva del Paese si scopre fragilissima sul piano simbolico. Prevale l’irritazione di perdere tempo per qualcosa che come ritorno immediato porta solo fastidi.

Futuro da metropoli efficientissima. E mortalmente noiosa

Seppellita la chimera della città a misura d’uomo, non ci garba che il trambusto olimpico intralci quella a misura Duomo. La Milano in cui viviamo assume sempre più le sembianze di uno stentoreo luna park dove il copioso avvento di capitali lascia intravedere, per chi se lo potrà permettere, un futuro vissuto in una città efficientissima. E insieme mortalmente noiosa.

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo

Qualcuno l’ha letta come una sorta di sgarbo postumo per l’accoglienza non certo entusiastica riservata dagli analisti di Banca Intesa all’ops di Montepaschi su Mediobanca. Ma sicuramente è solo malizioso gossip. Sta di fatto però che, all’indomani della pubblicazione dei risultati 2025 e del piano di impresa della banca guidata da Carlo Messina (utili per 9,3 miliardi, il miglior risultato di sempre, e una proiezione che li porterà a oltre 11,5 nel 2029) dall’istituto di Piazzetta Cuccia, per mano dell’analista Andrea Filtri, è arrivato un giudizio freddino. «Sì, tutto bene. Ma vediamo che il titolo sta già scontando gli effetti del nuovo piano», è la sintesi di Filtri. Il quale, sempre nello stesso report, tesse l’elogio di Generali, di cui non manca di sottolineare «la qualità elevata degli utili, la forte gestione di cassa, la forte generazione di cassa… che supportano rendimenti interessanti per gli azionisti».

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Andrea Filtri, analista di Mediobanca.

Insomma, tradotto come lo direbbe la casalinga di Voghera, se dovete investire piuttosto che a Milano guardate a Trieste. Su cui per altro niente da dire, visto che il Leone sotto la gestione di Philippe Donnet ha registrato performance brillantissime. In questo senso il giudizio di Mediobanca coincide con quello di altre banche d’affari, ma il diavolo si annida sempre nei dettagli, e qui il dettaglio non è da poco e sta nel fatto visto che che Piazzetta Cuccia è il socio di riferimento delle Generali.

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo

Certo, l’invalicabile muraglia tra chi fa analisi e chi investe…

D’accordo, ci sono i chinese walls, le barriere che dentro le società finanziarie dovrebbe erigere una invalicabile muraglia tra chi fa analisi da chi investe, in modo da scongiurare il rischio di insider trading e conflitti di interessi. E nessuno dubita che Filtri rispetti in pieno la regola. Resta il fatto però che, per evitare la sindrome dell’oste che elogia come migliore il suo vino, bisognerebbe – là dove possibile – apprezzarlo con sobrietà.

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi

La regola, almeno fino a ieri, era che a destra non ci si divide ma ci si sopporta. Per trovare l’unica eccezione bisogna andare indietro al 2010, con l’icastico «Che fai, mi cacci?» di Gianfranco Fini a Silvio Berlusconi che sancì la rottura tra i due. Per questo l’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega non è solo una resa dei conti tra il Generale e il Capitano, ma un’anomalia

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi
Il post della Lega.

Il ‘tradimento’ dei sacri valori dei patrioti

Storicamente lo scissionismo è prerogativa della sinistra: lì ci si separa per eccesso di pensiero, per sovrabbondanza di distinguo, per incapacità di sintesi. A destra si resta insieme anche quando non si è d’accordo su quasi nulla, vedi la politica estera dell’attuale governo. Prevale l’istinto di conservazione, la paura di perdere un potere faticosamente conquistato. Andandosene dalla Lega dopo poco più di un anno, Vannacci viola una consuetudine antropologica. Lo fa spostandosi da destra verso destra, movimento raro (di solito è il centro che fa da grande catalizzatore degli estremi), accusando Matteo Salvini di aver compromesso i sacri valori dei patrioti. Accusa interessante, visto che fino a ieri il leader del Carroccio occupava posizioni non troppo dissimili da quelle oggi considerate impresentabili. 

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Per il generale Salvini si è piegato al compromesso

Certo dietro la rottura ci sono anche beghe più terra terra: poltrone, visibilità, il controllo dell’elettorato sovranista che Vannacci rivendica come suo. La scissione è anche, banalmente, una questione di spazi e di soldi. Ma la tenzone sui principi appare stavolta più interessante. Il generale non rompe perché Salvini è diventato improvvisamente moderato, ma perché si piega al compromesso per restare a Palazzo Chigi. La destra di governo, che lo ha accolto tra le sue fila, non rinnega le sue roboanti parole d’ordine ma le depotenzia. Non le condanna, ma ne diluisce l’impatto. Cosa che per un militare tutto d’un pezzo equivale a tradimento. 

Il parà in divisa è rimasto tale in doppiopetto

Il paradosso è che Salvini viene accusato di annacquare una destra che lui stesso ha radicalizzato. E ora è come se il neofita rimproverasse al politico navigato di non credere più alle parole d’ordine che con lui aveva condiviso. Così Vannacci diventa un problema non perché estremista, ma perché coerente. L’uomo era parà in divisa e tale è rimasto in doppiopetto: ripete sempre le stesse cose anche quando il contesto cambia. Al contrario di Salvini che, obbedendo alla sua demagogia, piega il contesto alla convenienza del momento sperando di passare inosservato. Peccato che i social non perdonino e basti un clic per riesumare vecchi post che enfatizzano le sue contraddizioni

È lo scontro tra due concezioni della stessa ideologia

Non siamo in presenza di una scissione ideologica, ma dello scontro tra due concezioni della stessa ideologia. Vannacci, con i suoi slogan e i richiami al ventennio, la vive alla boia chi molla, come imperitura testimonianza. Salvini come pragmatico adattamento. Lo stesso che alle ultime Europee, sfidando il mal di pancia dei suoi, ha portato a mettere il generale in cima alle liste del partito. E poi a farlo vicesegretario. 

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Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno

C’è stato un momento, durante l’intervista con Lilli Gruber, in cui Leonardo Maria Del Vecchio sembrava chiedersi perché mai fosse lì. La risposta è che l’aveva voluto lui, così come aveva accettato di farsi successivamente intervistare da Report. Non sappiamo se la brutta figura rimediata a Otto e mezzo lo abbia indotto a desistere. Ma poco importa. LMDV ha messo su di recente una nutrita squadra di comunicatori che lo affiancano in questa avventura nell’editoria, un mondo che non conosce. Diciamo, vista la prima uscita, che il lavoro da fare è ancora molto. Il problema non è solo rimediare all’immagine del ricco rampollo che non ha dimestichezza con le parole. È quello che vi sta dietro: un pensiero che latita, l’assenza di una visione su quell’universo dei giornali che dice di voler salvaguardare. Inchiodarlo è stato sparare sulla Croce Rossa. 

È il sistema che ha steso a LMDV un tappeto rosso

Ma siccome bisogna sempre diffidare delle cose facili, proviamo a ribaltare la prospettiva. Spostiamo lo sguardo dall’interlocutore imbarazzante al sistema che gli ha steso un tappeto rosso. Dietro quell’intervista non c’è solo un imprenditore incerto ma voglioso di esibirsi. C’è un’industria che da tempo ha smesso di credere in se stessa, che non investe più su modelli, idee, uomini e prodotti. Un’industria che aspetta che qualcuno arrivi con i soldi a salvarla. Non importa che capisca di giornali, che sappia cosa farsene. L’importante è che paghi. Del Vecchio ha comprato il gruppo Poligrafici: Nazione, Resto del Carlino, Giorno. Testate che affondano nel Novecento le loro radici. Nulla di scandaloso, se non fosse che Andrea Riffeser, il proprietario, è anche presidente della Fieg, la Confindustria degli editori. Il messaggio che ne deriva non è dei più commendevoli: chi dovrebbe incarnarlo non crede più che i giornali possano avere un futuro. E appena può se ne libera, ma non della carica di rappresentante della categoria che continua a ricoprire. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Andrea Riffeser (Imagoeconomica).

Il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione

E qui sta il vero cortocircuito. Non nelle frasi sconnesse di Del Vecchio, ma nel silenzio assordante di un settore che finge di scandalizzarsi mentre gli apre le porte. LMDV ha bussato (invano, ma solo perché il gruppo trattava in esclusiva con un armatore greco) anche da Gedi, oggetto conclamato di uno spezzatino che la porterà a sbarazzarsi di Repubblica e Stampa. E dagli Angelucci, che lo hanno fatto entrare con tutti i crismi nel Giornale. Metamorfosi tristemente irreversibile. La figura dell’editore non è più quella di chi lavora al successo della sua impresa, ma di chi non vede l’ora di trovare un acquirente. La linea editoriale non è più una scelta perseguita con coerenza, è un collaterale del bilancio cui tutto si subordina. In primis l’autonomia dell’informazione. Ci sono testate, oramai la gran parte, che rispondono a modelli di business insostenibili. Carta, distribuzione, redazioni sovradimensionate, pubblicità evaporata, lettori che migrano sulle piattaforme. Di fronte alla proprietà che invece che impegnarsi al rilancio getta la spugna, il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione. Non importa quali siano le sue credenziali, se distingue una redazione da un consiglio d’amministrazione, se considera l’informazione un bene pubblico o solo un asset del suo portafoglio. Come l’acqua Fiuggi o il Twiga. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).

Del Vecchio non è un’anomalia, è un sintomo

Del Vecchio non è un’anomalia. È un sintomo. È il capitale che arriva in soccorso di un’industria che non regge, il finanziatore che prende il posto dell’editore. Non ci sono più gli Scalfari, i Caracciolo, i Mondadori, mostri sacri il cui approccio peraltro risulterebbe non replicabile. Oggi nessuno chiede a un editore di essere un visionario. Basta che sia solvente, paghi gli stipendi e ripiani le perdite. In questo contesto le redazioni amano raccontarsi come vittime: di ricchi che non capiscono, di imprenditori che rovinano i giornali. Probabilmente lo sono. Ma c’è anche un’altra verità, più semplice: senza quei ricchi il castello cade. Dire quanto Del Vecchio fosse imbarazzante in televisione è facile. Meno ammettere che, imbarazzante o meno, i suoi soldi servivano. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia

Nel capitalismo di relazione ci sono operazioni che si spiegano con i prospetti informativi e altre che si capiscono meglio ascoltando le telefonate dei protagonisti. Il blitz con cui Mps si è mangiata Mediobanca appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non perché manchi la logica finanziaria, ma perché la coreografia che l’ha accompagnata è il compendio di un certo stile: deferenze, investiture, confidenze pronunciate come se il telefono fosse ancora un luogo sicuro. 

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Un fotomontaggio con Milleri, Caltagirone e Lovaglio in Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Ansa e Imagoeconomica).

Un copione che ancora una volta intreccia politica e affari

Le intercettazioni non sono il cuore dell’inchiesta, ma ne catturano l’atmosfera. Bastano pochi scambi tra Francesco Caltagirone e Luigi Lovaglio («Cavaliere, allora!», «È stata una cosa perfetta… complimenti per l’idea», «il vero ingegnere è stato lei, io ho solo eseguito l’incarico») per capire la natura di un ambiente che si riconosce al volo e funziona per codici impliciti. Quando l’ad del Monte lascia intendere un ruolo del governo, più che un’accusa è la fotografia di un sistema in cui il mercato è solo una delle lingue parlate, e non la più importante. Un déjà vu che ricorda il celebre «abbiamo una banca» della stagione dei furbetti. Cambiano gli attori, ma il copione che intreccia politica e affari è lo stesso. 

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro l’operazione Mps-Mediobanca si intravede la regia leghista

Dietro l’operazione Mps-Mediobanca si intravede una regia politica definita, con la Lega insolitamente compatta nelle sue anime. Giancarlo Giorgetti smentisce pressioni sui soci di Piazzetta Cuccia perché portassero le azioni all’Ops, ma dal suo ministero qualche segnale è arrivato: non ordini, ma quella moral suasion che torna utile nei momenti decisivi. Il deputato leghista Alberto Bagnai, stando alle carte, avrebbe accelerato l’uscita di alcuni consiglieri indipendenti del Monte: quando servono mosse rapide, lo scrupolo di taluni pesa e soprattutto intralcia il percorso. Intanto il sottosegretario Federico Freni, leghista pure lui, lavorava alla riforma del Tuf che alza la soglia dell’Opa obbligatoria dal 25 al 30 per cento, una coincidenza interessante se si guarda alla somma delle quote che Mediobanca, Caltagirone e Delfin hanno in Generali

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il precedente della vicenda UniCredit-Bpm

Il Carroccio ha agito su tutto il fronte, promuovendo alcune aggregazioni e ostacolandone altre. Lo racconta bene la vicenda UniCredit-Bpm: quando Andrea Orcel lanciò l’offerta sulla popolare milanese, i primi a ergere barricate furono proprio i leghisti. Salvini etichettò UniCredit come «banca tedesca», ignorando sede legale e composizione azionaria. Giorgetti fece il resto evocando il golden power, che poi venne effettivamente utilizzato per rendere l’operazione impraticabile. Obiettivo: complicare, rallentare, scoraggiare. Un’altra geografia avrebbe rovinato il disegno complessivo. 

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Ora la via per Generali è aperta, ma sarà più impervia

Ora il tema non è più come si è arrivati a Mediobanca, ma cosa accade dopo. La scalata è riuscita. Il passo successivo, quasi naturale, si chiama Generali. Trieste non è una semplice compagnia assicurativa: è un baricentro del potere italiano. Mediobanca ne è stata il custode, e chi l’ha presa sapeva bene che ben altra era la posta in gioco. L’inchiesta della Procura non spezza questa traiettoria, ma la ispessisce. Ogni passo verso Generali diventa più esposto. Non perché illegittimo, ma perché il contesto è cambiato: ciò che prima era normale dialettica ora può sembrare una trama, ciò che era tattica ora verrà sicuramente letto come combine. È uno dei paradossi italiani: le operazioni riescono, il racconto si inceppa. Chi punta a Trieste ha finalmente la chiave per entrarci, ma si trova a doverla usare nel momento meno favorevole. Ogni mossa verrà pesata, ogni candidatura osservata, ogni ombra costerà qualcosa. Generali è ancora lì, ma lo slancio della vittoria su Mediobanca non basta più. Anche un piano industriale solido potrà apparire come un passo concertato se sullo sfondo rimbombano certe telefonate. Dopo il faro della Procura è difficile immaginare che il canovaccio resti identico. La strada aperta dalla conquista di Piazzetta Cuccia porta ancora a Trieste, ma ora è molto più stretta e impervia di prima. 

La malandrina Atreju e il cortocircuito di una sinistra con più perimetri che leader

Atreju è una creatura tipicamente italiana: una festa che si atteggia a convention, una convention che si crede crocevia geopolitico e, alla fine, resta ciò che è sempre stata: un palcoscenico che misura i rapporti di forza meglio di qualunque sondaggio. Giorgia Meloni lo sa benissimo: basta aprire le porte e far scorrere gli inviti perché gli equilibri si rivelino da soli. Anche quest’anno doveva essere la solita passerella: muscolare esibizione di orgoglio identitario, folklore, ospiti d’onore, applausi di rito. Invece è bastato un invito a Elly Schlein, piazzato con la nonchalance di chi sa già l’effetto che farà, per trasformare una festa di partito in uno stress test per l’opposizione.

Schlein ha abboccato mangiandosi l’esca e il filo

Non perché la premier avesse orchestrato chissà quale trappola. È stata semplicemente fedele al primo comandamento del potere: lasciare che siano gli altri a complicarsi la vita. Ha aperto la porta, ha sorriso, e ha atteso che l’antagonista abboccasse. E puntualmente la segretaria del Partito democratico s’è mangiata l’esca e il filo: «Vengo solo se c’è il confronto diretto», ha risposto. Una condizione che sa di autodifesa più che di tattica: andare a casa dell’avversaria politica richiede una cornice solida. Fin qui tutto comprensibile, se non fosse che l’evento vive del suo contrario: più cerchi di mettergli paletti, più ti sfugge.

La malandrina Atreju e il cortocircuito di una sinistra con più perimetri che leader
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (foto Imagoeconomica).

Una sudoku politico dove ogni casella che si riempie apre un nuovo problema

Il vero cortocircuito però arriva quando Meloni invita anche Giuseppe Conte. Tutto naturale, tutto previsto: ampli il parterre e osservi chi si irrigidisce. La presidente del Consiglio non dice nulla, non accenna a polemiche: semplicemente allarga la scena. Ed è in quella dilatazione che la sinistra entra in apnea. Perché se Schlein accetta la presenza di Conte sul palco, ammette una leadership condivisa che non vuole riconoscere. Se la rifiuta, si ritrova a spiegare perché nel campo largo non c’è ancora un campo, né tantomeno un leader. La mossa successiva arriva come un’eco: se c’è Conte, dice Schlein, allora serve Matteo Salvini. E in pochi minuti l’invito di Atreju si trasforma in una specie di sudoku politico dove ogni casella che si riempie apre un nuovo problema.

L’opposizione dimostra da sola quanto siano difficili i rapporti interni

Nel frattempo Meloni fa la cosa più semplice e redditizia: tace. Non serve altro. Basta lasciare che l’opposizione dimostri da sola quanto sia difficile per Schlein maneggiare un rapporto con Conte che cambia forma ogni settimana. L’argomento scelto dalla leader del Pd per uscire dall’angolo – «Meloni scappa dal confronto» – è smentito dal fatto che la presidente del Consiglio ha appena invitato metà dell’emiciclo: Matteo Renzi, Carlo Calenda, e persino i gemelli diversi Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Mentre l’unica a scappare sembra proprio quella che accusa gli altri di farlo.

La malandrina Atreju e il cortocircuito di una sinistra con più perimetri che leader
Il cartonato di Elly Schlein ad Atreju (Ansa)

Meloni non vince nulla di concreto con questa mossa. Non cambia i rapporti di forza, non conquista segmenti nuovi. Semplicemente evidenzia un fatto politico che ormai non ha bisogno neanche di essere dichiarato: a destra c’è un leader e un perimetro, a sinistra ci sono più perimetri che leader.

Il punto è semplice: l’affaire Atreju ha mostrato che nel centrodestra c’è un vertice riconosciuto, mentre nel “campo largo” c’è un campo che largo lo è soprattutto per l’incertezza su chi lo comanda. È bastata una festa di partito, non una legge elettorale, a ricordarci che la politica non perdona i vuoti di leadership, ma li amplifica. E così un invito malandrino si è trasformato in una prova involontaria, ma non meno crudele, sulla tenuta dell’opposizione. Un invito gentilmente recapitato che non ha messo in difficoltà chi l’ha scritto, ma chi ha dovuto decidere se accettarlo.

La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce

Ci si indigna a intermittenza, come termostati che si accendono in automatico non appena si alza di qualche grado la temperatura. Non si tratta di casi isolati, ma di una norma di comportamento che ha fatto dell’indignazione un riflesso pavloviano che ignora il senso delle proporzioni. Così può capitare che un’influencer finisca per rischiare una condanna a un anno e otto mesi, mentre su dossier ben più pesanti cali un improvviso – per gli interessati provvidenziale – tepore istituzionale. Misteri della giustizia? Più banalmente, misteri del rumore di fondo mediatico, che decide chi portare in prima pagina e chi lasciar scivolare sotto il tappeto.

La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce

Non importa se Chiara Ferragni la condanna più dura l’ha già avuta. Ed è arrivata non da un tribunale, ma da quel pubblico che per anni aveva contribuito a trasformarla in icona pop del capitalismo emozionale prima che arrivasse il Pandoro-gate, la scheggia impazzita che ha fatto scoppiare la bolla. E tutto quello che appariva come un impero digitale scintillante si è rivelato per quello che era: una cattedrale di storytelling costruita su sabbia sottile. Appena la marea si è ritirata, la spiaggia è rimasta desolatamente vuota.

Nell’economia dell’attenzione il capitale più solido è la fiducia

Nel frattempo, fuori dai tribunali, Ferragni ci riprova. Una linea di magliette che sembra disegnata per essere virale, ma che non vira. Una candela che dovrebbe evocare atmosfere, ricordi, identità, e che invece evoca solo una domanda: perché? Il web la massacra, e non per cattiveria: semplicemente perché la narrazione si è rotta, e quando la trama non sta più in piedi i gadget non salvano il film. Il problema non è la giustizia (quella farà il suo corso), bensì la percezione. Una volta che i follower ti percepiscono come inautentica, puoi anche produrre la versione influencer del Sacro Graal. Non basterà. Nell’economia dell’attenzione il capitale più solido non sono i soldi, ma la fiducia. E quando la perdi, non c’è artifizio che consenta di recuperarla.

Un brand che cerca disperatamente di riavvolgere il nastro

La candela “esperienziale”, nata per accendere un desiderio, brucia soprattutto ironia. La linea di magliette, pensata per rianimare un immaginario esausto, è stata accolta come un esercizio di sopravvivenza estetica: il sintomo, non la cura. L’impressione generale è quella di un brand che cerca disperatamente di riavvolgere il nastro, senza accorgersi che il proiettore ormai manda in loop un film mentre il pubblico ha già abbandonato la sala.

Le bolle speculative sono spietate quando si contraggono

Il punto non è la boutade digitale del momento, ma il meccanismo profondo: Ferragni è stata la sacerdotessa di un culto pervasivo, quello dell’identità come merce. Solo che questo tipo di economia, come tutte le bolle speculative, è meravigliosa finché cresce e spietata quando si contrae. È allora che mette a nudo la natura del capitale su cui poggiava: l’attenzione, non la sostanza. È un capitale che non resiste agli urti, perché non ha peso. Luccica, ma non regge.

Gli imperi della brillantezza crollano per l’irruzione di un principio di realtà

Così, nel suo piccolo grande crollo, la storia di Chiara – suo malgrado – diventa l’allegoria di un Paese che preferisce punire i simboli invece dei sistemi, e che confonde il rumore con l’importanza. Attendiamo i verdetti della giustizia. Il resto – reputazione, credibilità, fiducia – è già stato deciso. In fondo il copione è noto: gli imperi della brillantezza crollano non per mancanza di luci, ma per l’improvvisa irruzione di un principio di realtà. E con il sipario ormai calato, la fiammella di una candela accesa in platea non basta a riaccendere lo spettacolo.

Il piano di Trump sull’Ucraina è un riflettore sulle nostre debolezze

Ci sono momenti in cui la storia non avanza: inciampa. E il piano di pace lanciato da Donald Trump per chiudere la guerra in Ucraina – poi parzialmente rimodulato dopo l’incontro a Ginevra tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e la delegazione ucraina guidata da Andriy Yermak – è uno di quei momenti. Una proposta sottile come un tovagliolo da fast food su cui il presidente americano schizza piani di pace con la grazia di un boscaiolo che spacca un tronco a colpi di accetta: cedete un pezzo qui, sacrificate un principio là, datevi una stretta di mano ma muovetevi, che ho un golf in Florida da inaugurare. Eppure basta questo per far cadere l’Europa dal già precario piedistallo dell’unità strategica. Gli Stati membri, che hanno rilanciato una controproposta, al primo soffio di vento trumpiano tornano al loro sport preferito: accusarsi l’un l’altro di non capire il momento storico, ovvero l’unica liturgia che l’UE osserva con coerenza: l’invocazione permanente dell’eccezionalità, dietro la quale si nasconde la paura di decidere e il conseguente immobilismo. 

Il piano di Trump sull’Ucraina è un riflettore sulle nostre debolezze
Andriy Yermak con Marco Rubio (Ansa).

Nel governo Meloni la frattura non è un incidente ma un vizio d’origine

Ma se l’Europa vacilla, l’Italia sprofonda. E lo fa con la sua consueta e tipica teatralità. Perché nel governo Meloni la frattura non è un incidente, è un vizio d’origine. Da un lato la premier, che ripete fedelmente la linea euroatlantica come una studentessa diligente anche quando gli altri compagni, quelli davvero influenti, hanno la testa altrove. Dall’altro Matteo Salvini, che al richiamo di Trump reagisce come certi cani di campagna quando sentono il fischietto del padrone da lontano: scattano, ringhiano un po’, e si preparano a mordere il concetto di coerenza. È allo stesso tempo la maggioranza più atlantista e più filoputiniana che il Paese abbia mai avuto. Un miracolo, a suo modo. Un po’ come stare fermi e correre nello stesso istante. 

Il piano di Trump sull’Ucraina è un riflettore sulle nostre debolezze
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il piano di Trump è un riflettore piazzato sulle debolezze altrui

Ma il punto non è se Trump abbia ragione o torto, anche se propenderemmo per la seconda ipotesi. Il punto è che ogni volta che Washington tossisce, Roma si divide su quale medicina adottare. E lo fa con un entusiasmo che rasenta l’autolesionismo: chi si affretta a giurare fedeltà all’Occidente, chi riscopre improvvisamente la saggezza del Cremlino, chi cerca una terza via che di solito è un lasciapassare per essere ammessi a un talk show serale dove esibire la propria irrilevanza. In Italia la politica estera non è un progetto, è un ritmo. Un battito cardiaco regolato dall’agenda mediatica più che dalle necessità geopolitiche. Chi riesce a governare questo ritmo, a non cadere nella vertigine dell’oggi contro domani, sembra un gigante. E infatti, da noi, di giganti restano solo i poster. Chi no, affoga nel procelloso mare del disordine internazionale. Trump questo lo ha capito. Il suo non è un piano, ma un riflettore piazzato sulle debolezze altrui. Serve a vedere chi trema, chi osa, chi scappa dietro l’ombrello della spesso inesistente posizione comune europea e chi, come accade puntualmente da noi, interpreta ogni svolta globale come l’occasione per regolare i propri conti interni. 

Il piano di Trump sull’Ucraina è un riflettore sulle nostre debolezze
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa).

In tutto questo frastuono dov’è l’Ucraina?

Alla fine resta una domanda: e l’Ucraina? Nessuno la cerca più, in mezzo a questo frastuono. È diventata l’oggetto del contendere, non il soggetto del dibattito. L’oggetto di un piano improvvisato a Mar-a-Lago che riesce a dire più sulla fragilità dell’Europa e sulla schizofrenia dell’Italia di quanto decenni di analisi abbiano mai rivelato. E allora la pace, paradossalmente, c’entra poco. Questa è una storia di nervi scoperti. E di quanto siamo bravi a farli vibrare da soli. 

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?

C’è un classico della politica italiana che non tradisce mai: più il Colle mantiene il suo proverbiale silenzio, più qualcuno giù in pianura giura di aver captato maliziose interferenze. L’ultimo allarme lo ha lanciato La Verità, raccontando con dovizia di particolari di un presunto intrigo per ostacolare l’eventuale rielezione di Giorgia Meloni alle elezioni politiche del 2027. Un noir istituzionale? Forse. Ma è un noir in cui l’unico appiglio narrativo non è un complotto di poteri forti, ma un’imperdonabile leggerezza verbale. Perché, a differenza di altri casi analoghi, qui un movente e una parvenza di verosimiglianza esistono davvero, e convergono sul consigliere Francesco Saverio Garofani, il quale – intervistato dal Corriere della sera – candidamente ha ammesso di essersi lasciato andare a qualche parola di troppo in una conversazione tra amici («Ci vorrebbe un provvidenziale scossone», avrebbe detto secondo il quotidiano di Maurizio Belpietro). Ed è esattamente questo dettaglio, minimo ma potentissimo per il nostro ipersensibile sistema politico-mediatico, a innescare le polveri. Non serve immaginare Sergio Mattarella in versione congiurato: basta un suo stretto collaboratore che parla, quando non dovrebbe, con le persone sbagliate, in un contesto che lui ritiene rassicurante ma in realtà non lo è. Il pretesto c’è, la narrazione si costruisce da sola, il giornale la cavalca e la politica ci si tuffa.

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?
Mattarella parla con Meloni alla riunione del Consiglio supremo di Difesa. Nel cerchio rosso, Garofani li osserva (foto Imagoeconomica).

Troppo vicino al Colle per potersi permettere di chiacchierare

La trama, insomma, non sta nei Palazzi. Sta nell’imprudenza di chi è troppo vicino al Colle per potersi permettere di chiacchierare. È una storia molto meno raffinata di un complotto. E proprio per questo molto più credibile. Mattarella non trama. Non lo fa, non gli serve, non è nel suo repertorio. La faccenda non riguarda lui, ma qualcosa di molto più semplice e più scivoloso che sono le parole in libertà. Quelle che il consigliere Garofani ha derubricato a «conversazioni tra amici». E già qui si capisce che qualcosa non ha funzionato. Perché, al Quirinale, «tra amici» è un concetto complicato. Non per snobismo, ma per fisica ambientale: qualunque frase spesa in privato può ritrovarsi, per proprietà transitiva, impressa in un titolo di giornale. Non è un mistero, è il mestiere. E se c’è un luogo dove la leggerezza verbale produce effetti collaterali immediati, è proprio la casa della prudenza istituzionale.

Un comportamento che non si perdona, altro che chiacchiera privata

Garofani non ha tramato nulla, ma ha abbassato il livello di guardia. E quando siedi accanto al presidente della Repubblica è un comportamento che non si perdona: non c’è più distinzione reale tra chiacchiera off the record e microfono aperto. Succede tutto in un secondo, in un incrocio di segnali, in un «te lo dico così» che arriva alle orecchie sbagliate. Il resto lo fa l’ecosistema: qualcuno pubblica, qualcuno amplifica, qualcuno monta la retorica del complotto. Meloni, che non si dissocia, ha mandato avanti Galeazzo Bignami a registrare il punto, mentre pontieri e pompieri cercano di spegnere l’incendio sul nascere. Ma non basta a diradare la scia di imprudenza che mette in imbarazzo il Colle senza motivo.

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?
Galeazzo Bignami (foto Imagoeconomica).

Può continuare a svolgere la sua funzione senza essere di disturbo?

È qui che il caso diventa un tema di percezione. Il Quirinale non può vivere di sfumature o, peggio, di insinuazioni: ogni parola pesa, ogni confidenza rimbalza, ogni leggerezza fa rumore. Non perché la politica sia crudele, ma perché è fatta così. Ingigantisce, deforma, ingoia. A questo punto la domanda è inevitabile, e tocca più il ruolo che la persona: Garofani può continuare a svolgere la sua funzione senza diventare lui stesso un elemento di disturbo?

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?
Il consigliere di Mattarella Francesco Saverio Garofani (foto Imagoeconomica).

In un Paese normale, come direbbe Massimo D’Alema, la risposta sarebbe breve e poco drammatica: deve fare un passo indietro, non per espiare chissà quale peccato, ma per evitare che l’istituzione paghi il prezzo della sua superficialità. Da noi, come sempre, ogni centimetro diventa un atto politico, ogni uscita un caso, ogni parola la stura di un possibile putiferio. Resta il fatto che tutto questo non è nato da un complotto, ma da una conversazione che non avrebbe mai dovuto esistere. A volte l’Italia non ha bisogno di intrighi per agitarsi. Le bastano due chiacchiere rilasciate malamente in una conversazione tra amici.