Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda

È nella sconfitta, bruciante, netta, come quella patita dal centrodestra sul referendum, che si disegnano con più nettezza contorni, identità e anomalie. Come quella che incarna Forza Italia fin dai suoi inizi, la discesa in campo di Silvio Berlusconi che dette il fragoroso abbrivio alla Seconda Repubblica. Dal giugno del 2023 il Cav non c’è più, se non come culto della sua memoria e nome ancora inciso nel simbolo del partito che fondò, mentre l’eredità politica ed economica (Forza Italia non starebbe in piedi senza il sostegno del casato di Arcore) è passata dal padre alla figlia.

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Silvio Berlusconi alla scrivania mentre firma il contratto con gli italiani a Porta a Porta nel 2018 (Ansa).

Fuori Gasparri, dentro Craxi grazie a Lotito: un rinnovamento da boomer

Marina, che per sua stessa ammissione non possiede il carisma del genitore, ha però i soldi per poter determinarne i destini. Teorica di un rinnovamento dei vertici azzurri finora relegato più alle intenzioni che ai fatti, ora ha rotto gli indugi tagliando una testa pesante, quella di Maurizio Gasparri, e sostituendola con una dal cognome ingombrante, Stefania Craxi

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Un salto generazionale? Difficile farlo passare così, visto che la primogenita di Bettino ha 65 anni e il buon Gasparri 69. Diciamo allora che è un primo scossone al vetusto albero da cui dovrebbe cadere, prima o poi, la testa di Antonio Tajani. Si aggiunga, per dovere di cronaca, che il golpe non avviene per mano di un baldanzoso giovane di Forza Italia, ma via Claudio Lotito, anni 68, ovvero quasi coetaneo del decollato. Un affare tra boomer, insomma, di cui le successive generazioni fanno da spettatori. Si direbbe, dunque, che Forza Italia non è un partito per giovani, che tornano buoni un paio di volte all’anno quando si tratta di blandirne le bellicose quanto velleitarie idealità. Perciò, nel momento in cui Marina B decide che Gasparri incarna il vecchio che non avanza e decide di sostituirlo con Stefania C, fa un’operazione che riguarda meramente la catena di comando. Non è questione di idee, di rinnovamento, di presa d’atto che lo statuto identitario creato dal padre abbisogna di un robusto maquillage, se non di una completa rifondazione. 

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Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La gestione del partito ridotta a una questione di organigramma

In Forza Italia spa, sussidiaria del gruppo Fininvest, divisione “consenso elettorale”, il ricambio potremmo sintetizzarlo così: la presidente del consiglio di amministrazione della holding di famiglia convoca idealmente un cda e sposta una risorsa. Gasparri fuori, Craxi dentro. Con la stessa logica con cui si cambia un direttore di rete che non porta abbastanza share. Solo che qui il prodotto non è una delle fiction turche che tanto piacciono dalle parti di Cologno, ma un partito politico che dovrebbe rappresentare qualcosa di meno mercantile. Una visione del mondo, un’idea forte dell’Italia e del suo futuro, degli ideali senza i quali la politica si riduce, come diceva spesso la buonanima di Silvio, a teatrino. Invece sembra essere semplicemente una questione di organigramma. 

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La torre Mediaset a Cologno Monzese (Ansa).

Con Marina si entra nella gestione successoria senza romanticismi

Il paradosso è antico quanto Arcore, ma ogni tanto torna a manifestarsi con una chiarezza quasi pedagogica. Forza Italia non è mai stata un partito azienda, nel senso in cui lo hanno battezzato fin dalla nascita i commentatori: struttura leggera, leadership indiscussa, la televisione come propellente del consenso che sostituisce circoli e sezioni sul territorio. È sempre stato qualcosa di più specifico e  inquietante: il partito dell’azienda. Come se la Fiat avesse fondato “Avanti Agnelli” e l’avesse tenuto in portafoglio accanto alle allora esistenti fabbriche di automobili o camion. Berlusconi, padre nobile e nume tutelare, possedeva oltre al pingue portafoglio, il genio ambiguo del fondatore. La sua figura si sovrapponeva in tutto e per tutto a quella del suo prodotto politico, compreso il conflitto d’interessi sempiternamente incarnato e irrisolto. Con Marina si è entrati invece nella fase della gestione successoria, che per definizione è sempre meno romantica dell’epopea fondativa

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Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

I berluscones sono politici o dipendenti?

E qui si apre la vera domanda, quella che nessuno nel centrodestra ha il coraggio di formulare ad alta voce: come fanno gli azzurri intellettualmente seri e dotati di fervida ispirazione politica a sopportarlo? Perché Forza Italia non è un partito di soli yes-men e portaborse. Ci sono giuristi, economisti, europarlamentari con curriculum rispettabili, persone che hanno letto qualcosa oltre ai comunicati stampa. Eppure restano, accettando che la loro carriera dipenda non da un congresso, un programma o una spiccata corrente di pensiero, ma dall’umore dinastico che spira nei corridoi milanesi di via Paleocapa. Sono politici o sono dipendenti? La risposta, a guardare come funziona il meccanismo, è imbarazzante. Ogni nomina che passa per il filtro di Marina per forza di cose trasforma un rappresentante eletto in qualcosa che somiglia più a un dirigente che aspetta la valutazione di merito. Con la differenza che nelle aziende normali il dirigente può dimettersi e cercarsi un altro lavoro. Il politico di Forza Italia, se esce, sparisce. Oppure tenta altrove un difficile riciclo. I casi recenti di Gelmini e Carfagna sono lì a dimostrarlo. 

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Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).

Gli eredi di B applicano il manuale del capitalismo familiare alla democrazia

La grande anomalia italiana, che non ha equivalenti nelle democrazie mature se non nell’odierna America trumpiana, è che tutto questo viene accettato come normale. Che nessuno trovi scandaloso che un partito con rappresentanza parlamentare e ministri in carica sia gestito come un asset familiare trasmissibile per linea diretta. Mediolanum, Mediaset, Mondadori, Forza Italia. Portafoglio diversificato, rischio distribuito e governance rigorosamente accentrata. Insomma, il manuale del capitalismo familiare applicato alla democrazia rappresentativa

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni

Hanno votato. E questo, già di per sé, è una notizia. Quelli della Gen Z sono andati alle urne il 22 e 23 marzo e sono stati determinanti sul risultato, facendo quello che sondaggisti, consulenti di comunicazione e i guru delle segreterie di partito non avevano messo in conto. Tra i 18 e i 34 anni il no ha stravinto con stime intorno al 60 per cento dei voti, e la partecipazione è stata del 67 per cento (nonostante le difficoltà dei fuorisede), a fronte di un’affluenza nazionale al 58,9 per cento. Non li hanno visti arrivare, si è detto. Non si è capita la dirompente portata del loro voto. E si sono espressi con una precisione chirurgica che ai genitori, boomer o Generazione X che si battevano per le grandi ideologie novecentesche, non è mai riuscita. Senza nostalgie, bandiere o stanche liturgie, ma con una croce il cui significato travalica la materia del contendere.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Festeggiamenti a piazza Barberini, Roma, per la vittoria del no al referendum sulla giustizia (foto Ansa).

Lasciano l’Italia non certo per snobismo cosmopolita

È stato, forse per la prima volta, un voto politico e insieme generazionale. Parliamo di ragazzi che studiano con i soldi propri o con quelli dei genitori, e se va bene pagano un monolocale mille euro. Che lasciano l’Italia perché all’estero trovano un lavoro migliore e meglio retribuito, in un ambiente dove il merito non è un termine buono solo per propaganda e convegni. Altro che snobismo cosmopolita o mancanza di attaccamento alla loro terra.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
La manifestazione organizzata dal Comitato per il no sociale al referendum in Piazza SS Apostoli, a Roma (foto Ansa).

Non scelgono fra Israele e Palestina come fossero due squadre di calcio, sono invece inorriditi dalle migliaia di bambini e di anziani morti le cui immagini scorrono ogni giorno sui loro cellulari. Non capiscono perché la guerra sia diventata l’unica igiene del mondo. E sui diritti civili e la parità di genere non negoziano.

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Cartelli con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù durante i festeggiamenti a Napoli (foto Ansa).

Si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Trump?

Sono antropologicamente pacifisti, non per ingenuità ma per convinzione profonda e cultura. Non postano come si vestono e si guardano bene dall’inseguire l’influencer di turno. Sono ragazzi normali con davanti un futuro che si complica ogni anno di più, che legano la loro prospettiva di vita a quella del Pianeta e ne traggono spaventose conclusioni. E soprattutto si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Donald Trump, uno che senza una logica plausibile sta contribuendo ad alimentare instabilità geopolitiche che saranno loro a dover pagare?

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Tanti giovani in piazza dopo la vittoria del no (foto Ansa).

Sono molto più difficili da ignorare di un hashtag

Giorgia Meloni ha incassato una pesantissima sconfitta. Se non ne capisce le ragioni, magari influenzata dalla narrazione del suo cerchio magico il cui unico scopo è perpetuare la rendita di posizione, e interpreta questo voto come un sussulto passeggero, un rigurgito delle piazze dove i giovani vengono indistintamente catalogati come amici dei terroristi, avrà un problema serio. Perché adesso questa generazione ha scoperto che le urne funzionano, sono molto più difficili da ignorare di un hashtag, e non basta una comparsata da Fedez per conquistarli.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Un messaggio per Meloni da parte dei giovani (foto Ansa).

Anche la sinistra questi ragazzi non li aveva visti arrivare

Paradossalmente, l’unica speranza di Meloni è la sinistra. Che fa l’errore speculare. Giuseppe Conte, Elly Schlein e gli altri già si vedono al governo, sfogliano la margherita delle coalizioni e litigano sulle poltrone future. Tutti eccitati come uno scolaro che inaspettatamente ha preso un bel voto e corre a mostrarlo ai genitori. Peccato che anche la sinistra questi ragazzi non li avesse visti arrivare. Per anni ha parlato ai giovani come ci si rivolge a un pubblico residuale, da corteggiare a ridosso delle elezioni con esternazioni di circostanza sulla fine del precariato e la miglior qualità della vita.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Giovani in piazza (foto Ansa).

Il referendum dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare

Ma il punto è che la Gen Z non è di sinistra né di destra. È di se stessa, fuori da schemi e contesti che ambirebbero a ingabbiarla. Ha valori precisi, una bussola morale che funziona e una capacità di indignarsi che non degenera in rancore, ma nel giudizio impietoso sulla demagogica ipocrisia delle classi dirigenti. Non cercano padrini politici fintamente solidali giusto il tempo per carpirne i favori e poi mollarli al loro destino, ma qualcuno che li prenda sul serio. Per ora non l’hanno ancora trovato. L’esito del referendum però dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare.

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni

Una telefonata allunga la vita. Il fortunato spot dell’allora Telecom, rinfrescato in una new edition per il Festival di Sanremo, ha avuto vita breve. La telefonata, arrivata come fulmine a ciel sereno nella serata di domenica mentre l’attenzione si spartiva tutta tra referendum e guerra, l’ha fatta Poste Italiane, annunciando per il colosso delle tlc il fine vita. Stop, si torna alle origini e al secolo scorso: l’ex gigante pubblico torna nelle mani dello Stato che con una discussa privatizzazione, Prodi regnante, se n’era privato. È finita insomma come succede in tante storie, con un ritorno a casa

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
La Torre Telecom Italia di Rozzano (Imagoeconomica).

Trent’anni di disastri privati inaugurati da Prodi

I liberisti duri e puri alzeranno il sopracciglio. Ma vista la lunga odissea dell’azienda, meglio così. Questi 30 anni sono stati un lungo, costoso e a tratti umiliante esperimento mal riuscito, conclusosi con un’inappellabile sentenza: nelle telecomunicazioni, settore sempre più strategico, i privati non ci hanno mai saputo fare granché. Anzi, hanno combinato disastri inenarrabili. A partire da subito, da quel lontano 1997 in cui Prodi, in uno slancio di entusiasmo liberista che in fondo non gli apparteneva, varò la privatizzazione di Telecom Italia, incassando 26 mila miliardi di vecchie lire. Una cifra che oggi fa ridere, ma allora destava il sospetto di voler favorire i soliti noti. Per ammorbidire i più scettici, il Professore si era infatti inventato il cosiddetto nocciolino duro: un nucleo stabile di azionisti, famiglia Agnelli in testa, banche e assicurazioni, che avrebbero dovuto fare da presidio. Guardiani del fortino, sentinelle dell’italianità. Si addormentarono in fretta. 

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Massimo D’Alema e Romano Prodi (Ansa).

La scalata della «razza padana» guidata da Colaninno

Due anni dopo, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi (l’unica merchant bank dove non si parla inglese, ebbe a dire allora la buonanima di Guido Rossi) a fare da decisivo sponsor arrivò Roberto Colaninno. Lui e la cordata che la stampa dell’epoca ribattezzò con una certa irriverenza la «razza padana», sconosciuti imprenditori del Nord, capitani coraggiosi, gente che nel suo ci sapeva fin troppo fare, si presero prima l’Olivetti e poi Telecom con una scalata che fece epoca. Il topolino che ingoiava l’elefante. Debito su debito, leva su leva, una pletora di professionisti e banche d’affari pronti a gonfiarsi le tasche, centinaia di miliardi caricati sulle spalle di un gruppo che da quel fardello non si sarebbe più ripreso. 

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Roberto Colaninno nel 2001 (Imagoeconomica).

Da Pirelli ai “barbari”: Telefónica e poi Vivendi

Durò poco. Nel 2001 entrò Marco Tronchetti Provera. Altro giro, altra corsa, altri debiti che ingolfavano la già precaria situazione dei conti. E una storiaccia di dossieraggi, intercettazioni, polemiche sulla Security interna che sembrava una centrale di spionaggio. Nel 2006 Pirelli tolse il disturbo lasciando intatte tutte le macerie che Tronchetti si era illuso di sgomberare.

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Marco Tronchetti Provera (Imagoeconomica).

Poi fu l’era dei barbari. Prima gli spagnoli di Telefónica, diventati padroni per una strana carambola del destino senza che nessuno si stracciasse più di tanto le vesti sull’italianità perduta. Quindi i francesi: il destro e nell’occasione maldestro Vincent Bolloré. Vivendi, primo azionista, mise i suoi uomini nel consiglio d’amministrazione pensando di domare la bestia. Invece l’affamò. Finale inglorioso: i transalpini che si tirano indietro, relegati al ruolo paradossale di padroni che non comandano. 

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Vincent Bolloré (Imagoeconomica).

La separazione della rete e la zampata di KKR

Nel frattempo Tim perdeva quote di mercato, bruciava piani industriali, vedeva la capitalizzazione di Borsa precipitare ai minimi. Fino alla svolta della separazione della rete. KKR, fondo americano, se la portò a casa a una cifra ben al di sotto delle aspettative. Con la velleitaria nazionalizzazione dell’infrastruttura fisica, i cavi, i doppini, la dorsale delle comunicazioni del Paese diventò nei fatti una cessione allo straniero. Una vicenda che in altri tempi avrebbe scatenato polemiche parlamentari di settimane passò invece per sfinimento, senza troppi sussulti. Debiti ridotti, ma prospettive ancora incerte e margini in perenne contrazione.

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Il logo Tim (Imagoeconomica).

L’ultimo atto targato Poste e il ritorno di Tim allo Stato

Fino all’ultimo atto: Poste prima compra la quota di Vivendi lasciando in apparenza il vecchio management, l’ad Pietro Labriola in testa, al suo posto. Poi cala la zampata finale: l’Ops per incorporare Tim e toglierla dal listino. Il cerchio si chiude. Ma dalla privatizzazione di fine secolo è passata tanta acqua sotto i ponti, e Tim ha cambiato fisionomia. Quella del 2026 è un’azienda più piccola, senza la rete, con lo Stato che torna sulla tolda di comando. Una saga industriale fatta di passaggi di mano, debiti mai del tutto smaltiti, strategie rimaste sulla carta. Fino alla conclusione: c’è Poste per te. Così, alla lunga, la madre di tutte le privatizzazioni ha partorito la figlia di tutte le rinazionalizzazioni.  

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Pietro Labriola (Imagoeconomica).

La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile

Ci sono una buona e una cattiva notizia. La buona: Ignazio La Russa, tramite video sui social, informa che non incontrerà la cosiddetta famiglia del bosco questo mercoledì, il 18 marzo, cioè a ridosso del referendum sulla giustizia, sia mai che si possa strumentalizzare. La cattiva: lo farà comunque dopo, sensibile – dice – al richiamo dei genitori «degli sfortunati bambini».

La seconda carica dello Stato dovrebbe spegnere i fuochi della polemica

Il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, custode della terzietà istituzionale, uomo che dovrebbe incarnare equidistanza e soprattutto non alimentare i fuochi della polemica ma spegnerli, ha deciso che quella vicenda merita non una nota stampa, un generico appello alla tutela delle famiglie, ma un incontro diretto. Nessuno glielo ha chiesto, e non c’è norma che lo preveda. Il codice di buona condotta istituzionale, semmai, lo sconsiglierebbe vivamente.

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Ma per La Russa la famiglia del bosco è, politicamente, come il richiamo della foresta. L’icona perfetta del racconto che la destra sta costruendo con meticolosa strategia: magistratura cattiva, politica buona. Lo Stato nemico del popolo e dei deboli. Insomma, una trama da cui è difficile tenersi lontani. Un meccanismo rodato, che al presidente del Senato non par vero enfatizzare facendo di un caso di cronaca controverso il viatico per una campagna di propaganda.

La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile
Il presidente del Senato Ignazio La Russa e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (foto Ansa).

Fontana, presidente della Camera e leghista doc, si sta contenendo

Colpisce, ma questo è un suo merito, il confronto con il collega di Montecitorio. Lorenzo Fontana, presidente della Camera, leghista doc, uno che sulla carta dovrebbe essere il più tentato dalla militanza attiva, resta al suo posto mostrando una commendevole disciplina istituzionale. Non commenta le sentenze e non si presta alle narrazioni di parte. Fa il presidente della Camera, punto. La Russa, invece, non ha smesso i panni di quando era un attivista missino, incurante del fatto che il suo ruolo attuale imporrebbe di dismetterli.

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Il presidente della Camera Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

Il paradosso è evidente: l’uomo di Alleanza nazionale, il nostalgico convertito al garantismo di convenienza, l’alfiere della destra che ha sempre applaudito – vedi Mani Pulite – al ruolo moralizzatore delle procure, ora dall’alto della sua carica istituzionale fa esattamente quello che ha sempre accusato gli altri di fare. Invadere. E biasima l’intervento dei giudici.

L’ambiente del bosco dove sono cresciuti i figli di Ignazio è quello verticale

Ciò non vuol dire che la vicenda della famiglia del bosco non meriti attenzione. Ma come lei ce ne sono centinaia la cui odissea si svolge tra servizi sociali, tribunali e una burocrazia che spesso fa a pugni con le ragioni umanitarie. E su cui però non si accendono i riflettori. Ma il presidente del Senato incontra proprio quella che demagogia e propaganda hanno ritenuto degna di interesse. Quella che è finita sui giornali e che per senso e tempistica (siamo a ridosso di un referendum sulla giustizia che la destra deve vincere) presentava requisiti perfetti. La Russa dirà che lo fa per umanità, da padre di famiglia quale anche lui è, anche se l’ambiente del bosco dove sono cresciuti i suoi figli è quello verticale. Carità cristiana, dirà qualcuno. Ma mai come in questo caso pelosa.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione

Non sarà che la cultura in Occidente, da spazio di libero confronto, si sta trasformando sempre più in un codice disciplinare, un galateo ideologico dove l’istinto alla censura è ormai parte integrante dei suoi comportamenti? Il dubbio nasce osservando la polemica tra Pietrangelo Buttafuoco e Alessandro Giuli allargarsi progressivamente ad altri attori. L’ultima ad aggiungersi è stata l’Unione europea per bocca di quasi tutti i suoi ministri della Cultura, che non solo stigmatizzano l’ipotesi di riaprire il padiglione russo alla Biennale, ma minacciano pure di chiudere i rubinetti dei finanziamenti se l’ente veneziano non recedesse dai suoi propositi.

Una curiosa inversione di ruoli in cui è scivolata la destra

Nel frattempo su Buttafuoco si è abbattuto un coro di riprovazione. Non unanime per fortuna: alcuni intellettuali che come lui fanno riferimento alla destra ne hanno preso le difese, rompendo così il fronte più retrivo di quella parte politica. Resta però la sensazione di assistere a una curiosa inversione di ruoli: una destra arrivata al potere sventolando la bandiera della battaglia al politicamente corretto finisce per riprodurne, quasi mimeticamente, i riflessi più conformisti.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco (foto Ansa).

Il padiglione russo ai Giardini della Biennale esiste dal 1914. Centododici anni durante i quali ha attraversato l’intero Novecento con la sua contabilità di tragedie, rivoluzioni e guerre mondiali. Eppure fino all’invasione dell’Ucraina non ha mai cessato di essere ciò per cui era nato: un luogo dove l’arte russa si presenta e confronta con quella degli altri Paesi. Dovremmo davvero tenerlo chiuso perché altrimenti, in una curiosa e per certi versi inedita convergenza tra la destra di governo e Bruxelles, qualcuno minaccia sanzioni morali e finanziarie?

Anche i Greci sospendevano le ostilità durante le Olimpiadi

Per giustificare la sua scelta, Buttafuoco ha evocato l’idea della Biennale come luogo di tregua. Una zona franca dove, in un contesto di guerre diffuse, si può ancora discutere di qualcosa che non abbia a che fare con il crepitio delle armi. L’idea è antica quanto la civiltà: i Greci sospendevano le ostilità durante le Olimpiadi. Ed è precisamente ciò che ha sempre distinto la cultura dalla politica. Che, invece, sembra sempre più incline a fare l’opposto: usare la cultura come estensione simbolica dei conflitti che dice di voler fermare.

Sull’artista non può ricadere la colpa delle nefandezze di uno Stato

C’è una coerenza paradossale in questo meccanismo: si invocano gli ideali pacificatori dell’arte per perpetuare invece la logica dello scontro. Il ministro Giuli ha osservato che l’arte, quando prodotta in un contesto di autocrazia, è libera solo se è dissidente. Frase efficace, apparentemente dalla parte degli oppressi dai regimi, ma che segue esattamente la logica che si vorrebbe combattere: quella secondo cui sull’artista, in quanto cittadino di uno Stato, ricade la responsabilità delle sue nefandezze.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (foto Ansa).

Da qui al criterio del passaporto come condanna, per cui un pittore di Mosca o un musicista di San Pietroburgo devono pagare, con l’esclusione dal consesso internazionale, il prezzo di decisioni prese altrove, il passo è breve. Questa storia l’abbiamo già vista in passato, e non è finita particolarmente bene.

Un gesto simbolico: Putin non passerà certo notti insonni

Nel gran teatro dell’indignazione collettiva c’è poi un dettaglio che quasi nessuno sembra disposto a ricordare: escludere la Russia dalla Biennale non cambia di una virgola la situazione in Ucraina. Non salva una vita e non restituisce a Kyiv un metro quadrato del suo territorio. È solo un gesto simbolico che serve soprattutto a far sentire virtuoso chi lo compie. Si può infatti ragionevolmente supporre che Vladimir Putin non passerà notti insonni tormentato dall’assenza del padiglione russo ai Giardini veneziani.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Vladimir Putin (Ansa).

Se qualcosa potesse produrre un effetto, e qui Buttafuoco sembra aver colto il punto, sarebbe semmai il contrario: riaprire quel padiglione nell’ottica di portare a confrontarsi voci provenienti da tutte le zone di guerra significherebbe ricordare che la cultura non nasce per rafforzare le frontiere, ma per superarle. La Biennale tornerebbe così a essere uno dei luoghi dove il mondo non si presenta diviso in blocchi precostituiti. E dove l’arte prova ancora a fare ciò che la diplomazia, con conveniente cinismo, ha smesso da tempo di tentare.

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale

La Stampa, il quotidiano torinese fondato nel 1867 e per oltre un secolo custodito dalla famiglia Agnelli come uno scrigno di rispettabilità borghese e potere sabaudo, viene ceduta quasi in sordina ad Alberto Leonardis, patron del gruppo Sae, un pugno di giornali locali e agenzie di comunicazione. Un nome che fino a ieri conoscevano solo gli addetti ai lavori. Suona un po’ il necrologio del giornalismo vecchio stile, quello che aveva piantato le radici nel Novecento e che nell’era digitale, nonostante i proclami (Digital First, era il refrain con cui John Elkann preannunciava il ritorno al futuro), non ha mai saputo rinnovarsi.  

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Alberto Leonardis (Imagoeconomica).

Cedere così un giornale dice molto sul valore che oggi si attribuisce all’informazione

I colleghi della Stampa giustamente non si capacitano e molti ne fanno innanzitutto una questione di stile. Venduti sì, ma questi modi spicci fanno male. L’Avvocato avrebbe storto il naso: lui la Fiat, nonostante le pressioni, non la vendette mai agli americani. Ma non è questo il punto. Anche se, va detto, di eleganza in questa vicenda se n’è vista poca. Vendere un giornale così, con la fretta e la discrezione che di solito si riservano alle pratiche scomode, dice qualcosa di definitivo sul valore che oggi si attribuisce all’informazione. Lo sa bene chi ha avuto il privilegio, oggi tramutatosi in dispiacere, di fare per molti anni il mestiere quando ancora era in spolvero. Non è un tramonto romantico, foriero di nuove magnifiche sorti. È una demolizione per abbandono: lenta, grigia, senza che nessuno voglia assumersene la piena consapevolezza.  

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Un ritratto di Gianni Agnelli (Imagoeconomica).

Da tempo il patto con il lettore è morto 

Il mestiere del giornalista ha perso peso, status e senso. E non per colpa del digitale, o dell’intelligenza artificiale. È che il patto con il lettore si è rotto. Per decenni i giornali hanno intermediato la realtà dall’alto della loro riconosciuta autorevolezza: il loro compito era raccogliere i fatti, selezionarli, dare loro una gerarchia e consegnare il tutto ogni mattina in edicola. Un servizio prezioso, in cambio del quale editori e giornalisti chiedevano fiducia, attenzione e un paio di euro a copia, meglio ancora il più fidelizzante abbonamento. Oggi quel patto non esiste più. Il pubblico giovane ha disertato le edicole, sceglie on demand. Il vecchio si estingue progressivamente per ovvi motivi generazionali. La realtà arriva direttamente, cruda, non filtrata: su TikTok, Instagram, X o Substack. Chi ha voglia di aspettare una redazione che la rielabori per i suoi lettori? E soprattutto: chi ha più voglia di pagare per questo? 

L’ascesa di Corona e il crollo dei quotidiani 

Lo mostra bene il fenomeno Fabrizio Corona, personaggio per anni trattato dalle redazioni come un pregiudicato, uno scandalo, un poco di buono da maneggiare con le pinze. Sta di fatto che oggi l’”impresentabile” ha un esercito di follower il cui aumento è direttamente proporzionale al calo dei lettori sui media tradizionali, e un numero iperbolico di visualizzazioni che hanno stravolto le classifiche. Non è un caso. È un sintomo. Corona fa quello che i giornali non sanno o non possono più fare: parlare direttamente, senza mediazioni o liturgie. Magari sbaglia, spesso esagera, ma non annoia mai. E nell’economia dell’attenzione questo, non l’informazione, è il primo requisito.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Fabrizio Corona (foto Ansa).

La fuga in tivù e la polverizzazione del mercato 

Il giornalismo tradizionale si è innamorato di sé stesso. Ha confuso la forma con la sostanza, ha prodotto oceani di carta in cui la notizia annegava nel commento e nella ricostruzione posticcia, mentre fuori il mondo correva. Così i giornalisti bravi, quelli con l’istinto e il carattere, hanno cominciato a emigrare. I più lungimiranti sul web, gli altri in televisione. Come se mostrare la faccia fosse una soluzione, una salvezza, e il teleschermo potesse restituire loro quella visibilità che la firma sul giornale non garantiva più. È una fuga comprensibile, ma è anche una resa. Il volto in video non è un’idea, è una performance. E insieme una sudditanza a un media alle cui regole ti sottometti. Confondere le due cose è esattamente il problema da cui si sta cercando di scappare.​ La scena si è nel frattempo polverizzata. Influencer, creator, podcaster, autori di newsletter, commentatori che in un thread di 10 post dicono più cose sensate di un’intera pagina di quotidiano. Non tutti, certo. Ma abbastanza da spostare l’interesse, e con esso la pubblicità, e di conseguenza la sempre più schiacciante invasività che essa esercita con soddisfazione degli editori cui non par vero di trasformare più spazi possibili in contenuti sponsorizzati.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Jeff Bezos, John Elkann, Maurizio Molinari allora direttore della Stampa nel 2017 (Imagoeconomica).

Fine di una concezione del giornalismo 

La Stampa che passa di mano racconta tutto questo. Non è la fine di un giornale: è la fine di una concezione del giornalismo come presidio, istituzione e contropotere. L’autorevolezza, il rapporto con i lettori, la capacità di orientare l’opinione pubblica si stanno ineluttabilmente dissolvendo, senza che nessuno senta il bisogno di versarci sopra più lacrime se non quelle di circostanza. Elkann, a cui preservare la tradizione di famiglia evidentemente interessa poco, si è mosso nella logica imprenditoriale di quando un asset ha smesso di rendere: lo ha venduto. Senza sentimentalismi o appelli a un passato glorioso. Un lusso che ci si può permettere quando i conti tornano, meno quando il modello di business non regge più. Anche se ciò suona come ammissione di essere stato un pessimo editore. ​Il giornalismo del futuro, ammesso lo si possa chiamare ancora così, esiste già, e ha poco a che spartire con quello del passato: è più veloce, diretto, personale. Ha bisogno di voci più che di testate, di autori più che di redazioni. Chi saprà adattarsi sopravviverà. Come in tutte le rivoluzioni, del resto. Solo che questa non la celebra nessuno. Avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica, tra una svendita e l’altra, tra il vecchio mondo che passa e il nuovo in piena caotica trasformazione.​ 

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta

C’è una vecchia regola non scritta della finanza che recita più o meno così: non importa quanto bene tu faccia il tuo lavoro. Importa per chi lo fai, e soprattutto quando smetti di essere utile. Immaginiamo che Luigi Lovaglio questa regola la conoscesse. Eppure si è fatto fregare lo stesso. Infatti, dopo giorni di tiramolla (c’è, non c’è) il suo nome non compare nella lista dei candidati al prossimo cda del Montepaschi.

L’arrivo a Siena e la resurrezione di Babbo Monte

Quando arrivò a Siena, nel febbraio del 2022, Lovaglio trovò una banca che era diventata il simbolo nazionale del disastro. Anni di gestioni allegre, derivati tossici, acquisizioni scellerate, ricapitalizzazioni su ricapitalizzazioni, lo Stato azionista per necessità e non per scelta. Mps come metafora vivente di tutto ciò che non funzionava nel capitalismo dove le relazioni contano più del mercato. Il 71enne banchiere lucano rimise in piedi la baracca con metodo quasi prussiano: tagli, dismissioni, ritorno alla redditività, uscita progressiva del Mef dal capitale. Una storia di resurrezione che forse, ex post, avrebbe meritato miglior sorte.

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Rocca Salimbeni (Imagoeconomica).

Stanco di essere strumento, Lovaglio ha puntato a diventare protagonista

Invece è andata diversamente. A un certo punto i soci fortiCaltagironeMilleri, e dietro il governo con la sua benedizione silenziosa – hanno deciso che il Monte risanato poteva tornare utile come testa d’ariete per realizzare il grande disegno mai riuscito prima: prendere le Generali passando per Mediobanca che da sempre ne custodisce le chiavi. Lovaglio eseguì con competenza e determinazione, bisogna riconoscerglielo. L‘offerta pubblica di scambio su Piazzetta Cuccia andò in porto come neanche la più rosea delle aspettative avrebbe immaginato.

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Francesco Gaetano Caltagirone (Ansa).

Il guaio è che a quel punto l’ad di Rocca Salimbeni, stanco di essere uno strumento, ha voluto diventare protagonista. L’idea, rivelatasi per lui letale, era incorporare Mediobanca dentro il Monte. Farla sparire dalla mappa della finanza italiana. Non era più un’acquisizione, ma un progetto egemonico. Troppo per i suoi referenti che gli avevano affidato un mandato preciso, contrario al suo piano. Recita un vecchio assunto che regola i rapporti tra padroni e dipendenti: chi esegue bene viene premiato, chi inizia a ragionare in proprio viene fermato. 

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il tempismo della Procura di Milano

In questo, indirettamente, una mano è arrivata dalla Procura di Milano, con l’accusa a Lovaglio di concorso esterno nel concerto tra azionisti prodromico alla scalata di Piazzetta Cuccia. La fattispecie è nuova, quasi sperimentale. Ma, come abbiamo scritto in un precedente articolo, nell’economia dei rapporti di potere la notizia non è l’indagine in sé ma il fatto che sia arrivata nel momento giusto per chi aveva bisogno di un pretesto. E poi c’è il dettaglio che trasforma questa storia in qualcosa di più malinconico della semplice sconfitta. Nelle chat intercettate, Lovaglio era tutto complimenti con Francesco Gaetano Caltagirone, quasi una corrispondenza di amorosi sensi verso il socio che mentre lo lisciava gli stava già scavando la fossa. La morale della storia? Sempre e solo nell’articolo quinto: alla fine, chi mette i soldi ha vinto. 

Missili sugli Emirati, panico a cinque stelle: la fine dell’illusione Dubai

La cantante Big Mama, che la guerra come tanti connazionali ha fermato a Dubai mentre rientrava dalle Maldive, ha lanciato un accorato appello perché qualcuno andasse a riprenderla. «Sento i missili passare sopra la mia testa», ha comunicato visibilmente scossa dall’albergo dove era bloccata. Più istituzionale la reazione di Guido Crosetto, anche lui a Dubai per ragioni personali, impegnato a capire come venirne fuori mentre, con un certo imbarazzo, indossava i panni del ministro della Difesa colto di sorpresa dagli eventi. Ma torniamo a Big Mama e al suo video, un frammento quasi didattico di ciò che accade quando la realtà irrompe in una comfort zone che fino a un minuto prima sembrava blindata. 

Il mito di una enclave dorata estranea agli orrori del mondo

Dubai, lembo di terra dove la concentrazione di signori del denaro non ha eguali, deve la sua fama a una promessa implicita, non scritta ma sottintesa in ogni transazione. Basta pagare, e non solo il denaro sarà al sicuro dall’occhio indagatore del fisco, ma nessuno degli orrori del mondo toccherà le vite dei contraenti. Peccato che, notoriamente, i razzi prima di colpire il bersaglio non leggano i contratti. Così quando le sirene hanno iniziato a risuonare sugli Emirati e un rumore che non era quello di un jet privato in atterraggio ha attraversato il cielo disturbando l’aperitivo, l’enclave dorata, dapprima incredula, è piombata nel panico. Videomessaggi allarmati, richieste d’aiuto spedite a chiunque potesse teoricamente «fare qualcosa», spaesamento da sfollati di lusso. «Siamo qui nella hall dell’hotel, non possiamo uscire. Sembriamo dei profughi a 5 stelle», commenta addentando una pizzetta la protagonista di uno dei tanti post circolati sui social. 

Il denaro non può garantire l’esenzione dagli imprevisti

La stessa energia impiegata pochi giorni prima magari per negoziare uno sconto sull’acquisto di un lussuoso appartamento si è riversata nella ricerca di un posto su qualunque volo diretto altrove. Il paradiso si era improvvisamente trasformato in un inferno. È successo dopo che Teheran ha preso di mira i suoi vicini, colpevoli di complicità col nemico, compresa appunto Dubai, ovvero il più sofisticato esperimento di secessione dalla geografia che si possa immaginare. Più che un Paese un simbolo, la prova che col denaro si può acquistare l’esenzione da imprevisti e spiacevoli conseguenze della vita. Via tasse, burocrazia, inverni piovosi, rischi di attentati. Per anni ha funzionato, e la cosa ha attratto una multinazionale di espatriati volontari, tutti convinti che gli Emirati fossero un luogo esotico immune alle bombe che piovevano intorno. 

Missili sugli Emirati, panico a cinque stelle: la fine dell’illusione Dubai
Una esplosione in centro a Dubai (Ansa).

La guerra è passata dalla teoria alla pratica

Un paradosso clamoroso, ma sempre ignorato con strafottente convinzione. Non importa se si era a due passi da scenari che negli ultimi decenni hanno macinato conflitti con regolarità industriale. Il dettaglio era ininfluente, un’ipotesi della irrealtà. Anche perché i super ricchi, categoria vaga ma riconoscibile, hanno sviluppato nei confronti della guerra una relazione del tutto teorica. La seguono sui giornali e in tivù, la finanziano indirettamente attraverso le tasse che pagano (o non pagano), ma il loro coinvolgimento si limita al commento sui social o al ristorante. La guerra come esperienza reale e tragica fino a ieri era rimasta appannaggio di altri, chi -gazawi, curdi, yemeniti, libanesi e via dicendo – non aveva né i mezzi né la fortuna per spostarsi altrove. 

Missili sugli Emirati, panico a cinque stelle: la fine dell’illusione Dubai
Esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

I paradisi fiscali schermano i capitali, non la realtà

Ma quando il rumore di missili e droni rompe l’aria climatizzata, e il rifugio fiscale deve cedere il passo a quello antiaereo, la scoperta è tanto semplice quanto destabilizzante: la ricchezza, al contrario di quanto prometta, non è una polizza sull’incolumità. I paradisi fiscali schermano i capitali, non la realtà. I soldi e un cambio di latitudine possono alleggerire il carico fiscale, non sospendere l’incedere irruento e convulso degli accadimenti. Dovrebbe tenerlo presente chi acquista un attico a Dubai convinto di aver blindato per sempre la propria sicurezza. La storia spesso non manda avvisi preventivi: si presenta all’improvviso, e il conto lo recapita con la stessa implacabile puntualità con cui da quelle parti non arriva quello del fisco. 

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza

C’è un’immagine che rende bene la situazione. Nel melodramma italiano, quello vero, non quello inscenato nell’ultima scalata al tempio milanese della finanza, secondo i magistrati il suggeritore sta nella buca, invisibile al pubblico, pronto a sussurrare le battute ai cantanti sul palcoscenico. Se si traslasse all’opera lirica, nell’assalto a Mediobanca e quindi alle Generali da parte di MpsFrancesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri sarebbero i tenori sul palcoscenico, novelli Radames cui peraltro augurare miglior sorte. Mentre Luigi Lovaglio, l’ad del Monte, reciterebbe la parte del suggeritore in buca: voce determinante, presenza negata. Ammesso, ma non lo crediamo proprio, che i cantanti immemori della parte avessero bisogno di suggerimenti. Quello evocato è il concetto giuridico che ha consentito alla Procura di Milano di mettere anche Lovaglio nel mirino della sua inchiesta: il concorso esterno in ipotesi di concerto. Locuzione che i penalisti peraltro conoscono bene. 

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La Procura e le tempistiche sospette dell’inchiesta

Ma la vera storia, qui, non è tanto il reato ipotizzato. È la tempistica. La Procura sapeva, o sospettava con sufficiente fondamento da aprire a suo tempo un fascicolo, dell’esistenza di questa presunta orchestrazione tra i protagonisti del blitz su Mediobanca ben prima che l’offerta venisse lanciata. Poi però è calato il silenzio. L’operazione è andata avanti indisturbata, Piazzetta Cuccia ha cambiato padroni e vertici, e solo quando i buoi erano abbondantemente fuggiti qualcuno si è ricordato che forse era tempo di chiudere il recinto. Non comunicando peraltro le conclusioni dell’inchiesta, si badi bene, ma la sola certezza dell’ipotesi di reato. Una differenza non da poco.

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Il procuratore Marcello Viola (Imagoeconomica).

A chi ha fatto comodo questa geometria temporale?

Ora, c’è da chiedersi a chi, anche involontariamente, ha fatto comodo questa geometria temporale. In prima battuta agli assalitori, messi sotto il faro della procura per la vendita da parte del Mef di un cospicuo pacchetto di azioni Mps ai nemici della Mediobanca gestione Nagel. I quali hanno così potuto concludere il lavoro senza che nessuna bomba mediatico-giudiziaria saltasse sotto i loro piedi. In seconda battuta, ovvero quella svelatasi giovedì con l’audizione di Viola e del sostituto Pellicano in Senato, ai detrattori dell’incorporazione. In testa Caltagirone, azionista pesante del Monte che non ha nessuna intenzione di vedere Mediobanca fuori dalla Borsa fagocitata in toto da Siena, e che con questa inchiesta ha un argomento in più per scongiurare l’evento. 

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

In gioco c’è la testa di Lovaglio alla guida del Monte

Il problema è che su di essa si sta giocando anche la testa di Lovaglio. L’amministratore delegato del Monte, passato in un baleno per l’editore del Messaggero da vittorioso condottiero a reietto, presenta venerdì mattina il nuovo piano industriale in una situazione da manuale della complessità: azionisti in guerra tra loro, governo che (finora, ma ci sono i dispositivi da decrittare) non compare nell’inchiesta milanese ma non per questo è spettatore sereno, e una lista di aspiranti consiglieri costruita con nomi talmente pesanti da essere chiaramente identificati come possibili successori di Lovaglio. Dove ci sono profili che non stanno lì per caso, ma sono opzioni aperte, segnali in codice per chi deve capire o ha già capito. Nel frattempo la magistratura avvisa: l’inchiesta sarà lunga, c’è ancora molto da indagare, si lavora sui dispositivi, prefigurando nell’immaginario di fantasmagoriche paginate di intercettazioni, una sorta di Epstein files della finanza che trasformerebbero un caso giudiziario in un romanzo d’appendice. 

Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori

C’è un momento esatto in cui capisci di aver perso. Non quando, dopo un rosario di buoni propositi, cedi e accendi la tivù. Ma quando, mezz’ora dopo aver deciso di non farlo, guardi il telefono e Sanremo è già lì: nei tweet, nelle storie, nei titoli, nelle analisi di chi magari sa poco nulla di musica ma conosce alla perfezione l’algoritmo.

Il Festival non ha più bisogno del televisore per colonizzarti

Per evitarlo dovresti spegnere tutto. Smartphone compreso. Un gesto estremo, quasi antisociale: rischio di sindrome da abbandono, vertigine da isolamento, sospetto di essere sparito dal consesso umano. Così, che lo si guardi oppure no, il Festival ineluttabilmente lo si subisce. Questa è la sua vera mutazione antropologica: non ha più bisogno del televisore per colonizzarti. Gli basta un inciampo, una gaffe, un abito azzardato, una lacrima calibrata male, un microfono ammutolito, la stecca di un cantante, e la macchina distributiva entra in funzione.

Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
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Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori

Sanremo è diventato un flusso che si consuma ovunque

Quest’anno la prima serata ha registrato un calo di ascolti. Una volta sarebbe stato un segnale. Oggi è un dettaglio statistico. Lo share misura chi guarda la televisione, non chi consuma Sanremo. E Sanremo ormai si consuma ovunque: nei giornali che lo anticipano e lo commentano, nei podcast che lo smontano, nei talk che lo riciclano. Vive di frammenti, clip, citazioni, polemiche. Non è più un programma, è un flusso.

Quello che una volta era solo spettacolo è diventato un organismo dotato di metabolismo autonomo. Assorbe qualsiasi cosa, critica compresa, e la restituisce sotto forma di contenuto digeribile. Anzi: la critica è il suo concime preferito. Ogni articolo che ne denuncia la sgradevolezza o l’eccesso contribuisce ad accrescerne la centralità. Il Festival prospera nell’indignazione come nel consenso.

Cassa armonica permanente: la notizia è l’eco che viene prodotto fuori

Durante la settimana sanremese la gerarchia dei media si rovescia con docile devozione. I programmi diventano ancelle, i quotidiani glossatori, i siti internet stenografi del rumore digitale. Non raccontano l’evento, lo amplificano. La notizia non è ciò che accade sul palco, ma l’eco che produce fuori. È una cassa armonica permanente.

La contaminazione, da cifra stilistica, è diventata processo industriale. Non più gara canora ma contenitore emotivo, seduta collettiva di autoanalisi generazionale. La canzone è il pretesto necessario, non il centro. Si discute del messaggio, del sottotesto, dell’ospite simbolico, della battuta riuscita o fallita, di Andrea Pucci che magari a sorpresa potrebbe tornare sui suoi passi così da rendere il clima meno soporifero.

Negli anni lo spettacolo è diventato un esame di cittadinanza culturale

La musica resta sullo sfondo, come un dettaglio tecnico, spesso figlia di un destino segnato dalla sua banalità o bruttezza dove cuore, anche nelle sue declinazioni più tragiche o stralunate, fa sempre rima con amore. Negli anni Sanremo è diventato un esame di cittadinanza culturale. Puoi dichiararti immune, puoi ironizzare, puoi perfino disertare. Ma prima o poi ne parli. E nel momento stesso in cui accade – come sto facendo io adesso – lui certifica la sua vittoria. Non è un festival. È una repubblica. E noi siamo suoi elettori permanenti, anche quando disertiamo le urne o votiamo scheda bianca.