Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4

Carlo Nordio perdona Sigfrido Ranucci ma querela Mediaset e Bianca Berlinguer il cui prolisso contenitore, È sempre Cartabianca, ha dato voce alle insinuazioni del conduttore di Report sulle sue visite al ranch di Cipriani junior in Uruguay. Anello di congiunzione Nicole Minetti, rediviva sui media dopo anni di assenza a squarciare il velo di oblio sul Bunga Bunga e la sua decisiva partecipazione al film Ruby nipote di Mubarak.

La querela di Nordio è un preciso segnale politico

Anche un bambino leggerebbe nell’iniziativa del Guardasigilli non la tutela dell’onorabilità infangata, ma un palese segnale politico che parla alla sua maggioranza e indica la direzione di marcia di un sistema che si sta spostando. Insomma, dietro la questione legale c’è un riflesso politico grande come una casa, che aggiunge un tassello da novanta al comatoso stato del centrodestra, con Giorgia Meloni impegnata a spegnere focolai senza riuscire però a interrompere il dilagare dell’autocombustione. Centrodestra in disaccordo su tutto e un fiorir di paradossi come è appunto quello di Nordio che risparmia il conduttore della trasmissione più odiata dal governo in carica mentre innesca, per continuare la metafora di prima, il fuoco amico. La sua querela al Biscione e alla conduttrice dal blasonato cognome strappata a suon di euro alla Rai si inserisce esattamente lì: non è un atto isolato, ma la continuazione di una guerra interna per molto tempo relegata alla bassa intensità e ora esplosa su più fronti. Una di quelle guerre che non fanno rumore, ma logorano. E che finiscono per dilagare dalle aule parlamentari ai palinsesti televisivi. 

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Rete4 è ormai un laboratorio geopolitico domestico

In questo senso Rete4 fa da cassa di risonanza alla malmostosità dei Berlusconi e del loro partito a cui, da un paio di stagioni, hanno assegnato il ruolo di laboratorio geopolitico domestico. Da una parte i cosiddetti “retequattristi”: Porro, Del Debbio (ha fatto rumore la conclamata presa di distanze dalla convocazione di Tajani a Cologno, nel ventre dell’azienda), Giordano. Un fronte che, pur nei vari distinguo che si devono alla verve personale dei singoli, è sostanzialmente allineato alle posizioni di Meloni e per nulla ostile alla Lega, nonostante tra i due la competizione sia il teso denominatore dei rapporti. Dall’altra i nuovi innesti, Berlinguer e Labate, con i loro estenuanti salotti che dalla prima serata si inoltrano ben oltre la mezzanotte con un andamento meno disciplinato, talvolta imprevedibile e confuso al punto che ci si smarrisce nell’anarchia che contamina personaggi, generi e argomentazioni.

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4

La rivoluzione piersilviesca del Biscione

Massima solidarietà a Mauro Crippa, il gran capo dell’informazione Mediaset, un passato a sinistra smarritosi poi negli agi del potere, che deve orchestrare simil giostra sforzandosi di interpretare, lui manager della prima ora televisiva fedelissimo a Confalonieri, la metamorfosi di Pier Silvio che a un certo punto, d’intesa con la sorella, si è stancato della bandiera sovranista che sventolava libera sui bastioni di Mediaset rovinando il collaudato copione. Quello tradizionale dei talk show di Rete4 che ne facevano macchine narrative oliate tra l’enfatizzazione dei conflitti, l’indignazione come sfondo e un pubblico fidelizzato cui fornire propellente alle paure. Naturalmente con un occhio all’audience. I nuovi contenitori invece sono un’altra cosa: giganteschi aggregatori di temi dove la durata iperbolica diventa un metodo, per qualcuno un’arma di distrazione di massa. Più che programmi, si tratta di flussi variegati che procedono per tentativi, con esiti spesso stranianti, rispetto a una linea editoriale non più ben definita. 

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
L’Ad di Mfe-Mediaset Pier Silvio Berlusconi (Ansa).

Dietro questo apparente caos televisivo c’è forse il tentativo di ritorno al centro

Ciò nonostante l’impressione è che dentro quel caos apparente si stia muovendo qualcosa di più strutturato, il tentativo appunto di costruire uno spazio politico-mediatico che non coincida con l’attuale maggioranza. Una zona franca, o almeno più autonoma, che va dai fuorionda di Giambruno a Striscia la notizia alle ospitate di Ranucci da Berlinguer, con l’intento di infastidire gli attuali padroni di Palazzo Chigi. Forse il preludio, complice il dilagante delirio trumpiano che mette in crisi coloro che ne furono convinti estimatori, a una fase politica di ritorno al centro, qualsiasi cosa voglia dire e in qualsiasi forma essa si possa manifestare. E non è un caso che tutto questo accada dentro Mediaset, cioè dentro l’eredità più visibile di Silvio Berlusconi che da megafono di un’area si trasforma in una piattaforma di riorganizzazione politica

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Giorgia Meloni (Ansa).

Forza Italia sta cercando di ridefinire il proprio perimetro

In questo schema Forza Italia non appare più soltanto come il partner moderato della coalizione. Sembra, piuttosto, un partito in cerca di ridefinire un proprio perimetro. La “sua” televisione diventa il luogo dove questo perimetro viene testato e, come nel caso Nordio, talvolta forzato avvicinandolo pericolosamente (per questo governo, s’intende) al punto di rottura. 

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti

E brava Marianna Madia, deputata del Pd dal 2006, già giovane ministra per la Pubblica amministrazione nei governi Renzi e Gentiloni, che ora con auliche e gravose riflessioni lascia il partito per approdare nella sempiterna pentola in ebollizione che è Italia viva, alias Matteo Renzi. Che dire, consentendoci per un attimo di non credere all’universo mondo di motivazioni addotte? Che nella fisiologia della politica arriva sempre un momento in cui il mandato popolare smette di essere un servizio e diventa una rendita.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Marianna Madia nel 2008 (foto Ansa).

Meglio guardarsi attorno e recitare il copione dell’addio nobile

Madia ha raggiunto quel momento dopo vent’anni di dimenticabile militanza passati indenni tra le varie mutazioni del Pd, e con la stentorea praticità di chi sa far bene di conto. Manca un anno alla fine della legislatura, forse meno se la maggioranza dovesse implodere sotto il peso delle sue oramai troppe convulsioni, quindi meglio guardarsi attorno e recitare il copione dell’addio nobile.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti

Come noto, funziona così: si fa un comunicato, lo si correda di una serie di interviste visto che tanto i giornali che vogliono infilare il dito nella piaga non mancano, si pronunciano parole come «riformismo radicale» (l’ossimoro fa sempre figo), «nuovo soggetto politico», «discontinuità necessaria» e, non si era davvero mai sentito, «provare a entrare nei problemi reali delle persone».

Il Pd non l’avrebbe candidata alle prossime elezioni

Nell’attesa, parlando di problemi, Madia comincia a risolvere i suoi. Che il Pd non l’avrebbe candidata alle prossime elezioni, nonostante padrinaggi nobili ma oramai di antico lignaggio, lo si poteva supporre. Che fare allora? Piangere un po’, lamentarsi della deriva sempre più estremista del partito, spargere una spruzzatina di profumo cinque stelle per ribadire la sudditanza di Elly Schlein e dei compagni (di strada) che Marianna sentitamente ringrazia. Addio doloroso, ma è pur vero, signora mia, che il Pd non è più quello di una volta.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Matteo Renzi e Marianna Madia nel 2015 (foto Ansa).

Poi, raccolti bagagli e armi, si citofona a casa Renzi, il quale ovviamente gongola per il nuovo acquisto. Con l’accordo che alle elezioni ci sarà un posto nei listini di Italia viva. Cinque anni assicurati sulla carta, ma se anche fossero meno è meglio che stare ai giardinetti o fondare un think tank che al massimo ti garantisce qualche comparsata nei salotti televisivi. La carriera è salva, lo stipendio pure, e il riformismo radicale un propellente per restare in orbita.

Italia viva, un taxi con le quattro frecce sempre accese

Va ammesso che Renzi nell’apparecchiare queste operazioni è di una competenza artigianale che sfiora il virtuosismo. Sa riconoscere il disperato dal convinto, il rifugiato dal militante. Li accoglie tutti e poi li espone in vetrina con appesa al collo l’etichetta del decaduto blasone: guardate, anche questa viene dal Pd. Sottotesto: che di me fece carne di porco con inaudito accanimento. La collezione si arricchisce, il partito resta quello che è: un taxi con le quattro frecce sempre accese, disponibile h24 per chi ha una destinazione da raggiungere e che sulla composizione dei viaggiatori non guarda al pelo nell’uovo, se mai nell’uopo.

Se va male si può sempre fondare un altro partitino (vero Marattin?)

Più avanti si vedrà, perché se anche Italia viva si rivelasse un vestito stretto, come mostra l’ex compagno (di viaggio) Luigi Marattin, si può sempre fondare un altro partitino. Intanto, man mano che ci si avvicina alle elezioni, e il centrodestra imbolsisce per sua stessa mano, il transito dal Pd a Italia viva o Azione rischia di diventare un’affollata via percorsa da onorevoli e senatori che altrimenti rischierebbero l’uscita di scena.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Matteo Renzi con Luigi Marattin (foto Ansa).

Il pensiero corre ai riformisti del Pd: i picierni, i gori, i sensi o i delrii per i quali la pur poco carismatica Schlein equivale all’aglio per i vampiri. Naturalmente dietro al cambio di casacca mai una franca ammissione di realismo politico: a casa mia per me non c’è più spazio, vado da chi me ne offre uno comunque consustanziale alla mia area di riferimento, ma sempre e solo l’accorato richiamo a visione, progetto, a un nuovo sol dell’avvenire per il futuro del centrosinistra italiano. Bisogna far sì che il calcolo personale si travesta da necessità storica. Della quale, guarda caso, Madia e con lei molti altri si accorgono solo quando il profilo dell’urna si staglia all’orizzonte.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Giorgio Gori, Pina Picierno e Graziano Delrio (Imagoeconomica).

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

C’è una forma di intelligenza poco celebrata, ma spesso decisiva, nel capire quando è il momento di farsi da parteBeatrice Venezi l’ha dimostrato concedendo una bombastica quanto provvidenziale intervista al quotidiano argentino La Nación, costruita con la precisione di chi vuole uscire da una storia facendosi cacciare. Il passaggio chiave è di quelli che non lasciano margini di manovra: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio», che anche nella nazione più familista del Pianeta resta un reato. Risultato: licenziata in tronco da direttrice musicale del teatro La Fenice prima ancora di aver alzato la bacchetta. Un capolavoro di strategia travestita da gaffe o forse, per chi dubita che Venezi sia capace di simili tatticismi, una gaffe talmente ben riuscita da sembrare strategia. Alla fine il risultato non cambia. 

E domenica pomeriggio, all’arrivo della notizia, cori plaudenti da stadio prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, veneziano doc che alla Fenice ha molto legato il suo nome.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

La lunga ribellione dell’orchestra contro la nomina

La storia è nota, ma un piccolo bignami delle puntate precedenti serve a capire come si è arrivati all’improvviso (e inatteso) epilogo. A Venezi la nomina a direttore musicale – per lei rigorosamente al maschile, così come si conviene all’indole della destra gagliarda – era arrivata lo scorso settembre. L’orchestra aveva risposto come un corpo che rigetta un trapianto: sciopero già alla prima del Wozzeck  in ottobre, lettere di fuoco firmate da tutti i musicisti, richiesta al sovrintendente di tornare sui suoi passi e volantini di protesta che piovevano dai palchi. Insomma, il repertorio completo del dissenso organizzato. Peraltro non scevro di motivazioni. Quelle ufficiali riguardavano il curriculum, giudicato poco consono al prestigio del teatro. Quelle non dette, il profilo politico della direttrice, le sue reiterate professioni di meloniana fede che l’avevano catapultata in laguna senza tenere conto della mancanza di un cursus honorum adeguato. 

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Manifestazione di protesta dei lavoratori del Teatro La Fenice contro la nomina a direttrice musicale di Beatrice Venezi, Venezia, 10 novembre 2025 (Ansa).

L’argine di Colabianchi rotto dalla provvidenziale intervista

Una sentenza lapidaria contro cui il sovrintendente Nicola Colabianchi ha fatto argine finché ha potuto, ben sapendo però che l’affaire avrebbe contribuito a rendere la sua posizione sempre più difficile da difendere. Ma soprattutto sapendo di non avere vie d’uscita, perché sconfessare Venezi voleva dire sconfessare se stesso che su input romano l’aveva nominata. Ma col passare del tempo era sempre più un uomo solo al comando di una nave che imbarcava acqua da ogni parte. Con i due che sembravano legati da un destino comune: simul stabunt, simul cadent. Fino a che è arrivata l’intervista a La Nación e l’insperata via d’uscita con tanto di benedizione dei dante causa. Infatti il ministro della Cultura Alessandro Giuli, segno che la pratica gli scottava tra le mani, non ha aspettato un minuto a difendere la decisione di Colabianchi, «assunta in autonomia e indipendenza», confermandogli «la sua più completa fiducia». Traduzione: Roma non solo non ti abbandona, ma si sente sollevata che dopo tanti imbarazzi e polemiche la questione sia chiusa.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Il sovrintendente del Gran Teatro La Fenice Nicola Colabianchi (Ansa).

Ora Venezi potrà vendersi come eroica vittima

E Venezi? Per la sicumera che ha mostrato non sembra il tipo da farne una malattia. È ambiziosa, giovane, sa muoversi nell’ecosistema della destra di governo con una disinvoltura che i suoi detrattori chiamano spregiudicatezza e i sostenitori talento. Dirigere un’orchestra che non ti sopporta è come allenare una squadra di calcio dove hai i giocatori tutti contro: tecnicamente fattibile, praticamente uno stillicidio quotidiano. Dunque meglio uscire con un’intervista ad effetto su La Nación che continuare a logorarsi in un clima da assedio. La mossa, in fondo, dimostra dietro le sprezzanti parole indirizzate da mesi alle maestranze del teatro veneziano, una sua consapevolezza. E soprattutto le consente di vendersi mediaticamente come eroica vittima nella patriottica battaglia contro l’egemonia culturale della sinistra

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Beatrice Venezi sul palco del Politeama di Palermo (Ansa).

La rimozione basterà a ricucire il rapporto tra direzione e maestranze?

Ora che, eliminata la pietra dello scandalo, La Fenice prova a ripartire, il futuro è un’incognita. Chi arriverà al posto di Venezi? Basterà la sua rimozione per ricucire il rapporto tra la direzione e le maestranze? Forse sì, a patto che il nome del successore sia all’altezza. Un direttore musicale di profilo inattaccabile, con un curriculum che parli da solo potrebbe abbassare la temperatura e ripristinare la perduta armonia tra le componenti del teatro. Un altro nome divisivo, o peggio un compromesso al ribasso dettato da equilibri politici che poco hanno a che fare con la bacchetta, perpetuerà lo stato di guerra. I sindacati, che negli enti lirici hanno più che in altri settori voce in capitolo, chiedono a Colabianchi di dimostrare con i fatti di voler aprire davvero una pagina nuova, esortazione che piace purché si faccia attenzione a cosa scriverci.  

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).

La Fenice ha bruciato due volte nella sua storia, e ogni volta è risorta. Stavolta l’incendio lo ha appiccato una direttrice imposta con improvvida spavalderia alla direzione musicale di uno dei più prestigiosi templi della lirica. C’è qualcosa di vagamente surreale in tutta questa vicenda: una nomina politica contestata dagli orchestrali, difesa a oltranza da un sovrintendente sempre più solo, liquidata infine dalla stessa interessata quando ancora il teatro, nella sua accezione più letterale, non le aveva ancora aperto il sipario.   

Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo

Le passioni, di solito, un politico se le dovrebbe pagare a sue spese, mai mescolare il vizio privato con la pubblica virtù. Mai, con qualche significativa eccezione, come il ministro dei Trasporti nonché vicepremier Matteo Salvini. C’è nelle spese del suo ministero una voce che ha attirato l’attenzione. Non per l’entità della cifra – parliamo di poco più di 1.200 euro – ma per l’indole che la sottende: un abbonamento a Sky Sport e Calcio, pagato con denaro pubblico, intestato a una struttura governativa il cui rapporto con il pallone non si vede abbia molto a che fare eccetto, prendendola alla larga, che Frecciarossa, la cui giurisdizione cade sotto il suddetto ministero, sponsorizza la Coppa Italia.

Mannaggia ai social che ti tradiscono quando meno te l’aspetti

La cosa, presa così, è già di per sé gustosa. Ma è la replica del Mit a renderla un capolavoro di genere. La nota ufficiale infatti precisa che il ministro non guarda le partite in ufficio. Punto, risolto così. Come se, tradotto, il nodo della questione fosse: se qualcuno adombra che Salvini guardi il suo Milan quando è in servizio sbaglia di grosso. E via di meme e video in cui il leader della Lega, nel profluvio delle sue dirette video dal ministero, dimentica alle sue spalle un televisore acceso su un frame che lascia intravedere omini che si muovono su una macchia di verde che evoca inequivocabilmente un campo di calcio. Mannaggia ai social che ti tradiscono quando meno te l’aspetti.

Nemmeno il Milan distoglie il ministro dal far arrivare i treni in orario

Ma il punto resta la replica, che sembra uscire da un copione di teatro dell’assurdo. Abbiamo pagato l’abbonamento, ma Salvini non lo usa in ufficio. Come dire: abbiamo comprato un’automobile, ma la lasciamo parcheggiata in garage perché il ministro si sposta a piedi o in taxi. Tutto a posto, dunque. L’abbonamento a Sky Calcio c’è, ma è inutilizzato. Pari e patta. Il potenziale fruitore è assolto, e il contribuente che già aveva cominciato a rumoreggiare si rasserena pensando che niente, nemmeno l’incontenibile passione per il pallone, distoglie il ministro dal far arrivare i treni in orario.

Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo

Alla fine, cosa ci lascia questa del tutto periferica vicenda di fronte ai drammi del mondo? Una piccola prova documentale da aggiungere al ritratto antropologico di un personaggio che la storia, ammesso non abbia nulla di più importante cui badare, ricorderà come l’uomo che ha trasformato la superficialità in metodo di governo.

L’abbonamento a Sky Calcio come piccola reliquia di un’epoca

Non è un’accusa, ma quasi un complimento, nel senso che Machiavelli ci ha tramandato: capire il carattere nazionale, e usare quella comprensione cavalcando l’onda senza farsi distrarre dalle sottigliezze. L’abbonamento a Sky Calcio del ministero è lì, piccola reliquia di un’epoca. E magari (ma anche no) qualcuno un giorno gli dedicherà una nota a piè di pagina in un saggio sulla fenomenologia del potere nell’Italia del terzo millennio.

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri

C’è un’ironia sottile, quasi crudele, in quello che è accaduto mercoledì all’assemblea del Monte dei Paschi. Mentre la Procura di Milano continua a scavare, convinta dell’esistenza di un concerto tra Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri nell’operazione che ha portato la banca senese a mettere le mani su Mediobanca, gli stessi protagonisti si sono presentati all’appuntamento per il rinnovo dei vertici suonando spartiti diversi

Il vecchio ad defenestrato torna in sella

Concerto che diventa sconcerto, dunque. Per i protagonisti, ma anche per quanti, quasi tutti, avevano scommesso sulla vittoria della lista del cda uscente. Tanto più che il nuovo amministratore delegato, che poi è il vecchio appena defenestrato, torna in sella pur essendo a sua volta toccato dall’accusa di aver partecipato (concorso esterno, bizzarra e assai discutibile formula) a quel medesimo concerto. Luigi Lovaglio, fatto scendere dal podio, ci è risalito nell’incredulità generale. Forse anche nella sua. Ma veniamo ai concertisti, presunti tali. Delfin, cioè la famiglia Del Vecchio, vota contro la lista del cda uscente, quella che aveva in Caltagirone il suo sponsor più convinto. E aggiunge a una storia già piuttosto barocca un elemento quasi teatrale, che i magistrati milanesi faranno fatica a incasellare nelle loro costruzioni. Il mondo al contrario, direbbe qualcuno. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Luigi Lovaglio (Ansa).

Dalla rottura tra Caltagirone e Lovaglio al colpo di scena di Delfin

Breve riassunto delle puntate precedenti. Il governo stoppa UniCredit nel tentativo di scalata a Bpm, invocando un golden power che grida vendetta per la sua bislaccheria. Nel frattempo spinge Mps a osare l’inosabile: l’assalto a Piazzetta Cuccia, con un occhio a ciò che davvero conta, il controllo delle Generali. L’operazione riesce. Fine della storia? Nemmeno per sogno, perché subito qualcosa si incrina. Lovaglio e Caltagirone, che all’indomani della conquista di Milano si scambiavano affettuosi convenevoli, si dividono sulla gestione della preda. Il consiglio si spacca e si arriva alla resa dei conti. E qui il colpo di scena. Delfin vota contro la lista del cda, quindi contro il suo alleato Caltagirone. Una scelta che riflette la tensione crescente tra gli eredi Del Vecchio e lo stesso Milleri, con i primi che gli avrebbero imposto di votare contro la lista del cda. Cosa che, sorprendentemente, fa anche Bpm. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

L’assenza del Mef a Siena pesa più di una presenza

Eravamo tre amici al bar, poi non più. Calta e i signori degli occhiali si dividono e il governo, che su Mps era entrato in scena come azionista forte, decide che non è più il caso di occuparsene. Così a Siena il Mef non si fa vedere. Una scelta che pesa più di una presenza, perché segnala che la sua regia non è più operativa. O forse che ha semplicemente cambiato posizione, defilandosi in un momento in cui, specie dopo il tracollo referendario, l’attenzione giudiziaria consiglia di non venire allo scoperto. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il voto di Bpm rafforza il progetto di un terzo polo bancario

A questo punto la domanda è inevitabile: come si passa, in poche settimane, da un’operazione percepita come coordinata a una dispersione così evidente delle forze in campo? E ancora: perché anche Bpm, che quel percorso aveva accompagnato, decide di votare Lovaglio? Qui la politica riemerge, ma senza dichiararsi. La banca più sensibile agli umori leghisti potrebbe aver fatto i suoi calcoli: con Lovaglio al timone, l’ipotesi di un terzo polo bancario che unisca Milano e Siena si fa più agibile. Un progetto cui potrebbero frapporsi  dinamiche personali, tipo la non irresistibile sintonia tra Lovaglio e Castagna, ma che resta, nel complesso, coerente con un disegno che circola da tempo. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Palermo resta una riserva credibile per le prossime partite

In questo gioco di spostamenti laterali, esce di scena Fabrizio Palermo. Non era l’amministratore delegato uscente, ma quello designato a segnare la discontinuità rispetto alla precedente gestione. Il mercato, ovvero i proxy advisor che ne raccolgono gli umori, avevano indicato in lui un profilo di garanzia per il futuro di Rocca Salimbeni. Resta in Acea, con un secondo mandato davanti. E con un’età, 55 anni, e una rete di relazioni che lo rendono una riserva credibile per le prossime partite pubbliche quando molti degli attuali protagonisti usciranno di scena. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Fabrizio Palermo (Ansa).

La vittoria di Lovaglio fa emergere nuovi equilibri in via di definizione

Tutto finito dunque col ritorno di Napoleone Lovaglio? Difficile crederlo. La politica è già in campagna elettorale e nei prossimi mesi le fibrillazioni aumenteranno. Impensabile che il sistema finanziario ne resti immune. Siena chiude una pagina e ne riapre subito un’altra. Con nuovi equilibri, vecchie logiche e attori pronti a rientrare in gioco. Quella di Lovaglio non è solo una vittoria, è l’emersione di equilibri che stanno altrove: più opachi, più mobili, ancora in cerca di una forma definitiva. Alleanze che fino a ieri venivano raccontate come granitiche si sono rivelate per quello che sono sempre state: costruzioni temporanee, tenute insieme più dalla convenienza che dalla convinzione. Non si rompono davvero, semplicemente smettono di coincidere. E a quel punto ciascuno torna a muoversi lungo la propria traiettoria, su nuovi fronti, come se nulla ci fosse stato prima. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi

Forza Italia, eppur si muove. Silvio Berlusconi è morto da quasi tre anni, e si direbbe che il suo partito ha impiegato tutto questo tempo per accorgersene. Il Cav non c’è più, però ci sono i figli che ne perpetuano il nome. Ma questo evidentemente non basta più a mantenere ordine e disciplina, e nello scontro tra conservatori e ribelli lo spettacolo rischiava di andare fuori controllo. Perché di spettacolo si tratta. Con tanto di trame carbonare, coltelli che volano e dame in guerra che, facendosi interpreti della autentica memoria del fondatore, si contendono la vicinanza alla famiglia.  

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Antonio Tajani, alle sue spalle un’immagine di Silvio Berlusconi e, nel fotomontaggio, Marina.

Tajani, per ora e non si sa per quanto, resta in sella

Partiamo dall’inizio, o meglio dalla fine: Antonio Tajani, ministro degli Esteri nonché vicepresidente del Consiglio, viene convocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese per ricevere ordini. Marina e Pier Silvio Berlusconi lo strapazzano per quattro ore, anche troppo tempo per ribadire il concetto: Forza Italia è roba loro. Punto. Il resto sono beghe tra dipendenti che bisogna risolvere. Tajani, che è uomo pratico e navigato, annuisce. Per ora, ma non si sa per quanto, resta in sella. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Barelli “silurato” non sbarella

Nel frattempo il suo consuocero Paolo Barelli scopre cosa significa essere silurati con stile berlusconiano: lo tolgono dalla guida dei deputati e in cambio gli offrono una poltrona di viceministro dei Rapporti col Parlamento (quindi, si presuppone, anche con gli azzurri di cui era capo). Promozione o premio di consolazione? Dipende da chi guarda. In politica, come insegnava il fondatore, la forma è sostanza. E Barelli, che non è uno sprovveduto, ha incassato senza fiatare più di tanto. Qualche borbottio, qualche frecciatina verso i fratelli che pretendono di comandare a Roma stando ad Arcore. Niente scleri. Forse ha capito che protestare con i Berlusconi non porta lontano. Poi a lui interessava mantenere la poltrona di presidente della Federnuoto, perché lo sport è salute e potere. Accontentato. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Antonio Tajani con Paolo Barelli (Imagoeconomica).

La baruffa tra le ex Fascina e Pascale

Ma è proprio da Arcore, ora metafora impropria del berlusconismo, che arriva il colpo di scena più bizzarro. Marta Fascina, la finta moglie del Cav che dopo la sua dipartita si è imbullonata a villa San Martino facendone niente di meno che il quartier generale della sua segreteria (cosa le serva una segreteria poi non si capisce visto che la deputata in Parlamento non si fa mai vedere) spunta fuori dal suo ritiro dorato per smentire Francesca Pascale, l’ex fidanzata che proprio lei aveva soppiantato nel cuore di sua emittenza.

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
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Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi

La quale Pascale, un tempo immancabile condimento di ogni minestra berlusconiana in salsa LGBTQ, aveva nel frattempo dichiarato grande sintonia con Marina e Pier Silvio, quasi fosse ancora parte della famiglia. Come se i lunghi anni passati ad Arcore le dessero diritto a un titolo parentale permanente. Fascina non ci sta. E fa sapere, attraverso pubbliche esternazioni, che Pascale non conta nulla. Zero, forse meno. «Io non conto nulla», ha risposto la diretta interessata chiamata in causa, «mica come lei che che conta 20 mila euro al mese per non andare in Parlamento».

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
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Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi

La vicenda è gustosa, perché non capita tutti i giorni che le due donne legate a Berlusconi da storie molto diverse litighino pubblicamente per stabilire chi era più vicina a un uomo che non c’è più. È una scena che conoscendolo avrebbe fatto ridere Silvio, ne avrebbe lusingato l’ipertrofico ego. Ma è anche vero che lui non sopportava il disordine, era un sintomo di anarchia che era unfit rispetto allo statuto di un partito rigorosamente dirigista. Infatti il Cav teneva tutto insieme con la forza della sua presenza, oltre che naturalmente del suo denaro e del suo carisma. Era il sole di un sistema dove allignavano politici in carriera, fedelissimi di seconda generazione, ex compagne, parassiti, figli, affetti ed effetti vari che gli ruotavano intorno. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).

Ora che il sole di B è tramontato i pianeti si scontrano

Adesso che il sole è tramontato, i pianeti, senza più rispettare la loro orbita fissa, si scontrano. Marina e Pier Silvio guardano dall’alto, sarebbe meglio dire da lontano. Tajani esegue. Barelli incassa, Pascale performa, Fascina smentisce, gli scontenti accendono le polveri. In attesa del leader predestinato Giorgio Mulè, considerato però in casa azzurra ancora troppo divisivo, tocca a Enrico Costa, cuneese come Briatore e la Santanchè, il nuovo che avanza che ha militato nelle seguenti sigle: Pli, Udc, FI, Pdl, Ncd, AP e Azione, prima di tornare stabile alla casa del padre (Silvio), traghettare il partito là dove i suoi dante causa (Marina e Pier Silvio) hanno in mente. Ammesso e non concesso, ma in teoria non dovrebbe mancare molto a scoprirlo, che sappiano veramente dove vogliono farlo andare. 

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino

Alla fine Roberto Cingolani è stato messo fuori da Leonardo. La notizia era nell’aria da settimane, ma fa comunque rumore, perché il manager ex ministro non è un burocrate di complemento: è uno con un profilo internazionale, capace di stare su qualsiasi palcoscenico senza fare figuracce, nonché capo della più grande industria della Difesa del Paese. Cosa che, in questi tempi di guerra, non è un dettaglio. D’accordo, ha un carattere spigoloso con tutti tranne che con i suoi favoriti, cui spiana con troppa disinvoltura le carriere. Ma defenestrarlo è stata una scelta politica, non industriale. Se, come auspicava Guido Crosetto, che di Leonardo è il ministro di riferimento, devono essere i numeri e il mercato a decidere, qui siamo agli antipodi. E si sa che le scelte di Palazzo travestite da scelte industriali hanno una storia che alla lunga non promette niente di buono.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino

Manuale Cencelli e attenzione a soddisfare la propria tribù

Il resto dell’infornata nelle partecipate si è svolto come da copione. Manuale Cencelli in mano e spasmodica attenzione della maggioranza di governo ad accontentare i pretendenti della propria tribù. Nomi di provata fede in un giro di poltrone in cui contano solo gli equilibri di coalizione e l’osservanza dei requisiti di base: fedeltà personali e cambiali da riscuotere. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, dove la tanto evocata meritocrazia resta quasi sempre in ombra. Poi, per carità, le prescelte saranno tutte persone brave e degne, ma non è questo il punto. Il problema, ovviamente, sta nel metodo.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Guido Crosetto e Giorgia Meloni (foto Ansa).

Tutte queste aziende sono quotate in Borsa. Hanno grandi e piccoli azionisti, investitori istituzionali che non votano Fratelli d’Italia, il partito di Berlusconi o la Lega e che, quando vedono arrivare un nome calato dall’alto senza uno straccio di spiegazione, fanno due conti e tirano le loro conclusioni usando la sola arma in loro possesso: massiccio smobilizzo dei titoli e capitali che vanno altrove.

Nessuna spiegazione, nomine immotivate e inappellabili

Giorgia Meloni e il suo governo non hanno sentito il bisogno di spiegare nulla. Nessuna conferenza stampa o comunicato da cui si evinca una logica industriale nelle scelte. Le nomine sono arrivate come decreti del destino, immotivate e inappellabili, nella forma di uno scarno comunicato serale del Mef. Eppure questo è lo stesso governo che, a ogni occasione buona, recita il mantra del mercato e della concorrenza. Lo ha fatto con la voce grossa quando conveniva. Poi, quando le regole avrebbero imposto trasparenza e accountability che però non gli facevano comodo, si è girato dall’altra parte.

Le difficoltà di una quadra spartitoria che plachi gli appetiti

Si è visto nella vicenda Mps, dove si è trasformato da arbitro in giocatore con una disinvoltura che avrebbe fatto arrossire persino la dirigista Mediobanca dei tempi di Cuccia. E ancora bloccando Unicredit su Bpm con argomenti che hanno fatto inorridire gli stakeholders. E ora si ripete sui vertici delle partecipate, decisi all’ultimo minuto a riprova che (soprattutto) tra alleati trovare la quadra spartitoria che plachi gli appetiti di tutti è una fatica di Sisifo.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Rocca Salimbeni, sede di Mps (Imagoeconomica).

Meloni si è chiusa ancora di più nel suo fortino

C’è chi legge questa invasività di Palazzo Chigi come una reazione alla botta del referendum, e l’ipotesi non è peregrina. Una sconfitta così netta lascia il segno, specie su una leader che ha costruito la sua immagine sull’essere invincibile. Il risultato, però, è paradossale: invece di aprirsi, di cercare un dialogo più largo, di ammorbidire i contorni di un profilo che il voto ha dimostrato non essere così granitico, Meloni si è chiusa ancora di più nel suo fortino.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

La sindrome da accerchiamento è una malattia antica della politica italiana. Ne hanno sofferto in tanti, da Bettino Craxi in poi, e non è andata bene a nessuno. Chi si convince di avere il mondo intero contro di sé finisce per vedere nemici anche dove non ci sono, stringendo il cerchio dei suoi fidi fino a soffocare tra sospetti e rancori.

Il mondo esterno trasformato in un perfido complotto da cui difendersi

È la comfort zone di Palazzo Chigi, che trasforma il mondo esterno in un perfido complotto da cui difendersi. Inizialmente, l’intento di Meloni era di confermare tutti gli ad delle partecipate, e lasciar sfogare le brame dei partiti sulle presidenze. La disastrosa sconfitta referendaria le ha fatto subito accantonare gli antichi propositi. Il mercato, nel frattempo, prende nota. Gli investitori stranieri guardano l’Italia e vedono un Paese in cui le partecipate vengono gestite come feudi, dove le regole valgono solo per gli altri e la discontinuità manageriale dipende dagli umori di chi sta al potere e non dai risultati di bilancio.

Un altro piccolo chiodo nella bara di una certa narrazione

Meloni aveva vinto le elezioni con un’idea semplice e potente: un governo che fa quello che dice, la coerenza come arma vincente. Ma quell’idea, che già aveva cominciato a vacillare nei mesi a venire, adesso fatica a reggere. E ogni nomina calata dall’alto senza una riga di motivazione è un piccolo chiodo nella bara di quella narrazione. Il fortino protegge, ma isola. E un leader isolato, prima o poi, smette di leggere la realtà, finendo per leggere solo se stesso.

La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi

Si potrebbe dire, viste le fibrillazioni che agitano i campi (quello confusamente largo della sinistra e quello acciaccato del centrodestra) che di resa dei Conte si tratta. C’è infatti una coincidenza antroponomastica che curiosamente unisce le due vicende che stanno occupando in queste ore le cronache della politica. Della prima il Conte protagonista è Giuseppe, per ben due volte presidente del Consiglio e oggi capo indiscusso del Movimento 5 stelle, fotografato a pranzo con Paolo Zampolli, emissario trumpiano spedito in Italia (sul quale circolano incredibili racconti) a coltivare relazioni ma soprattutto, com’è nello stile della casa (Bianca), affari (Fedez e Mr Marra l’hanno appena fatto arrabbiare, ma questa è un’altra storia).

La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi

Ghiotta occasione per la maggioranza di affondare il coltello nel burro di un incontro che un po’ di domande le suscita. Che ci faceva l’anti-americano Giuseppi, come l’aveva battezzato il Trump del primo mandato da presidente, a tavola col nemico? Siamo di fronte a uno dei tanti casi di un leader che in favor di telecamere recita da incendiario poi si fa colomba con l’amico americano con cui, se sceglie di incontrarsi in pieno giorno a un ristorante, vuol farsi vedere?

Via libera a illazioni, sfottò e battute su Conte-Zampolli

Troppo generiche le motivazioni addotte da Giuseppi e da Zampolli – «ho solo incontrato un amico» – per diradare le ombre del dubbio. Via libera dunque a illazioni, sfottò e battute. La più felice, quella del piddino Filippo Sensi. «Nessuna sorpresa», ha commentato l’ex portavoce di Matteo Renzi, si tratta «di un leader di un movimento di destra che incontra l’emissario di un presidente di destra».

La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
Giuseppe Conte e, sullo sfondo, una sua foto con Donald Trump (Imagoeconomica).

Cuore e corna, al Viminale c’è un nuovo caso Boccia

Ben più appetibili, visto che di mezzo ci sono presunte questioni di cuore e corna, la vicenda della seconda Conte. Cioè Claudia, giornalista alquanto prezzemolina che naviga da tempo nella comfort zone del centrodestra, in cerca di contratti e visibilità. Non siamo al caso di Maria Rosaria Boccia, la signora che ha imperversato al ministero della Cultura riducendo il povero Gennaro Sangiuliano a vittima di una pochade sadomaso, ma le analogie non possono evitare il confronto.

La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi

La Conte ha rivelato la sua relazione con Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, uomo più delle istituzioni che di partito, facendosi intervistare da un podcaster organico a Fratelli d’Italia. Al quale, secondo quanto riferito dallo stesso intervistatore, avrebbe esplicitamente chiesto di farle la domanda malandrina sulla sua liaison con l’inquilino del Viminale.

Anche i muri sapevano che la relazione andava avanti da tre anni

Se così fosse, non siamo alla voce dal sen sfuggita, ma a un’operazione costruita attraverso un canale scelto con cura. La domanda a questo punto non è perché la Conte abbia ammesso la sua relazione – chi frequenta il sottobosco del potere sa bene quando è il momento di diventare visibile -, ma perché lo abbia fatto solo ora visto che, come un anonimo frequentatore dei Palazzi romani ha affermato, anche i muri sapevano che la cosa andava avanti da tre anni.

La Lega considera il ministero dell’Interno roba propria

Qui sì, come direbbe Giorgia Meloni, bisogna andare a caccia della ribalda manina che ha giostrato il tutto. Nel governo che ha appena incassato una sconfitta referendaria senza attenuanti, i veleni circolano con quell’abbondanza che di solito precede lo scontro finale. La Lega non ha mai smesso di considerare il Viminale roba propria, Matteo Salvini lì ci stava comodissimo per orchestrare la sua campagna elettorale permanente.

La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Per la narrazione leghista Piantedosi è un occupante abusivo, sebbene in precedenza sia stato capo di gabinetto dell’attuale vicepremier e ora sia al suo posto in quota Carroccio. Destabilizzarlo attraverso la sua vita privata, rendendolo improvvisamente umano, cioè vulnerabile, non sembra un gesto d’affetto nei suoi confronti.

Le elezioni anticipate, un’irresistibile tentazione

Fratelli d’Italia, d’altra parte, ha il problema opposto: la batosta referendaria ha trasformato le sottili crepe della maggioranza e le faide dentro al partito tricolore in voragini. Il contesto internazionale, con l’improvvido abbraccio a Trump, sta trasformando nell’epopea meloniana quella che era una situazione economica vincente in un quadro dove tutti gli indicatori arrancano. E che riduce improvvisamente lo spazio per trasformare i sondaggi in consenso reale. Le elezioni anticipate, per chi parte avanti, sono sempre una irresistibile tentazione. Meglio andarci adesso, e non aspettare che la deriva si consolidi.

Non una congiura, ma una simultaneità di convenienze

Chi orchestra tutto questo? Probabilmente nessuno, nel senso di un unico regista con il copione in mano. Più probabilmente tutti, ciascuno per la propria quota di interesse, in quella forma di caos coordinato che è la specialità della nostra politica: non una congiura, ma una simultaneità di convenienze che produce lo stesso effetto. I Conte, dunque, non tornano. Ma che nell’ombra qualcuno stia già facendo la somma per farli tornare è sicuro.

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda

È nella sconfitta, bruciante, netta, come quella patita dal centrodestra sul referendum, che si disegnano con più nettezza contorni, identità e anomalie. Come quella che incarna Forza Italia fin dai suoi inizi, la discesa in campo di Silvio Berlusconi che dette il fragoroso abbrivio alla Seconda Repubblica. Dal giugno del 2023 il Cav non c’è più, se non come culto della sua memoria e nome ancora inciso nel simbolo del partito che fondò, mentre l’eredità politica ed economica (Forza Italia non starebbe in piedi senza il sostegno del casato di Arcore) è passata dal padre alla figlia.

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Silvio Berlusconi alla scrivania mentre firma il contratto con gli italiani a Porta a Porta nel 2018 (Ansa).

Fuori Gasparri, dentro Craxi grazie a Lotito: un rinnovamento da boomer

Marina, che per sua stessa ammissione non possiede il carisma del genitore, ha però i soldi per poter determinarne i destini. Teorica di un rinnovamento dei vertici azzurri finora relegato più alle intenzioni che ai fatti, ora ha rotto gli indugi tagliando una testa pesante, quella di Maurizio Gasparri, e sostituendola con una dal cognome ingombrante, Stefania Craxi

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Un salto generazionale? Difficile farlo passare così, visto che la primogenita di Bettino ha 65 anni e il buon Gasparri 69. Diciamo allora che è un primo scossone al vetusto albero da cui dovrebbe cadere, prima o poi, la testa di Antonio Tajani. Si aggiunga, per dovere di cronaca, che il golpe non avviene per mano di un baldanzoso giovane di Forza Italia, ma via Claudio Lotito, anni 68, ovvero quasi coetaneo del decollato. Un affare tra boomer, insomma, di cui le successive generazioni fanno da spettatori. Si direbbe, dunque, che Forza Italia non è un partito per giovani, che tornano buoni un paio di volte all’anno quando si tratta di blandirne le bellicose quanto velleitarie idealità. Perciò, nel momento in cui Marina B decide che Gasparri incarna il vecchio che non avanza e decide di sostituirlo con Stefania C, fa un’operazione che riguarda meramente la catena di comando. Non è questione di idee, di rinnovamento, di presa d’atto che lo statuto identitario creato dal padre abbisogna di un robusto maquillage, se non di una completa rifondazione. 

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La gestione del partito ridotta a una questione di organigramma

In Forza Italia spa, sussidiaria del gruppo Fininvest, divisione “consenso elettorale”, il ricambio potremmo sintetizzarlo così: la presidente del consiglio di amministrazione della holding di famiglia convoca idealmente un cda e sposta una risorsa. Gasparri fuori, Craxi dentro. Con la stessa logica con cui si cambia un direttore di rete che non porta abbastanza share. Solo che qui il prodotto non è una delle fiction turche che tanto piacciono dalle parti di Cologno, ma un partito politico che dovrebbe rappresentare qualcosa di meno mercantile. Una visione del mondo, un’idea forte dell’Italia e del suo futuro, degli ideali senza i quali la politica si riduce, come diceva spesso la buonanima di Silvio, a teatrino. Invece sembra essere semplicemente una questione di organigramma. 

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
La torre Mediaset a Cologno Monzese (Ansa).

Con Marina si entra nella gestione successoria senza romanticismi

Il paradosso è antico quanto Arcore, ma ogni tanto torna a manifestarsi con una chiarezza quasi pedagogica. Forza Italia non è mai stata un partito azienda, nel senso in cui lo hanno battezzato fin dalla nascita i commentatori: struttura leggera, leadership indiscussa, la televisione come propellente del consenso che sostituisce circoli e sezioni sul territorio. È sempre stato qualcosa di più specifico e  inquietante: il partito dell’azienda. Come se la Fiat avesse fondato “Avanti Agnelli” e l’avesse tenuto in portafoglio accanto alle allora esistenti fabbriche di automobili o camion. Berlusconi, padre nobile e nume tutelare, possedeva oltre al pingue portafoglio, il genio ambiguo del fondatore. La sua figura si sovrapponeva in tutto e per tutto a quella del suo prodotto politico, compreso il conflitto d’interessi sempiternamente incarnato e irrisolto. Con Marina si è entrati invece nella fase della gestione successoria, che per definizione è sempre meno romantica dell’epopea fondativa

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

I berluscones sono politici o dipendenti?

E qui si apre la vera domanda, quella che nessuno nel centrodestra ha il coraggio di formulare ad alta voce: come fanno gli azzurri intellettualmente seri e dotati di fervida ispirazione politica a sopportarlo? Perché Forza Italia non è un partito di soli yes-men e portaborse. Ci sono giuristi, economisti, europarlamentari con curriculum rispettabili, persone che hanno letto qualcosa oltre ai comunicati stampa. Eppure restano, accettando che la loro carriera dipenda non da un congresso, un programma o una spiccata corrente di pensiero, ma dall’umore dinastico che spira nei corridoi milanesi di via Paleocapa. Sono politici o sono dipendenti? La risposta, a guardare come funziona il meccanismo, è imbarazzante. Ogni nomina che passa per il filtro di Marina per forza di cose trasforma un rappresentante eletto in qualcosa che somiglia più a un dirigente che aspetta la valutazione di merito. Con la differenza che nelle aziende normali il dirigente può dimettersi e cercarsi un altro lavoro. Il politico di Forza Italia, se esce, sparisce. Oppure tenta altrove un difficile riciclo. I casi recenti di Gelmini e Carfagna sono lì a dimostrarlo. 

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).

Gli eredi di B applicano il manuale del capitalismo familiare alla democrazia

La grande anomalia italiana, che non ha equivalenti nelle democrazie mature se non nell’odierna America trumpiana, è che tutto questo viene accettato come normale. Che nessuno trovi scandaloso che un partito con rappresentanza parlamentare e ministri in carica sia gestito come un asset familiare trasmissibile per linea diretta. Mediolanum, Mediaset, Mondadori, Forza Italia. Portafoglio diversificato, rischio distribuito e governance rigorosamente accentrata. Insomma, il manuale del capitalismo familiare applicato alla democrazia rappresentativa

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni

Hanno votato. E questo, già di per sé, è una notizia. Quelli della Gen Z sono andati alle urne il 22 e 23 marzo e sono stati determinanti sul risultato, facendo quello che sondaggisti, consulenti di comunicazione e i guru delle segreterie di partito non avevano messo in conto. Tra i 18 e i 34 anni il no ha stravinto con stime intorno al 60 per cento dei voti, e la partecipazione è stata del 67 per cento (nonostante le difficoltà dei fuorisede), a fronte di un’affluenza nazionale al 58,9 per cento. Non li hanno visti arrivare, si è detto. Non si è capita la dirompente portata del loro voto. E si sono espressi con una precisione chirurgica che ai genitori, boomer o Generazione X che si battevano per le grandi ideologie novecentesche, non è mai riuscita. Senza nostalgie, bandiere o stanche liturgie, ma con una croce il cui significato travalica la materia del contendere.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Festeggiamenti a piazza Barberini, Roma, per la vittoria del no al referendum sulla giustizia (foto Ansa).

Lasciano l’Italia non certo per snobismo cosmopolita

È stato, forse per la prima volta, un voto politico e insieme generazionale. Parliamo di ragazzi che studiano con i soldi propri o con quelli dei genitori, e se va bene pagano un monolocale mille euro. Che lasciano l’Italia perché all’estero trovano un lavoro migliore e meglio retribuito, in un ambiente dove il merito non è un termine buono solo per propaganda e convegni. Altro che snobismo cosmopolita o mancanza di attaccamento alla loro terra.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
La manifestazione organizzata dal Comitato per il no sociale al referendum in Piazza SS Apostoli, a Roma (foto Ansa).

Non scelgono fra Israele e Palestina come fossero due squadre di calcio, sono invece inorriditi dalle migliaia di bambini e di anziani morti le cui immagini scorrono ogni giorno sui loro cellulari. Non capiscono perché la guerra sia diventata l’unica igiene del mondo. E sui diritti civili e la parità di genere non negoziano.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Cartelli con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù durante i festeggiamenti a Napoli (foto Ansa).

Si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Trump?

Sono antropologicamente pacifisti, non per ingenuità ma per convinzione profonda e cultura. Non postano come si vestono e si guardano bene dall’inseguire l’influencer di turno. Sono ragazzi normali con davanti un futuro che si complica ogni anno di più, che legano la loro prospettiva di vita a quella del Pianeta e ne traggono spaventose conclusioni. E soprattutto si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Donald Trump, uno che senza una logica plausibile sta contribuendo ad alimentare instabilità geopolitiche che saranno loro a dover pagare?

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Tanti giovani in piazza dopo la vittoria del no (foto Ansa).

Sono molto più difficili da ignorare di un hashtag

Giorgia Meloni ha incassato una pesantissima sconfitta. Se non ne capisce le ragioni, magari influenzata dalla narrazione del suo cerchio magico il cui unico scopo è perpetuare la rendita di posizione, e interpreta questo voto come un sussulto passeggero, un rigurgito delle piazze dove i giovani vengono indistintamente catalogati come amici dei terroristi, avrà un problema serio. Perché adesso questa generazione ha scoperto che le urne funzionano, sono molto più difficili da ignorare di un hashtag, e non basta una comparsata da Fedez per conquistarli.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Un messaggio per Meloni da parte dei giovani (foto Ansa).

Anche la sinistra questi ragazzi non li aveva visti arrivare

Paradossalmente, l’unica speranza di Meloni è la sinistra. Che fa l’errore speculare. Giuseppe Conte, Elly Schlein e gli altri già si vedono al governo, sfogliano la margherita delle coalizioni e litigano sulle poltrone future. Tutti eccitati come uno scolaro che inaspettatamente ha preso un bel voto e corre a mostrarlo ai genitori. Peccato che anche la sinistra questi ragazzi non li avesse visti arrivare. Per anni ha parlato ai giovani come ci si rivolge a un pubblico residuale, da corteggiare a ridosso delle elezioni con esternazioni di circostanza sulla fine del precariato e la miglior qualità della vita.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Giovani in piazza (foto Ansa).

Il referendum dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare

Ma il punto è che la Gen Z non è di sinistra né di destra. È di se stessa, fuori da schemi e contesti che ambirebbero a ingabbiarla. Ha valori precisi, una bussola morale che funziona e una capacità di indignarsi che non degenera in rancore, ma nel giudizio impietoso sulla demagogica ipocrisia delle classi dirigenti. Non cercano padrini politici fintamente solidali giusto il tempo per carpirne i favori e poi mollarli al loro destino, ma qualcuno che li prenda sul serio. Per ora non l’hanno ancora trovato. L’esito del referendum però dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare.