Tecnicamente, nella struttura del racconto, si chiama messa in abisso. È quel dispositivo della narrazione per cui si parte da una storia che ne contiene un’altra, che a sua volta ne contiene un’altra ancora e poi un’altra, fino a trasformare il tutto in una sorta di specchio infinito. Tutto questo per dire che la vicenda che ha coinvolto Andrea Pucci, Sanremo, Giorgia Meloni e oppositori, Pd in testa, è una messa in abisso perfetta. Non voluta, non progettata, ma i cui esiti ben ne ricalcano il funzionamento. Si dirà che anche il Festival di Sanremo, con il suo spasmodico centellinare da mesi prima personaggi e modalità dell’evento, è una messa in abisso. E infatti questa è un’altra storia nella storia, da sfogliare nei suoi molteplici livelli.
La protesta dell’opposizione trasforma l’invito di Pucci in un caso
Primo livello. Il comico Pucci, campione del politicamente scorretto, viene invitato alla kermesse canora. Un comico sul palco: accade da sempre, spesso con esiti imbarazzanti, raramente memorabili, anche perché quella platea è irta di insidie, lo sa bene Maurizio Crozza quando dileggiò Silvio Berlusconi tra fischi e grida di disapprovazione. E qui scatta la prima reazione: l’opposizione protesta, l’invito diventa un caso e lo showman, che aveva postato sui social una foto col sedere di fuori annunciando il suo arrivo, si ritira. Partita chiusa? Macché, siamo solo all’inizio.
L’intervento di Meloni e il solito vittimismo destrorso
Secondo livello. Giorgia Meloni, invece che lasciar scatenare i suoi, interviene in prima persona. Parla di censura, di clima illiberale, di artisti intimiditi, di satira accettabile solo quando la dileggia. In altre parole, trasforma un invito televisivo saltato in una questione di censura.
Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui.
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) February 8, 2026
Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle…
Ammettiamo che l’occasione, prendere un episodio ed estrapolarlo dal contesto per farlo diventare simbolico, era troppo ghiotta. La destra, quando fiuta aria di vittimismo, non sbaglia quasi mai il colpo. E la premier, ovvero la sua massima rappresentante, ha voluto (a nostro parere sbagliando) ribadirlo. C’è una schiera di adepti pronta a difendere Pucci e la discriminazione subita, lascia fare a loro: de minimis non curat praetor.

Il cortocircuito narrativo del Pd
Terzo livello. Il Pd pavlovianamente risponde. Un po’ nel merito, denunciando Pucci e le sue battute sessiste che fanno apparire Pio e Amedeo, altri campioni della satira di destra, delle educande. Ma soprattutto sull’intervento a sua difesa di Meloni che si occupa di Sanremo e non di cose più serie come il ruolo impone. Una considerazione apparentemente spendibile, ma che in realtà è un assist narrativo. Perché sancisce che questa vicenda non è una cosa seria nel momento in cui tutti ne parlano, si indignano e si sfogano sui social. Il Pd insomma denuncia l’irrilevanza della questione di fronte ai grandi problemi che affliggono il Paese e l’universo mondo nel momento in cui la cavalca. Ma così facendo fa diventare l’irrilevanza rilevante.

Per la politica satira e censura diventano il pretesto per parlarsi addosso
A questo punto, per non perdersi, è bene riassumere gli elementi di questo perfetto esempio di messa in abisso: un comico che viene invitato a Sanremo fa scattare una polemica che provoca un intervento della premier che provoca una contro-polemica dell’opposizione che genera prese di posizione, post denigratori, editoriali che inducono Pucci a ritirarsi dal Festival, che al mercato mio padre comprò. Una polemica a generazione spontanea. In questo bailamme infatti non si intravvede un burattinaio, una regia che tiri le fila della trama. C’è solo un sistema mediatico che funziona per autoriproduzione. Ogni livello non definisce il precedente, ma lo moltiplica. Ogni intervento sul tema non chiude il discorso, ma lo rilancia. È un ipertesto involontario in cui ciascun attore recita una parte che crede autonoma, ma che invece è totalmente asservita alla logica del meccanismo. In tutto questo Sanremo è solo lo sfondo, un luogo virtuale dove il fatto in sé perde di significato rispetto alle sue conseguenze. Satira e censura diventano il pretesto offerto alla politica per commentare se stessa. La messa in abisso trasforma il dibattito nella proiezione di un sistema che alimenta all’infinito la propria rappresentazione.








































(@chiaraferragni)




