C’è un classico della politica italiana che non tradisce mai: più il Colle mantiene il suo proverbiale silenzio, più qualcuno giù in pianura giura di aver captato maliziose interferenze. L’ultimo allarme lo ha lanciato La Verità, raccontando con dovizia di particolari di un presunto intrigo per ostacolare l’eventuale rielezione di Giorgia Meloni alle elezioni politiche del 2027. Un noir istituzionale? Forse. Ma è un noir in cui l’unico appiglio narrativo non è un complotto di poteri forti, ma un’imperdonabile leggerezza verbale. Perché, a differenza di altri casi analoghi, qui un movente e una parvenza di verosimiglianza esistono davvero, e convergono sul consigliere Francesco Saverio Garofani, il quale – intervistato dal Corriere della sera – candidamente ha ammesso di essersi lasciato andare a qualche parola di troppo in una conversazione tra amici («Ci vorrebbe un provvidenziale scossone», avrebbe detto secondo il quotidiano di Maurizio Belpietro). Ed è esattamente questo dettaglio, minimo ma potentissimo per il nostro ipersensibile sistema politico-mediatico, a innescare le polveri. Non serve immaginare Sergio Mattarella in versione congiurato: basta un suo stretto collaboratore che parla, quando non dovrebbe, con le persone sbagliate, in un contesto che lui ritiene rassicurante ma in realtà non lo è. Il pretesto c’è, la narrazione si costruisce da sola, il giornale la cavalca e la politica ci si tuffa.

Troppo vicino al Colle per potersi permettere di chiacchierare
La trama, insomma, non sta nei Palazzi. Sta nell’imprudenza di chi è troppo vicino al Colle per potersi permettere di chiacchierare. È una storia molto meno raffinata di un complotto. E proprio per questo molto più credibile. Mattarella non trama. Non lo fa, non gli serve, non è nel suo repertorio. La faccenda non riguarda lui, ma qualcosa di molto più semplice e più scivoloso che sono le parole in libertà. Quelle che il consigliere Garofani ha derubricato a «conversazioni tra amici». E già qui si capisce che qualcosa non ha funzionato. Perché, al Quirinale, «tra amici» è un concetto complicato. Non per snobismo, ma per fisica ambientale: qualunque frase spesa in privato può ritrovarsi, per proprietà transitiva, impressa in un titolo di giornale. Non è un mistero, è il mestiere. E se c’è un luogo dove la leggerezza verbale produce effetti collaterali immediati, è proprio la casa della prudenza istituzionale.
Un comportamento che non si perdona, altro che chiacchiera privata
Garofani non ha tramato nulla, ma ha abbassato il livello di guardia. E quando siedi accanto al presidente della Repubblica è un comportamento che non si perdona: non c’è più distinzione reale tra chiacchiera off the record e microfono aperto. Succede tutto in un secondo, in un incrocio di segnali, in un «te lo dico così» che arriva alle orecchie sbagliate. Il resto lo fa l’ecosistema: qualcuno pubblica, qualcuno amplifica, qualcuno monta la retorica del complotto. Meloni, che non si dissocia, ha mandato avanti Galeazzo Bignami a registrare il punto, mentre pontieri e pompieri cercano di spegnere l’incendio sul nascere. Ma non basta a diradare la scia di imprudenza che mette in imbarazzo il Colle senza motivo.

Può continuare a svolgere la sua funzione senza essere di disturbo?
È qui che il caso diventa un tema di percezione. Il Quirinale non può vivere di sfumature o, peggio, di insinuazioni: ogni parola pesa, ogni confidenza rimbalza, ogni leggerezza fa rumore. Non perché la politica sia crudele, ma perché è fatta così. Ingigantisce, deforma, ingoia. A questo punto la domanda è inevitabile, e tocca più il ruolo che la persona: Garofani può continuare a svolgere la sua funzione senza diventare lui stesso un elemento di disturbo?

In un Paese normale, come direbbe Massimo D’Alema, la risposta sarebbe breve e poco drammatica: deve fare un passo indietro, non per espiare chissà quale peccato, ma per evitare che l’istituzione paghi il prezzo della sua superficialità. Da noi, come sempre, ogni centimetro diventa un atto politico, ogni uscita un caso, ogni parola la stura di un possibile putiferio. Resta il fatto che tutto questo non è nato da un complotto, ma da una conversazione che non avrebbe mai dovuto esistere. A volte l’Italia non ha bisogno di intrighi per agitarsi. Le bastano due chiacchiere rilasciate malamente in una conversazione tra amici.
