Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia

Nel capitalismo di relazione ci sono operazioni che si spiegano con i prospetti informativi e altre che si capiscono meglio ascoltando le telefonate dei protagonisti. Il blitz con cui Mps si è mangiata Mediobanca appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non perché manchi la logica finanziaria, ma perché la coreografia che l’ha accompagnata è il compendio di un certo stile: deferenze, investiture, confidenze pronunciate come se il telefono fosse ancora un luogo sicuro. 

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Un fotomontaggio con Milleri, Caltagirone e Lovaglio in Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Ansa e Imagoeconomica).

Un copione che ancora una volta intreccia politica e affari

Le intercettazioni non sono il cuore dell’inchiesta, ma ne catturano l’atmosfera. Bastano pochi scambi tra Francesco Caltagirone e Luigi Lovaglio («Cavaliere, allora!», «È stata una cosa perfetta… complimenti per l’idea», «il vero ingegnere è stato lei, io ho solo eseguito l’incarico») per capire la natura di un ambiente che si riconosce al volo e funziona per codici impliciti. Quando l’ad del Monte lascia intendere un ruolo del governo, più che un’accusa è la fotografia di un sistema in cui il mercato è solo una delle lingue parlate, e non la più importante. Un déjà vu che ricorda il celebre «abbiamo una banca» della stagione dei furbetti. Cambiano gli attori, ma il copione che intreccia politica e affari è lo stesso. 

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Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro l’operazione Mps-Mediobanca si intravede la regia leghista

Dietro l’operazione Mps-Mediobanca si intravede una regia politica definita, con la Lega insolitamente compatta nelle sue anime. Giancarlo Giorgetti smentisce pressioni sui soci di Piazzetta Cuccia perché portassero le azioni all’Ops, ma dal suo ministero qualche segnale è arrivato: non ordini, ma quella moral suasion che torna utile nei momenti decisivi. Il deputato leghista Alberto Bagnai, stando alle carte, avrebbe accelerato l’uscita di alcuni consiglieri indipendenti del Monte: quando servono mosse rapide, lo scrupolo di taluni pesa e soprattutto intralcia il percorso. Intanto il sottosegretario Federico Freni, leghista pure lui, lavorava alla riforma del Tuf che alza la soglia dell’Opa obbligatoria dal 25 al 30 per cento, una coincidenza interessante se si guarda alla somma delle quote che Mediobanca, Caltagirone e Delfin hanno in Generali

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Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il precedente della vicenda UniCredit-Bpm

Il Carroccio ha agito su tutto il fronte, promuovendo alcune aggregazioni e ostacolandone altre. Lo racconta bene la vicenda UniCredit-Bpm: quando Andrea Orcel lanciò l’offerta sulla popolare milanese, i primi a ergere barricate furono proprio i leghisti. Salvini etichettò UniCredit come «banca tedesca», ignorando sede legale e composizione azionaria. Giorgetti fece il resto evocando il golden power, che poi venne effettivamente utilizzato per rendere l’operazione impraticabile. Obiettivo: complicare, rallentare, scoraggiare. Un’altra geografia avrebbe rovinato il disegno complessivo. 

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Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Ora la via per Generali è aperta, ma sarà più impervia

Ora il tema non è più come si è arrivati a Mediobanca, ma cosa accade dopo. La scalata è riuscita. Il passo successivo, quasi naturale, si chiama Generali. Trieste non è una semplice compagnia assicurativa: è un baricentro del potere italiano. Mediobanca ne è stata il custode, e chi l’ha presa sapeva bene che ben altra era la posta in gioco. L’inchiesta della Procura non spezza questa traiettoria, ma la ispessisce. Ogni passo verso Generali diventa più esposto. Non perché illegittimo, ma perché il contesto è cambiato: ciò che prima era normale dialettica ora può sembrare una trama, ciò che era tattica ora verrà sicuramente letto come combine. È uno dei paradossi italiani: le operazioni riescono, il racconto si inceppa. Chi punta a Trieste ha finalmente la chiave per entrarci, ma si trova a doverla usare nel momento meno favorevole. Ogni mossa verrà pesata, ogni candidatura osservata, ogni ombra costerà qualcosa. Generali è ancora lì, ma lo slancio della vittoria su Mediobanca non basta più. Anche un piano industriale solido potrà apparire come un passo concertato se sullo sfondo rimbombano certe telefonate. Dopo il faro della Procura è difficile immaginare che il canovaccio resti identico. La strada aperta dalla conquista di Piazzetta Cuccia porta ancora a Trieste, ma ora è molto più stretta e impervia di prima.