Ci si indigna a intermittenza, come termostati che si accendono in automatico non appena si alza di qualche grado la temperatura. Non si tratta di casi isolati, ma di una norma di comportamento che ha fatto dell’indignazione un riflesso pavloviano che ignora il senso delle proporzioni. Così può capitare che un’influencer finisca per rischiare una condanna a un anno e otto mesi, mentre su dossier ben più pesanti cali un improvviso – per gli interessati provvidenziale – tepore istituzionale. Misteri della giustizia? Più banalmente, misteri del rumore di fondo mediatico, che decide chi portare in prima pagina e chi lasciar scivolare sotto il tappeto.
Non importa se Chiara Ferragni la condanna più dura l’ha già avuta. Ed è arrivata non da un tribunale, ma da quel pubblico che per anni aveva contribuito a trasformarla in icona pop del capitalismo emozionale prima che arrivasse il Pandoro-gate, la scheggia impazzita che ha fatto scoppiare la bolla. E tutto quello che appariva come un impero digitale scintillante si è rivelato per quello che era: una cattedrale di storytelling costruita su sabbia sottile. Appena la marea si è ritirata, la spiaggia è rimasta desolatamente vuota.
Nell’economia dell’attenzione il capitale più solido è la fiducia
Nel frattempo, fuori dai tribunali, Ferragni ci riprova. Una linea di magliette che sembra disegnata per essere virale, ma che non vira. Una candela che dovrebbe evocare atmosfere, ricordi, identità, e che invece evoca solo una domanda: perché? Il web la massacra, e non per cattiveria: semplicemente perché la narrazione si è rotta, e quando la trama non sta più in piedi i gadget non salvano il film. Il problema non è la giustizia (quella farà il suo corso), bensì la percezione. Una volta che i follower ti percepiscono come inautentica, puoi anche produrre la versione influencer del Sacro Graal. Non basterà. Nell’economia dell’attenzione il capitale più solido non sono i soldi, ma la fiducia. E quando la perdi, non c’è artifizio che consenta di recuperarla.
Un brand che cerca disperatamente di riavvolgere il nastro
La candela “esperienziale”, nata per accendere un desiderio, brucia soprattutto ironia. La linea di magliette, pensata per rianimare un immaginario esausto, è stata accolta come un esercizio di sopravvivenza estetica: il sintomo, non la cura. L’impressione generale è quella di un brand che cerca disperatamente di riavvolgere il nastro, senza accorgersi che il proiettore ormai manda in loop un film mentre il pubblico ha già abbandonato la sala.
Le bolle speculative sono spietate quando si contraggono
Il punto non è la boutade digitale del momento, ma il meccanismo profondo: Ferragni è stata la sacerdotessa di un culto pervasivo, quello dell’identità come merce. Solo che questo tipo di economia, come tutte le bolle speculative, è meravigliosa finché cresce e spietata quando si contrae. È allora che mette a nudo la natura del capitale su cui poggiava: l’attenzione, non la sostanza. È un capitale che non resiste agli urti, perché non ha peso. Luccica, ma non regge.
Gli imperi della brillantezza crollano per l’irruzione di un principio di realtà
Così, nel suo piccolo grande crollo, la storia di Chiara – suo malgrado – diventa l’allegoria di un Paese che preferisce punire i simboli invece dei sistemi, e che confonde il rumore con l’importanza. Attendiamo i verdetti della giustizia. Il resto – reputazione, credibilità, fiducia – è già stato deciso. In fondo il copione è noto: gli imperi della brillantezza crollano non per mancanza di luci, ma per l’improvvisa irruzione di un principio di realtà. E con il sipario ormai calato, la fiammella di una candela accesa in platea non basta a riaccendere lo spettacolo.









(@chiaraferragni)