La malandrina Atreju e il cortocircuito di una sinistra con più perimetri che leader

Atreju è una creatura tipicamente italiana: una festa che si atteggia a convention, una convention che si crede crocevia geopolitico e, alla fine, resta ciò che è sempre stata: un palcoscenico che misura i rapporti di forza meglio di qualunque sondaggio. Giorgia Meloni lo sa benissimo: basta aprire le porte e far scorrere gli inviti perché gli equilibri si rivelino da soli. Anche quest’anno doveva essere la solita passerella: muscolare esibizione di orgoglio identitario, folklore, ospiti d’onore, applausi di rito. Invece è bastato un invito a Elly Schlein, piazzato con la nonchalance di chi sa già l’effetto che farà, per trasformare una festa di partito in uno stress test per l’opposizione.

Schlein ha abboccato mangiandosi l’esca e il filo

Non perché la premier avesse orchestrato chissà quale trappola. È stata semplicemente fedele al primo comandamento del potere: lasciare che siano gli altri a complicarsi la vita. Ha aperto la porta, ha sorriso, e ha atteso che l’antagonista abboccasse. E puntualmente la segretaria del Partito democratico s’è mangiata l’esca e il filo: «Vengo solo se c’è il confronto diretto», ha risposto. Una condizione che sa di autodifesa più che di tattica: andare a casa dell’avversaria politica richiede una cornice solida. Fin qui tutto comprensibile, se non fosse che l’evento vive del suo contrario: più cerchi di mettergli paletti, più ti sfugge.

La malandrina Atreju e il cortocircuito di una sinistra con più perimetri che leader
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (foto Imagoeconomica).

Una sudoku politico dove ogni casella che si riempie apre un nuovo problema

Il vero cortocircuito però arriva quando Meloni invita anche Giuseppe Conte. Tutto naturale, tutto previsto: ampli il parterre e osservi chi si irrigidisce. La presidente del Consiglio non dice nulla, non accenna a polemiche: semplicemente allarga la scena. Ed è in quella dilatazione che la sinistra entra in apnea. Perché se Schlein accetta la presenza di Conte sul palco, ammette una leadership condivisa che non vuole riconoscere. Se la rifiuta, si ritrova a spiegare perché nel campo largo non c’è ancora un campo, né tantomeno un leader. La mossa successiva arriva come un’eco: se c’è Conte, dice Schlein, allora serve Matteo Salvini. E in pochi minuti l’invito di Atreju si trasforma in una specie di sudoku politico dove ogni casella che si riempie apre un nuovo problema.

L’opposizione dimostra da sola quanto siano difficili i rapporti interni

Nel frattempo Meloni fa la cosa più semplice e redditizia: tace. Non serve altro. Basta lasciare che l’opposizione dimostri da sola quanto sia difficile per Schlein maneggiare un rapporto con Conte che cambia forma ogni settimana. L’argomento scelto dalla leader del Pd per uscire dall’angolo – «Meloni scappa dal confronto» – è smentito dal fatto che la presidente del Consiglio ha appena invitato metà dell’emiciclo: Matteo Renzi, Carlo Calenda, e persino i gemelli diversi Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Mentre l’unica a scappare sembra proprio quella che accusa gli altri di farlo.

La malandrina Atreju e il cortocircuito di una sinistra con più perimetri che leader
Il cartonato di Elly Schlein ad Atreju (Ansa)

Meloni non vince nulla di concreto con questa mossa. Non cambia i rapporti di forza, non conquista segmenti nuovi. Semplicemente evidenzia un fatto politico che ormai non ha bisogno neanche di essere dichiarato: a destra c’è un leader e un perimetro, a sinistra ci sono più perimetri che leader.

Il punto è semplice: l’affaire Atreju ha mostrato che nel centrodestra c’è un vertice riconosciuto, mentre nel “campo largo” c’è un campo che largo lo è soprattutto per l’incertezza su chi lo comanda. È bastata una festa di partito, non una legge elettorale, a ricordarci che la politica non perdona i vuoti di leadership, ma li amplifica. E così un invito malandrino si è trasformato in una prova involontaria, ma non meno crudele, sulla tenuta dell’opposizione. Un invito gentilmente recapitato che non ha messo in difficoltà chi l’ha scritto, ma chi ha dovuto decidere se accettarlo.