Ci sono momenti in cui la storia non avanza: inciampa. E il piano di pace lanciato da Donald Trump per chiudere la guerra in Ucraina – poi parzialmente rimodulato dopo l’incontro a Ginevra tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e la delegazione ucraina guidata da Andriy Yermak – è uno di quei momenti. Una proposta sottile come un tovagliolo da fast food su cui il presidente americano schizza piani di pace con la grazia di un boscaiolo che spacca un tronco a colpi di accetta: cedete un pezzo qui, sacrificate un principio là, datevi una stretta di mano ma muovetevi, che ho un golf in Florida da inaugurare. Eppure basta questo per far cadere l’Europa dal già precario piedistallo dell’unità strategica. Gli Stati membri, che hanno rilanciato una controproposta, al primo soffio di vento trumpiano tornano al loro sport preferito: accusarsi l’un l’altro di non capire il momento storico, ovvero l’unica liturgia che l’UE osserva con coerenza: l’invocazione permanente dell’eccezionalità, dietro la quale si nasconde la paura di decidere e il conseguente immobilismo.

Nel governo Meloni la frattura non è un incidente ma un vizio d’origine
Ma se l’Europa vacilla, l’Italia sprofonda. E lo fa con la sua consueta e tipica teatralità. Perché nel governo Meloni la frattura non è un incidente, è un vizio d’origine. Da un lato la premier, che ripete fedelmente la linea euroatlantica come una studentessa diligente anche quando gli altri compagni, quelli davvero influenti, hanno la testa altrove. Dall’altro Matteo Salvini, che al richiamo di Trump reagisce come certi cani di campagna quando sentono il fischietto del padrone da lontano: scattano, ringhiano un po’, e si preparano a mordere il concetto di coerenza. È allo stesso tempo la maggioranza più atlantista e più filoputiniana che il Paese abbia mai avuto. Un miracolo, a suo modo. Un po’ come stare fermi e correre nello stesso istante.

Il piano di Trump è un riflettore piazzato sulle debolezze altrui
Ma il punto non è se Trump abbia ragione o torto, anche se propenderemmo per la seconda ipotesi. Il punto è che ogni volta che Washington tossisce, Roma si divide su quale medicina adottare. E lo fa con un entusiasmo che rasenta l’autolesionismo: chi si affretta a giurare fedeltà all’Occidente, chi riscopre improvvisamente la saggezza del Cremlino, chi cerca una terza via che di solito è un lasciapassare per essere ammessi a un talk show serale dove esibire la propria irrilevanza. In Italia la politica estera non è un progetto, è un ritmo. Un battito cardiaco regolato dall’agenda mediatica più che dalle necessità geopolitiche. Chi riesce a governare questo ritmo, a non cadere nella vertigine dell’oggi contro domani, sembra un gigante. E infatti, da noi, di giganti restano solo i poster. Chi no, affoga nel procelloso mare del disordine internazionale. Trump questo lo ha capito. Il suo non è un piano, ma un riflettore piazzato sulle debolezze altrui. Serve a vedere chi trema, chi osa, chi scappa dietro l’ombrello della spesso inesistente posizione comune europea e chi, come accade puntualmente da noi, interpreta ogni svolta globale come l’occasione per regolare i propri conti interni.

In tutto questo frastuono dov’è l’Ucraina?
Alla fine resta una domanda: e l’Ucraina? Nessuno la cerca più, in mezzo a questo frastuono. È diventata l’oggetto del contendere, non il soggetto del dibattito. L’oggetto di un piano improvvisato a Mar-a-Lago che riesce a dire più sulla fragilità dell’Europa e sulla schizofrenia dell’Italia di quanto decenni di analisi abbiano mai rivelato. E allora la pace, paradossalmente, c’entra poco. Questa è una storia di nervi scoperti. E di quanto siamo bravi a farli vibrare da soli.
