Un pianeta ancora più piccolo: l’era della deglobalizzazione e il declino dell’Occidente

Un pianeta ancora più piccolo è il nuovo libro di Simone Filippetti, pubblicato dal Sole 24 Ore nella collana Storie (in libreria e in edicola abbinato al quotidiano da venerdì 10 aprile), ed è il seguito di Un pianeta piccolo piccolo. A distanza di cinque anni dal precedente volume, che già intravedeva la fine della globalizzazione, in una lunga carrellata di storia della finanza dalle origini della moneta fino alla pandemia, l’autore torna a interrogarsi sulle grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali degli ultimi decenni, aggiornandolo agli ultimi cinque anni: l’accelerazione della Storia li ha fatti diventare come 50 di altre epoche. Il filo rosso dei vari capitoli è un Occidente che pare sempre più avviato verso un declino irreversibile, tra spinte nichiliste interne ed enormi pressioni esterne, schiacciato com’è tra i tre grandi blocchi mondiali. Con uno stile narrativo che intreccia analisi economica, memoria personale e riferimenti storici, Filippetti attraversa temi centrali del nostro tempo: dalla Brexit come primo segnale di deglobalizzazione alla crisi dell’Unione europea, dal turismo di massa alla nascita della società low cost e alle fragilità di una società sempre più divisa e iper-regolata, dalla potenza (o minaccia) crescente della Cina fino alla nuova dottrina degli Stati Uniti. Il risultato è un affresco critico dell’epoca contemporanea, che mette in discussione molti dogmi del pensiero dominante. Ne emerge una riflessione lucida e controcorrente sul rapporto tra mercato, Stato, libertà individuale e sovranità.

Un pianeta ancora più piccolo: l’era della deglobalizzazione e il declino dell’Occidente
La copertina di Un pianeta ancora più piccolo di Simone Filippetti.

Il Dilemma di Tucidide: estratto da Un pianeta ancora più piccolo

Ero arrivato a Roma, nell’autunno del 2021, e avevo suonato al citofono di un portone malmesso, in via delle Fontanelle, a due passi da via Nazionale: da fuori, il palazzo è in cattivo stato e la brutta pulsantiera degli anni Sessanta stride con la vetustà dell’edificio. Ma appena raggiungo l’ultimo piano, vengo catapultato nella Grande Bellezza. L’attico del mio amico ed ex collega Alessandro Vitiello, giornalista prestato al mondo dell’arte, è di uno splendore mozzafiato: architettura moderna ospitata dentro una torre saracena medievale.

Ma è la vista che lascia stupefatti: affaccia direttamente sul Foro Romano, si puo quasi toccare la Colonna Traiana mentre la cupola della Chiesa del Santissimo Nome di Maria si staglia davanti. Sulla terrazza erano state disposte delle file di sedie e un tavolino: ero lì per presentare il mio libro Un Pianeta Piccolo Piccolo. Mentre aspettavo che arrivassero gli ospiti, guardavo il panorama incantevole e mi venne da pensare a una scena simile, ma accaduta secoli prima. Era una sera di meta ottobre dell’Anno del Signore 1737: un giovane studioso inglese si aggira per il Foro Romano. A Putney, il sobborgo a sud-ovest di Londra dov’è nato, faceva già freddo e probabilmente pioveva; passeggiare al crepuscolo non avrebbe avuto il medesimo fascino. A Roma è diverso: ci sono le ottobrate, giornate di sole e clima mite, e poi c’è il Foro dove, a fine del ‘700 prima dei granfi scavi, i resti dei capitelli e delle colonne affiorano dal terreno: l’antica Roma giaceva sotto metri di detriti. In mezzo a quel paesaggio, incontrando dei frati totalmente disinteressati alle imponenti rovine di un glorioso passato, il ragazzo ha un’intuizione: com’è stato possibile che la Citta Eterna si fosse ridotta a ruderi dimenticati, mentre un’altra civiltà vi camminava sopra senza curarsene?

Il giovane si chiama Edward Gibbon, viene da una famiglia benestante (tanto da potergli consentire di viaggiare in Italia a fare il Gran Tour) e ha studiato (ma con poca fortuna) a Oxford. Quell’intuizione gli cambia la vita: dedicherà la sua carriera a scrivere Declino e caduta dell’Impero romano un’opera monumentale. Ancora fino al Settecento, Roma deteneva il primato di più grande impero nella storia dell’umanità e, per uno studioso inglese, era il punto di riferimento: pochi decenni dopo, grazie alla Rivoluzione Industriale, la medesima Gran Bretagna avrebbe scalzato l’Urbe Eterna. Ma il saggio di Gibbon è più di una poderosa opera storiografica: è un manuale geopolitico sul perché le civiltà dominanti a un certo punto entrano in crisi e crollano. E sembra scritto apposta per l’epoca moderna: anche la civiltà occidentale è in declino e si avvia alla sua fine, se non farà nulla per scongiurarlo.

Il mondo che credevamo senza confini si sta rivelando sempre più fragile, diseguale e contraddittorio. La globalizzazione ci ha fatto credere che sarebbe arrivata una nuova Età dell’Oro: per un po’ è successo ma poi gli effetti collaterali hanno superato i benefici, impoverendo quella classe media che in ogni epoca e in ogni società è la spina dorsale di una nazione. A pagare il conto di un modello in-sostenibile sono stati soprattutto i cittadini dell’Ue, fallito esperimento di globalizzazione. Il Vecchio Continente è oggi “il malato grave” del mondo, gli Stati Uniti vedono la fine del loro dominio e il presidente Donald Trump si agita per non perdere il primato o quantomeno provare a rallentare l’inarrestabile ascesa della Cina: il Dilemma di Tucidide incombe, minaccioso. Il presidente americano è forse il Romolo Augustolo del Ventunesimo Secolo: Iran e Venezuela più che imperialismo sbruffone sono mosse di difesa.