Ucraina, Venezuela, Iran. A ogni guerra, a ogni crisi, pensiero e sguardo vanno anche verso l’Asia orientale con la stessa domanda: che cosa può accadere ora a Taiwan? I precedenti segnalano che le semplificazioni non funzionano: la tabella di marcia della Cina sembra essere in larga parte impermeabile alle crisi internazionali. Eppure, qualcosa in questa turbolenta contingenza globale si sta muovendo. Per ora non tanto sul fronte militare quanto su quello politico, visto che venerdì 10 aprile Xi Jinping ha ricevuto a Pechino Cheng Li-wun, leader dell’opposizione taiwanese e presidente del Kuomintang (KMT), partito con posizioni ultra dialoganti col Partito Comunista Cinese (PCC). Si tratta di un segnale rilevante inviato da Xi in mezzo alla guerra allargata in Medio Oriente, ma anche in previsione della visita di Donald Trump in Cina, prevista per metà maggio. Non solo. L’incontro arriva poche settimane dopo una rarissima “offerta” avanzata dal governo cinese a Taipei: stabilità energetica in cambio della «riunificazione pacifica». Una proposta impossibile da accettare per il Partito Progressista Democratico (DPP) e il presidente Lai Ching-te, che Pechino ritiene un «secessionista», ma che è stata messa sul tavolo per provare a influenzare un’opinione pubblica che sta perdendo fiducia nelle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti. E qui, sì, c’entra direttamente la guerra di Usa e Israele contro l’Iran.

Taiwan teme una distrazione strategica Usa e un calo del supporto militare
Il conflitto in Medio Oriente ha un effetto immediato sulla capacità degli Stati Uniti di proiettare potenza in più teatri contemporaneamente. Washington resta il principale garante della difesa di Taiwan, attraverso il Taiwan Relations Act e il supporto militare continuo, ma un coinvolgimento diretto contro l’Iran (che si somma a quello indiretto nella guerra in Ucraina) inevitabilmente assorbe risorse, attenzione politica e capacità militari. Questo comporta due conseguenze. La prima è psicologica, con la diffusione della percezione di «distrazione strategica». La seconda è più concreta, con gli arsenali militari messi già a dura prova dal conflitto contro l’Iran, come conferma la decisione di Washington di spostare alcuni dispositivi dal territorio dei suoi alleati in Asia orientale. È il caso di diversi sistemi missilistici Patriot e anti missilistici Thaad, ritirati dalla Corea del Sud per essere impiegati in Medio Oriente. A Taiwan si temono nuovi ritardi nelle già non tempestive consegne di armi acquistate dal governo. Taipei è ancora in attesa di oltre una ventina di pacchetti acquistati negli anni scorsi e non ancora giunti a destinazione. La nuova guerra potrebbe peggiorare la situazione, nonostante da Washington arrivino rassicurazioni.

All’uso della forza Pechino preferisce la pressione politica ed economica
C’è chi crede che questi due elementi possano creare una finestra di opportunità per un’azione militare di Pechino su Taiwan. Si tratta però di una lettura parziale e che non coglie del tutto la complessità del tema. La Cina ha dimostrato più volte di non ragionare in termini opportunistici immediati, ma piuttosto in una logica di lungo periodo. A maggior ragione, questo accade su Taiwan, che il PCC considera una questione interna. Questo implica che l’uso della forza non rappresenta la prima opzione della leadership cinese. La guerra in Iran non spinge automaticamente la Cina ad agire militarmente, ma potrebbe rafforzare la sua strategia preferita: quella della pressione politica, economica e psicologica. Ed è proprio qui che si inserisce l’intensificarsi dei contatti tra il PCC e il KMT, culminati nell’incontro tra Xi e Cheng. Pechino sta cercando di ottenere risultati su Taiwan senza ricorrere alla guerra, sfruttando il dialogo con la parte politica che si oppone all’indipendenza di Taipei e facendo leva sulle divisioni interne di una politica taiwanese che vive una fase di ultra polarizzazione.

La guerra in Iran rafforza la narrazione globale cinese
Dal punto di vista taiwanese, la guerra in Iran genera una doppia pressione. Da un lato, aumenta il senso di vulnerabilità, rafforzando le argomentazioni di chi sostiene la necessità di un forte riarmo e di un legame più stretto con gli Stati Uniti. Dall’altro lato, alimenta il timore di essere trascinati in una crisi globale o, peggio, di essere “sacrificati” in un eventuale negoziato tra grandi potenze. D’altronde, la guerra in Medio Oriente sta contribuendo a rafforzare la narrazione globale della Cina, che sta cercando di posizionarsi come attore responsabile e stabilizzatore, contrapponendosi a un’immagine degli Stati Uniti come potenza interventista e destabilizzante.
L’iper-attivismo della diplomazia cinese
La diplomazia cinese è stata raramente attiva come in questa fase. Restando alle ultime settimane, Pechino ha avanzato insieme al Pakistan un piano di pace in cinque punti sulla guerra in Medio Oriente, svolgendo anche una mediazione dietro le quinte con l’Iran per raggiungere la tregua con Washington. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha tenuto quasi 30 colloqui con tutti i Paesi della regione, Iran e Israele compresi. Non solo. A Urumqi, nello Xinjiang, sono stati ospitati colloqui tra Pakistan e Afghanistan, nel tentativo di mettere fine a un’altra crisi regionale che si è aperta negli scorsi mesi. E ancora: nei prossimi giorni saranno a Pechino sia il premier spagnolo Pedro Sanchez (parallelamente a una parziale distensione nei rapporti con l’Unione Europea) che il presidente vietnamita To Lam, figura chiave degli equilibri del Sud-Est asiatico. E ancora: contestualmente all’incontro tra Xi e Cheng, Wang si è recato in Corea del Nord per la prima volta dopo sette anni. Una visita che potrebbe aprire a un vertice tra Xi e Kim Jong-un. Nulla è casuale. Xi userà con ogni probabilità la riapertura del canale con Pyongyang e, soprattutto, quella con l’opposizione di Taiwan per assumere una posizione di forza quando incontrerà Trump.

Il messaggio di Xi a Trump: Taiwan è una «questione interna»
In che senso? Qualche settimana fa, il presidente americano ha dichiarato che avrebbe discusso con Xi della vendita di armi a Taiwan. Un’uscita senza precedenti che sembra disattendere le garanzie delle Sei Assicurazioni (1982) di Ronald Reagan a Taipei, che includono anche la promessa di non discutere con Pechino del supporto di difesa all’isola. Ospitare Cheng e parlare di «sviluppo pacifico» delle relazioni andando verso un «futuro radioso di unione» tra le due sponde dello Stretto significa dire a Washington che Pechino ha appoggi politici a Taipei e che Taiwan è una «questione interna» della Cina, su cui al massimo la Casa Bianca dovrebbe esprimere supporto per una soluzione pacifica, interrompendo dunque la vendita di armi e i colloqui con il governo del DPP.

Le ripercussioni economiche della chiusura di Hormuz
Attenzione anche alla dimensione economica. Con la guerra e le chiusure dello Stretto di Hormuz, stanno aumentando i prezzi dell’energia e nel caso il conflitto si prolungasse ci sarebbero effetti ancora più rilevanti sulle catene di approvvigionamento. Taiwan, nodo cruciale nella produzione globale di chip, diventerebbe ancora più centrale, e allo stesso tempo più esposta. Tutto questo può rafforzare la voce di chi, come il KMT, sostiene che serva un riavvicinamento a Pechino. Ma, allo stesso tempo, può rafforzare quella di chi vede queste manovre come un rischio e una erosione di sovranità. L’incertezza, interna ed esterna, è tanta nel triangolo asimmetrico Taipei-Pechino-Washington. E la guerra in Iran sembra destinata a rafforzarla ulteriormente.
