Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop

Evaporato. Che fine ha fatto il miliardo di euro che doveva servire a ricostruire l’Emilia-Romagna dopo l’alluvione del 2023, quello dopo il quale Giorgia Meloni si mise a girare alcune zone colpite indossando stivali di gomma in mezzo al fango, per la più classica delle passerelle? È sparito tra ordinanze, target riscritti, cantieri mai partiti e responsabilità divise così tanto da sembrare di nessuno. Tre anni dopo quella devastazione, la ricostruzione si presenta alla scadenza del 30 giugno 2026 con un conto politico pesantissimo: il fondo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) si è ridotto da 1,2 miliardi a 290 milioni.

Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop
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Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop

Consap doveva accelerare la ricostruzione

Dentro questa voragine ci sono finiti tutti. A partire dal governo Meloni, che aveva annunciato l’impegno di risorse promettendo il raggiungimento di certi obiettivi, ma non è riuscito a trasformarli in cantieri nei tempi europei. Tra i colpevoli c’è anche la Regione Emilia-Romagna guidata fino al 2024 da Stefano Bonaccini, che per anni ha governato un territorio fragile e oggi non può limitarsi al ruolo di parte lesa. Senza dimenticare Consap, la società che opera come “braccio operativo” dello Stato per gestire fondi di pubblica utilità, indennizzi e servizi di garanzia a tutela dei cittadini e che è partecipata del ministero dell’Economia, con l’ex deputato di Forza Italia Sestino Giacomoni presidente e Vincenzo Sanasi d’Arpe amministratore delegato: doveva accelerare la ricostruzione ed è arrivata invece alla prova dei fatti con numeri modesti.

Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop
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La domanda è semplice: com’è possibile che, dopo una tragedia nazionale, con fondi europei disponibili, una struttura commissariale dedicata, una Regione coinvolta e una società pubblica incaricata di far partire gli appalti, la ricostruzione sia finita in una rimodulazione al ribasso? La risposta sta nei numeri: meno fondi Pnrr, meno interventi, meno cantieri, meno certificati. E molte più spiegazioni che opere concluse.

«Il governo al fianco dei territori»: prima gli annunci, ma i lavori?

Nel gennaio 2024 il governo presentava per il post-alluvione 1,2 miliardi aggiuntivi del Pnrr, insieme all’accordo con la Regione Emilia-Romagna da 588 milioni per 92 progetti strategici. Era il momento degli annunci: «il governo al fianco dei territori», risorse europee, messa in sicurezza. Oggi quel perimetro è stato rideterminato in 290 milioni e il nuovo target è l’emissione, entro il 30 giugno 2026, di almeno 190 certificati di ultimazione lavori.

Una capacità di spesa che Meloni non è riuscita a garantire

Tecnicamente si chiama rimodulazione. Politicamente è una bocciatura. Il piano iniziale non ha retto alla prova dell’esecuzione. E se un programma da 1,2 miliardi viene ridotto a 290 milioni, non basta invocare la complessità amministrativa o le nuove emergenze meteo. La struttura commissariale è nazionale, il Pnrr passa da Palazzo Chigi e dal Mef, il confronto con Bruxelles è di responsabilità del governo. La prima colpa, quindi, è dell’esecutivo Meloni: ha annunciato una capacità di spesa e di realizzazione che non è riuscito a garantire.

L’Emilia-Romagna non può presentarsi soltanto come vittima

Roma però non è l’unico bersaglio. L’Emilia-Romagna, governata per decenni dal centrosinistra, non può presentarsi soltanto come vittima degli eventi climatici. La Regione annovera tra le proprie funzioni l’indirizzo, la programmazione e il controllo in materia di difesa del territorio, oltre alla programmazione e al monitoraggio degli interventi di difesa del suolo, costa e bonifica.

Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop
Stefano Bonaccini e Giorgia Meloni nei giorni dopo l’alluvione del 2023 (foto Ansa).

È qui che entra in campo Bonaccini. Era presidente della Regione al momento dell’alluvione e ha rappresentato per anni il modello emiliano-romagnolo: amministrazione efficiente e macchina pubblica capace.

La struttura commissariale era guidata dal generale Francesco Paolo Figliuolo

Poi c’è Consap. Qui il discorso diventa ancora più concreto. Il 25 ottobre 2024 la società ha firmato con la struttura commissariale guidata allora dal generale Francesco Paolo Figliuolo una convenzione per svolgere funzioni di stazione appaltante ausiliaria per l’esecuzione e la gestione degli interventi di messa in sicurezza e ricostruzione nei territori colpiti dall’alluvione. La stessa Consap presentò quell’incarico come la sua prima attività in questo ruolo.

Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop
Francesco Paolo Figliuolo (foto Imagoeconomica).

I vertici sono quelli nominati nel 2023: i già citati Giacomoni, presidente, e Sanasi d’Arpe, amministratore delegato confermato per il secondo mandato. La partita della governance è ormai prossima, perché la documentazione societaria indica gli incarichi con scadenza legata all’assemblea chiamata ad approvare il bilancio relativo all’ultimo esercizio della carica. Dopo questa vicenda, il rinnovo dei vertici non può essere trattato come una normale pratica di nomine pubbliche.

Il problema non è solo la differenza tra 17, 27 o altri conteggi circolati nelle ricostruzioni giornalistiche. Il problema è il denominatore: 216 interventi affidati. Presentare 17 cantieri Pnrr come un risultato rischia di rovesciare la realtà. Dentro un programma che deve arrivare ad almeno 190 certificati entro giugno, quel numero somiglia più a un’ammissione di ritardo che a un successo operativo.

Il ministero dell’Economia deve chiedere conto del (mancato) risultato

Consap può sostenere di avere prodotto sopralluoghi, progetti, affidamenti e procedure. Ma la ricostruzione non si misura sulla carta. Si verifica sui cantieri chiusi, sulle opere consegnate, sui territori messi in sicurezza. Se una partecipata pubblica viene chiamata per accelerare e arriva alla vigilia della scadenza con pochi cantieri ultimati, il Mef deve chiedere conto del (mancato) risultato.

La ricostruzione è un fallimento a tre livelli

Il flop della ricostruzione emiliano-romagnola è quindi un fallimento a tre livelli. Il governo Meloni ha annunciato risorse che non è riuscito a trasformare in opere nei tempi del Pnrr. Il centrosinistra regionale, con Bonaccini in testa, deve rispondere della prevenzione mancata e della fragilità accumulata sul territorio. Consap, con Giacomoni, Sanasi d’Arpe e la Stazione appaltante guidata da Leonardo Francesco Nucara, deve spiegare perché la macchina operativa incaricata di far correre gli appalti sia andata avanti invece con numeri così deboli.