Benjamin Netanyahu ha annunciato a sorpresa di aver «incaricato il governo di avviare al più presto negoziati diretti con il Libano». I colloqui, ha spiegato il premier israeliano, «si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche» tra Tel Aviv e Beirut. Netanyahu ha dunque accettato la richiesta ricevuta dal governo libanese, che il suo esecutivo aveva invece respinto a marzo. Il primo incontro, a livello di ambasciatori, dovrebbe avere luogo la prossima settimana a Washington, al Dipartimento di Stato. Bibi ha messo in chiaro che, nel frattempo, «non ci sarà alcuna tregua» con Hezbollah.
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa).
Trump aveva chiesto a Netanyahu una de-escalation in Libano
Dopo i violenti raid dell’IDF su Beirut con centinaia di vittime, oltre alle varie cancellerie europee e ai governi di Mosca, Ankara e Islamabad, anche Donald Trump aveva chiesto a Netanyahu una de-escalation in Libano di ridurre gli attacchi in Libano per garantire il successo dei negoziati in Pakistan tra Usa e Iran. In vista dei colloqui, Teheran ha condannato gli attacchi israeliani su Beirut, chiedendo di confermare l’inclusione del Libano nell’accordo di cessate il fuoco. «Continueremo a colpire Hezbollah con forza e determinazione, ovunque sarà necessario», aveva scritto Bibi. Resta da capire quale accordo possa essere raggiunto tra Israele e il Libano. Tel Aviv non ha mai mostrato interesse per colloqui con Beirut che non coinvolgessero anche Hezbollah. E l’organizzazione antisionista ha sempre affermato di non voler negoziare con lo Stato ebraico, soprattutto se sotto attacco.
Stefano Gabbana ha lasciato la presidenza di D&G, assunta da Alfonso Dolce (fratello di Domenico, già ceo del marchio). Lo riporta l’agenzia Bloomberg, secondo cui il gruppo, alle prese con il rallentamento del lusso, si prepara a negoziare con le banche una ristrutturazione di circa 450 milioni di euro di debito, con la richiesta di nuovi fondi fino a 150 milioni. Sul tavolo, sempre secondo Bloomberg, anche la possibile cessione di asset immobiliari e il rinnovo di licenze per rafforzare la liquidità. Gabbana starebbe vagliando diverse ipotesi su come gestire la sua partecipazione, pari al 40 per cento, nel capitale sociale della maison. Tra queste ci potrebbe essere anche la cessione della sua quota. Ne possiede una equivalente anche Domenico Dolce, mentre la restante percentuale del capitale è ripartita tra i fratelli Dolce.
Habemus nomine. Dopo settimane turbolente, il governo ha sciolto le riserve sui vertici di Leonardo, Eni, Enav ed Enel. Ora manca solo Terna, ma pare sia questione di giorni. Dopo la conferma a Poste di Matteo Del Fante nel ruolo di ad e Silvia Rovere in quello di presidente, gli alleati della maggioranza hanno così trovato la quadra.
Leonardo: Lorenzo Mariani al posto di Roberto Cingolani
Partiamo da Leonardo, dove Giorgia Meloni ha voluto sostituire sia il capo azienda sia il presidente. Al posto di Roberto Cingolani, arriva Lorenzo Mariani, manager di lungo corso e condirettore del gruppo di Piazza Monte Grappa nonché capo della costola italiana di Mbda, il consorzio europeo che produce missili.
Da sinistra Stefano Pontecorvo, Roberto Cingolani e Lorenzo Mariani (Imagoeconomica).
Mentre la poltrona di presidente passa da Stefano Pontecorvo a Francesco Macrì, consigliere d’amministrazione del colosso della Difesa dal 2023, in quota FdI.
Francesco Macrì (Imagoeconomica).
Eni: confermato Descalzi, alla presidenza arriva Giuseppina Di Foggia
In Eni resta saldo per il quinto mandato consecutivo l’ad Claudio Descalzi mentre alla presidenza – al posto del generale della GdF Giuseppe Zafarana, arriva da Terna Giuseppina Di Foggia. L’ipotesi Andrea De Gennaro era sfumata dopo che il governo, con un emendamento al decreto Sicurezza, ha prorogato il suo incarico alla guida delle Fiamme Gialle di sei mesi, fino al 31 dicembre 2026. A quel punto sembrava che la favorita fosse Elisabetta Belloni, battuta però da Di Foggia.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica).
Terna verso Pasqualino Monti ad e Stefano Cuzzilla presidente
A Terna, Di Foggia dovrebbe lasciare il posto a Pasqualino Monti, attuale ad di Enav, dato in quota FdI, che a sua volta cederebbe la poltrona di Ceo dell’Ente Nazionale per l’Assistenza al Volo a Igor De Biasio, presidente di Terna di area leghista. Alla presidenza di Terna invece dovrebbe andare Stefano Cuzzilla, vicino a Forza Italia, mentre in quella di Enav è stato designato l’attuale presidente di Ita Airways Sandro Pappalardo (vicino a FdI).
Pasqualino Monti (Imagoeconomica).
Enel: confermati Cattaneo e Scaroni
Nessun cambiamento ai vertici di Enel: restano al loro posto sia l’ad Flavio Cattaneo sia il presidente Paolo Scaroni (quota FI). Nel cda entra però Alessandro Monteduro, capo di gabinetto di Alfredo Mantovano.
AGI - Il Festival Internazionale della Geopolitica Europea è entrato nel vivo presso il Museo del ’900 (M9) di Mestre con una serie di riflessioni serrate sul futuro del continente e sulla crescente fragilità degli equilibri internazionali. Ad aprire i lavori è stato l’analista Arduino Paniccia, che ha delineato un quadro rigoroso delle strategie militari attuali, definendo la guerra come una “nuova normalità” in un sistema globale dove il peso delle potenze è ormai dettato esclusivamente da armamenti, demografia e capacità nucleare.
Secondo Paniccia, l’Europa resta una potenza di secondo livello e può ambire a un futuro solo attraverso un’unione reale che elimini il sistema dei veti, indicando in Italia e Germania le nazioni chiamate a guidare un necessario processo di riarmo per non soccombere alle pressioni esterne. Sulle tensioni in Medio Oriente è intervenuto il direttore de Il Gazzettino, Roberto Papetti, che ha analizzato le complessità del dossier iraniano e le difficoltà dell’amministrazione Trump nel gestire lo Stretto di Hormuz, diventato improvvisamente un’arma economica micidiale.
Scenari strategici e opinione pubblica
Papetti ha evidenziato come il secondo mandato di Donald Trump si trovi oggi di fronte a un bivio strategico, stretto tra le promesse elettorali sul mantenimento dei prezzi del carburante e la necessità di gestire un’opinione pubblica americana sempre più determinante. La sessione pomeridiana, moderata dalla giornalista Eleonora Lorusso, ha spostato il focus sulla “Geopolitica sui banchi di scuola”, trasformando l’Auditorium “Cesare de Michelis” in un laboratorio di idee dove l’assessore regionale Valeria Mantovan ha ribadito l’urgenza di integrare l’analisi degli scenari globali nei percorsi didattici per sviluppare il pensiero critico dei giovani e proteggerli dai modelli tossici dei social media.
Istruzione e opportunità internazionali
L’importanza della dimensione internazionale è stata confermata dalla testimonianza dello studente Luca Pesciallo e dagli interventi di Veronica Guagliumi e Valentina Pagliai, che hanno sottolineato come il programma Erasmus+ e l’accesso inclusivo alla cultura siano strumenti indispensabili per tradurre i diritti in opportunità concrete. In chiusura di giornata, il panel moderato da Domitilla Savignoni, con la partecipazione di esperti quali Matteo Legrenzi e Gianluca Pastori, insieme al senatore canadese Tony Loffreda e all’ambasciatore Roberto Nigido, ha acceso i riflettori sul debito record di 38 trilioni di dollari degli Stati Uniti e sui rischi dell’isolazionismo.
Cooperazione e asse transatlantico
Il dibattito ha evidenziato come l’Europa rimanga il soggetto più vulnerabile di fronte alla politica dei dazi e all’instabilità energetica, concludendo con un appello unanime alla cooperazione multilaterale e al rinvigorimento dell’asse transatlantico per evitare una deriva di instabilità permanente che favorirebbe solo i competitor sistemici dell’Occidente.
L’esito del referendum del 22-23 marzo, che ha bocciato inesorabilmente la riforma della giustizia proposta dal governo in carica, non è «un’occasione persa», come ha detto Giorgia Meloni nel suo atteso discorso in parlamento: questo è il primo dei vistosi errori di comunicazione che un(a) presidente del Consiglio non dovrebbe mai commettere, poiché dovrebbe rivolgersi a tutti gli italiani, non certo privilegiando quelli della sua parte politica, o gli alleati. Una sincera autocritica sarebbe stata necessaria, invece del solito «ci ho messo la faccia» che ha dato modo a Matteo Renzi di replicare: «Non la sua, quella della Santanchè, di Delmastro e della Bartolozzi». Se la maggioranza degli italiani dice che una riforma è sbagliata non significa che non si vuole «modernizzare l’Italia»: vuol dire che il modo scelto per modernizzarla presentava falle evidenti. E se, come ha detto Meloni, «prendiamo sempre atto del giudizio dei cittadini» (ci mancherebbe altro), non deve contraddirsi sostenendo che è stata persa un’occasione.
Giorgia Meloni sullo schermo, con Salvini e Tajani (foto Imagoeconomica).
Quello di Meloni non è sembrato il discorso di una leader, ma il solito show delle mezze verità a cui ci ha ormai abituati, non esente da bugie ed esagerazioni spericolate: un modo forse per eccitare l’opposizione, invece di cercare quel dialogo che sarebbe stato necessario vista la drammatica situazione che il mondo e di riflesso l’Italia vivono in questi momenti.
Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).
Aggressività tipica dei comizi di Fratelli d’Italia
Giorgia Meloni non ha mai imparato il galateo istituzionale che il suo ruolo le impone, e non riesce ad essere la leader di tutto il Paese: continua a esercitare in parlamento quell’aggressività che le procura entusiastici consensi nei comizi di Fratelli d’Italia a cui lei fa fatica a disaffezionarsi. Enfatizzando risultati che, obiettivamente, non si vedono: tra un anno si vota e questo governo non ha fatto nessuna riforma. Non ha fatto praticamente nulla in quattro anni. Senza dire una parola sulle catastrofi mondiali scatenate dal suo “amico” Donald Trump e tutt’altro che risolte.
Giorgia Meloni tra Matteo Salvini e Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).
«Noi non scappiamo»: dalle poltrone no di sicuro
Niente cenni anche alle difficoltà che i cittadini vivono sempre di più, facendo la spesa o il pieno, andando in un ospedale pubblico, non arrivando a fine mese, non arrivando vivi alla pensione, guardando i giovani lasciare l’Italia. «Noi non scappiamo», ha detto Meloni: già, infatti è anche oltremodo difficile schiodarli dalle poltrone che occupano, anche quando l’opportunità lo richiederebbe, come nel caso Delmastro, Santanchè, Bartolozzi: c’è voluto lo schiaffo del “no” per consigliare alla premier di usare quei tre come capri espiatori, sperando in qualche modo di salvare la sua reputazione e quella del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Giorgia Meloni beve in Senato.
Purtroppo per lei, l’opinione pubblica ha visto in questa mossa, al contrario, il capitano di una nave gettare sul mozzo la responsabilità di un naufragio. Giorgia Meloni non ha parlato al Paese. Ha semplicemente recitato il copione di sempre: spaccare l’Italia, dicendo che chi non è con lei è contro di lei. Ha fatto il contrario di quello che una presidente del Consiglio dovrebbe fare.
Meloni non sopporta il controllo e inveisce contro l’opposizione
Per lei l’opposizione «inveisce», anziché svolgere la funzione che la Costituzione le affida: avanzare proposte alternative a chi governa, controllare che il potere di chi sta a Palazzo Chigi non esondi. Meloni non sopporta il controllo e mai si era visto tanto disprezzo nei confronti del parlamento come in questo discorso. Per lei va tutto bene, il “no” la «riaccende», ha detto forse pensando ai romanzetti rosa che scriveva sua madre. Ma il suo intervento, dal punto di vista della comunicazione, è stato un campo minato di errori da matita blu.
La Supermedia dei sondaggi Agi/Youtrend del 9 aprile 2026 fotografa un balzo della Lega, che in due settimane è cresciuta di quasi un punto percentuale tornando sopra il 7 per cento, un buon risultato anche per il Partito democratico, salito di oltre mezzo punto, e un calo del Movimento 5 stelle. Secondo l’analisi, che è una media ponderata dei sondaggi nazionali realizzati da Demopolis, Emg, Eumetra, Ipsos, Only numbers, Swg e Tecné, Fratelli d’Italia rimane saldamente primo partito con il 28,1 per cento, segnando un leggero calo (-0,1) rispetto al 26 marzo. Seguono sul podio il Pd con il 22,4 per cento (+0,6) e il M5s al 12,7 (-0,5). Forza Italia scende dello 0,3 stanziandosi all’8,6 per cento, seguita dalla Lega al 7,2 per cento (+0,9) e da Alleanza verdi sinistra al 6,4 per cento (-0,3). Tra i partiti minori, Futuro nazionale si ferma al 3,3 per cento (-0,3), Azione rimane stabile al 3 per cento (=), Italia Viva sale al 2,3 per cento (+0,1), Più Europa mantiene l’1,5 per cento (=) e Noi Moderati cala all’1 per cento (-0,2).
All’indomani dei bombardamenti dell’IDF che hanno provocato oltre 200 morti e più di mille feriti in Libano, il governo di Beirut ha richiesto colloqui diretti con Israele. Lo riportano corrispondenti di Al Jazeera nel Paese dei cedri. Tel Aviv, da parte sua, non ha mai mostrato interesse per colloqui con Beirut che non coinvolgessero anche Hezbollah. E l’organizzazione antisionistaha sempre affermato di non voler negoziare con Israele, soprattutto se sotto attacco. Difficile, dunque, che la richiesta venga accolta. Resta tuttavia da vedere cosa diranno gli Stati Uniti al riguardo e se, eventualmente, sosterranno un qualsiasi tipo di dialogo in tal senso.
Benjamin Netanyahu (Imagoeconomica).
Trump ha chiesto a Netanyahu di ridurre gli attacchi
Intanto, Nbc riporta che Donald Trump ha chiesto a Benjamin Netanyahu di ridurre gli attacchi in Libano per garantire il successo dei negoziati in Pakistan. Il primo ministro israeliano aveva dichiarato che Israele «continuerà a colpire Hezbollah ovunque sarà necessario». In vista dei negoziati di Islamabad, il primo ministro libanese Nawaf Salam ha chiesto al suo omologo pakistano Shehbaz Sharif di confermare l’inclusione del Libano nel cessate il fuoco della guerra con l’Iran. Da parte sua, Sharif ha già dichiarato che lo stop agli attacchi contro il Paese dei cedri fa parte degli accordi. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha detto che i raid di Israele contro il Libano sono una violazione del cessate il fuoco e rendono i negoziati senza senso. Più dure le parole del presidente del Parlamento, Mohamad Bagher Ghalibaf, atteso a Islamabad: «Le violazioni del cessate il fuoco porteranno a forti risposte».
Allora ditelo che è un format. Dopo il pranzo con il nuovo editore di Repubblica, l’imprenditore greco Theo Kyriakou, Matteo Renzi non si stanca di attovagliarsi con gente importante. E ora il livello dell’asticella si alza, eccome. A Roma gira voce, insistente e accreditata, che nella serata di giovedì 9 aprile, all’Orient Express La Minerva, dove c’è il ristorante Gigi Rigolatto, il senatore di Rignano avrà a cena nientepopodimenoche… il presidente della Repubblica di Francia, Emmanuel Macron. Tra le mete previste dal tour romano del capo di Stato francese, che è nella Capitale per un incontro privato con papa Leone venerdì in Vaticano, c’è anche la Comunità di Sant’Egidio, per dialogare con Andrea Riccardi.
Matteo Renzi e, sullo sfondo, un suo incontro con Emmanuel Macron (foto Imagoeconomica).
Dopo quelle di Massimo Galimberti e Paolo Mereghetti sono arrivate anche le dimissioni dalla commissione Cinema selettivi del Mic da parte di Ginella Vocca, direttrice e fondatrice del MedFilm Festival. La commissione del ministero della Cultura è al centro delle polemiche per l’esclusione dai finanziamenti pubblici del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo.
La lettera di dimissioni di Vocca
Vocca ha detto all’Ansa di aver spiegato al ministro Alessandro Giuli, nella lettera di dimissioni, di essersi «fermamente opposta alla bocciatura del documentario» e di aver «doverosamente atteso il suo intervento in Parlamento», condiviso «nella forma e nella sostanza, prima di sciogliere la riserva» e fare un passo indietro. «Non è stata l’unica volta in cui mi sono trovata in disaccordo, ma è comprensibile in una pluralità di visioni. E dunque ho ritenuto che fosse possibile continuare e provare a far sentire la mia voce dall’interno, difendendo, anche con successo, altri progetti che rischiavano di essere bocciati per motivi che, almeno a me, apparivano incomprensibili», ha scritto poi Vocca nella lettera a Giuli: «Ho resistito, guidata dal pensiero che mettere in crisi la Commissione, con ancora tutta la Seconda sessione da esaminare, fosse un atto grave e irresponsabile verso le centinaia di operatori del settore in attesa delle nostre delibere».
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).
La spiegazione di Giuli alla Camera
Chiamato dalle opposizioni in Parlamento a spiegare le ragioni della bocciatura, l’8 aprile Giuli durante il question time alla Camera si è smarcato dalle accuse di aver “censurato” il documentario, spiegando di non condividere «né sul piano ideale né su quello morale» la scelta della Commissione, alla quale il MiC non si è opposto perché «non può intervenire senza violare il principio di terzietà». Il ministro della Cultura ha poi spiegato che il docufilm potrebbe rientrare in corsa per i finanziamenti previsti dal tax credit. Il Collegio Romano ha inoltre fatto sapere di aspettarsi «le dovute dimissioni degli esperti» responsabili della bocciatura.
«Sì, alla fine può pure lasciare la guida del gruppo, ma almeno un posto da sottosegretario se lo merita». Così dicono di Paolo Barelli, in vista dell’incontro di Antonio Tajani (che poi è il suo consuocero) con Marina Berlusconi. E allora, ecco che si materializza uno spazio ancora vuoto, quello lasciato da Massimo Bitonci, che aveva l’incarico di sottosegretario fino al 13 dicembre 2025, quando è stato indicato dal nuovo governatore del Veneto, Alberto Stefani, per ricoprire il ruolo di assessore allo Sviluppo economico nella giunta regionale. Insomma, Barelli (per il suo posto di capogruppo alla Camera si fa il nome di Enrico Costa) a fare il semplice parlamentare non ci pensa proprio: fatto sta che qualcuno storce il naso, pensando che lui è anche presidente della Fin, che non è una finanziaria ma la Federazione italiana nuoto, e che dal Mimit ci sono contatti diretti con l’Istituto del credito sportivo. Sì, perché si può accedere a mutui a tasso zero per la costruzione e l’ammodernamento di campi, oltre a contributi a fondo perduto e bandi regionali per l’impiantistica e l’imprenditoria sportiva. Già, le imprese…
Schillaci tentato da Forza Italia. Con Bassetti…
Orazio Schillaci tentato da Forza Italia. Domani ne ha parlato, inserendo anche una prospettiva professionale nel gruppo San Donato: fatto sta che i forzisti vogliono aumentare la quota dei medici eletti. In Liguria è tanta la voglia di schierare nelle liste l’infettivologo Matteo Bassetti, diventato un volto noto ai tempi del Covid-19. Poi c’è la famiglia Zangrillo, con quello che è stato il medico preferito da Silvio Berlusconi, Alberto, e il fratello ministro, Paolo. E va ricordato che Mario Pepe, medico endocrinologo e parlamentare di Forza Italia, è diventato il presidente della Commissione di vigilanza sui fondi pensione, meglio nota come Covip. «Più che il corridoio del Transatlantico, quelli di Forza Italia lo hanno trasformato nel corridoio di un ospedale», scherza un leghista.
Schlein e Conte, sfida a Meloni sul voto per i 16enni
«Il voto dei giovani ha deciso il risultato del referendum sulla giustizia», dicono alcuni parlamentari del Partito democratico e del Movimento 5 stelle. E allora, ecco la sfida a Giorgia Meloni, che vedrebbe uniti Elly Schlein e Giuseppe Conte: far votare anche i sedicenni alle elezioni politiche, già dal 2027. L’iniziativa “Voto16“, per chiedere una modifica dell’articolo 48 della Costituzione, è stata lanciata da +Europa. E ora una campagna mediatica per consentire di partecipare alle scelte nazionali anche coloro che ancora vanno a scuola «farebbe molti danni alla destra, che mettendosi contro si allontanerebbe molto dalla popolazione studentesca», sussurra qualcuno. Una sfida astuta, che punta ad aumentare la platea degli elettori spingendo sulla voglia di protestare di molti giovani. Anche se qualche centrista, sotto sotto, è d’accordo per far votare i sedicenni.
Giuseppe Conte con Elly Schlein (Imagoeconomica).
Avvistato Grilli da Pomellato per una gioia
Improvvisamente, Vittorio Grilli è apparso nella romana via Condotti. Il banchiere, con la solita grisaglia d’ordinanza, è arrivato a piedi e a un certo punto della strada è entrato in un negozio. La meta? Pomellato. Alla fine, è uscito dallo store di lusso con una vistosa busta griffata, andandosene sempre a piedi con il prezioso acquisto. Grilli, classe 1957, ora è presidente di Mediobanca, con un compenso che viene indicato in 1,3 milioni di euro. Un suo “collega” ha notato la scena e ha detto: «Certo che nella stessa strada ci sono griffe ben più costose di quella che ha scelto lui, ma lì ci entrano i miliardari».
Vittorio Grilli (Imagoeconomica).
Sechi e Ghisleri, da via Condotti alla televisione
Una coppia a passeggio nel centro storico di Roma. No, niente paura, non si tratta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e di Claudia Conte, i due impegnati in dotte conversazioni erano Mario Sechi e Alessandra Ghisleri, protagonisti di una lunga “vasca” in via Condotti, passando davanti a griffe del lusso come Bulgari e Louis Vuitton. Poi, in serata, il direttore di Libero e la regina dei sondaggi si sono ritrovati in televisione, nella stessa trasmissione, da Tommaso Labate su Rete4.
Riecco Bonaccini, al Vinitaly
Chi ha visto negli ultimi tempi l’eurodeputato ed ex presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini? Dopo qualche comparsata televisiva, soprattutto su La7, lunedì 13 aprile riapparirà a Verona, al Vinitaly, nella sala Salieri, all’evento intitolato “Il vino in un mondo che cambia: il valore del modello italiano oltre i dazi e lo scenario geopolitico”. Accanto avrà una vecchia conoscenza, l’ex ministro Paolo De Castro, oggi presidente di Nomisma.
Ecco la lista del Bilderberg Meeting
Volete sapere chi c’è a Washington DC al Bilderberg Meeting? Ecco la lista dei partecipanti, per l’Italia spicca il nome di Marco Alverà, ex Snam. E poi ci sono i capi di Amundi, Spotify, Engie, Deutsche Bank, Lazard…