Com’è andata la produzione industriale a settembre 2019

Secondo i dati dell'Istat a settembre è stato registrato un calo dello 0,4% su agosto e del 2,1% rispetto allo stesso mese del 2018.

La produzione industriale a settembre è diminuita dello 0,4% su agosto e del 2,1% sullo stesso mese del 2018. Lo ha reso noto l’Istat, con il dato corretto per gli effetti del calendario.

L’istituto di statistica ha sottolineato anche che il calo tendenziale di settembre (-2,1% corretto per gli effetti di calendario con 21 giorni lavorativi a fronte dei 20 di settembre 2018) è la settima flessione tendenziale consecutiva.

Nella media del terzo trimestre la produzione mostra una flessione congiunturale dello 0.5%. Nella media dei primi nove mesi dell’anno l’indice ha registrato una flessione tendenziale dell’1%.

A settembre è stato registrato un aumento della produzione congiunturale dei beni di consumo dello 0,7% e di quella dei beni strumentali dello 0,6% mentre per i beni intermedi e per l’energia si è registrato un calo della produzione rispettivamente dell’1% e dell’1,1%. Su base annua il calo del 2,1% della produzione industriale è il risultato di un aumento dell’1,2% per i beni di consumo e di un calo del 2% per i beni strumentali, del 5,2% per i beni intermedi e dello 0,1% per l’energia.

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L’Italia del pop paralizzata tra passatismo e giovanilismo ostinato

Da un lato venerabili maestri come Celentano e Mina, dall'altra giovani promesse che si rifanno a vecchi modelli come Cattelan e Achille Lauro. Tutte retoriche che ci lasciano in un perenne vuoto artistico.

Ci sono retoriche parallele che reggono il Paese come architravi di luoghi comuni. I veterani sono la memoria, l’esperienza; i giovani il futuro, la speranza: e tutti sono risorse. Mica vero, poi dipende dal singolo, le categorie lasciano il tempo (perso) che trovano.

Prendi Adriano Celentano, uno che non ha più scuse: se non c’è il suo programma va a picco, se c’è va a picco. Non c’è esperienza che tenga, neanche di precedenti fallimenti, Adrian sconclusionato era e tale resta nella sua pretesa di immanenza, Celentano pensa ancora basti la sua faccia, la sua mitomania Anni 70 a tirare un pubblico, che poi taccia o sproloqui non fa differenza, ma non è così, i risultati non gli danno scampo. Siamo al paradosso: uno che non sa fare televisione, che la fa vecchia come cinquant’anni fa, si mette a dare lezioni agli ospiti, tu non vai bene, tu sei prolisso. Dall’abisso dei suoi disastri.

La retorica della storia, del successo, del come eravamo non salva e a volte si risolve in pretese strampalate. C’è Piero Angela che passati i 90 anni si tiene come un santone dell’onniscienza, su tutto pontifica, ha fatto un libro dove, come tutti quelli che hanno avuto fortuna, celebra i suoi figli come estensioni del sé e, essendo un divulgatore provetto di cose scientifiche, si considera scienziato egli stesso. Un po’ come se uno che legge abitualmente Maupassant col sottofondo di Bach si ritrovasse, per osmosi, sommo romanziere e celestiale compositore barocco.

IN ITALIA IL GIOVANILISMO GUARDA SEMPRE AL PASSATO

Il giovanilismo ostinato, peterpanesco non è meglio, il giovane a vita ma sempre mano favoloso, Alessandro Cattelan è rimasto, si direbbe, inchiodato a una proiezione fanciullesca, gli fanno indossare certe giacchette, certe scarpette infantili a 40 anni ma sta perdendo tutte le occasioni, è inchiodato al ruolo di portinaio di X Factor ma X Factor ha perso la metà degli spettatori, è programma bolso, senza idee e Cattelan ne risente.

Achille Lauro.

Poi, certo, i suoi impresari, la potente macchina che ha dietro sapranno rilanciarlo, sapranno svecchiarne l’immagine giovanilistica, ma insomma non lo si paragoni ai modelli del passato, a 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso, per spessore e quantità, altro che le pallonate da oratorio di Cattelan.

A 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso

«I giovani sono la brezza del futuro» è affermazione in perenne bisogno di conferme, gente come Sfera Ebbasta è inconsistente, non inventa niente perché non ha niente da innovare, Fedez ha ricalcato gli Anni 80 ed è più conosciuto come influencer, marito di influencer, che come artista, Tommaso Paradiso è corso dietro a Luca Carboni, Achille Lauro non sa che indossare i costumi smessi di Renato Zero o atteggiarsi a David Bowie di borgata.

Il conduttore di X Factor Alessandro Cattelan.

La cosa strana, e un po’ allucinante, è che questi assai presunti giovani guardano a un passato che quando arrivò era davvero futuro, era innovativo e rompeva gli schemi; adesso questi si limitano a ricostruirli, per una pura tensione lucrativa, monetaria. Proprio a X Factor va in scena, mai come quest’anno, un festival del vecchio, un cortocircuito per cui ragazzi di sedici, vent’anni hanno movenze, apparenze polverose e inseguono stilemi forse inevitabili, ma troppo scontati e in modo troppo scontato; non ce n’è uno che sappia proporre un’idea di attuale, di contemporaneo, una rilettura di qualcosa, un fremito di novità. E già incombe Sanremo, che al suo settantesimo compleanno si rivelerà autobiografia di una nazione corrosa, con le sue nuove proposte anchilosate e i senatori plastificati che sembrano mummie di cera.

SIAMO ANCORATI A UN ETERNO PASSATO, MANCA UN PRESENTE

Celentano invece ricostruisce perennemente se stesso, in un riedizione sempre più patetica. Se gli si dice che non è più cosa, se gli si fa notare che non è il caso, che sarebbe meglio soprassedere, piomba la moglie manager e scaglia anatemi: ah, voi non lo meritate Adriano, non lo capite. E per fortuna non minacciano di andarsene dall’Italia, come i giovani cervelli in fuga.

Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore

Anche lui, l’ex Molleggiato, al suo eterno ritorno – e complimenti a Mediaset, a Piersilvio che ci ha rimesso una barca di soldi -, il “Cretino di talento” non ha saputo resistere: «Non avete capito Adrian, non mi avete capito». Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore, democristiano, berlusconiano, anti-berlusconiano, grillino della prima ora, anti-grillino dell’ultima ora, e a non capire è sempre il mondo, che non gira dove vuole lui. Celentano vede gli 81 anni ma non pare avere imparato altro che la presunzione, forse ha dimenticato tutto il resto. Ma la presunzione alla lunga si usura pure quella.

Un fermo immagine mostra un momento di “Adrian” lo show ideato, scritto e diretto da Adriano Celentano.

Anche Mina è in vista degli ottanta e i media italiani, in modo assurdo, si sono paralizzati su uno scatto “rubatole” dalla figlia Benedetta e sparato sui social: «Ah, Mina che non si fa mai vedere, eccola qua». C’era una signora, di spalle, seduta sul sofà a guardare la televisione. Così siamo al feticismo museale. Eh, ma Mina è la storia, è i migliori anni della nostra vita. Anche Celentano. Anche Angela. Mentre i giovani che hanno niente da dire (e il tempo gli rimane), sarebbero l’anno che verrà, la storia che ci attende. E così, tra storia andata e storia che non c’è, manca un presente cui aggrapparci. Un presente non di venerabili maestri, non di retoriche da social.

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L’Italia del pop paralizzata tra passatismo e giovanilismo ostinato

Da un lato venerabili maestri come Celentano e Mina, dall'altra giovani promesse che si rifanno a vecchi modelli come Cattelan e Achille Lauro. Tutte retoriche che ci lasciano in un perenne vuoto artistico.

Ci sono retoriche parallele che reggono il Paese come architravi di luoghi comuni. I veterani sono la memoria, l’esperienza; i giovani il futuro, la speranza: e tutti sono risorse. Mica vero, poi dipende dal singolo, le categorie lasciano il tempo (perso) che trovano.

Prendi Adriano Celentano, uno che non ha più scuse: se non c’è il suo programma va a picco, se c’è va a picco. Non c’è esperienza che tenga, neanche di precedenti fallimenti, Adrian sconclusionato era e tale resta nella sua pretesa di immanenza, Celentano pensa ancora basti la sua faccia, la sua mitomania Anni 70 a tirare un pubblico, che poi taccia o sproloqui non fa differenza, ma non è così, i risultati non gli danno scampo. Siamo al paradosso: uno che non sa fare televisione, che la fa vecchia come cinquant’anni fa, si mette a dare lezioni agli ospiti, tu non vai bene, tu sei prolisso. Dall’abisso dei suoi disastri.

La retorica della storia, del successo, del come eravamo non salva e a volte si risolve in pretese strampalate. C’è Piero Angela che passati i 90 anni si tiene come un santone dell’onniscienza, su tutto pontifica, ha fatto un libro dove, come tutti quelli che hanno avuto fortuna, celebra i suoi figli come estensioni del sé e, essendo un divulgatore provetto di cose scientifiche, si considera scienziato egli stesso. Un po’ come se uno che legge abitualmente Maupassant col sottofondo di Bach si ritrovasse, per osmosi, sommo romanziere e celestiale compositore barocco.

IN ITALIA IL GIOVANILISMO GUARDA SEMPRE AL PASSATO

Il giovanilismo ostinato, peterpanesco non è meglio, il giovane a vita ma sempre mano favoloso, Alessandro Cattelan è rimasto, si direbbe, inchiodato a una proiezione fanciullesca, gli fanno indossare certe giacchette, certe scarpette infantili a 40 anni ma sta perdendo tutte le occasioni, è inchiodato al ruolo di portinaio di X Factor ma X Factor ha perso la metà degli spettatori, è programma bolso, senza idee e Cattelan ne risente.

Achille Lauro.

Poi, certo, i suoi impresari, la potente macchina che ha dietro sapranno rilanciarlo, sapranno svecchiarne l’immagine giovanilistica, ma insomma non lo si paragoni ai modelli del passato, a 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso, per spessore e quantità, altro che le pallonate da oratorio di Cattelan.

A 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso

«I giovani sono la brezza del futuro» è affermazione in perenne bisogno di conferme, gente come Sfera Ebbasta è inconsistente, non inventa niente perché non ha niente da innovare, Fedez ha ricalcato gli Anni 80 ed è più conosciuto come influencer, marito di influencer, che come artista, Tommaso Paradiso è corso dietro a Luca Carboni, Achille Lauro non sa che indossare i costumi smessi di Renato Zero o atteggiarsi a David Bowie di borgata.

Il conduttore di X Factor Alessandro Cattelan.

La cosa strana, e un po’ allucinante, è che questi assai presunti giovani guardano a un passato che quando arrivò era davvero futuro, era innovativo e rompeva gli schemi; adesso questi si limitano a ricostruirli, per una pura tensione lucrativa, monetaria. Proprio a X Factor va in scena, mai come quest’anno, un festival del vecchio, un cortocircuito per cui ragazzi di sedici, vent’anni hanno movenze, apparenze polverose e inseguono stilemi forse inevitabili, ma troppo scontati e in modo troppo scontato; non ce n’è uno che sappia proporre un’idea di attuale, di contemporaneo, una rilettura di qualcosa, un fremito di novità. E già incombe Sanremo, che al suo settantesimo compleanno si rivelerà autobiografia di una nazione corrosa, con le sue nuove proposte anchilosate e i senatori plastificati che sembrano mummie di cera.

SIAMO ANCORATI A UN ETERNO PASSATO, MANCA UN PRESENTE

Celentano invece ricostruisce perennemente se stesso, in un riedizione sempre più patetica. Se gli si dice che non è più cosa, se gli si fa notare che non è il caso, che sarebbe meglio soprassedere, piomba la moglie manager e scaglia anatemi: ah, voi non lo meritate Adriano, non lo capite. E per fortuna non minacciano di andarsene dall’Italia, come i giovani cervelli in fuga.

Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore

Anche lui, l’ex Molleggiato, al suo eterno ritorno – e complimenti a Mediaset, a Piersilvio che ci ha rimesso una barca di soldi -, il “Cretino di talento” non ha saputo resistere: «Non avete capito Adrian, non mi avete capito». Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore, democristiano, berlusconiano, anti-berlusconiano, grillino della prima ora, anti-grillino dell’ultima ora, e a non capire è sempre il mondo, che non gira dove vuole lui. Celentano vede gli 81 anni ma non pare avere imparato altro che la presunzione, forse ha dimenticato tutto il resto. Ma la presunzione alla lunga si usura pure quella.

Un fermo immagine mostra un momento di “Adrian” lo show ideato, scritto e diretto da Adriano Celentano.

Anche Mina è in vista degli ottanta e i media italiani, in modo assurdo, si sono paralizzati su uno scatto “rubatole” dalla figlia Benedetta e sparato sui social: «Ah, Mina che non si fa mai vedere, eccola qua». C’era una signora, di spalle, seduta sul sofà a guardare la televisione. Così siamo al feticismo museale. Eh, ma Mina è la storia, è i migliori anni della nostra vita. Anche Celentano. Anche Angela. Mentre i giovani che hanno niente da dire (e il tempo gli rimane), sarebbero l’anno che verrà, la storia che ci attende. E così, tra storia andata e storia che non c’è, manca un presente cui aggrapparci. Un presente non di venerabili maestri, non di retoriche da social.

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La Turchia ha avviato le espulsioni dei foreign fighter dell’Isis

Il primo miliziano a essere rimpatriato è stato un cittadino americano. Erdogan si prepara alla battaglia legale con l'Ue. Nelle prigioni di Ankara ci sono 1.200 terroristi.

La Turchia ha espulso il primo foreign fighter dell’Isis detenuto nelle sue carceri. Si tratta di un cittadino americano, secondo quanto riferito dal portavoce del ministero dell’Interno. Altri sette jihadisti tedeschi del Califfato saranno espulsi giovedì.

PRONTI AL RIMPATRIO ANCHE UN DANESE E UN TEDESCO

«Un terrorista straniero americano è stato espulso dalla Turchia dopo che tutti i passaggi» burocratici «sono stati completati», ha spiegato il portavoce di Ankara, Ismail Catakli. Entro l’11 novembre saranno espulsi anche «un terrorista foreign fighter tedesco» e uno danese, che si trovavano in centri di detenzione per stranieri, ha aggiunto il portavoce, che non ha fornito altre informazioni per identificare i jihadisti.

ERDOGAN PROMETTE L’ESPULSIONE DEI FOREIGN FIGHTER

L’intenzione del governo di Recep Tayyip Erdogan di avviare i rimpatri, anche di miliziani che sono stati privati della cittadinanza dai loro Paesi, era stata anticipata nei giorni scorsi. «Che vi piaccia o no, che ritiriate o no le loro cittadinanze, vi rimanderemo i membri dell’Isis, che sono la vostra gente, vostri cittadini», aveva anticipato il ministro dell’Interno Suleyman Soylu venerdì. Per Ankara è una prima risposta agli alleati Nato, accusati di averle voltato le spalle nell’offensiva contro le milizie curde in Siria, «schierandosi con i terroristi».

IL NODO LEGALE

Non è chiaro come Ankara intenda forzare la mano in caso di mancato accordo con gli Stati di destinazione, visto che diversi accordi internazionali, tra cui la Convenzione di New York del 1961, vietano l’espulsione di apolidi.

I COMBATTENTI DELL’ISIS NELLE PRIGIONI TURCHE

Nelle prigioni turche ci sono 1.200 combattenti dell’Isis, tra cui diversi occidentali ed europei. Non ci sarebbero combattenti italiani. Altri 287 jihadisti del Califfato, in gran parte stranieri, sono stati catturati da Ankara dopo la sua offensiva lanciata il 9 ottobre contro i curdi nel Nord Est della Siria. Dalle ultime informazioni disponibili, i foreign fighter che hanno avuto un legame con l’Italia sarebbero circa 140, di cui una cinquantina morti. Gli italiani e i naturalizzati italiani sarebbero però solo 25 e di questi 4 risultano deceduti e 8 già rientrati in Europa e costantemente monitorati dagli apparati di sicurezza.

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Libia e crescita economica al centro del vertice Conte-Merkel

Il premier riceve la cancelliera a Roma. Dal dossier immigrazione alla necessità di rafforzare la governance europea: i temi sul tavolo.

Dalla crisi libica al dossier immigrazione, passando per il rafforzamento della governance europea. Sono i temi più importanti al centro dell’incontro in programma l’11 novembre a Roma tra il premier Giuseppe Conte e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Ma la cena di lavoro arriva anche in concomitanza con le battute finali della trattativa su Alitalia. Trattativa che coinvolge anche il colosso tedesco Lufthansa. Ed è dunque probabile che finisca sul tavolo dell’incontro. Prima a due, e poi allargato alle delegazioni al completo.

Il dossier libico e quello sui migranti saranno tra i temi principali, a una settimana dal summit di Berlino “Compact with Africa“, che avrà la Libia come tema chiave e vedrà anche la partecipazione di Conte. Sulla questione, Italia e Germania sono in sintonia: entrambe contrarie a qualsiasi soluzione diversa da quella politica, entrambe convinti della necessità di un meccanismo europeo di redistribuzione dei migranti. Non a caso, il 10 novembre, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha ringraziato Berlino per la solidarietà mostrata in questi ultimi mesi per il ricollocamento di chi sbarca sulle coste italiane.

UNA RISPOSTA «COESA» CONTRO I DAZI USA

Ma Merkel e Conte parleranno anche di economia. La Germania è in recessione tecnica. L’Italia rallenta. Per Berlino e Roma, i dazi Usa impongono una risposta organica e «coesa» di tutta l’Ue. Un’Ue che – e questo sarà la posizione di Conte – è chiamata ad allargare le maglie su investimenti per crescita e occupazione. In questo contesto s’inserisce la necessità, caldeggiata dall’Italia e sostenuta dalla Germania, di un rafforzamento della “governance” economica europea, da mettere in atto sfruttando l’inizio della nuova legislatura Ue.

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Garrone scioglie la riserva: non correrà per il dopo Boccia

Il presidente del Sole 24 Ore abbandona l'idea di candidarsi alla guida di Confindustria. Ma la soddisfazione di Carlo Bonomi che temeva la sua concorrenza al Nord è durata poco. Gira voce che a scendere in campo sarà la torinese Licia Mattioli.

Ha scelto la sua Genova per manifestare la decisione di non concorrere alla successione di Vincenzo Boccia. C’era attesa per la scelta di Edoardo Garrone: lasciare la presidenza del Sole 24 Ore e mettersi in gara per la presidenza di Confindustria o giocare in difesa e tenersi fuori dalla mischia? Dopo averci pensato su molto, lasciando intendere che lo avrebbe fatto ora che era infastidito di essere indicato come il candidato del presidente uscente, cui certo non verrà riservata una standing ovation, alla fine ha scelto di restare a casa. Lo ha detto, privatamente, allo stesso Boccia, al presidente della Piccola Industria, Carlo Robiglio, e al presidente di Confindustria Genova nonché suo parente, Giovanni Mondini, in occasione del Forum della Piccola Industria che si è svolto sabato 9 novembre nel capoluogo ligure presso Ansaldo Energia, ospiti del past president genovese Giuseppe Zampini.

LEGGI ANCHE: Per il dopo Boccia il Veneto prenota due vice: Bauli e Piovesana

LICIA MATTIOLI, UNA NUOVA PREOCCUPAZIONE PER BONOMI

Naturalmente la notizia è immediatamente rimbalzata a Milano, dove Carlo Bonomi attendeva ansioso di sapere cosa avrebbe fatto Garrone. Anche se il presidente di Assolombarda non ha (ancora) formalizzato la sua candidatura, è ormai sceso apertamente in campo. E temeva la concorrenza del presidente del Sole, che avrebbe spaccato il fronte del Nord che Bonomi, a torto o a ragione, ritiene di poter coalizzare sul suo nome. Ma la sua soddisfazione per non avere tra i piedi Garrone è durata poco. Nel giro di ore è infatti subito esplosa la voce che a scendere in campo sarebbe stata la torinese Licia Mattioli, ora vicepresidente nazionale con lo specifico incarico dell’internazionalizzazione. Una candidatura su cui lo stesso Boccia si è affrettato a mettere cappello. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La memoria corta degli ex comunisti italiani

In occasione della caduta del Muro di Berlino in molti ex si sono affannatti a prendere le distanze con il loro passato. Ed è questo sentimento di vergogna una delle cause delle sconfitte della sinistra di oggi.

L’anniversario della caduta del Muro di Berlino è stato ricordato con articoli, interviste, speciali televisivi (ottimo quello di Ezio Mauro), confessioni di dirigenti del Pci e testimonianze varie. Tutti protagonisti, todos caballeros.

Accade, non so se solo in Italia, che i grandi fatti storici abbiamo ormai numerosi personaggi che rivelano di aver svolto ruoli che nell’anniversario dell’evento nessuno aveva preso in considerazione. Capita così di leggere che moltissimi italiani, e fra questi moltissimi comunisti, abbiano abbattuto il Muro assieme a quei poveri disgraziati di Berlino Est.

Mi capita spesso anche di ascoltare racconti sulla politica del Pci e su l’Unità di chi sostiene di aver vissuto da protagonista quelle pagine ed io (che c’ero) non mi ricordo della loro esistenza o soprattutto del loro ruolo. Stranezze!

C’È ANCORA CHI CONFONDE IL PCI CON IL COMUNISMO DELL’EST

Due cose mi colpiscono di questi racconti. Una è la prosopopea di intellettuali e giornalisti di destra, spesso con un netto profilo fascista, che sono saliti in cattedra come maestri di libertà. L’altro è l’imbarazzo dei comunisti, ex o post. Mi interessano questi ultimi.

Molti oggi sembrano non capire perché sono stati comunisti e si affannano o a negare di esserlo stati ovvero a pentirsi di aver fatto questa scelta di vita

Si coglie, leggendo interviste e memorie, che tutti loro (tranne ovviamente quelli che non hanno cambiato idea) non capiscono perché sono stati comunisti e si affannano o a negare di esserlo stati ovvero a pentirsi di aver fatto questa scelta di vita, talvolta giovanile. Ci sono pezzi di verità in queste imbarazzanti ricostruzioni autobiografiche. Una delle verità è che il comunismo italiano non era la fotocopia di quello dell’Est, cosa che sanno tutti tranne Matteo Salvini, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Ce ne siamo fatti una ragione. Tuttavia resta il buco nell’anima di chi si ritrova con una biografia di cui oggi si imbarazza. A me non è capitato.

IL PCI È STATA UNO SCUOLA POLITICA E DI VITA

Io sono stato comunista e comunista nel Pci. Ho anche avuto un breve trascorso nel Psiup, militando in una segreteria nazionale dei giovani in cui c’erano Mauro Rostagno, Luigi Bobbio e Pietro Marcenaro, e da quel partito ne sono uscito dopo i carri armati di Praga che i dirigenti pisuppini non criticavano abbastanza. L’intera mia vita di cittadino ha coinciso con quella del mio partito, quando decisi, adolescente, che era arrivato il momento di schierarmi con la sinistra e formarmi, da solo, alla cultura marxista e leninista. Metto la “e” e non il trattino.

Alcuni momenti della ‘Festa de l’Unità’ di Firenze nell’edizione del 1948.

Nessuno mi ha ingannato, come sembrano dire molti comunisti pentiti di oggi, e tornassi indietro farei le stesse cose, più o meno. Diventai comunista perché al Sud l’alternativa era la destra neofascista, aggressivissima, e l’altra alternativa era la “clientela” democristiana, ma soprattutto perché il comunismo e il suo partito sembravano il luogo e il mezzo del riscatto. Mi/ci muoveva l’ansia per una società diversa, egualitaria, solidale e internazionalista.

Nel Pci ho imparato a essere un cittadino rispettoso della Costituzione e delle legalità

Non c’è una sola battaglia, un solo sciopero, un solo corteo che non rifarei. Nessuno dei miei compagni e compagne dell’epoca è stato un incontro inutile. Nel Pci ho imparato a essere un cittadino rispettoso della Costituzione e delle legalità. Ho imparato anche che per lasciare libere le ambizioni bisognava anche disciplinarsi e tener conto degli altri. Ho imparato a obbedire e comandare. A provare la gioia della promozione e l’amarezza della caduta. Ho imparato che in questa gara per diventare dirigente era fondamentale studiare molto e non aver paura, fisicamente, di niente.

I COMUNISTI ITALIANI NON SI SENTIVANO STRANIERI IN PATRIA

Non butto via niente di quel passato. Tutto ciò non è avvenuto per una “fede”. Non siamo stati un gruppo neo-catacumenale. La fidelizzazione verso il partito era molto laica. Lo rispettavamo, era casa nostra e questo partito, a differenza di quello che accadeva ai ragazzi di destra, non ci spingeva a considerarci estranei alla nostra patria rinata con la Liberazione e la Costituzione. Quando il partito ci impose di mettere sempre accanto alla bandiera rossa quella italiana, pochissimi di noi recalcitrono.

Enrico Berlinguer nel 1984 durante una manifestazione del Pci.

Siamo cresciuti, noi che fummo poi quelli del ’68, avendo di fronte un gruppo dirigente comunista ineguagliabile, con intellettuali-politici di straordinaria cultura (ascoltare Paolo Bufalini, Alessandro Natta: che vi siete persi!), persone che stavano in mezzo al popolo e ti giudicavano in base al fatto che anche tu sapevi stare lì. E poi il carisma inspiegabile di Enrico Berlinguer, che era forse un gradino al di sotto di Giorgio Amendola e Pietro Ingrao sul piano della profondità culturale, ma rappresentava i valori di tenacia, generosità, onestà che volevamo fossero le nostre bandiere.

LE SCONFITTE DELLA SINISTRA PARTONO DALLA VERGOGNA VERSO IL PASSATO

Ecco io sono stato comunista. Di che mi dovrei pentire? Posso elencare gli errori del partito (dal legame con l’Urss fino ai pessimi rapporti con Bettino Craxi) ma che cosa c’è oggi che sia superiore a quel che eravamo? La nostra fine è stata una malattia autoprodotta.

Massimo D’Alema con Achille Occhetto e Piero Fassino in un’immagine d’archivio del 3 febbraio 1991 a Rimini, durante il 20/mo e ultimo congresso del Pci, che sarebbe diventato Pds.

Non abbiamo visto che il mondo accelerava, molte cose non le abbiamo percepite, siamo arrivati alla scelta della Bolognina tardi e male. Ma noi ci siamo arrivati. Tanti saccenti di oggi, comunisti pentiti, intellettuali liberali, addirittura “destri” che ci governeranno nel prossimo futuro non hanno mai messo in discussione le proprie certezze, la propria storia come abbiamo fatto noi.

Il popolo comunista non c’è più, il Pd non è la sua ultima ridotta,

Oggi persino dire “noi” è esagerato. Il popolo comunista non c’è più, il Pd non è la sua ultima ridotta, siamo sparsi nella società ma, a modo nostro, ci siamo. Ecco perché ogni volta che vedo un compagno (spesso si tratta solo di maschi) che si ri-pente, che si vergogna di quel che è stato, che raffigura la sua/nostra storia secondo categorie ridicole (una chiesa, una struttura autoritaria, un mondo di conservatori) capisco le ragioni delle sconfitte di oggi e domani. Mi chiedo solo come sia potuto succedere che un partito che ha avuto alcuni milioni di iscritti e oltre una decina di milioni di voti sia stato così affollato di idioti che erano capitati lì per caso.

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Le condizioni di Conte ad ArcelorMittal su scudo e destino dell’ex Ilva

Dura presa di posizione del presidente del Consiglio contro il colosso indiano: «Prima di ogni richiesta rispettino gli impegni». E annuncia: «Pronti alla battaglia legale».

Il futuro dell’ex Ilva e il ruolo di ArcelorMittal restano ancora sospesi. Per il momento il governo sembra voler mantenere la linea della fermezza con il gruppo indiano. Posizione confermata anche dal premier Giuseppe Conte in un’intervista a Il Fatto Quotidiano.

«Soltanto se Mittal venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto – cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell’ ex Ilva nel 2021 – potremmo valutare una nuova forma di scudo», ha spiegato il capo del gooverno.

Conte ha parlato anche di «un nuovo incontro a breve con i titolari» e annunciato una «battaglia legale: un procedimento cautelare per ottenere dal Tribunale di Milano una verifica giudiziaria sulle loro e le nostre ragioni entro 7-10 giorni».

PRESTO VERTICE COI LEADER DI MAGGIORANZA

Nel corso dell’intervista Conte ha anche tracciato le mosse della maggioranza dopo la complicata gestione della finanziaria: «Dopo il varo della manovra», ha spiegato il premier, «ho già programmato di invitare i quattro leader della maggioranza a un week-end di lavoro: tutti parleranno fuori dai denti, poi raccoglieremo i rispettivi obiettivi, metteremo giù un cronoprogramma dettagliato perché tutti si impegnino sul che fare e sul quando farlo nei prossimi tre anni e mezzo». «Ora bisogna rinunciare a dichiarazioni estemporanee, smarcamenti tattici» e «marciare compatti», ha aggiunto.

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L’andamento della Borsa italiana e lo spread dell’11 novembre 2019

Attesa per l'apertura delle contrattazioni a Piazza Affari. Spread intorno a quota 145 punti. I mercati in diretta.

La Borsa italiana riparte dalla chiusura leggermente positiva di venerdì 8 novembre quando l’indice Ftse Mib aveva terminato le contrattazioni in aumento dello 0,13% a 23.534 punti.

Nell’ultima seduta della settimana a Milano si erano mostrati tonici Enel e Tim, mentre le banche avevano mostrato una certa deobolezza: Ubi (-4,8%), Banco Bpm ha perso il 3%, con Mps in calo finale del 2,3%, Unicredit di un punto e mezzo percentuale e tutte le banche che hanno accusato la debolezza dei bond ‘made in Italy’.

SPREAD INTORNO A QUOTA 145 PUNTI BASE

Lo spread tra Btp e Bund l’8 novembre aveva chiuso a 145 punti base dopo aver toccato un massimo di seduta a quota 150, il livello più alto dal 12 settembre scorso. Il rendimento del Btp decennale è pari all’1,18%.

I MERCATI IN DIRETTA

7.14 – CHIUSURA BORSA DI TOKYO IN CALO

La Borsa di Tokyo termina la prima seduta della settimana col segno meno, con gli investitori che fanno scattare le prese di profitto quando l’indice è ai massimi in un anno, mentre l’attenzione torna a concentrarsi sulle negoziazioni del commercio internazionale in corso tra Cina e Usa. Il Nikkei mostra una variazione negativa dello 0,26%, a quota 23.331,84, e una perdita di 60 punti. Sul mercato valutario lo yen si stabilizza con il dollaro, poco sopra a 109, e sull’euro a 120.

6.40 – HONG KONG AFFONDA SOTTO IL PESO DEGLI SCONTRI

La Borsa di Hong Kong amplia le perdite a causa dei violenti scontri in corso tra attivisti pro-democrazia e polizia in corso dalle prime ore del mattino, finiti anche stabilmente nel distretto finanziario della città: intorno alle 13:30 locali, le 6:30 in Italia, l’indice Hang Seng perde 624,79 punti, a quota 27.026,35, cedendo il 2,26%, dopo essersi risollevato da un minimo intraday a -2,50% circa.

3.16 – APERTURA DEBOLE PER HONG KONG

La Borsa di Hong Kong ha aperto gli scambi con una brusca correzione scontando i violenti scontri della mattinata tra polizia e manifestanti, impegnati a bloccare la circolazione stradale, e con gli agenti che hanno sparato colpi di pistola ferendo almeno due persone: l’Hang Seng cede l’1,05%, a 27.361,41 punti. In frenata anche Shanghai e Shenzhen, i cui indici Composite cedono, rispettivamente, lo 0,93% (a 2.936,75 punti) e l’1,21%, a quota 1.628,67.

1.16 – APERTURA BORSA DI TOKYO IN RIALZO

La Borsa di Tokyo ha aperto la prima seduta della settimana in lieve aumento, con l’attenzione degli investitori che si concentra ancora una volta sulle negoziazioni in corso tra Cina e Stati Uniti, auspicando un esito favorevole dell’accordo sul commercio internazionale. L’indice Nikkei evidenzia una variazione positiva dello 0,20%, a quota 23.439,48, aggiungendo 47 punti. Sul mercato valutario lo yen si stabilizza, al cambio con il dollaro a 109,20 e sull’euro a 120,30.

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Hong Kong, la polizia spara e ferisce due manifestanti

Due giovani attivisti pro-democrazia sono rimasti feriti in mattinata dopo uno scontro con gli agenti. Uno dei due sarebbe stato colpito al petto da alcuni colpi d'arma da fuoco.

Violenti scontri nella mattinata dell’11 novembre a Hong Kong tra polizia e manifestanti, impegnati a bloccare la circolazione stradale: almeno due persone sarebbero state colpite da colpi di pistola sparati dagli agenti a Sai Wan Ho.

Quello più grave, un ragazzo 21enne, è stato colpito da un colpo di pistola ravvicinato sparato da un agente di polizia: il ragazzo, raggiunto al petto, è stato prima soccorso e portato via che era ancora cosciente e poi operato d’urgenza. Attualmente, è in terapia intensiva dove è sotto stretta osservazione, riferiscono i media locali.

Nel frattempo per le strade dell’ex colonia britannica resta alta la tensione. Gli agenti in assetto anti sommossa hanno lanciato cinque raffiche di lacrimogeni a Pedder Street, nel cuore della città con molti uffici, tentando di disperdere i manifestanti che in piccoli gruppi stanno cercando di bloccare i mezzi trasporto creando barricate sulle principali vie in diversi distretti.

Per la terza volta in 5 mesi, da quando a giugno sono iniziate le proteste contro la legge sulle estradizioni in Cina trasformatesi poi in anti-governative e pro-democrazia, la polizia ha usato armi da fuoco con feriti. Il primo ottobre, infatti, uno studente è stato colpito al petto dopo l’assalto dei manifestanti a un gruppetto di agenti rimasto isolato, mentre pochi giorni dopo è stata la volta di un 14enne colpito alla gamba: entrambi sono stati poi arrestati.

ALTA TENSIONE DOPO LA MORTE DI UN 22ENNE

La tensione è salita dopo la morte di venerdì 8 novembre di Chow “Alex” Tsz-lok, studente di 22 anni, prima vittima delle proteste: il ragazzo è deceduto a seguito dei traumi riportati cadendo da un parcheggio, nella notte tra il 3 e 4 novembre scorsi, secondo modalità ancora tutte da chiarire mentre cercava di sfuggire all’assalto della polizia con i lacrimogeni a Tseung Kwan. Nel fine settimana si sono tenute veglie e sit-in in memoria di Chow, con la chiamata a manifestazioni spontanee e allo sciopero generale. Poi, scontri con la polizia e atti vandalici che hanno preso di mira soprattutto le stazioni della metro.

WONG: «CITTÀ IN STATO DI POLIZIA»

Durissimo il commento di Joshua Wong, leader del ‘movimento degli ombrelli’ del 2014 e tra gli attivisti più in vista del fronte pro-democrazia: «È doloroso vedere la città caduta in uno stato di polizia». In altri tweet Wong ha pubblicato immagini degli scontri tra i quali un video amatoriale in cui si vede un agente in moto che cerca di investire gli attivisti vestiti di nero.

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