Il metodo Mara Venier, dalla finta pensione all’avviso di sfratto per i papabili successori

In Rai tutto cambia perché nulla cambi, ma Mara Venier ha elevato il gattopardismo a sistema di governo assoluto. Non chiamatela zia degli italiani: nello studio Frizzi di via Nomentana comanda una monarca che gestisce il servizio pubblico come un tinello privato, con una marcatura precisa del territorio. Lo dimostrano i fatti: questa 50esima edizione di Domenica In, nelle intenzioni della tivù di Stato doveva simulare uno svecchiamento collegiale, con gli innesti del disturbatore Teo Mammucari, del meloniano Tommaso Cerno (collezionatore di flop seriali anche sulla dirimpettaia RaiDue) e del wedding planner Enzo Miccio, ma si è rivelata l’ennesima operazione di bonifica televisiva per proteggere un trono che non ammette condomini. Lo sa bene Gabriele Corsi, evaporato dai palinsesti prima ancora di iniziare l’estate per presunte frizioni con la titolare del salotto: un antipasto di una fame che non accetta eredi, ma solo comparse di sfondo.

Il caso Mammucari e la protezione del territorio emotivo

Per decifrare il codice di questo dominio bisogna guardare alla cronaca di questi giorni, lì dove lo scivolone diventa il pretesto per blindare il contratto. Tutto parte dall’ultima diretta, quando Mammucari (limitato a figurante già dalla seconda puntata) rompe il cerimoniale definendo «imbarazzante» la pellicola dell’ospite Peppe Iodice e chiedendo di cacciarlo dopo tre minuti. La reazione della conduttrice non è quella di una padrona di casa diplomatica, ma di una proprietaria dell’immobile che asfalta l’inquilino molesto con un «pirla» sparato in televisione. È la protezione del territorio emotivo, lo stesso che rivendica a fine puntata quando si commuove per un collaboratore storico e fulmina ancora l’ex Iena, colpevole di aver rovinato con un’uscita la liturgia del pianto e dei saluti.

Il messaggio per i naviganti è brutale: lo studio è un santuario e solo lei decide quando si ride e, soprattutto, quando si piange. E se ufficialmente la veneziana ha smentito l’ultimatum «o me o lui», la realtà è nei fatti: «Dove ci sono io non può entrare lui (Mammucari, ndr) coi miei ospiti». Punto. Chiuso. Sipario.

Qualcuno ha scambiato quel silenzio per un addio, ma…

È il “metodo Mara”: trasformare ogni crisi, ogni scivolone (chi dimentica quel comunicato pro-Israele letto con la mano tremante?) in una prova di forza. Pochi giorni dopo lo scontro, sua Maestà della Laguna ha calato la maschera in un’intervista a Fanpage, e di fronte alla domanda sul futuro, ha risposto: «Ogni anno dico che me ne vado, quest’anno non ho detto niente. Hai già capito, no?». Il collega, forse abbagliato dal riflesso delle paillettes, ha scambiato quel silenzio per un addio. Ma in quel non-detto c’è l’avviso di sfratto per chiunque pensasse di succederle.

Gioco facile con un’azienda orfana di alternative

È il congedo dalla finta pensione, la pietra tombale sulla pantomima dei ritiri iniziata nel 2021. Una liturgia fatta di lacrime, video appelli e dediche d’amore usati come scudo contro le critiche e come esca per farsi pregare da un’azienda orfana di alternative. Stavolta ha smesso di piangere per iniziare a contare i danni e blindare il 18esimo mandato, di cui già otto consecutivi, senza lasciare spazio a eredi (se mai ce ne fossero).

Dalla pastarella mangiata con Meloni al ricordo (tardivo?) di Enrica Bonaccorti

L’abisso con il passato però è totale. Se nel 1993 la sua domenica era quella corale di Luca Giurato, Gian Piero Galeazzi e di un cast che riportava il servizio pubblico ai fasti dell’audience battendo le private, oggi è un’industria meccanica del riciclo e della nostalgia, per la solita cerchia di amici. Una gestione che divora tutto, tra una pastarella mangiata con Giorgia Meloni collegata a distanza tra le polemiche o il ricordo di Enrica Bonaccorti, gestito tra commozioni tardive che hanno scatenato la furia degli utenti su X. Un’ingordigia che sta macchiando una carriera risorta nel 2018 grazie alla cura di Maria De Filippi, la burattinaia dei palinsesti che l’aveva recuperata dal tramonto certo del 2017.

Lo share dello Speciale Sanremo è una droga che tiene in vita il sistema

Ma oggi il totem del 40,5 per cento di share dello Speciale Sanremo è una droga numerica che tiene in vita il sistema. La Rai non può farne a meno, e lei lo sa. Lo sa così bene che ha smesso persino di recitare la parte della pensionanda. «Hai già capito, no?». Sì, Mara, abbiamo capito tutti. La “zia degli italiani” resta inchiodata alla poltrona. Il salotto di casa è diventata una prigione dorata per un’azienda che ha paura dell’innovazione e preferisce l’usato garantito al rischio del domani.

L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity

Scordatevi la tregua del “siamo tutti belli”, le carezze social alla cellulite e quella rassicurante bugia collettiva chiamata body positivity. La narrazione dell’inclusività a tutti i costi, che per un paio di lustri ci ha venduto il rotolino di ciccia come medaglia al valore civile, è stata ufficialmente sfrattata. È finita in soffitta insieme a Fedez e al suo brano Il male necessario, quel tentativo acustico di fatturare sui cocci di un matrimonio finito. Insomma, non si vede più mezzo centimetro di grasso in giro: il mercato ha capito che l’invidia fattura molto più dell’accettazione e ha ripristinato la discriminazione estetica come unico dogma. Bentornati nell’era della selezione naturale, dove la magrezza non è un dono dello spirito, ma una disciplina ferrea aiutata dalla chimica dei nuovi farmaci dimagranti, quella “Ozempic Culture” che ha riportato in auge il culto della taglia zero proprio quando pensavamo di essercene liberati.

L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
Dakota Johnson (foto di Gordon von Steiner per Calvin Klein).

Dakota Johnson, la nepo-baby definitiva

Che poi, poco importa se le icone del momento esibiscono ancora forme esplosive: il loro ruolo è quello di fare da ariete per una restaurazione, un ritorno all’esclusività dove il corpo asciutto è l’unico lasciapassare ammesso. Dall’alto dei cartelloni di Calvin Klein, a ricordarci che il sexy è tornato a essere un feudo per pochi eletti, c’è Dakota Johnson. Per chi non mastica pane e rotocalchi, è la nepo-baby definitiva: figlia di Don Johnson, “il maschio alfa di Miami Vice”, e Melanie Griffith, nonché nipote di Tippi Hedren, che Hitchcock faceva beccare dagli uccelli per puro sadismo.

L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity

Cinquanta sfumature di grigio le ha polverizzato la credibilità intellettuale

Dakota ha passato l’ultimo decennio a farsi perdonare l’olio erotico della trilogia di Cinquanta sfumature di grigio. Tutti la ricordano legata alla testiera del letto di Christian Grey, un successo planetario che le ha dato i dollari ma le ha polverizzato la credibilità intellettuale. Per anni ha cercato la patente di attrice alta, impegnata in Material Love e chiudendosi in un taxi con Sean Penn nell’intellettualissimo Una notte a New York. Sperava che un monologo esistenziale valesse più di un reggiseno a balconcino. Illusione durata lo spazio di un ciak. Oggi ha gettato il copione: se n’è andata a Topanga Canyon, si è fatta inquadrare dal fotografo Gordon von Steiner e ha chiuso il cerchio, infilata in jeans e completini così sensuali da sfidare il bigottismo di ritorno.

Le forme di Sydney non sono un dettaglio, ma il cuore del business

Il terreno, del resto, era già stato arato dalla ruspa anatomica di Sydney Sweeney. La bionda di Euphoria ha capito prima di tutti che l’ansia generazionale si cura trasformando il Dna in una S.p.A. Anche lei infilata dentro jeans attillatissimi, a suggerire che le sue forme non sono un dettaglio di contorno, ma il cuore del business.

Dall’eugenetica da rotocalco alla sua linea di lingerie

Ricordate il “Genetic-gate” dell’estate 2025? Quella campagna American Eagle intitolata “Great Jeans” che giocava sporco con i “Good Genes”, i buoni geni ereditari. L’hanno accusata di eugenetica da rotocalco, scomodando persino la difesa d’ufficio di Donald Trump (e pure di Matteo Salvini, pensa te). Lei ha risposto aumentando i giri del motore con la sua linea di lingerie: la dote naturale è l’unico curriculum che non si può taroccare con un’autocertificazione etica.

Qui casca l’asino, o meglio, l’influencer

E qui, nel bel mezzo di questo realismo carnale, casca l’asino, o meglio, l’influencer. Chiara Ferragni, ancora stordita dal terremoto del “Pandoro gate”, ha provato la carta della resurrezione con Guess. Una ripartenza lampo che puzza di fretta e disperato bisogno di legittimazione commerciale: set fotografato dai Morelli Brothers appena una settimana dopo il proscioglimento legale.

L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
Chiara Ferragni per Guess.

Ma il confronto è impietoso. Laddove Dakota e Sydney trasudano una sensualità animale, l’ex regina del web appare rigida, museale, terrorizzata di sgualcire il contratto (as usual). Non basta infilarsi un denim blu scuro per diventare un’icona del desiderio se non hai il fuoco della spudoratezza.

La sessualizzazione non si limita alle quote rosa

La lezione l’aveva già data l’anti-divo Jeremy Allen White, quello di The Bear, con le sue campagne ipnotiche per lo stesso Calvin Klein: la sessualizzazione non si limita alle quote rosa ed è l’unica moneta che non conosce inflazione, a patto di saperla interpretare. Se ti limiti a posare come un manichino sperando che Photoshop faccia il miracolo, resti a guardare le altre. Pensati desiderabile, Chiara.

L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
Dakota Johnson (foto di Gordon von Steiner per Calvin Klein).

La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop

Si scrive Alessandra Mussolini e si legge l’ultima stazione di una via crucis laica e coloratissima, che approda dove il destino citofonava da un pezzo, tra i vapori di un bidet e una rissa con Antonella Elia. La metamorfosi della Duciona nazionale giunge al termine nel reclusorio di Ilary Blasi, dove il cognome più pesante del Ventennio si sfarina definitivamente nel tritatutto del Grande Fratello Vip.

Il riflesso hollywoodiano di zia Sophia Loren

Del resto, prima ancora di infilarsi nelle schede del Movimento sociale italiano (nell’anno in cui un’adolescente Giorgia Meloni si iscriveva allo stesso partito) o del ripescaggio berlusconiano nei ranghi di Forza Italia, la Nostra era già una sciantosa capace di mescolare il ricordo del nonno a testa in giù con il riflesso hollywoodiano di zia Sophia Loren.

La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
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La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop

E ora che i palazzi del potere puzzano di muffa e naftalina, si sposta dove il sangue e le corna si vendono meglio, pronta a farsi vivisezionare per dimostrare che, dietro la genealogia illustre, batte il cuore di una professionista del telecomando.

Per Bossi era «l’onorevole con le tette di fuori»

La nipotina d’oro ha sempre vissuto la vita come una tournée: da quel disco pop inciso in Giappone nell’82 con i testi di Malgioglio alla copertina di Playboy. Un’esposizione di ordine bio-parentale che il ruspante Umberto Bossi accolse in parlamento, anni dopo, bollandola come «l’onorevole con le tette di fuori». Ma lei non si è mai scomposta, capendo che un certo plebeismo teatrale e il coraggio oltraggioso le sarebbero serviti per scalare i record d’ascolto, persino a Porta a Porta.

Le scuse per quel «meglio fascista che froc*o»

La vera vocazione, però, è maturata nel varietà degli ultimi anni, quando ha smesso di fare la Mussolini per fare la performer: a Ballando con le stelle, nel 2020, si è lanciata in acrobazie, è svenuta in diretta e, soprattutto, ha chiesto scusa per quel «meglio fascista che froc*o» rinfacciatole dai giudici come un peccato originale.

Dal Gay Pride ai duri della Lega di Salvini e Vannacci

Da lì, il vaso di Pandora si è scoperchiato: l’abbiamo vista imitare la zia a Tale e Quale, nascondersi sotto la maschera della Pecorella a Il Cantante Mascherato e infine offrirsi come testimonial del Gay Pride in tutina blu e ali arcobaleno nei giardini di Palazzo Brancaccio. Una “farfallona” irrequieta che tre anni fa sventolava la bandiera Lgbtq+ per poi atterrare sul prato dei duri, della Lega di Matteo Salvini e di Roberto Vannacci (prima della rottura del generalissimo).

Nel tritacarne dello scandalo delle baby squillo ai Parioli

Ora, su Canale 5, la candidata perpetua si prepara a sventrare il privato: i racconti sui tradimenti di Mauro Floriani (finito tra il 2013 e il 2014 nel tritacarne dello scandalo delle baby squillo ai Parioli) e le corna restituite da nonna Rachele a nonnino Benito (raccontate pure in un libro uscito nel 2025) sono già materiale per la prima serata. Mentre oltreoceano Variety (la bibbia dell’entertainment statunitense) osserva il fenomeno con un titolo che non concede interpretazioni – “Benito Mussolini’s Granddaughter to Compete on Celebrity Big Brother in Italy” – cercando coordinate ideologiche tra i suoi avi (per loro, la Nostra è ancora e soltanto la nipote del Duce), lei ha già compiuto il miracolo: trasformare Palazzo Venezia in un acquario di plastica dove l’identità si lava via con un colpo di spugna a favore di camera. La vera dittatura a cui sottomettersi, dopotutto, è quella dello share, e Alessandra sa bene che per non restare al buio bisogna stare dove la luce a occhio di bue colpisce più forte, incurante del cortocircuito che porta dai saluti romani a quelli arcobaleno.

Sal Da Vinci e l’arma neomelodica di Giorgia per il referendum

«Sono solo canzonette», cantava il pirata Bennato, quando voleva scanzonarsi di dosso il peso del mondo. Eppure, a Palazzo Chigi, hanno capito che una riforma della giustizia non la spieghi con le slide, la risolvi con un do di petto.

Sal Da Vinci e l’arma neomelodica di Giorgia per il referendum
Edoardo Bennato (Ansa).

Il neomelodico si fa jingle di Stato

La scena è una sceneggiata di quelle fatte bene: Giorgia Meloni, stretta tra un dossier sul Medio Oriente e una crisi del greggio, ha alzato la cornetta e ha arruolato Salvatore Michael Sorrentino, per tutti Sal Da Vinci. Non è stata una telefonata di cortesia, ma un’operazione di esproprio sentimentale, un sequestro di persona e di spartito: «La tua Per sempre sì è pure un regalo per il referendum», avrebbe detto la premier poco prima che l’ugola d’oro di Napoli iniziasse il suo giro di campo al Maradona. E zac: il pop si fa linea politica, il neomelodico si fa jingle di Stato.

Se la riforma non scalda i cuori almeno può far muovere i piedi

Dalle parti di via della Scrofa hanno intuito il trucco: se la riforma della giustizia non scalda i cuori, può almeno far muovere i piedi. Il piano è semplice: trasformare il comizio in un varietà del consenso. Si parte giovedì al Teatro Parenti di Milano, che per un giorno si presterà a fare da scenografia alla Politica Karaoke. In scaletta giuristi di peso come Sabino Cassese, ma il sospetto è che il pubblico aspetti solo il momento in cui le casse sputino il motivetto. Perché, diciamocelo: chi ha voglia di sentire parlare di separazione delle carriere quando puoi gridare un Sì a squarciagola seguendo un giro di Do?

Sal Da Vinci e l’arma neomelodica di Giorgia per il referendum
Sabino Cassese (Imagoeconomica).

Per La Russa il Sì ha già vinto (almeno a Sanremo)

Il ministro Francesco Lollobrigida ha già iniziato la marcatura a uomo, piazzando strofe da innamorato sotto i post di Instagram, mentre Ignazio La Russa ironizza sul fatto che, dopotutto, a Sanremo il Sì ha già vinto. È un’appropriazione che non sappiamo se definire indebita o semplicemente disperata. Perché se un governo con una maggioranza blindata sente il bisogno di aggrapparsi a un ritornello per far digerire una riforma, significa che la sostanza scarseggia. I sondaggi non sorridono, il prezzo della benzina scotta e l’entusiasmo spontaneo per il voto del 22 e 23 marzo è pervenuto solo nelle chat dei parlamentari. Così Fratelli d’Italia punta sul Sud-washing melodico. Napoli è il fronte dove il No morde più forte, e allora cosa c’è di meglio che provare a scardinare il fortino meridionale con il sentimento? Lo si impacchetta e lo si serve a tavola come se fosse dottrina giuridica.

Sal Da Vinci e l’arma neomelodica di Giorgia per il referendum
Il post di Francesco Lollobrigida.

Sal rischia di trasformarsi in un Jovanotti di destra

E Sal? Lui, vecchio lupo di mare, prova a fare melina. «Non ho mai dichiarato nulla, è una fake news», diceva a Sanremo a proposito di un meme che lo voleva arruolato tra le fila del No. Sa bene, Salvatore Michael, che il bacio della politica, a volte, è un bacio della morte. Certo, a livello di diritti Siae e SCF, chi organizza paga e canta, e il parere dell’artista conta quanto il due di picche. Ma il rischio morale c’è: trasformarsi nel Jovanotti di destra per una stagione referendaria significa ipotecare la propria trasversalità. Resta da capire se il Paese reale, quello che fa i conti col pieno alla pompa, avrà voglia di ballare questa sceneggiata referendaria. Perché alla fine, spenti i riflettori e riposte le bandiere, resterà il dubbio: abbiamo riformato la giustizia o abbiamo solo cambiato la playlist a un sistema che continua a stonare?

Sal Da Vinci e l’arma neomelodica di Giorgia per il referendum
Sal Da Vinci a Sanremo (Ansa).

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision

Prendete il Sanremo dei vostri peggiori incubi, quello che si materializza nelle notti insonni dei discografici quando le grandi firme scappano, il budget evapora e il proscenio resta a un’allucinazione collettiva dove Stefano De Martino si defila, la Clerici non firma e Conti si dà alla macchia verso lidi più sicuri. Immaginate questo vuoto pneumatico riempito da una conduzione che parrebbe partorita da un algoritmo impazzito, con Sal Da Vinci a menare le danze e il vicedirettore del Corriere Aldo Cazzullo a fargli da contrappunto intellettuale: ecco, solo allora avrete la misura della filosofia profonda che anima il San Marino Song Contest.

LEGGI ANCHE: Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino

Il monte Titano è l’ultimo avamposto del kitsch militante

L’ultimo porto franco del kitsch militante, un avamposto dove la geopolitica si risolve a colpi di cassa dritta tra le nebbie di un Monte Titano che ha smesso di essere un’enclave fiscale per trasformarsi nel terminal del trash d’esportazione per spettatori ipnotizzati. Tutto questo baraccone, oggi diventato orgogliosamente sistemico, trova la sua genesi in quel 2022 in cui Achille Lauro decise di forzare la mano al destino con un’operazione che all’epoca parve a molti un atto di disperazione, il gesto di chi tenta il tutto per tutto pur di non restare al palo. Respinto dalle giurie di casa nostra, il performer romano comprese prima degli altri che la Serenissima Repubblica poteva essere il cavallo di Troia per espugnare l’Eurovision (allora ospitato a Torino): si presentò sul Titano, la spuntò su una concorrenza impalpabile e volò sul palco europeo cavalcando un toro meccanico. Fu un flop storico, un’eliminazione bruciante in semifinale, eppure quel sacrificio sull’altare della bizzarria ha tracciato il solco in cui oggi tutti saltano con entusiasmo.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision

Un appuntamento per chi già si sente orfano di Sanremo

Perché buttare via la possibilità di accaparrarsi un posto per Vienna (dove avrà luogo la kermesse quest’anno) quando Lauro ha dimostrato che la dignità può essere barattata con un pass internazionale? Se l’anno scorso ha vinto persino Gabry Ponte, legittimando la “scorciatoia” sanreminese, oggi il San Marino Song Contest gode di riflettori insperati proprio perché conserva quella trasgressione che attira chi di Sanremo si sente già orfano.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Gabry Ponte (Ansa).

Simona Ventura con il suo «crederci sempre» al timone

In questo prevedibile acquario di ambizioni, al quinto, ostinato giro di giostra, il baraccone ha deciso di indossare l’abito buono, o almeno di provarci, affidando il timone a Simona Ventura. La SuperSimo nazionale, colei che ha svezzato generazioni tra naufraghi seminudi a caccia di cocchi e domeniche calcistiche vissute sull’orlo di una crisi di nervi, sbarca sulla Repubblica come una sovrana decaduta ma armata della solita grinta del «crederci sempre».

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Simona Ventura (Ansa).

Del resto l’ex regina di Quelli che il calcio resta l’unica protezione civile possibile per una manifestazione che ogni anno colleziona disastri tecnici come fossero figurine Panini, nonostante l’organizzazione diretta della Rai (oltre che San Marino Rtv, venerdì sera è in diretta su RaiPlay e Rai Radio 2). Gestirà gli spazi morti, le scenette improvvisate e i fonici che sembrano sempre aver appena finito un giro di sangiovese? Probabile.

La Giuria di qualità promette il caos primordiale

Ma la vera domanda è: quanto potrà reggere l’urto di una giuria che pare uscita da un esperimento sociale di fine Anni 90? Perché se la conduzione è, sulla carta, “un passo avanti” rispetto al passato, la giuria di qualità è un tuffo nel Giurassico più rissoso e imprevedibile. Mettete insieme Iva Zanicchi, Morgan e Red Ronnie e avrete servito su un vassoio d’argento il caos primordiale. C’è da scommetterci i 100 euro che non abbiamo: forse il Castoldi spiegherà le strutture armoniche del Settecento a un povero concorrente albanese, l’Aquila di Ligonchio racconterà una barzelletta spinta per smorzare i toni e il custode del Roxy Bar cercherà tracce di complotti alieni nei testi dei gareggianti.

Sul palco da Rosa Chemical a Dolcenera

Accanto a loro un’Arca di Noè del “vorrei ma non Sanremo”, dove i confini tra generi e nazioni sfumano sotto i colpi del bit. I nostri? Eccoli schierati come fanti: Rosa Chemical, reduce da Ballando e trattato con i guanti di velluto dopo essere stato ripudiato dai palchi nobili, Dolcenera accanto all’energia cacofonica dell’Orchestraccia e allo swing di un Paolo Belli (pure lui passato tra i concorrenti della regina Milly), e l’accoppiata che sulla carta sembra un errore del sistema operativo: Senhit e Boy George. È l’estetica del Stasera tutto è possibile (così cara proprio a De Martino, che andrà ad occupare Sanremo) che solo San Marino sa regalare.

Immancabile l’estone Tommy Cash

In attesa dei super ospiti, un quartetto da brividi composto dall’estone Tommy Cash, l’immortale Al Bano, il paroliere col ciuffo Cristiano Malgioglio, e la regina del twerking Elettra Lamborghini (troverà anche sul Titano gli ormai celebri «festini bilaterali»?), ci godiamo lo spettacolo consapevoli che questo è l’unico baluardo dove il kitsch è ancora una cosa seria.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Cristiano Malgioglio (Ansa).

Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino

Inutile girarci intorno con i comunicati felpati della Rai: la conferma di Fabrizio Ferraguzzo alla direzione musicale del Sanremo 2027 targato Stefano De Martino non è una semplice nomina tecnica. È un commissariamento dei discografici in piena regola.

Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino
Il passaggio di testimone a Sanremo da Carlo Conti a Stefano De Martino (Ansa).

Con Ferraguzzo la Rai sfodera le armi pesanti

Dopo l’ultima gestione di Conti, archiviata tra sbadigli e ascolti d’inerzia, la tv pubblica ammette di non saper più leggere il mercato e, per non affogare nella naftalina, chiama il “ferro” della produzione pesante. Ovvero l’uomo che ha trasformato quattro ragazzini di strada nei Måneskin, il brand italiano più esportato nel mondo dopo il Parmigiano Reggiano. E così, mentre 11 milioni di italiani guardavano l’incoronazione del “signore dei pacchi”, bello, bravo e “caschettiano” di ferro, che sorride ai sottosegretari e ingolosisce nonne e nipotine, la vera mossa di potere si consumava tre passi indietro.

L’arrivo a Milano e lo sbarco in Sony

È un cerchio che si chiude con il destino che la sa lunga: nel 2012, mentre lo showman napoletano occupava militarmente i rotocalchi per aver mollato Emma Marrone per Belén, a pochi metri da lui, nei crediti del tour Sarò libera, c’era proprio Ferraguzzo a sudare sopra le corde di un basso. Due traiettorie nate all’ombra della stessa donna, una nella centrifuga del gossip, l’altra in sala prove, che 15 anni dopo si ritrovano a gestire il giocattolo più costoso della Rai. Ma per misurare la caratura del manager dei record bisogna scordarsi le tartine degli after-party e scendere a Pietralata, Roma. Lì Ferraguzzo mastica musica sin da bambino, ben prima di sbarcare a Milano alla soglia dei 30 anni e finire a dormire in un garage per un anno intero. La sua fortuna ha un nome e un cognome precisi: Pico Cibelli. È lui, oggi al comando di Warner (che quest’anno ha piazzato primo e secondo posto al Festival), a spalancargli le porte della Sony (sua ex etichetta), dove firma i primi contratti e inizia a macinare progetti che cambiano i connotati al pop italiano. Sanremo, del resto, lo conosce bene: nel 2017 mette il marchio su Portami via di Fabrizio Moro, forse il pezzo più pregiato dell’edizione. Nel 2019 inventa il fenomeno Achille Lauro portando la provocazione di Rolls Royce all’Ariston e cura Nonno Hollywood di Enrico Nigiotti. Nel 2020 trasforma i Pinguini Tattici Nucleari in una macchina da dischi di platino con Ringo Starr.

Il capolavoro Måneskin

Una lista di colpi che non dimentica la direzione musicale di X Factor, dove lancia talenti a ripetizione. Ma il suo capolavoro restano i Måneskin, pescati al Massive Arts Studios: gli bastano pochi secondi di provino per capire di avere in mano una bomba atomica.

Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino
Mara Maionchi con Fabrizio Ferraguzzo (dal profilo Fb).

Li aggancia, ne guida la crescita e li porta al trionfo mondiale di Zitti e buoni sbancando prima l’Ariston e poi l’Eurovision 2021, e curandone anche il management dopo il divorzio da Marta Donà. Un’espansione, che fa rima con riservatezza quasi politica, che lo porta dritto nella Recording Academy di Los Angeles: quarto italiano di sempre nella giuria dei Grammy.

L’ecosistema Ferraguzzo

Ma Ferraguzzo non è solo un manager, è un ecosistema. Con Simone Giacomini fonda Stardust, corazzata dell’influencer marketing; con Shablo dà vita a Moysa, l’hub creativo dove le arti si incrociano fuori dai vecchi schemi. Un impero che tocca ogni fase del successo: dal brano al post su Instagram, dal management di Exit Music (la sua società da quasi 3 milioni di euro) ai live. Il nodo vero, quindi, risiede nell’etica flessibile, in un sistema dove chi produce la musica e chi valuta i pass per l’Ariston siede sulla stessa sedia. La Rai, per bocca del direttore dell’Intrattenimento Prime Time Williams Di Liberatore, parla di «lavoro in team», ma l’influenza di un membro dei Grammy che governa influencer, produce hit globali e possiede un’autonomia mentale che intimidisce i burocrati, non si cancella con un verbale di commissione. Se la sua visione internazionale è la cura per un Sanremo che mostra la corda su ascolti e streaming, allora la Rai alza bandiera bianca e consegna il suo gioiello a un fuoriclasse, che il mercato non lo interpreta, lo crea.

Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino
Fabrizio Ferraguzzo e Shablo (Ansa).

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino

La notizia più “notiziabile” di questo Festival morente, barcollante e democristiano? Non cercatela tra i ritornelli, ma nel certificato di sfratto esecutivo notificato in mondovisione. Carlo Conti, il “ragioniere del catasto” prestato alla musica, ha chiuso la pratica ligure rifilando una supercazzola in conferenza stampa: giurava di non pensare al futuro, e intanto preparava gli scatoloni sotto lo sguardo di TeleMeloni. Il passaggio di testimone con Stefano De Martino è un inedito assoluto: licenziamento in tronco camuffato da staffetta, annunciato in diretta mentre i fiori dell’Ariston erano ancora freschi.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).

Le chiavi della cassaforte musicale affidate, si vocifera, a Fabrizio Ferraguzzo

Il trentaseienne di Torre Annunziata, ex Amici, ex Belen, ex Emma Marrone, eredita un carrozzone dai numeri impietosi, con gli ascolti in picchiata e lo streaming che segna l’elettrocardiogramma piatto. L’operazione, ci risulta, era in cantiere da un anno, con Geppi Cucciari scalpitante per fargli da spalla (o da badante intellettuale). Resta da capire se la vedremo nel 2027 come mina vagante o se lo scugnizzo, ormai conduttore e direttore artistico, deciderà di ballare da solo. Nel dubbio, le chiavi della cassaforte musicale saranno affidate, si vocifera, a Fabrizio Ferraguzzo. L’uomo che ha inventato i Måneskin, ex Sony, sarà il presidio militare dei discografici sul campo. Stefano metterà il sorriso, il generale metterà l’elmetto, e insieme proveranno a recuperare i telespettatori persi quest’anno, e le prime file delle etichette.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).

Il cattivo gusto ha toccato il fondo con Andrea Bocelli

Ma veniamo alla cronaca di questa finale, iniziata sotto i peggiori auspici. Con i venti di guerra che soffiano dall’Iran, l’Ariston ha indossato l’abito della “riflessione” istituzionale. Giorgia Cardinaletti, ex di Cremonini e volto rassicurante del Tg1, ha dovuto fare lo “spiegone” geopolitico, tra il moro di Firenze e la signora di Solarolo. Un momento necessario, che però strideva terribilmente con il resto del baraccone.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Giorgia Cardinaletti (Ansa).

Perché subito dopo l’appello per la pace, il cattivo gusto ha toccato il fondo con Andrea Bocelli entrato in sella a un purosangue bianco: una scena talmente ricalcata da Benigni e finita nel ridicolo involontario, proprio mentre i Pooh celebravano i 60 anni facendo strappare i cateteri ai fan in piazza e Max Pezzali restava spiaggiato sulla nave, da lunedì, come un naufrago dimenticato.

Sal Da Vinci, la vittoria del pubblico “contro” la sala stampa

Ma chi ha vinto questo festival del catasto? Prevedibilmente, l’inarrestabile Sal Da Vinci. La sua Per sempre sì, tormentone neoromantico, espugna la terra dei cachi grazie al voto massiccio di Napoli e della generazione TikTok. Il pubblico che lo aveva già incoronato con Rossetto e caffè ha ribaltato il tavolo, umiliando una sala stampa che lo aveva snobbato al primo giro.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Dal Da Vinci (Ansa).

Al secondo posto, la rivelazione, Sayf, che ha portato una canzone politica travestita da tormentone, scalando il gradimento con merito. Il premio della critica Mia Martini, invece, è andato a Fulminacci: la sua Stupida sfortuna è una piccola delizia in un mare di banalità.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Sayf (Ansa).

A De Martino il compito di rianimare un cadavere che non ha più voglia di cantare

Il resto della serata è stata un’epidemia sentimentale di basso profilo, da Samurai Jay che ha trascinato la genitrice sul palco a Tommaso Paradiso che la cercava disperatamente in platea. Troppa famiglia, troppa melassa.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Samurai Jay e la madre (Ansa).

Alessandro Gassmann, unico rimasto a casa, potrebbe valutare l’esposto alla procura di Imperia: «Vengo anch’io? No tu no». Tra un Nino Frassica tornato per lanciare i due speciali di Sanremo e il pianto di Gino Cecchettin a notte fonda, con i nomi delle donne uccise per femminicidio proiettate sui maxischermi – un momento che il servizio pubblico avrebbe dovuto nobilitare ben prima dell’una – il sipario cala su un fallimento annunciato.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Gino Cecchettin, Carlo Conti, Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti (Ansa).

Conti, ossessionato dal cronometro e da una visione televisiva che guarda allo specchietto retrovisore, naufraga da solo e lascia a De Martino l’onere di rianimare un cadavere che non ha più voglia di cantare. Affari suoi, davvero.

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico

Questo Sanremo 2026 si conferma un’edizione così spaventosamente democristiana che Carlo Conti è riuscito nell’impresa di far sembrare i Festival in bianco e nero degli Anni 50 dei raduni di punk anarco-insurrezionalisti. Reduci da una serata dedicata a cover e duetti che non sposterà gli equilibri della classifica finale e che è finita a tarallucci, vino e ipocrisia ministeriale, ci ritroviamo a commentare un Ariston che ha paura persino della sua ombra.

La censura Anni 50 sul bacio saffico tra Levante e Gaia

Lo ha dimostrato la regia che sul bacio tra Levante e Gaia ha staccato l’inquadratura con la velocità di un esorcista che vede il demonio: se nel 2026 un contatto tra due donne fa ancora scattare il panico, significa che siamo ufficialmente fermi al palo del 1950. Un oscurantismo che ha fatto il paio con il piglio del capitano di questo Titanic, capace di liquidare la cronaca mandando «un abbraccio all’incidente» (accaduto a Milano) con tanto di applauso.

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Il bacio tra Levante e Gaia (Ansa).

Che noia le battute di Siani e la lezione del prof Schettini

Lo stesso spirito surreale che ci ha propinato, all’una passata, la lezione di fisica di Vincenzo Schettini. Vedere il «prof influencer», travolto dalla bufera per la cultura venduta a gettoni salire in cattedra per farci la morale sulla dipendenza dai social ha sfidato le leggi della decenza.

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Vincenzo Schettini e Carlo Conti (Ansa).

Ma il grottesco era già esploso con la farsa dell’ospite Mr X. Dopo aver alimentato per ore un’attesa messianica, abbandonando persino la conferenza stampa del mattino, manco dovesse ricevere le tavole della legge sul Sinai, il conduttore ha svelato il più classico dei pacchi: Alessandro Siani.

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Carlo Conti versione TonyPitony e Alessandro Siani (Ansa).

Ci ha salvato solo il ritorno gioioso di Bianca Balti

In questo scenario da sagra paesana, Laura Pausini è stata finalmente restituita al ruolo di cantante, mentre Alessandro Gassman schiumava rabbia sui social perché a Gianni Morandi è stato concesso di benedire il figliolo Tredici Pietro in diretta mondiale mentre a lui il privilegio è stato negato. Tra tanta plastica e a celebrazioni istituzionali come quella per Caterina Caselli, l’unica Sugar rivoluzionaria, ci ha salvato solo il ritorno gioioso di Bianca Balti, finalmente di nuovo con i suoi capelli dopo la malattia.

La pagelle della quarta serata

Ma ora, prima del verdetto finale di stasera, passiamo alle cover. Ecco le pagelle, una per una, di chi ha onorato la musica e di chi l’ha solo calpestata.

Elettra Lamborghini con le Las Ketchup, Aserejé – Voto 6. La twerking queen riesuma il tormentone del 2002 e trasforma l’Ariston in un villaggio vacanze. Giudizio: come quarta delle Las Ketchup non sfigura affatto, portando un’aria da festino bilaterale.

Eddie Brock con Fabrizio Moro, Portami via – Voto 7 (per Moro). Brock conferma la sua vocazione per l’urlo primordiale infinito, stavolta supportato da un Moro che non fa nulla per abbassare il volume. Giudizio: alla fine l’unica cosa da portarsi via sono un paio di tappi per le orecchie.

Mara Sattei con Mecna, L’ultimo bacio – Voto 4. Tentativo di scalata all’Everest su Carmen Consoli con l’aiuto di un Mecna che cerca di fare il moderno inserendo barre fuori contesto. Giudizio: un aggiornamento software fallito: l’ultimo bacio è stato decisamente amaro.

Patty Pravo con Timofej Andrijashenko, Ti lascio una canzone – Voto 6. La Divina scende dal suo pianeta di titanio per omaggiare la Vanoni, mentre il primo ballerino della Scala danza nel vuoto come un mobile di pregio. Giudizio: Un duetto-non duetto da museo dove l’unico reperto che conta è la Pravo.

Levante con Gaia, I maschi – Voto 5.5. Le due puntano sul saffico-chic rileggendo la Nannini, ma l’esecuzione resta un karaoke troppo educato. Giudizio: se nel 2026 la regia scappa davanti a un bacio tra donne, siamo ufficialmente nel 1954.

Malika Ayane con Claudio Santamaria, Mi sei scoppiato dentro il cuore – Voto 6. Malika è un’interprete sopraffina, ma Mina è una vetta dove l’aria manca a tutti. Giudizio: Santamaria canta meglio di metà dei martiri in gara.

Bambole di Pezza con Cristina D’Avena, Occhi di gatto – Voto 7. Le sorelle del punk trascinano la regina dei cartoni animati in un vortice rock con tanto di citazione dei Led Zeppelin. Giudizio: spazzano via tutto con allegria.

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
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Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico

Dargen D’Amico con Pupo e Fabrizio Bosso, Su di noi – Voto 3. Dargen prova l’operazione impossibile. L’intenzione antimilitarista è nobile, ma la struttura sembra studiata troppo a tavolino. Giudizio: Un mix rovinato dalla presenza di un Pupo che puzza lontano un miglio di marchetta.

Tommaso Paradiso con gli Stadio, L’ultima luna – Voto 6. Paradiso scala Dalla con le migliori guide alpine bolognesi in circolazione. Giudizio: esibizione onesta che fa sembrare gli Stadio i veri titolari della gara.

Michele Bravi con Fiorella Mannoia, Domani è un altro giorno – Voto 6. Secondo tributo alla Vanoni della serata, stavolta giocato sulla classe della Mannoia. Giudizio: Un momento di pulizia sonora.

Tredici Pietro con Galeffi e Fudasca, Vita – Voto 6. Gianni Morandi compare per benedire il figliolo Pietro sul brano che fu del sodalizio con Lucio Dalla. Giudizio: I figli so’ piezz ‘e share: Pietro tiene botta mentre Gassman mastica fiele sui social.

Maria Antonietta e Colombre con Brunori Sas, Il mondo – Voto 7. Brunori Sas aggiunge la sua alchimia a un brano che non passa mai di moda. Giudizio: Funziona quasi tutto, tranne il vizio di aggiungere barre inutili.

Fulminacci con Francesca Fagnani, Parole parole – Voto 7. Fulminacci punta sull’ironia del duetto Mina-Celentano del 1972 coinvolgendo una Fagnani che sta al gioco con grazia. Giudizio: La Belva si scopre cantante.

Lda & Aka7even con Tullio De Piscopo, Andamento lento – Voto 8. De Piscopo a 80 anni spiega a tutti cos’è il ritmo, trascinando i due ragazzi napoletani in un’altra dimensione. Giudizio: Un metaverso tra icone e nuove leve che funziona alla grande.

Raf con The Kolors, The Riddle – Voto 5. Raf appare più a suo agio stasera che con la sua canzone in gara. Giudizio: Nemmeno la figlia Bianca nel corpo di ballo salva un’atmosfera da festa di piazza rassegnata.

J-Ax con Ligera County Fam, E la vita, la vita – Voto 7. J-Ax celebra Cochi e Renato con un caos allegro che porta energia ribelle in questo Festival retrogrado. La gang milanese funziona e diverte come ai vecchi tempi del Derby. Giudizio: Tutto perfetto finché non arriva Carlo Conti a rovinare la festa ricordando i morti col cronometro in mano.

Ditonellapiaga con Tony Pitony, The Lady Is A Tramp – Voto 8. L’erede degli Skiantos e Ditonellapiaga atterrano all’Ariston. Interpretazione magistrale di un classico, con riferimenti alla Costa Smeralda e inclusività gastronomica. Giudizio: Sono loro gli alieni che vincono la serata delle cover: performer eccellenti per il tinello tv di Rai 1.

Enrico Nigiotti con Alfa, En e Xanax – Voto 4. Il brano di Samuele Bersani è un cristallo delicato che non necessita di chirurgia estetica. Giudizio: Ansia da prestazione e liste della spesa

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico

Serena Brancale con Gregory Porter e Delia, Besame mucho – Voto 6. La Brancale si circonda di nobiltà con il piano di Delia e il velluto di Porter per rileggere un classico stra-suonato da chiunque. Giudizio: Esecuzione impeccabile che ci fa rimpiangere la lagna stratosferica che Serena ha deciso di portare in gara.

Sayf con Alex Britti e Mario Biondi, Hit the Road Jack – Voto 10. Sayf si conferma la vera scoperta di questo Sanremo, mettendo insieme una jam session dove Britti suona e Biondi coccola i timpani. Giudizio: la miglior sarabanda del Festival

Francesco Renga con Giusy Ferreri, Ragazzo solo, ragazza sola – Voto 3. Un conto è il Duca Bianco che canta sé stesso in italiano, un altro è assistere a questa grottesca cover della cover. Giudizio: David Bowie, perdonali perché non sanno quel che fanno

Arisa con il Coro del Teatro Regio di Parma, Quello che le donne non dicono – Voto 9. Arisa gioca in un altro campionato e prende il classico della Mannoia trasformandolo in un inno alla forza femminile. Giudizio: prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché in gara le danno sempre la canzone sbagliata.

Samurai Jay con Belén Rodríguez e Roy Paci, Baila Morena – Voto 2. Qui siamo dalle parti di una festa finita male dove ognuno va per conto suo. Giudizio: Un’accozzaglia senza direzione che naufraga miseramente nonostante la tromba di Roy Paci.

Sal Da Vinci con Michele Zarrillo, Cinque giorni – Voto 5. Il re di Per sempre sì trascina Zarrillo nel suo mondo, trasformando la hit pop in un classico neomelodico da matrimonio in grande stile. Giudizio: Neomelodico d’altri tempi

Fedez e Masini con Stjepan Hauser, Meravigliosa creatura – Voto 2. Il duo rivisita la Nannini col violoncello di Hauser, ma il risultato è un pasticcio stucchevole dove Fedez infila barre incomprensibili. Giudizio: Rovinare un classico della musica italiana era l’ultima missione rimasta a Fedez.

Ermal Meta con Dardust, Golden hour – Voto 6. Ermal volta pagina e si affida al piano di Dardust per un momento di classe. Giudizio: Un’esibizione sofisticata che pulisce le orecchie.

Nayt con Joan Thiele, La canzone dell’amore perduto – Voto 6.
Il rapper romano abbandona i balbettii della gara e si cimenta con De André, coadiuvato dalla grazia di Joan Thiele. Giudizio: compitino onesto su Faber.

Luchè con Gianluca Grignani, Falco a metà – Voto 5,5. Mentre il napoletano rappa, Grignani punteggia le rime con il solito piglio. Giudizio: Il momento clou non è la musica, ma Gianluca che chiede se nei fiori ricevuti c’è il numero della Pausini. Frecciata servita gelida per una querelle che va avanti da mesi.

Chiello con Saverio Cigarini, Mi sono innamorato di te – Voto 4. Sfida impossibile su Tenco per un Chiello che sembra rimpiangere il duetto mancato con Morgan (o forse lo rimpiangiamo noi). Giudizio: un’agonia vocale che non rende giustizia all’originale.

Leo Gassmann con Aiello, Era già tutto previsto – Voto 4. Leo e Aiello fanno a gara a chi spacca prima le vene del collo su Cocciante, producendo un’esibizione decisamente sopra le righe. Giudizio: La disfida degli urli e dei padri.

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Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?

Sanremo 2026 è il capolavoro assoluto dell’irrilevanza elevata a sistema. Un evento anagraficamente bipolare che oscilla tra il pannolino e la dentiera, dove si elegge un vincitore delle Nuove Proposte (Niccolò Filippucci, in un segmento gestito da un Gianluca Gazzoli ridotto a steward di lusso) e un attimo dopo si celebra Mogol, generando uno smarrimento collettivo che nemmeno un triplo gin tonic riuscirebbe a sedare.

Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Niccolò Filippucci vince le Nuove Proposte (Ansa).

E se si trattasse di un clamoroso autosabotaggio?

Ma il sospetto, giunti alla terza serata, è che la noia non sia un incidente di percorso, bensì un mandato preciso. E la prova si palesa quando scatta il nero pubblicitario. Lontano dagli obblighi del canone, Carlo Conti è un uomo libero: canta con il pubblico (seppure in playback), gigioneggia quasi con Laura Pausini. Poi si riaccende la spia della diretta e scatta la lobotomia ministeriale. Un fuoriclasse come lui, anche se democristiano, non può ignorare il vuoto pneumatico che porta in scena. E se eseguisse il più clamoroso degli autosabotaggi? Se questo fosse l’esito di una tirata d’orecchie da Palazzo Chigi, decisa a normalizzare l’Ariston dopo i fasti ingovernabili del passato? Una gestione di passaggio, in attesa del 2027, quasi blindata da Stefano De Martino affiancato dal manager dei Måneskin, Fabrizio Ferraguzzo, per riportare i discografici al centro del villaggio. «Lasciatemi cantare, con la chitarra in mano, una canzone piano piano: che fosse tutto apparecchiato?».

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Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Irina Shayk, Laura Pausini, Carlo Conti e Ubaldo Pantani (Ansa).

Momenti top: l’ossigeno di Pantani-Lapo e lo stile di Mogol

Tornando ai fatti, i momenti top sono stati talmente rari da sembrare allucinazioni collettive. Ubaldo Pantani, nei panni di un Lapo Elkann vestito da bandiera italiana, è stato l’unico a portare una ventata di ossigeno satirico. Tra una battuta su «Rai 9 che fa parte del grande bouquet Sky» e la pietà per un Max Pezzali confinato sulla nave senza il permesso di attraccare, Lapo-Pantani ha ricordato all’Ariston cos’è l’ironia.

Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Ubaldo Pantani- Lapo (Ansa).
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Carlo Conti, Ubaldo Pantani e Laura Pausini (Ansa).

Anche Mogol, premio alla carriera della città di Sanremo, con 1.776 canzoni depositate (due scritte probabilmente mentre cercava il microfono), ha dato una lezione di stile: il suo amore per la moglie, sopravvissuto a 523 milioni di dischi venduti, è stato il momento più romantico. Peccato che Conti non abbia nemmeno pensato di chiedergli il titolo del brano dedicatole, troppo occupato a non fare nulla.

Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Mogol riceve da Carlo Conti il premio Città di Sanremo (Ansa).

Fronte top: il soprammobile Irina Shayk

Sul fronte flop, la co-cò Irina Shayk ha ridefinito il concetto stesso di soprammobile: un «render eccezionale», come direbbe Lapo, che ha pronunciato tre frasi in croce con l’entusiasmo di chi sta aspettando il bonifico per scappare.

Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Irina Shayk (Ansa).

Poi, il delirio sociale. In cinque minuti si è passati dagli slogan contro la violenza sulle donne alla terribile vicenda di Paolo Sarullo. Il ragazzo, vittima di violenza giovanile, che ha regalato un sussulto di grande dignità, gridando un «non si molla un cazzo». Espressione colorita che avrà costretto l’Abbronzatissimo a confessarsi all’istante con tre atti di dolore immediati.

Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Il collegamento con Paolo Sarullo (Ansa).

Neanche il tempo di processare la violenza che è scattato l’oratorio, con Laura Pausini e il Piccolo coro dell’Antoniano impegnati in Heal the world di Michael Jackson, contro le guerre, tutte.

Bel momento sì, ma seguito senza soluzione di continuità (né di logica) dalle Tagliatelle di nonna Pina e dal Coccodrillo come fa. Un cortocircuito che ci ha fatto rimpiangere persino le markette di Virginia Raffaele e Fabio De Luigi, venuti a promuovere un film con uno sketch di una tristezza siderale.

Il duetto di Eros e Alicia Keys rovinato dai problemi tecnici

Infine, il super-ospite: Eros Ramazzotti, sul palco per celebrare i 40 anni di Adesso tu, ha trovato un conduttore totalmente smarrito sulle date (quasi non sapesse perché lo aveva invitato).

Ma il duetto con Alicia Keys (lei che canta in italiano, ricordando le sue origini) su L’Aurora è finito nel caos: problema tecnico, esecuzione strozzata e pubblicità lanciata con la fretta di chi deve nascondere un cadavere. Chi scrive ha sinceramente sperato che dietro le quinte volassero pizze in faccia tra Eros e gli altri per la figuraccia internazionale. Se fossero finiti con almeno un occhio “ammarrato”, avremmo finalmente avuto una notizia da darvi, un brivido di vita in mezzo a tanto nulla di fatto.

Ma siccome siamo pur sempre al Festival delle canzonette, tocca fare i conti con la seconda tornata dei 15 big rimasti in trincea. Ecco le nostre pagelle.

Le pagelle della terza serata

Maria Antonietta e Colombre, La felicità e basta – Voto 6,5. Hanno la spensieratezza di chi ha rubato la gioia a Romina e Al Bano, ma senza il panino con il salame. Giudizio: Hipster nell’anima e incompresi dalla classifica.

Leo Gassman, Naturale – Voto 4. Un pezzo così spaventoso che nemmeno il cognome importante riesce a rendere commestibile. Giudizio: Di naturale qui c’è solo il calo di zuccheri dello spettatore dopo i primi 30 secondi di tortura uditiva.

Malika Ayane, Animali notturni – Voto 6. Si traveste da Dirotta su Cuba per una serata nel dancefloor: sempre vocalmente sopra la media. Giudizio: Raffinata come un aperitivo a bordo piscina, peccato che intorno ci sia solo la nebbia di un Festival che non rischia.

Sal Da Vinci, Per sempre sì – Voto 7. Trasforma il palco in una sala ricevimenti per matrimoni, con tanto di fede al dito e benedizione social di Luca Ward. Giudizio: Massimo Ranieri deve avergli venduto l’anima. Irresistibile, eccessivo e terribilmente virale.

Raf, Ora e per sempre – Voto 5. Sbaglia l’anno della canzone, riproponendo una Polaroid sbiadita. Giudizio: Canta che il tempo alla moglie sta una meraviglia, ma a 66 anni portati da Dio l’unica cosa degna di nota è la sua skincare mattutina.

Tredici Pietro, Uomo che cade – Voto 4. Il ragazzo è simpatico, ma ha la gola così arida che a metà strofa il voto precipita nel baratro dell’insufficienza insieme a lui. Giudizio: Qualcuno lanci una bottiglietta d’acqua al figlio di Morandi.

Francesco Renga, Il meglio di me – Voto 5. Possiede una voce d’acciaio ma non indovina un brano decente da quando i cellulari pesavano un quintale. Giudizio: Altra capsula del tempo passato.

Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?

Eddie Brock, Avvoltoi – Voto 3. Eddie Sbrok: un brano virale alle spalle non basta a reggere il peso di un palco che non perdona. Giudizio: Se per contratto non può prendere tre note consecutive, è l’unico in gara che sta rispettando i patti alla lettera.

Serena Brancale, Qui con me – Voto 6. Pugni chiusi e occhi al cielo per la madre scomparsa: bravissima, per carità, ma quanto vecchiume. Giudizio: Perfetta per l’oratorio democristiano di Conti, meno per noi.

Samurai Jay, Ossessione – Voto 3. Confuso e smarrito, non lo salva nemmeno il cameo di una Belén Rodríguez decisamente fuori sincrono. Giudizio: Più che un’ossessione è una penitenza.

Arisa, Magica favola – Voto 6. Un’ugola celestiale sprecata per una sceneggiatura Disney che starebbe bene in un sequel low-budget della Bella e la bestia. Giudizio: Arisa canta la favola, noi però siamo svegli e vorremmo un finale decisamente meno zuccheroso.

Michele Bravi, Prima o poi – Voto 6+. Qualche stecca da emozione sporca un brano decisamente buono. Giudizio: Se fosse stato scritto per Tiziano Ferro, avrebbe vinto.

Luchè, Labirinto – Voto 4,5. Il re del rap, per il canone Rai, finisce per perdersi in un vicolo cieco. Giudizio: Quando vuol fare come tutti, non convince.

Mara Sattei, Le cose che non sai di me – Voto 4,5. Il fratellino Thasup le confeziona un pacco regalo che sa di noia ritornata direttamente dal 1996. Giudizio: A metà brano ti ritrovi a controllare la scadenza dello yogurt in frigo per trovare un minimo brivido di vita.

Sayf, Tu mi piaci tanto – Voto 7,5. Parte con la frizione bruciata ma recupera in salita con un ritornello che mescola Ghali, Gazzè e impegno sociale. Giudizio: Ci piace tanto.

Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?
Sanremo, e se la noia fosse un mandato preciso?

La classifica provvisoria

Ed ecco il colpo di coda di questa terza notte di tregenda, con la classifica provvisoria: Sal Da Vinci, Sayf, Arisa, Serena Brancale e Luchè si accomodano in top 5. Ma non cantate vittoria: venerdì sera il circo si sposta sul terreno accidentato delle cover e dei duetti.

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Sanremo non decolla: qualche guizzo e un pizzico di emozione non bastano

La scintilla? Un’utopia. Il guizzo? Un fuoriprogramma. Il Festival di Conti V procede su un binario di placida, quasi tombale tranquillità, ignorando che l’Ariston è un’arena che esige inventiva, non burocrazia. Invece, ci ritroviamo immersi in un’atmosfera da “pane e mortadella”, con Pausini che azzanna una fetta di mortazza dietro le quinte quasi a voler certificare il basso profilo di un’edizione che vola rasoterra. Mentre la signora di Solarolo mastica, la platea viene inghiottita da tre milioni di fantasmi: è lo spettro della prima serata, un’emorragia di share che punisce l’immobilismo di una gestione che vorrebbe omaggiare il papà Pippo Baudo e finisce per celebrarne soltanto la polvere.

Sanremo non decolla: qualche guizzo e un pizzico di emozione non bastano
Carlo Conti e Laura Pausini con la campionessa olimpionica Francesca Lollobrigida (Ansa).

Più che della canzone è il Festival dei conduttori

Se il buongiorno si vede dal mattino, questa restaurazione contiana ha il fiato cortissimo. In questo scenario di stanca, la seconda serata si apre con la consapevolezza dei cocci da raccogliere e con una scelta strategica da harakiri: piazzare il bloccone dei “giovani”, perfetti sconosciuti, più degli altri, si intende, proprio in apertura. A gestire il vivaio arriva Gianluca Gazzoli. Il podcaster sbarca all’Ariston con un orzaiolo d’ordinanza, e gestisce il traffico con garbo, ricordando la mamma da poco scomparsa.

Sanremo non decolla: qualche guizzo e un pizzico di emozione non bastano
Gianluca Gazzoli (Ansa).

Ma questo, più che il Festival della canzone, sembra il Festival dei conduttori: dall’onnipresente “Laura nazionale” che “pausinizza” pure 16 marzo di Achille Lauro (duetto non esattamente di prima fascia) allo stesso Lauro, lo scorso anno in gara, ridotto a soprammobile di lusso, da spolverare tra un blocco e l’altro. Apprezzato il toccante omaggio alle vittime di Crans-Montana: accompagnato dal soprano Valentina Gargano e da un coro di 20 elementi, Lauro canta Perdutamente.

Lillo rianima la serata. Emozionante il coro dell’Anfass

Mentre la povera Pilar Fogliati annega nell’irrilevanza di un debutto dove le viene chiesto solo di fare “le voci”, a scuotere un minimo il torpore ci pensa Lillo Petrolo, che gioca col cliché del conduttore e piazza la stoccata a Petrecca: «Non devo ribadire che siamo all’Ariston, è ovvio…». E Conti: «Al teatro Olimpico?».

Tanti saluti dalla città dei fiori, che manda Rvm sulle Olimpiadi, un annuncio per le Paralimpiadi. Salvano la serata il coro dell’Anffas di La Spezia, con una versione di Si può dare di più, capace di strappare emozione anche ai duri di cuore, e il vecchio leone Fausto Leali. Ma Sanremo resta pur sempre una gara di canzonette. Ecco le nostre pagelle.

Sanremo non decolla: qualche guizzo e un pizzico di emozione non bastano
Fausto Leali riceve il premio Città di Sanremo (Ansa).

Le nuove proposte

Nicolò FilippucciLaguna (5) (Vince la manche e passa in finale) Arriva scortato dalle truppe di Amici con una ballad che non brilla per originalità. Il giudizio: acqua passata, un po’ come la canzone.

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Niccolò Filippucci (Ansa).


Angelica Bove Mattone (6) (Vince la manche e passa in finale) Ex di X Factor, raffinatissima, ma prigioniera di atmosfere lagnose. Il giudizio: il mattone resta sullo stomaco nonostante la confezione di lusso.

Mazzariello Manifestazione d’amore (Eliminato) Il migliore del lotto, versione Gen Z di Gazzè. Il giudizio: le radio lo passeranno lo stesso, ignorando la miopia del televoto.

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Carlo Conti, Mazzariello, Gianluca Gazzoli e Angelica Bove (Ansa).

I pagelloni dei 15 big

Patty PravoOpera (6) La Divina scende tra i mortali per un’autocelebrazione, in una canzone non all’altezza della sua voce. Il giudizio: cascata nel trappolone festivaliero.

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Patty Pravo (Ansa).

LDA & Aka7evenPoesie clandestine (6,5) I due scugnizzi si divertono con una tarantella senza pretese che trasmette allegria. Il giudizio: in un Festival di plastica, la loro top 5 provvisoria è un guizzo di vita.

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LDA e AKA7even (Ansa).

Enrico NigiottiOgni volta che non so volare (5,5) La poetica quadrata del manzo livornese sta in piedi grazie agli archi e al ricordo di «Nonno Hollywood». Il giudizio: corretto, ordinato: fa il suo senza spettinare nessuno.

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Enrico Nigiotti (Ansa).

Tommaso ParadisoI romantici (5) Canta male un pezzo che è la fotocopia di tutto ciò che ha già scritto. Il giudizio: lo preferivamo sulla sponda adriatica. Su quella tirrenica è un non pervenuto.

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Tommaso Paradiso (Ansa).

Elettra LamborghiniVoilà (4) Apnea creativa per un pezzo di rara bruttezza. Il giudizio: si lamenta dei festini dei vicini: se scende in pantofole, speriamo porti via pure lo spartito.

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Elettra Lamborghini (Ansa).

Ermal MetaStella stellina (5,5) Il dramma palestinese confina pericolosamente con la retorica. Il giudizio: L’intenzione è nobile, ma non basta. La differenza con Ghali si sente.

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Ermal Meta (Ansa).

LevanteSei tu (5,5) Interpretazione leziosa per un brano senza guizzi. Il giudizio: c’è la voce, c’è la scena, ma la canzone?

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Levante (Ansa).

Le Bambole di PezzaResta con me (6) Anima punk barattata per compiacere l’Ariston. Il giudizio: il rock è andato via.

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Le Bambole di Pezza (Ansa).

Chiello Ti penso sempre (5) Si è fatto notare per aver mollato Morgan nella serata dei duetti: un merito sociale, più che artistico. Il giudizio: vuole sciogliersi nell’agonia. Lasciamolo nel suo strazio (che è anche il nostro).

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Chiello (Ansa).

J-Ax Italia Starter Pack (6) Un saloon satirico tra banjo e violini che smutanda i vizi italici. Il giudizio: un po’ di nazional pop.

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J-Ax sul palco dell’Ariston (dal profilo X di Sanremo).

Nayt Prima che (6) Il coraggio di essere intellettuale in un mare di canzonette balneari. Il giudizio: ha il fegato di parlare ai neuroni.

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Nayt (Ansa).

Fulminacci Stupida sfortuna (9) Canzone magnifica di un ottimo artista. Il giudizio: il vero colpaccio della serata.

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Fulminacci (Ansa).

Fedez & Marco MasiniMale necessario (6,5) Combo particolare ma brano scritto come si deve. Il giudizio: speravamo in scazzi alla Bugo-Morgan, ci ritroviamo con un pezzo molto applaudito.

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Fedez e Marco Masini (Ansa).

Dargen D’Amico AI AI (5) Il messaggio sull’IA si perde nel riciclo. Il giudizio: si può dare di più.

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Dargen D’Amico (Ansa).

DitonellapiagaChe fastidio! (6,5) Un mini-momento sensuale, se si capisce cosa dice. Il giudizio: se il fastidio diventa tormentone, ha vinto lei.

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Ditonellapiaga (Ansa).

La classifica provvisoria della seconda serata

La classifica provvisoria della serata vede, in ordine sparso: Paradiso, Lda e Aka /even, Nayt, Fedez e Masini ed Ermal Meta. Le prime cinque canzoni classificate in ordine sparso. Per gli altri 15 condannati, l’appuntamento è per giovedì sera. Sacrificato anche il ricordo di Ornella Vanoni. «Si può fare di peggio» è l’unico motto che resta a questo Festival.