Scordatevi la tregua del “siamo tutti belli”, le carezze social alla cellulite e quella rassicurante bugia collettiva chiamata body positivity. La narrazione dell’inclusività a tutti i costi, che per un paio di lustri ci ha venduto il rotolino di ciccia come medaglia al valore civile, è stata ufficialmente sfrattata. È finita in soffitta insieme a Fedez e al suo brano Il male necessario, quel tentativo acustico di fatturare sui cocci di un matrimonio finito. Insomma, non si vede più mezzo centimetro di grasso in giro: il mercato ha capito che l’invidia fattura molto più dell’accettazione e ha ripristinato la discriminazione estetica come unico dogma. Bentornati nell’era della selezione naturale, dove la magrezza non è un dono dello spirito, ma una disciplina ferrea aiutata dalla chimica dei nuovi farmaci dimagranti, quella “Ozempic Culture” che ha riportato in auge il culto della taglia zero proprio quando pensavamo di essercene liberati.

Dakota Johnson, la nepo-baby definitiva
Che poi, poco importa se le icone del momento esibiscono ancora forme esplosive: il loro ruolo è quello di fare da ariete per una restaurazione, un ritorno all’esclusività dove il corpo asciutto è l’unico lasciapassare ammesso. Dall’alto dei cartelloni di Calvin Klein, a ricordarci che il sexy è tornato a essere un feudo per pochi eletti, c’è Dakota Johnson. Per chi non mastica pane e rotocalchi, è la nepo-baby definitiva: figlia di Don Johnson, “il maschio alfa di Miami Vice”, e Melanie Griffith, nonché nipote di Tippi Hedren, che Hitchcock faceva beccare dagli uccelli per puro sadismo.
Cinquanta sfumature di grigio le ha polverizzato la credibilità intellettuale
Dakota ha passato l’ultimo decennio a farsi perdonare l’olio erotico della trilogia di Cinquanta sfumature di grigio. Tutti la ricordano legata alla testiera del letto di Christian Grey, un successo planetario che le ha dato i dollari ma le ha polverizzato la credibilità intellettuale. Per anni ha cercato la patente di attrice alta, impegnata in Material Love e chiudendosi in un taxi con Sean Penn nell’intellettualissimo Una notte a New York. Sperava che un monologo esistenziale valesse più di un reggiseno a balconcino. Illusione durata lo spazio di un ciak. Oggi ha gettato il copione: se n’è andata a Topanga Canyon, si è fatta inquadrare dal fotografo Gordon von Steiner e ha chiuso il cerchio, infilata in jeans e completini così sensuali da sfidare il bigottismo di ritorno.
Le forme di Sydney non sono un dettaglio, ma il cuore del business
Il terreno, del resto, era già stato arato dalla ruspa anatomica di Sydney Sweeney. La bionda di Euphoria ha capito prima di tutti che l’ansia generazionale si cura trasformando il Dna in una S.p.A. Anche lei infilata dentro jeans attillatissimi, a suggerire che le sue forme non sono un dettaglio di contorno, ma il cuore del business.
Dall’eugenetica da rotocalco alla sua linea di lingerie
Ricordate il “Genetic-gate” dell’estate 2025? Quella campagna American Eagle intitolata “Great Jeans” che giocava sporco con i “Good Genes”, i buoni geni ereditari. L’hanno accusata di eugenetica da rotocalco, scomodando persino la difesa d’ufficio di Donald Trump (e pure di Matteo Salvini, pensa te). Lei ha risposto aumentando i giri del motore con la sua linea di lingerie: la dote naturale è l’unico curriculum che non si può taroccare con un’autocertificazione etica.
Qui casca l’asino, o meglio, l’influencer
E qui, nel bel mezzo di questo realismo carnale, casca l’asino, o meglio, l’influencer. Chiara Ferragni, ancora stordita dal terremoto del “Pandoro gate”, ha provato la carta della resurrezione con Guess. Una ripartenza lampo che puzza di fretta e disperato bisogno di legittimazione commerciale: set fotografato dai Morelli Brothers appena una settimana dopo il proscioglimento legale.

Ma il confronto è impietoso. Laddove Dakota e Sydney trasudano una sensualità animale, l’ex regina del web appare rigida, museale, terrorizzata di sgualcire il contratto (as usual). Non basta infilarsi un denim blu scuro per diventare un’icona del desiderio se non hai il fuoco della spudoratezza.
La sessualizzazione non si limita alle quote rosa
La lezione l’aveva già data l’anti-divo Jeremy Allen White, quello di The Bear, con le sue campagne ipnotiche per lo stesso Calvin Klein: la sessualizzazione non si limita alle quote rosa ed è l’unica moneta che non conosce inflazione, a patto di saperla interpretare. Se ti limiti a posare come un manichino sperando che Photoshop faccia il miracolo, resti a guardare le altre. Pensati desiderabile, Chiara.











