Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump

Gli attacchi contro l’Iran e la guerra in Medio Oriente non fermano il dialogo tra Pechino e Washington. Nonostante gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro Teheran abbiano tra le “vittime collaterali” diversi interessi cinesi nella Repubblica Islamica e in tutta la regione, la condanna retorica di Pechino non compromette i preparativi per la visita di Donald Trump. Un segnale evidente di quanto entrambe le potenze considerino questa visita un passaggio strategico e ineludibile, nonostante «l’interferenza bellica» che ha aggiunto diversi nodi e una dose di imprevedibilità al viaggio del presidente Usa, previsto tra il 31 marzo e il 2 aprile.

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Xi Jinping (Ansa).

Pechino vuole contenere lo scontro con Washington

La posizione cinese è emersa con chiarezza durante le cosiddette “due sessioni“, le riunioni annuali dell’Assemblea Nazionale del Popolo (quanto di più simile a un parlamento ci sia in Cina) e della Conferenza Consultiva del Popolo. In quella sede il ministro degli Esteri Wang Yi ha delineato la linea diplomatica cinese: la rivalità con gli Stati Uniti resta strutturale, ma deve essere gestita attraverso il dialogo tra i leader e una forma di coesistenza competitiva. Wang ha ribadito che Cina e Stati Uniti non possono cambiare la natura dei rispettivi sistemi politici, ma possono cambiare il modo in cui interagiscono. È una formula che riassume la strategia di Pechino: contenere lo scontro e impedire che la rivalità si trasformi in confronto aperto. Tradotto: la Cina ha interessi rilevanti in Medio Oriente, soprattutto sul piano energetico, ma non intende trasformare la guerra nella regione in un terreno di scontro diretto con Washington. La priorità resta la stabilità economica e la gestione della competizione con gli Stati Uniti. Non sorprende quindi che, mentre la crisi iraniana domina l’agenda internazionale, Pechino continui a lavorare per assicurare la tenuta politica della visita di Trump.

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Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (Ansa).

Dai dazi alle catene di approvvigionamento: le questioni ancora aperte

In questo quadro si inseriscono anche i nuovi colloqui commerciali di questi giorni a Parigi, mirati a fissare i dossier concreti da affrontare nel vertice di Pechino fra Trump e Xi. Dopo la tregua di un anno siglata lo scorso fine ottobre a Busan, restano da affrontare alcune delle questioni più controverse del rapporto economico bilaterale. Si va dai dazi, depotenziati dopo la recente sentenza della Corte Suprema degli Usa, alle catene di approvvigionamento. C’è chi immagina una possibile ripresa degli investimenti reciproci, bloccati negli ultimi anni dall’escalation della guerra commerciale. Pechino insiste soprattutto sulla necessità di protezioni più chiare per gli investimenti cinesi negli Stati Uniti e sulla trasparenza delle tariffe che colpiscono componenti e input della produzione globale. Washington, invece, continua a spingere per una formula di “commercio gestito“, cioè un sistema in cui i governi negoziano direttamente volumi di acquisto, prezzi e accesso al mercato.

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Donald Trump e Xi Jinping in Corea del Sud, il 30 ottobre 2025 (Ansa).

La vera partita si gioca su microchip, tecnologie industriali e materiali strategici

La dimensione economica resta infatti il cuore della visita. La tregua commerciale rappresenta un equilibrio fragile, nato dopo mesi di escalation tariffaria che avevano portato le aliquote su molti prodotti cinesi a livelli simili a un embargo de facto. Per Pechino la priorità non è tanto la riduzione immediata dei dazi, quanto l’allentamento dei controlli tecnologici e delle limitazioni alle catene di approvvigionamento avanzate. È su questo terreno – microchip, tecnologie industriali e materiali strategici – che si gioca la vera partita. D’altra parte, anche l’amministrazione Trump ha bisogno di risultati tangibili. Il presidente americano vuole arrivare alla visita con qualche annuncio concreto da presentare agli elettori e al mondo economico statunitense. Tra le ipotesi che circolano c’è un maxi accordo nel settore aeronautico che potrebbe portare la Cina ad acquistare centinaia di aerei da Boeing, oltre a nuovi impegni di Pechino sull’acquisto di prodotti agricoli americani come la soia. Per Trump si tratterebbe di un risultato politico importante, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine.

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Microchip (foto Ansa).

Al tempo stesso, le aspettative sui risultati concreti del vertice restano relativamente basse. Diversi analisti ritengono che la visita avrà soprattutto un valore simbolico. «I due leader probabilmente confermeranno la tregua sulla guerra commerciale, lavoreranno per definire l’agenda per l’anno in corso, Washington parla di un totale di quattro summit, miglioreranno il clima generale e forniranno indicazioni ai loro governi per la gestione delle relazioni», sostiene Ryan Hass di Brookings Institution. Non manca però una dimensione politico-strategica. «La visita potrebbe includere impegni commerciali e di investimento. Pechino vorrà sfruttare la visita per sensibilizzare Trump su specifiche preoccupazioni relative a questioni delicate. Trump apprezzerà l’immagine del rispetto che Xi gli riserva sulla scena mondiale», dice Hass.

Il nodo di Taiwan

Tra le questioni delicate non può mancare Taiwan, che rappresenta il principale punto di frizione strategica tra Washington e Pechino. La leadership cinese chiede da tempo agli Stati Uniti di chiarire la propria posizione sullo status dell’isola e di limitare le vendite di armi a Taipei. Alcuni analisti ritengono che Pechino potrebbe utilizzare il vertice per ottenere almeno un segnale politico in questa direzione. Dall’altra parte, Trump potrebbe sfruttare proprio il dossier taiwanese come leva negoziale, mantenendo una certa ambiguità strategica. Nelle scorse settimane, Trump ha peraltro congelato il via libera alla vendita di un maxi pacchetto di armi da 20 miliardi di dollari, dicendo che sarà oggetto di discussione con Xi. Un inedito, visto che la Casa Bianca ha sempre evitato di rendere il supporto difensivo a Taiwan un argomento di dibattito con Pechino, che al di là della riuscita del pressing sul prossimo pacchetto di armi potrebbe intravedere un’opportunità di portare anche il futuro di Taipei sul tavolo negoziale.

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Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).

Gli Usa vogliono che la Cina riduca gli acquisti di petrolio da Mosca

Un altro elemento che potrebbe influenzare il vertice riguarda il controllo delle materie prime strategiche. Gli Stati Uniti dipendono fortemente dalla Cina per molte terre rare fondamentali per l’industria aerospaziale, la difesa e i semiconduttori. La possibilità che Pechino utilizzi questo vantaggio come strumento negoziale è uno dei temi più sensibili nelle discussioni preparatorie alla visita. Allo stesso tempo Washington vorrebbe convincere la Cina a ridurre gli acquisti di petrolio dalla Russia e ad aumentare quelli dagli Stati Uniti, inserendo anche la dimensione energetica nel grande scambio geopolitico tra le due potenze.

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Il presidente russo Vladimir Putin e Xi Jinping (foto Ansa).

Gli ostacoli alla preparazione del vertice

Non bisogna però sottovalutare le difficoltà organizzative e politiche che accompagnano la preparazione del vertice. Secondo diversi media, i preparativi sarebbero stati rallentati sia dalla crisi iraniana sia dallo stile decisionale dello stesso Trump, che tende a concentrare nelle proprie mani le principali scelte negoziali. Questo approccio ha compresso settimane di lavoro diplomatico in pochi giorni, alimentando una certa preoccupazione tra i funzionari cinesi, tradizionalmente abituati a vertici preparati nei minimi dettagli.