Il velivolo è stato scambiato per errore per un bersaglio nemico dal sistema di difesa, che era in allerta dopo l'attacco alle basi americane in Iraq. E Zarif incolpa «l'avventurismo» degli Stati Uniti.
Quattro giorno dopo la strage che ha portato alla morte di 176 persone, l’Iran ha ammesso di aver abbattuto per errore l’aereo dell’Ukraine Interntational Airlines decollato da Teheran poche ore dopo l’attacco alle basi americane in Iraq.
«La Repubblica islamica dell’Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso», ha detto il presidente Hassan Rouhani, «le indagini proseguiranno per identificare e perseguire» i responsabili di «questo sbaglio imperdonabile».
Le forze armate iraniane hanno spiegato che il Boeing è stato «erroneamente» e «involontariamente» preso di mira dalla contraerea, che lo ha scambiato per un «velivolo ostile». Il sistema di difesa era in allerta per contrastare ogni possibile ritorsione degli americani dopo l’attacco alle basi militari in Iraq. E il Boeing è stato erroneamente identificato come un bersaglio nemico.
MA ZARIF INCOLPA «L’AVVENTURISMO» DEGLI STATI UNITI
Sebbene Teheran abbia riconosciuto la propria responsabilità, il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif ha tuttavia affermato che «l’errore» è avvenuto in un «momento di crisi causato dall’avventurismo degli Stati Uniti».
A sad day. Preliminary conclusions of internal investigation by Armed Forces:
Human error at time of crisis caused by US adventurism led to disaster
Our profound regrets, apologies and condolences to our people, to the families of all victims, and to other affected nations.
Il premier canadese, Justin Trudeau, ha chiesto «trasparenza e giustizia» per le vittime, ricordando che 63 vittime erano canadesi, molti con doppia nazionalità iraniana.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Sono circa mille i nostri connazionali attivi sul territorio. Di questi 400 nella base di Erbil. Nessun ferito dopo l'attacco di Teheran. Di Maio, Guerini e Conte esprimono vicinanza. Ma il governo non decide sull'eventuale ritiro. Mentre Berlino valuta un parziale disimpegno.
Sono tutti in salvo i soldati italiani di stanza a Erbil dopo l’attacco contro la base di Ayn al-Asad in Iraq che ospita militari americani. Proprio a Erbil si trova una parte consistente dei circa mille nostri connzionali attualmente presenti in varie località dell’Iraq. Che per ora, a differenza di altri Paesi, l’Italia non sembra intenzionata a ritirare.
ADDESTRAMENTO DEI PESHMERGA CURDI
In particolare, dal 2015 è attiva la task force Land composta da militari dell’esercito che hanno compiti di addestramento dei peshmerga, le forze di sicurezza curde. Il personale si è radunato in un’area di sicurezza dopo l’attacco. I militari italiani risultano tutti illesi e si sono rifugiati in appositi bunker.
SONO 400 I NOSTRI MILITARI A ERBIL
I militari italiani presenti a Erbil sarebbero al momento circa 400, di cui 120 istruttori. Nessuno, è stato ribadito anche dallo Stato maggiore della Difesa, ha subito conseguenze: «Al momento dell’attacco sono state messe in atto tutte le procedure di contingenza tese alla salvaguardia della sicurezza dei soldati dislocati nell’area».
COMANDO ALTERNATO TRA ITALIA E GERMANIA
La task force land è inquadrata nel Kurdistan training coordination center (Ktcc), il cui comando è attribuito alternativamente per un semestre all’Italia e alla Germania: a esso contribuiscono nove nazioni, con propri addestratori (Italia, Germania, Olanda, Finlandia, Svezia, Gran Bretagna, Ungheria, Slovenia e Turchia). Gli istruttori militari italiani addestrano i peshmerga in varie discipline: dalla formazione basica di fanteria all’uso dei mortai e dell’artiglieria, dal primo soccorso alla bonifica degli ordigni improvvisati.
IL RINGRAZIAMENTO DEL GOVERNO AI SOLDATI
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha dedicato un pensiero ai soldati: «In queste ore difficili esprimo a nome del governo tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio». Il titolare della Difesa Lorenzo Guerini ha detto che «la loro sicurezza è la priorità assoluta». E il premier Giuseppe Conte si è espresso con un tweet.
In queste ore di tensione esprimo la mia sentita vicinanza a tutti i nostri soldati che svolgono con dedizione e professionalità la loro missione in #Iraq e non solo. Faremo di tutto per tutelarli e per trovare soluzioni che impediscano una pericolosa spirale di conflittualità.
LA GERMANIA VALUTA UN RITIRO PARZIALE DEGLI UOMINI
Al di là delle dichiarazioni di vicinanza, il governo italiano non ha preso decisioni sul futuro dei soldati. La Germania invece sta valutando l’eventualità di ritirare parte dei militari dell’esercito proprio da Erbil. Lo ha detto un portavoce del ministero della Difesa tedesca, in conferenza stampa a Berlino: «Stiamo verificando l’opzione di un parziale ritiro». La portavoce ha spiegato che a Erbil sono stazionati per lo più «militari addetti alla formazione», e al momento questo tipo di attività è sospesa sul posto. Già il 7 gennaio erano stati trasferiti soldati tedeschi, operativi nelle basi dell’Iraq centrale, in Giordania e Kuwait. «Il ritiro dei soldati non avviene per decisione politica del governo tedesco», ha poi chiarito un portavoce del ministero degli Esteri, «ma si tratta di misure per la sicurezza dei soldati decise insieme agli alleati».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Sono circa mille i nostri connazionali attivi sul territorio. Di questi 400 nella base di Erbil. Nessun ferito dopo l'attacco di Teheran. Di Maio, Guerini e Conte esprimono vicinanza. Ma il governo non decide sull'eventuale ritiro. Mentre Berlino valuta un parziale disimpegno.
Sono tutti in salvo i soldati italiani di stanza a Erbil dopo l’attacco contro la base di Ayn al-Asad in Iraq che ospita militari americani. Proprio a Erbil si trova una parte consistente dei circa mille nostri connzionali attualmente presenti in varie località dell’Iraq. Che per ora, a differenza di altri Paesi, l’Italia non sembra intenzionata a ritirare.
ADDESTRAMENTO DEI PESHMERGA CURDI
In particolare, dal 2015 è attiva la task force Land composta da militari dell’esercito che hanno compiti di addestramento dei peshmerga, le forze di sicurezza curde. Il personale si è radunato in un’area di sicurezza dopo l’attacco. I militari italiani risultano tutti illesi e si sono rifugiati in appositi bunker.
SONO 400 I NOSTRI MILITARI A ERBIL
I militari italiani presenti a Erbil sarebbero al momento circa 400, di cui 120 istruttori. Nessuno, è stato ribadito anche dallo Stato maggiore della Difesa, ha subito conseguenze: «Al momento dell’attacco sono state messe in atto tutte le procedure di contingenza tese alla salvaguardia della sicurezza dei soldati dislocati nell’area».
COMANDO ALTERNATO TRA ITALIA E GERMANIA
La task force land è inquadrata nel Kurdistan training coordination center (Ktcc), il cui comando è attribuito alternativamente per un semestre all’Italia e alla Germania: a esso contribuiscono nove nazioni, con propri addestratori (Italia, Germania, Olanda, Finlandia, Svezia, Gran Bretagna, Ungheria, Slovenia e Turchia). Gli istruttori militari italiani addestrano i peshmerga in varie discipline: dalla formazione basica di fanteria all’uso dei mortai e dell’artiglieria, dal primo soccorso alla bonifica degli ordigni improvvisati.
IL RINGRAZIAMENTO DEL GOVERNO AI SOLDATI
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha dedicato un pensiero ai soldati: «In queste ore difficili esprimo a nome del governo tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio». Il titolare della Difesa Lorenzo Guerini ha detto che «la loro sicurezza è la priorità assoluta». E il premier Giuseppe Conte si è espresso con un tweet.
In queste ore di tensione esprimo la mia sentita vicinanza a tutti i nostri soldati che svolgono con dedizione e professionalità la loro missione in #Iraq e non solo. Faremo di tutto per tutelarli e per trovare soluzioni che impediscano una pericolosa spirale di conflittualità.
LA GERMANIA VALUTA UN RITIRO PARZIALE DEGLI UOMINI
Al di là delle dichiarazioni di vicinanza, il governo italiano non ha preso decisioni sul futuro dei soldati. La Germania invece sta valutando l’eventualità di ritirare parte dei militari dell’esercito proprio da Erbil. Lo ha detto un portavoce del ministero della Difesa tedesca, in conferenza stampa a Berlino: «Stiamo verificando l’opzione di un parziale ritiro». La portavoce ha spiegato che a Erbil sono stazionati per lo più «militari addetti alla formazione», e al momento questo tipo di attività è sospesa sul posto. Già il 7 gennaio erano stati trasferiti soldati tedeschi, operativi nelle basi dell’Iraq centrale, in Giordania e Kuwait. «Il ritiro dei soldati non avviene per decisione politica del governo tedesco», ha poi chiarito un portavoce del ministero degli Esteri, «ma si tratta di misure per la sicurezza dei soldati decise insieme agli alleati».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Una pioggia di missili ha colpito i compound di al-Asad e di Erbil. I morti sarebbero almeno 80, ma Washington non conferma. Soldati italiani in salvo nei bunker. Atteso un discorso di Trump. Khamenei: «Schiaffo agli Usa, ora devono andarsene».
Almeno 80 morti e 200 feriti. Sarebbe questo il primo bilancio – secondo fonti iraniane– dell’attacco missilistico compiuto nella notte tra il 7 e l’8 gennaio dalle forze armate di Teheran contro due basi militari in Iraq che ospitano soldati americani. È l’operazione ‘Soleimani Martire‘, lanciata dalla teocrazia sciita per vendicare il generale ucciso dagli Stati Uniti all’aeroporto internazionale di Baghdad. I missili sono partiti esattamente alla stessa ora: l’1.21. Ma occorre distinguere tra la propaganda e la realtà.
Da Washington, infatti, per il momento non è arrivata nessuna conferma sulla presenza di morti e feriti statunitensi, che potrebbero anche non esserci affatto. Mentre l’esercito iracheno ha negato che ci siano vittime tra le proprie fila. Secondo la Cnn, inoltre, che cita fonti delle agenzie di sicurezza, gli iracheni sarebbero stati avvertiti in anticipo dell’attacco e a loro volta avrebbero avvisato gli americani. In Borsa volano le quotazioni del petrolio e quelle dell’oro, ma i mercati non sembrano temere un aggravamento del conflitto.
La Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha parlato di uno «schiaffo in faccia agli Stati Uniti, ma non è ancora abbastanza. La loro presenza, che è fonte di corruzione nella regione, deve finire. Hanno causato solo guerre e distruzioni». Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Amir Hatami: «Ci siamo vendicati, le prossime risposte saranno proporzionate a quello che faranno loro». L’obiettivo finale resta «l’espulsione» delle truppe americane.
Le verifiche sui reali effetti del raid sono quindi ancora in corso. Di sicuro c’è solo che una pioggia di missili cruise e di missili balistici a corto raggio – almeno 22 – si è abbattuta contro la base di al-Asad e contro quella di Erbil. Qui il personale del contingentemilitare italiano, composto da circa 400 persone, si è rifugiato nei bunker. Il ministero della Difesa ha confermato che sono tutti illesi e che «i mezzi e le infrastrutture in uso ai nostri militari non hanno subito danni».
Dove si trovano le due basi colpite dai missili iraniani (fonte: Cnn).
TRUMP TWITTA: «VA TUTTO BENE»
Lo stesso presidente americano Donald Trump sta ancora valutando le conseguenze dell’offensiva e un suo discorso alla nazione è atteso in giornata. Ma circa un’ora e mezza dopo l’attacco, nella notte americana, ha twittato: «Va tutto bene, fin qui tutto bene». Diverse ore più tardi i membri del team per la sicurezza nazionale sono arrivati alla Casa Bianca. Presenti il capo di Stato maggiore Mark Milley, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il vice presidente Mike Pence.
All is well! Missiles launched from Iran at two military bases located in Iraq. Assessment of casualties & damages taking place now. So far, so good! We have the most powerful and well equipped military anywhere in the world, by far! I will be making a statement tomorrow morning.
I Pasdaran iraniani, da parte loro, hanno annunciato che «la feroce vendetta» per l’uccisione di Soleimani è iniziata. La base di al-Asad, in particolare, sarebbe stata «completamente distrutta». Anche a Teheran è atteso un discorso del presidente Hassan Rouhani, che sempre su Twitter ha già dichiarato: «Il generale Soleimani ha difeso l’Europa dall’Isis. La nostra risposta finale alla sua uccisione consisterà nel cacciare tutte le forze americane dalla regione».
General Soleimani fought heroically against ISIS, Al Nusrah, Al Qaeda et al. If it weren’t for his war on terror, European capitals would be in great danger now. Our final answer to his assassination will be to kick all US forces out of the region.
Mentre il ministro degli Esteri, Javad Zarif, è stato più morbido. L’Iran «ha agito per legittima difesa contro un attacco terroristico. Non vogliamo un’escalation o la guerra, ma ci difenderemo contro ogni aggressione». Concetto ribadito dall’ambasciatore all’Onu, Majid Takht-e Ravanchi: «Non vogliamo la guerra, ma ci riserviamo il diritto all’autodifesa e prenderemo tutte le necessarie e proporzionate misure contro ogni uso della forza».
Iran took & concluded proportionate measures in self-defense under Article 51 of UN Charter targeting base from which cowardly armed attack against our citizens & senior officials were launched.
We do not seek escalation or war, but will defend ourselves against any aggression.
Le forze armate iraniane hanno comunque minacciato «azioni ancora più devastanti» se gli Stati Uniti dovessero rispondere al raid missilistico. L’avvertimento dei Pasdaran è chiaro: «Se l’Iran dovesse essere attaccato sul suo territorio, Dubai, Haifa e Tel Aviv verranno colpite». Fonti vicine agli Hezbollah libanesi, inoltre, hanno confermato che nei prossimi giorni si terrà a Teheran una riunione dei movimenti politici e dei gruppi armati filo-iraniani sparsi in Medio Oriente, impegnati nel «contrastare l’occupazione americana nella regione».
L’UE: «SIAMO ESTREMAMENTE PREOCCUPATI»
Le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha detto che «i recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente sono estremamente preoccupanti. Una cosa è chiara: l’attuale situazione mette a rischio gli sforzi della coalizione anti-Isis. Non c’è alcun interesse ad aumentare questa spirale di violenza». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha aggiunto che occorre «salvaguardare l’accordo sul nucleare iraniano, oggi più importante che mai perché è l’unico luogo in cui possiamo sedere insieme a russi e cinesi per parlare dei rischi che stiamo affrontando».
TEL AVIV AL FIANCO DEGLI USA
Molto più dura la posizione del premier israeliano Benyamin Netanyahu: «Chiunque cercherà di colpirci riceverà a sua volta un colpo estremamente potente. Il generale Soleimani era responsabile della morte di numerosissimi innocenti e ha contribuito a destabilizzare diversi Paesi. Siamo completamente dalla parte degli Stati Uniti».
LE MILIZIE FILO-IRANIANE PRONTE A COLPIRE
Si fanno sentire anche le milizie filo-iraniane operative in Iraq. Qaïs al-Khazali, uno dei leader del gruppo Hashed al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare), ha affermato che «la prima risposta iraniana all’assassinio del comandante martire Soleimani è avvenuta». Adesso «è giunto il momento per la prima risposta irachena all’assassinio del comandante martire Abu Mahdi al-Muhandis», referente delle Forze di Mobilitazione Popolare che ha trovato la morte assieme a Soleimani.
L’ITALIA CONDANNA GLI ATTACCHI
Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha pubblicato un post su Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato. In queste ore difficili esprimo a nome del governo anche tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio».
LA FRANCIA CHIEDE DI INTERROMPERE IL CICLO DI VIOLENZE
Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, da una parte ha condannato gli attacchi condotti dall’Iran «contro postazioni della coalizione anti-Isis», confermando «solidarietà agli alleati». Ma dall’altra ha sottolineato anche «l’attaccamento alla sovranità e alla sicurezza dell’Iraq». Per Parigi «la priorità dev’essere più che mai la de-escalation. Il ciclo di violenze va interrotto».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Una pioggia di missili ha colpito i compound di al-Asad e di Erbil. I morti sarebbero almeno 80, ma Washington non conferma. Soldati italiani in salvo nei bunker. Atteso un discorso di Trump. Khamenei: «Schiaffo agli Usa, ora devono andarsene».
Almeno 80 morti e 200 feriti. Sarebbe questo il primo bilancio – secondo fonti iraniane– dell’attacco missilistico compiuto nella notte tra il 7 e l’8 gennaio dalle forze armate di Teheran contro due basi militari in Iraq che ospitano soldati americani. È l’operazione ‘Soleimani Martire‘, lanciata dalla teocrazia sciita per vendicare il generale ucciso dagli Stati Uniti all’aeroporto internazionale di Baghdad. I missili sono partiti esattamente alla stessa ora: l’1.21. Ma occorre distinguere tra la propaganda e la realtà.
Da Washington, infatti, per il momento non è arrivata nessuna conferma sulla presenza di morti e feriti statunitensi, che potrebbero anche non esserci affatto. Mentre l’esercito iracheno ha negato che ci siano vittime tra le proprie fila. Secondo la Cnn, inoltre, che cita fonti delle agenzie di sicurezza, gli iracheni sarebbero stati avvertiti in anticipo dell’attacco e a loro volta avrebbero avvisato gli americani. In Borsa volano le quotazioni del petrolio e quelle dell’oro, ma i mercati non sembrano temere un aggravamento del conflitto.
La Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha parlato di uno «schiaffo in faccia agli Stati Uniti, ma non è ancora abbastanza. La loro presenza, che è fonte di corruzione nella regione, deve finire. Hanno causato solo guerre e distruzioni». Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Amir Hatami: «Ci siamo vendicati, le prossime risposte saranno proporzionate a quello che faranno loro». L’obiettivo finale resta «l’espulsione» delle truppe americane.
Le verifiche sui reali effetti del raid sono quindi ancora in corso. Di sicuro c’è solo che una pioggia di missili cruise e di missili balistici a corto raggio – almeno 22 – si è abbattuta contro la base di al-Asad e contro quella di Erbil. Qui il personale del contingentemilitare italiano, composto da circa 400 persone, si è rifugiato nei bunker. Il ministero della Difesa ha confermato che sono tutti illesi e che «i mezzi e le infrastrutture in uso ai nostri militari non hanno subito danni».
Dove si trovano le due basi colpite dai missili iraniani (fonte: Cnn).
TRUMP TWITTA: «VA TUTTO BENE»
Lo stesso presidente americano Donald Trump sta ancora valutando le conseguenze dell’offensiva e un suo discorso alla nazione è atteso in giornata. Ma circa un’ora e mezza dopo l’attacco, nella notte americana, ha twittato: «Va tutto bene, fin qui tutto bene». Diverse ore più tardi i membri del team per la sicurezza nazionale sono arrivati alla Casa Bianca. Presenti il capo di Stato maggiore Mark Milley, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il vice presidente Mike Pence.
All is well! Missiles launched from Iran at two military bases located in Iraq. Assessment of casualties & damages taking place now. So far, so good! We have the most powerful and well equipped military anywhere in the world, by far! I will be making a statement tomorrow morning.
I Pasdaran iraniani, da parte loro, hanno annunciato che «la feroce vendetta» per l’uccisione di Soleimani è iniziata. La base di al-Asad, in particolare, sarebbe stata «completamente distrutta». Anche a Teheran è atteso un discorso del presidente Hassan Rouhani, che sempre su Twitter ha già dichiarato: «Il generale Soleimani ha difeso l’Europa dall’Isis. La nostra risposta finale alla sua uccisione consisterà nel cacciare tutte le forze americane dalla regione».
General Soleimani fought heroically against ISIS, Al Nusrah, Al Qaeda et al. If it weren’t for his war on terror, European capitals would be in great danger now. Our final answer to his assassination will be to kick all US forces out of the region.
Mentre il ministro degli Esteri, Javad Zarif, è stato più morbido. L’Iran «ha agito per legittima difesa contro un attacco terroristico. Non vogliamo un’escalation o la guerra, ma ci difenderemo contro ogni aggressione». Concetto ribadito dall’ambasciatore all’Onu, Majid Takht-e Ravanchi: «Non vogliamo la guerra, ma ci riserviamo il diritto all’autodifesa e prenderemo tutte le necessarie e proporzionate misure contro ogni uso della forza».
Iran took & concluded proportionate measures in self-defense under Article 51 of UN Charter targeting base from which cowardly armed attack against our citizens & senior officials were launched.
We do not seek escalation or war, but will defend ourselves against any aggression.
Le forze armate iraniane hanno comunque minacciato «azioni ancora più devastanti» se gli Stati Uniti dovessero rispondere al raid missilistico. L’avvertimento dei Pasdaran è chiaro: «Se l’Iran dovesse essere attaccato sul suo territorio, Dubai, Haifa e Tel Aviv verranno colpite». Fonti vicine agli Hezbollah libanesi, inoltre, hanno confermato che nei prossimi giorni si terrà a Teheran una riunione dei movimenti politici e dei gruppi armati filo-iraniani sparsi in Medio Oriente, impegnati nel «contrastare l’occupazione americana nella regione».
L’UE: «SIAMO ESTREMAMENTE PREOCCUPATI»
Le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha detto che «i recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente sono estremamente preoccupanti. Una cosa è chiara: l’attuale situazione mette a rischio gli sforzi della coalizione anti-Isis. Non c’è alcun interesse ad aumentare questa spirale di violenza». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha aggiunto che occorre «salvaguardare l’accordo sul nucleare iraniano, oggi più importante che mai perché è l’unico luogo in cui possiamo sedere insieme a russi e cinesi per parlare dei rischi che stiamo affrontando».
TEL AVIV AL FIANCO DEGLI USA
Molto più dura la posizione del premier israeliano Benyamin Netanyahu: «Chiunque cercherà di colpirci riceverà a sua volta un colpo estremamente potente. Il generale Soleimani era responsabile della morte di numerosissimi innocenti e ha contribuito a destabilizzare diversi Paesi. Siamo completamente dalla parte degli Stati Uniti».
LE MILIZIE FILO-IRANIANE PRONTE A COLPIRE
Si fanno sentire anche le milizie filo-iraniane operative in Iraq. Qaïs al-Khazali, uno dei leader del gruppo Hashed al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare), ha affermato che «la prima risposta iraniana all’assassinio del comandante martire Soleimani è avvenuta». Adesso «è giunto il momento per la prima risposta irachena all’assassinio del comandante martire Abu Mahdi al-Muhandis», referente delle Forze di Mobilitazione Popolare che ha trovato la morte assieme a Soleimani.
L’ITALIA CONDANNA GLI ATTACCHI
Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha pubblicato un post su Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato. In queste ore difficili esprimo a nome del governo anche tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio».
LA FRANCIA CHIEDE DI INTERROMPERE IL CICLO DI VIOLENZE
Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, da una parte ha condannato gli attacchi condotti dall’Iran «contro postazioni della coalizione anti-Isis», confermando «solidarietà agli alleati». Ma dall’altra ha sottolineato anche «l’attaccamento alla sovranità e alla sicurezza dell’Iraq». Per Parigi «la priorità dev’essere più che mai la de-escalation. Il ciclo di violenze va interrotto».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Folla oceanica nella città natale del generale ucciso dagli americani. La Guida suprema vuole un attacco diretto agli interessi statunitensi. E il parlamento iraniano stanzia 200 milioni di euro per le Forze al-Quds.
Una folla enorme si è radunata a Kerman, cittadina dell’Iran sud-occidentale, per la sepoltura del generale Qassem Soleimani. Come lunedì a Teheran, in occasione del corteo funebre in memoria dell’ufficiale.
Le cerimonie del 7 gennaio concludono i tre giorni di lutto nazionale proclamati dalla Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, per la morte del comandante delle Forze al-Quds. A sostegno delle quali il parlamento iraniano ha stanziato 200 milioni di euro, da destinare agli agenti operativi all’estero entro due mesi.
L’Iran ritiene che «solo l’espulsione degli americani dalla regione» potrà vendicare l’assassinio di Soleimani. Ma secondo il New York Times lo stesso Khamenei avrebbe ordinato «un attaccodiretto e proporzionato» agli interessi degli Stati Uniti, che dovrà essere condotto direttamente dalle forze armate iraniane.
Nel frattempo l’Iraq ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di condannare formalmenteil raid aereo americano, affinché «la legge della giunga» non domini le relazioni internazionali. Mentre la Germania ha annunciato il ritiro di parte delle sue truppe schierate nel Paese nell’ambito della della coalizione anti-Isis. Circa 30 soldati di stanza a Baghdad e Taji saranno «presto» trasferiti in Giordania e in Kuwait.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Lo riportano la tv di Stato irachena e fonti del Pentagono. Ma le Pmu smentiscono. Mentre a Baghdad in migliaia sfilano al grido di "Morte all'America".
Un nuovo raid statunitense in Iraq avrebbe ucciso un comandante del gruppo paramilitare filo-iraniano Hashed al Shaabi. Lo riportano la tv di Stato irachena e fonti del Pentagono a Newsweek, senza citare il nome del comandante preso di mira, che secondo l’emittente iraniana Press Tv sarebbe Shibl al Zaidi, leader delle Brigate Imam Ali, milizia che fa parte delle Unità di mobilitazione popolare (Pmu) allineata con l’Iran. Le Pmu hanno però smentito in una nota che tra le vittime ci sia un loro comandante. L’attacco, avvenuto la sera del 3 gennaio nel Nord di Baghdad, ha colpito un convoglio provocando sei morti e tre feriti.
ANCHE IL PREMIER IRACHENO AL FUNERALE DI SOLEIMANI
Nella capitale irachena, il 4 gennaio, migliaia di persone hanno partecipato al corteo funebre del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso la notte del 3 gennaio da un raid Usa, gridando – tra la sua bara e quella del suo principale luogotenente in Iraq, Abu Mehdi al Mouhandis – “morte all’America”. Il corteo ha sfilato tra le vie del distretto di Kazimiya, dove si trova un santuario sciita. Al termine, nella zona verde di Baghdad si è tenuto un funerale nazionale ufficiale alla presenza di molti leader iracheni, incluso il primo ministro Adil Abdul-Mahdi. I resti di Soleimani saranno portati in Iran dopo la cerimonia.
TEHERAN ALL’ONU: «È TERRORISMO DI STATO»
Da Teheran, intanto, l’ambasciatore iraniano all’Onu, Takht Ravanchi, ha scritto una lettera al segretario generale Antonio Guterres e al collega del Vietnam Dang Dinh Quy, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, denunciando che «l’assassinio del generale Qassem Soleimani è un esempio evidente di terrorismo di Stato e, in quanto atto criminale, costituisce una grave violazione dei principi di diritto internazionale, compresi quelli stipulati nella Carta delle Nazioni Unite. Comporta quindi la responsabilità internazionale degli Usa».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Il velivolo, un MQ-9 Reaper, ha un'apertura alare di oltre 20 metri e supera i 400 km orari di velocità. È stato assistito da un MQ-1C Grey Eagle.
Con una gittata di 1.800 chilometri e la possibilità di raggiungere i 15 mila metri di altitudine l’MQ-9 Reaper, originariamente conosciuto come Predator B, è un drone sviluppato dalla statunitense General Atomics Aeronautical Systems (GA-ASI). È stato un velivolo di questo tipo, coadiuvato da un altro della stessa famiglia di Predator, a sparare quattro missili contro i due Suv su cui viaggiavano il generale iraniano Qassem Soleimani e altri alti ufficiali, da poco atterrati all’aeroporto internazionale di Baghdad con un volo di linea proveniente da Damasco.
Il drone – che costa circa dieci milioni di dollari, sensori compresi – è in dotazione da circa dieci anni anche all’Aeronautica Militare italiana, che lo usa disarmato, per compiti di sorveglianza e ricognizione. Uno di questi esemplari, utilizzato per la missione Mare Sicuro e appartenente al Gruppo velivoli teleguidati del 32/o Stormo dell’Aeronautica militare di Amendola (Foggia), è precipitato lo scorso novembre in Libia per cause ancora non chiarite.
Questo tipo di drone, come si legge sul sito ufficiale dell’Aeronautica statunitense, è specializzato nel condurre offensive mirate, contro target specifici. Il primo prototipo si è alzato in volo nel 2001. «Data la sua lunga autonomia, i sensori a largo raggio, le componenti di comunicazione e le armi di precisione – spiega il sito – fornisce una capacità unica di eseguire attacchi contro obiettivi di alto valore». Ma l’aereo, con un’apertura alare di oltre 20 metri e una velocità superiore ai 400 km orari, garantisce elevate prestazioni anche nelle operazioni di pattugliamento, ricerca e soccorso, così come in quelle di intelligence, sorveglianza, acquisizione di bersagli e ricognizione.
Nell’attacco condotto contro il generale Soleimani, è stato coadiuvato anche da un altro drone, l’MQ-1C Grey Eagle, anch’esso facente parte del sistema Predator, che è composto essenzialmente da tre elementi: il velivolo; la stazione di controllo a terra, una vera e propria cabina di pilotaggio che grazie ad un collegamento satellitare può guidare l’aereo durante le operazioni anche a centinaia di chilometri di distanza; una stazione di raccolta dati, dove vengono analizzate in tempo reale le immagini ricevute dal velivolo e, attraverso un nodo di telecomunicazioni, ritrasmesse alle unità operative. È
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Basi blindate e spostamenti limitati. Anche in patria innalzato il livello di vigilanza.
Il raid americano che ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani espone a rischi anche i militari italiani all’estero, schierati nelle aree in cui l’Iran potrebbe attuare le minacciate ritorsioni. E il ministero della Difesa ha innalzato ovunque le misure di sicurezza dei contingenti, blindando le basi e limitando al minimo gli spostamenti. La decisione è stata presa dal ministro Lorenzo Guerini, che subito dopo l’attacco americano si è messo in contatto con il Comando operativo di vertice interforze (Coi), la struttura che gestisce tutte le operazioni fuori area, e gli organismi di intelligence.
In queste ore l’allerta è ai massimi livelli. Anche per quanto riguarda il fronte interno, la vigilanza è altissima. Non vengono segnalate minacce specifiche, ma sono stati potenziati alcuni servizi di controllo, in particolare quelli su siti riconducibili agli interessi americani e iraniani in Italia, come le rappresentanze diplomatiche o le sedi delle compagnie aeree.
Il presidente del Copasir Raffaele Volpi si accinge a convocare i vertici dei servizi segreti per avere un quadro aggiornato della situazione. Le ragioni dei rischi cui è esposta l’Italia, li spiega il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, un ufficiale che di crisi internazionali ne ha viste parecchie. “Per la prima volta – afferma il generale – target dei raid Usa è stato non un ‘semplice’ terrorista, ma ma un personaggio politico di altissimo spessore. Ed avere attaccato il livello politico dell’avversario vuol dire avere innalzato l’escalation ad un gradino dove non si era mai arrivati prima. E’ stata varcata la linea rossa e non sappiamo cosa c’è dietro”.
Secondo Camporini “è difficile dire cosa succederà ora, ma di sicuro l’Iran dovrà reagire, non può perdere la faccia. In che modo? Nei confronti delle truppe americane sul terreno, forse, ma le truppe Usa sono modeste. Oppure contro Israele, che è il principale alleato degli Stati Uniti nell’area. A questo riguardo ricordiamo che in Libano la situazione politica è a dir poco confusa, gli Hezbollah sono filo iraniani ed è ipotizzabile una ritorsione contro Israele che passa attraverso la ‘Linea blu’, dove sono schierati 12.000 uomini delle Nazioni unite e un migliaio di italiani che hanno il comando della missione. E poi non dimentichiamo che abbiamo 800 addestratori proprio in Iraq e 300 militari in Libia, dove c’è un nostro ospedale”.
Un altro generale, Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e presidente della Fondazione Icsa, condivide le preoccupazioni di Camporini. “Gli Usa con l’uccisione del generale Soleimani – afferma – hanno colpito un’icona, il simbolo della forza al servizio della teocrazia nata dalla rivoluzione. E’ uno step fondamentale e preoccupante di una escalation che dura da tempo e che si inserisce in un quadro già esplosivo con sullo sfondo la lotta secolare tra Iran ed Arabia Saudita, sciiti e sunniti”. “Si tratta – aggiunge – di un’ulteriore dissennata destabilizzazione dagli esiti incerti e senza apparente logica. Rabbia ed odio potrebbero essere difficilmente gestibili e le reazioni potrebbero essere di natura e dimensioni imprevedibili, anche per il nostro Paese”.
Al Coi, il Comando operativo di vertice interforze, cioè la struttura della Difesa che gestisce tutte le operazioni italiane all’estero, c’è un filo diretto con i contingenti potenzialmente più esposti. Subito dopo l’attacco è stato fatto un punto di situazione con il ministro Guerini e con il capo di Stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, che si è concluso con la decisione di innalzare ovunque le misure di sicurezza e di limitare al minimo gli spostamenti al di fuori delle basi.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Il generale era l’architetto degli equilibri in Libano, Iraq e Siria. E aveva trattato più volte con gli americani. Senza di lui in Iran e nella regione avranno mano libera gli ultraconservatori. Un rischio enorme, anche per i contingenti occidentali. Intervista a Nicola Pedde.
Un colpo grosso per le Presidenziali Usa del 2020, ma ben presto un altro boomerang in Medio Oriente per gli americani. L’omicidio mirato del generale iraniano Qassem Soleimani in Iraq, da parte delle forze statunitensi che per decenni avevano negoziato (non solamente sull’Iraq) con lo stratega e comandante dei pasdaran, è per Donald Trump l’ultimo asso da calare nella campagna elettorale. «L’operazione può portare internamente dei vantaggi agli Stati Uniti, ma solo a breve termine e in particolar modo al presidente americano» spiega a Lettera43.it il direttore dell’Institute of global studies (Igs)Nicola Pedde, a lungo capo-analista della Difesa e tra i più profondi conoscitori dell’Iran.
ASSIST AGLI ULTRACONSERVATORI
Per il resto la decapitazione dei vertici delle milizie sciite irachene, e prima di tutto l’uccisione della mente iraniana dietro le forze sciite sparse dal 1979 in Medio Oriente, crea – in un momento di grave vuoto politico a Baghdad – un vuoto organizzativo e militare «subito colmato da Teheran con un comandante più allineato con i vertici ultraconservatori dei pasdaran». A dispetto della retorica sull’ineffabile comandante che tutto o quasi poteva in Medio Oriente, «Soleimani era un pragmatico, non certo un radicale, abituato a trattare anche con gli Stati Uniti», precisa Pedde. Cade con lui un’architrave, a garanzia della «tenuta di Paesi chiave in Medio Oriente come l’Iraq e il Libano dove operano importanti contingenti italiani».
L’Iran sciita a lutto per la morte del generale Soleimani. GETTY.
DOMANDA. Soleimani, dal 1998 a capo delle forze all’estero al Quds dei Guardiani della rivoluzione (pasdaran) è stato ucciso dopo una lunga coabitazione tra americani e iraniani in Iraq, i governi sciiti di Baghdad erano appoggiati da entrambi. Un atto di guerra di Trump? RISPOSTA. La conseguenza è quella. Anche se certo l’Iran non potrà vendicarsi con un’aggressione diretta. Bensì con una guerra asimmetrica con gli Stati Uniti e con i suoi alleati regionali, radicalizzando ancor di più la contrapposizione. Così monterà l’antiamericanismo nel modo più violento possibile, e salterà la tenuta del Medio Oriente.
L’Iraq ha un premier dimissionario per le proteste popolari, esplose anche contro il legame politico e militare soffocante con Teheran. Trump avrà forse cercato di approfittare del momento di debolezza dell’Iran, per spezzare il predominio sciita nell’era post-Saddam. Ma otterrà l’esatto opposto. Soleimani aveva costruito degli equilibri regionali non solo combattendo, ma trattando più volte anche con gli americani. Non era un estremista e non la pensava sempre come gli altri vertici dei pasdaran. La sua morte dà un grande vantaggio agli ultra-conservatori iraniani: tra i Guardiani della rivoluzione si consoliderà la loro linea, annullando ogni possibilità di dialogo.
All’azzardo di Trump ha contribuito l’escalation dell’ambasciata americana in Iraq, di regia iraniana? Il climax di questi giorni a Baghdad, nel crescendo di ostilità riaperte dalla Casa Bianca con l’Iran, ha favorito il raid contro Soleimani. Che, attenzione, serve anche come vittoria mediatica per l’imminente campagna presidenziale di Trump. Internamente, come in Iran, il colpo porta vantaggi a Trump in risposta anche all’impeachment. Ma solo a breve termine.
La radicalizzazione andrà di pari passo con l’antiamericanismo, non solo in Iraq
Come nel 2003 contro Saddam Hussein, gli Stati Uniti seminano instabilità. Tanto più in territori appena liberati dai terroristi islamici, con pericolosi vuoti di potere e popolazioni martoriate. Senza Soleimani si apre un vaso di Pandora in tutto il Medio Oriente, con rischi enormi. Intanto in Iraq l’uccisione nel raid anche di Abu Mahdi al Muhandis, leader degli Hezbollah iracheni, fa saltare la convivenza tra i militari americani e le milizie filo-iraniane. Quest’evoluzione pericolosissima trasforma la sicurezza irachena e più in generale la politica irachena.
GLI ITALIANI IN LIBANO
I contingenti Usa sono ormai sotto attacco anche delle milizie sciite, parte integrante della Difesa irachena, che avevano lottato con loro contro l’Isis. Aumenteranno? L’Iraq si incendierà? La radicalizzazione andrà di pari passo con l’antiamericanismo, e non solo in Iraq. Le architetture del generale Soleimani, per esempio attraverso le milizie e il partito politico Hezbollah, erano erano diventate fondanti anche in Libano.
Dove si è aperta un’altra grave crisi politica, a ridosso di Israele e della Siria dove gli Hezbollah siriani e iracheni dell’Iran hanno riconquistato i territori dall’Isis… Territori, dall’Iraq al Libano, dove anche l’Italia ha uomini sul terreno, con contingenti importanti. Per i quali, vista la situazione, sarebbe opportuno il governo si ponesse qualche domanda.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it