Potenti romani, e non solo, alla prima “vip” di Luca – seeing red, film agiografico su Luca Cordero di Montezemolo, nella serata di mercoledì all’Auditorium Parco della Musica. Una parata che ha permesso di rivedere in splendida forma Edwige Fenech, accolta da star. Più in là, ecco Alba Parietti. Tra i primissimi ad arrivare, Francesco Boccia e Nunzia De Girolamo. Ci sono anche un vecchio amico di Montezemolo, Gianni De Gennaro, e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Appare anche Giovanni Malagò, ex presidente del Coni, il deus ex machina del Circolo Canottieri Aniene. Tutti aspettano il vicepremier e ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, che alla fine non si presenta e “dà buca a Luca”, per seguire le evoluzioni dell’accordo tra Israele e Hamas. Non pervenuto nemmeno il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, che è il vero “padrone di casa” dell’auditorium capitolino intitolato a Ennio Morricone. Non manca invece un “compagno” di lungo corso come Pier Luigi Bersani. Del resto Montezemolo, nato a Bologna, non ha mai nascosto le sue amicizie “in campo rosso”. Lo show ha toccato il suo punto più alto con le presenze degli editori Urbano Cairo e Francesco Gaetano Caltagirone, uno accanto all’altro, che hanno parlato a lungo a tu per tu. Conversazioni riservatissime, con gli sguardi puntati su di loro per capire se al centro dei discorsi ci fosse il risiko bancario o qualche novità in campo editoriale e televisivo. I due comunque sembravano “in linea” e pronti a un’intesa.
Montezemolo a Londra aveva già presentato il “suo” film alla fine di settembre, con personaggi del calibro di Bernie Ecclestone, storico patron della Formula1, e Stefano Domenicali, oltre al boss della McLaren Andrea Stella, a quello della Sauber Mattia Binotto (vecchia conoscenza della Ferrari, preso di mira dalle imitazioni di Maurizio Crozza), Adrian Newey e il patron della Aston Martin Lawrence Stroll. Dal lancio mondiale a quello local, Montezemolo stringe le mani a tutti, sorride, bacia le signore, «appare addirittura democratico», commenta un’invitata. Al termine della serata c’è un quesito che corre sulle bocche dei presenti: «Ma dopo questo film, visto com’è in forma anche oggi, all’età di 78 anni, cosa vorrà fare Luca da grande?».
Con Papa Leone in Vaticano apre il supermercato Tigre
Giovedì mattina il Governatorato della Città del Vaticano ha annunciato che il 15 ottobre verrà aperto al pubblico, dopo una ristrutturazione, il vecchio Spaccio Annonario, ovvero il supermercato papale, quello che ha come clienti i dipendenti della Santa Sede e che è ambitissimo dai romani vip perché, come si sa, tra i Sacri Palazzi non sanno cos’è l’Iva. E chi gestirà lo spazio «completamente rinnovato», con «una proposta commerciale ancora più ampia»? La società Magazzini Gabrielli, marchigiana, e il punto vendita si chiamerà Tigre-Annona. Sì, con Papa Leone XIV il supermercato si chiamerà Tigre, «roba da circo Togni», scherzano dentro le mura vaticane. Martedì 14, di pomeriggio, si terrà la «cerimonia ufficiale di inaugurazione e benedizione dei locali alla presenza degli Organi di Governo e dei rappresentanti della società Magazzini Gabrielli». Atteso il conduttore Rai Massimiliano Ossini, che ha sposato Laura Gabrielli, della dinastia dei commercianti ascolani. E chissà, magari anche Papa Leone XIV si affaccerà, per fare la spesa…
«Chi vuol far dimettere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella?», ci si chiede con sempre più insistenza nei corridoi dei palazzi romani dopo che Matteo Renzi è tornato a paventare apertamente “il rischio” di vedere in un futuro nemmeno troppo lontano Giorgia Meloni al Quirinale. Il tema, di cui Lettera43 si era già occupata, è così tornato caldissimo. A preoccupare però sono le tempistiche. Il secondo mandato di Mattarella finisce nel 2029. Meloni con buona probabilità sarà riconfermata a Palazzo Chigi nel 2027. Ma quanto tempo potrebbe rimanerci? C’è chi sostiene che la leader di FdI nutra l’ambizione di diventare la prima donna presidente della Repubblica, tanto da essere pronta ad abbandonare la Presidenza del Consiglio dopo un paio d’anni proprio per sostituire Mattarella. Per evitare questo scenario, però, aspettare il 2029 potrebbe essere fatale. L’unica soluzione che gira “a mezza bocca” è far sì che Mattarella si dimetta prima della fine naturale del mandato. «Meglio scegliere il prossimo capo dello Stato in questa legislatura, perché nella successiva la maggioranza assoluta del Parlamento sarà comunque di centrodestra, anzi di destra-centro», è il ragionamento che si fa in ambienti del centrosinistra. Un timore non del tutto campato in aria visto che alla guida di Camera e Senato la maggioranza ha piazzato due suoi uomini, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, senza lasciare una poltrona all’opposizione o a una donna, in barba alla parità di genere. «Questi se avranno i numeri per scegliere il futuro capo dello Stato ci terranno a bocca asciutta», lamentano dalle parti del Nazareno. Ma, e torniamo alla prima domanda, chi avrebbe il coraggio di chiedere a Mattarella di dimettersi? La convinzione è che l’unico capace di lanciare questo appello temerario sia proprio Renzi. Tra l’altro l’ex presidente del Consiglio lo scorso 11 gennaio ha compiuto 50 anni ed è quindi diventato eleggibile alla carica di presidente della Repubblica e i maligni sostengono che, sotto sotto, pure lui accarezzi l’idea del Quirinale. Mentre Giorgia Meloni per festeggiare il suo mezzo secolo di vita deve aspettare il 15 gennaio 2027. Un’era geologica per i tempi della politica…
Sergio Mattarella con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
L’agenda fittissima di Montezemolo
Per Luca Cordero di Montezemolo sono giorni fittissimi di impegni, pubblici e privati. Martedì sera era al Senato con Gianni Letta alla presentazione del libro Il fascino di un paese straordinario sui successi degli italiani nel mondo, scritto da Gianni Gagliardo, originario delle Langhe e tra i principali produttori di Barolo. Mercoledì invece è prevista una serata vip all’Auditorium Parco della Musica per la proiezione del film dedicato alla sua vita – Luca: seeing red– per celebrare i successi della Ferrari.
Luca Cordero di Montezemolo (Imagoeconomica).
La serata No Smartphone con Mauro Crippa e Valditara
Lunedì sera alla libreria Mondadori in Galleria Alberto Sordi è stato presentato il libro No Smartphonedi Franco De Masi, sui rischi che i cellulare e gli strumenti digitali possono avere sui più giovani. All’incontro con l’autore, hanno partecipato lo psicanalista Massimo Ammaniti e il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara per il quale il telefonino è il nemico pubblico numero 1 tanto da averne vietato l’uso a scuola (e non solo agli studenti). A moderare la chiacchierata è stato nientepopodimeno che Mauro Crippa, potentissimo direttore generale dell’Informazione e della Comunicazione Mediaset. Non solo: in platea c’erano i giornalisti del Biscione Dario Maltese, Alessandra Viero e Costanza Calabrese che ha partecipato attivamente al dibattito. Un dispiegamento di forze tale da aver fatto drizzare le antenne ai soliti malpensanti. Qualcuno ha addirittura avanzato l’ipotesi che l’infervoramento di Crippa contro gli smartphone sia sotto sotto motivato dalla necessità di salvare la cara vecchia televisione della quale ai giovanissimi importa sempre meno, visto che ormai sono tutti attaccati agli schermi dei loro telefonini. Tra l’altro, ricordano altri, in ballo ci sarebbe pure una nuova campagna di comunicazione della Presidenza del Consiglio sul “Benessere dei minori online” che andrà in onda in tv…
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara alla presentazione del libro di Franco De Masi ‘No Smartphone’, presso la Galleria Alberto Sordi a Roma, 6 ottobre 2025 (Ansa)
Roberto Occhiuto ha stravinto, senza difficoltà, le elezioni regionali in Calabria contro il pentastellato Pasquale Tridico, aprendo tra l’altro l’ennesima crisi nel campo largo del centrosinistra. Ma chi ha portato più voti al rieletto governatore di Forza Italia? A Roma si è scatenata una guerra tra quelli che lo hanno aiutato maggiormente: curiosamente si tratta di una battaglia tra ex sindacalisti. Da una parte c’è Luigi Sbarra, ex numero uno della Cisl, approdato nel governo di Giorgia Meloni come sottosegretario al Sud, e calabrese di nascita.
Luigi Sbarra (foto Imagoeconomica).
«Congratulazioni e buon lavoro a Occhiuto. I calabresi hanno scelto la continuità di un’azione di governo regionale centrata su crescita economica e occupazionale, serietà e pragmatismo», ha commentato in una nota, aggiungendo: «La Calabria e il Mezzogiorno sono al centro delle politiche di rilancio e sviluppo del governo Meloni e continueranno a essere una grande priorità strategica come dimostrano tutti gli indicatori economici e sociali oggi di segno positivo».
Dall’altra c’è Claudio Durigon, leghista nato a Latina, anche lui proveniente dal sindacato, l’Ugl, e sottosegretario al Lavoro che viene indicato come il motore della campagna elettorale per Occhiuto tra i fedelissimi di Matteo Salvini nella regione meridionale. Il Carroccio non è andato male in Calabria, soprattutto se confrontato con la precedente tornata regionale, quella del 2021: stavolta ha preso il 9,4 per cento, quattro anni fa ottenne l’8,3.
Claudio Durigon (foto Imagoeconomica).
Chi sarà stato dunque il vero portatore di voti? Se la Cisl è sempre stata un serbatoio elettorale centrista, i leghisti in Calabria sono radicati, con Salvini che alle Politiche del 2018 è stato eletto senatore proprio nella circoscrizione della Calabria (ma non è riuscito a fare il bis nella stessa regione, dove era capolista al Senato, nel 2022). Il fatto curioso è che Occhiuto fa parte di Forza Italia, mentre Sbarra viene definito come «collegato a Fratelli d’Italia», e l’altro è un leghista. Forse il più grande impegno è stato quello di portare alle urne i calabresi nel mese di ottobre? Un vecchio conoscitore delle dinamiche del pubblico impiego spiega con saggezza cosa accade in quelle zone: «Sono tanti i dipendenti pubblici che dalla Calabria si sono spostati per lavoro in altre regioni italiane, e in particolare al Nord, specie tra gli insegnanti e gli ospedalieri, restando però come residenti nell’amata terra d’origine». E quelli sono voti importanti, specie quando si parla di elezioni regionali e comunali, in Calabria.
Quel papista di La Russa
Fermi tutti! Avete letto della statua dedicata a papa Giovanni Paolo II, firmata da Oliviero Rainaldi, imbrattata nella romana piazza dei Cinquecento durante le manifestazioni pro-Pal? Nel pomeriggio di martedì 7 ottobre l’agenda del presidente del Senato della Repubblica, Ignazio La Russa, indica una visita al luogo oggetto dell’atto sacrilego. La Russa «rende omaggio alla statua», si legge nell’elenco degli impegni del numero uno di Palazzo Madama. Battendo così tutti gli altri vertici istituzionali. La scritta apposta dai manifestanti indicava papa Wojtyla come “fascista”…
La statua di papa Giovanni Paolo II nei pressi della stazione Termini a Roma imbrattata con la scritta “fascista di m…” e il simbolo della falce e martello (foto Ansa).
Cinecittà quotata in Borsa?
A Roma è stato aperto il Mia, il mercato dell’audiovisivo, con il quartier generale a piazza Barberini. I protagonisti del cinema sono tutti lì, impegnati a parlare di tax credit. Di straordinario interesse le riviste che circolano tra gli addetti ai lavori, con tanto di interviste ai big, come quella a Manuela Cacciamani, ad di Cinecittà. Ecco una domanda, tra le altre. «Crede che in futuro si possa riconsiderare una quotazione di Cinecittà in Borsa?». Risposta da incorniciare: «Non è previsto nel mio piano industriale, in ogni caso non c’è nessuna preclusione da parte mia». Chissà cosa ne pensano nelle stanze del ministero della Cultura…
L’ad di Cinecittà Manuela Cacciamani e Alessandro Giuli, ministro della Cultura (foto Imagoeconomica).
David di Donatello, per fare i giurati si pagherà
Il giurato, in genere, viene pagato: rimborsi spese vari per alloggi, taxi, pranzi e cene, e poi i gettoni di presenza per le riunioni. Adesso scatta la novità: il giurato deve pagare. È la rivoluzione adottata da Piera Detassis, presidente e direttrice artistica dell’Accademia del cinema italiano, per il premio David di Donatello, che prevede l’introduzione di una “quota di adesione alla giuria”, per una cifra pari a 90 euro. Secondo i soliti bene informati, si tratta di un incentivo a uscire dalla giuria, perché molti appena hanno sentito la notizia dell’obolo da versare al premio vogliono essere tolti al più presto dall’elenco dei giurati pur di non aprire il portafogli, e, commenta qualcuno, «così resteranno solo quelli che hanno importanti interessi da difendere. I giurati abbienti continueranno a far parte del gruppo che decide tutto…».
Piera Detassis, presidente e direttrice artistica dell’Accademia del cinema italiano (foto Imagoeconomica).
C’è grande fermento nel movimentato mondo dell’intelligence italiana, con lo sguardo della maggior parte degli addetti ai lavori già proiettato alla scadenza di maggio 2026, quando bisognerà scegliere il nuovo comandante generale della Guardia di finanza, ruolo attualmente ricoperto da Andrea De Gennaro, in carica dal 23 maggio 2023. Intanto qualche pedina si è mossa: per esempio il generale Ignazio Gibilaro, comandante interregionale dell’Italia centrale della Gdf, è stato appena nominato vicedirettore dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna.
Andrea De Gennaro con Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).
Un cambio di casella importante, prima di tutto perché va a completare una squadra di vertice all’Aisi di alto livello e molto compatta: Gibilaro è un uomo di grande esperienza operativa sul campo e di comando, porterà competenze in un momento geopolitico carico di tensioni. Non solo: l’arrivo di Gibilaro ha provocato lo spostamento del generale della Gdf Leandro Cuzzocrea dall’Aisi al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza.
Ignazio Gibilaro (foto Imagoeconomica).
Trasferimento non accolto proprio con entusiasmo dallo stesso Cuzzocrea, che era arrivato all’Aisi da appena sette mesi. A differenza di Gibilaro, però, il generale Cuzzocrea ha un esperienza più amministrativa e di comando e meno operativa, che lo rende molto più adatto al ruolo di vice al Dis, un dipartimento di coordinamento di fatto amministrativo delle due agenzie operative Aisi e Aise, cioè i servizi segreti interni ed esterni.
Leandro Cuzzocrea (foto Imagoeconomica).
Tutto questo giro di poltrone, come accennato, si intreccia con la prossima nomina del nuovo comandante generale della Guardia di finanza, in scadenza a maggio 2026 a meno di interventi legislativi, per ora solo in discussione, che consentirebbero la possibilità di rinnovare per altri per due anni i comandanti generali delle Forze armate, anche se hanno superato il limite di età per il pensionamento.
Francesco Greco (foto Imagoeconomica).
Proprio il generale Cuzzocrea è in lizza per quel posto assieme ad altri, vedi Francesco Greco – considerato da tanti la scelta migliore per la sua esperienza e solidità -, Umberto Sirico, attuale comandante delle Unità speciali, e Vito Augelli, comandante dei reparti di Istruzione, solo per citarne alcuni. La corsa è ancora lunga. E sicuramente le sorprese non mancheranno.
Arianna, la corsa per diventare sindaco di Roma
Una sindaca a Roma. Una donna di destra. Mentre alla Leopolda c’è Matteo Renzi che cannoneggia contro Giorgia Meloni evocando la corsa al Quirinale dell’attuale premier, un obiettivo che il numero uno di Italia viva vuole evitare a tutti i costi, nella Capitale c’è chi pianifica le prossime mosse per conquistare il Campidoglio. E tra i big di Fratelli d’Italia sono (quasi) tutti pronti a sostenere la candidatura di Arianna Meloni per il posto di sindaco di Roma, attualmente occupato da Roberto Gualtieri. Una meta ambiziosa, che è sempre stata al centro del dibattito familiare: c’è chi ha conservato il discorso pronunciato da Giorgia due anni fa all’Eur, quando Poste Italiane presentò il progetto Polis, davanti a Matteo Del Fante e Bianca Maria Farina, «per realizzare in quasi 7 mila uffici postali uno sportello unico per i servizi legati alla Pubblica amministrazione». In quell’occasione la premier disse: «I sindaci oggi più di ieri sono la prima fila dell’impegno politico. Sono arrivata a fare il presidente del Consiglio, non sono riuscita a fare il sindaco». E queste parole vennero pronunciate con un tono rammaricato, «con il groppo in gola», quasi un cruccio, che ancora oggi non riesce a scrollarsi, un conto da regolare a distanza di anni dalla sconfitta che vide vincere la grillina Virginia Raggi. Curiosità: anche quella volta, contro Meloni c’era Renzi, allora presidente del Consiglio. Ma dato che il legame tra le due sorelle è granitico, è un traguardo che bisogna portare a casa, e ora è la volta di Arianna. Stavolta non si può fallire…
Cerchiai (Febaf e Bper) punta sulla Polizia per l’IA
«Fabio Cerchiai ha le idee chiare: per parlare di intelligenza artificiale bisogna avere accanto polizia di Stato, Guardia di finanza, magistratura e authority», si sente dire all’Abi, l’Associazione bancaria italiana. Cerchiai è presidente di Febaf, la Federazione banche assicurazioni e finanza, e di Bper: in un incontro che sembra solo apparentemente “di nicchia”, in programma giovedì 9 ottobre a Roma, nella Scuola di perfezionamento per le forze di polizia, nella romana piazza di Priscilla, proprio dove si formano le eccellenze del Viminale (e non solo), Cerchiai avrà accanto i vertici “strategici” in tema di controllo (per quanto è possibile) dell’IA. Il titolo dell’incontro è anodino: “L’uso degli strumenti di intelligenza artificiale e il Codice dei contratti pubblici: opportunità e criticità”, ed è inserito nel programma del Master Anticorruzione dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata, facoltà di economia, con al fianco Autorità nazionale anticorruzione, Banca d’Italia – Eurosistema, Autostrade per l’Italia, Poste Italiane, Promo PA, Fondazione Mediocredito Centrale, Fondazione Gabriele Berionne Ets, con alla guida Emiliano Di Carlo, direttore del Master Anticorruzione, e Filippo Cucuccio, dg Anspc. Ma chi ci sarà con Cerchiai quel pomeriggio? Ecco qualche nome: Maurizio Vallone, direttore della Scuola di perfezionamento per le forze di polizia; il generale Giancarlo Trotta, comandante della Scuola di polizia economica-finanziaria della Guardia di finanza; Giuseppe Cascini, procuratore aggiunto di Roma; Giuseppe Busia, presidente Anac; Enzo Serata, direttore Uif – Banca d’Italia. Chi si occupa della spesa pubblica dovrà seguire con estrema attenzione quanto verrà detto in questo convegno…
Fabio Cerchiai (foto Imagoeconomica).
Al Senato si mangia e si beve
Su Lettera43 è stato annunciato nei dettagli il martedì enologico in programma al Senato, con tanto di Barolo, alla presenza di Gianni Letta e Luca Cordero di Montezemolo. Ora si è aggiunto Pier Ferdinando Casini, per la parte prettamente gastronomica, che sempre nella giornata di martedì porterà alla buvette, per la gioia dei colleghi senatori, di amici e simpatizzanti, le tagliatelle alla bolognese. Protagonisti sono gli “apostoli della tagliatella”, roba che da un democristiano come Casini sembra un oltraggio alla religione cattolica, che scendono a Roma per «promuovere e sostenere ogni iniziativa atta a valorizzare e a degustare sua signoria la Contessa Tagliatella». E lui, il Pier Ferdinando, per la gioia non si contiene: «Io sono costantemente impegnato a spiegare agli italiani che Bologna è la città più bella d’Italia. Sono tante le eccellenze che concorrono per definirla tale, dalla cultura e dalla ricerca scientifica, all’arte con la Fiera che sta tornando grande, ma anche lo sport con lo scudetto della Virtus e la Coppa Italia del Bologna e non a caso è sempre più amata dai turisti che ne apprezzano la genuinità e la particolarità», afferma l’ex presidente della Camera dei deputati. Già, ma tutta la platea mangereccia, dopo aver gustato le tagliatelle e, nel pomeriggio, degustato il Barolo, dove andrà? Sono tutti attesi all’Ara Pacis, da Pietro Salini, l’amministratore delegato di Webuild, che attende i vip per la mostra “Evolutio. Building the future for the last 120 years”, una celebrazione della capacità imprenditoriale di costruire opere gigantesche. Avete presente il progetto del ponte sullo Stretto di Messina?
Il ministro dell'Economia, in cambio del suo appoggio alla nomina, ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1 per trovare il sostituto di Gentiloni. Elezioni che però si terranno dopo le Regionali. E tutto può ancora succedere.
Luigi Di Maio ha formalmente messo il veto sul ritorno di Ernesto Maria Ruffini alla guida dell’Agenzia delle Entrate. E per questo rischia di perdere ancora una volta a faccia.
Il leader 5 stelle ha fatto sapere per le vie brevi al ministro dell’Economia che è nettamente contrario al rientro di Ruffini nell’Agenzia. E Roberto Gualtieri, sulle prime, non sapeva come uscirne. Poi, tutto è cambiato grazie a uno scambio.
LA COMPENSAZIONE CHIESTA DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA
Quale compensazione per spedire Ruffini all’Agenzia delle Entrate, Gualtieri ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1. E le elezioni si terranno il primo marzo prossimo. Serviranno per trovare un sostituto di Paolo Gentiloni spedito a Bruxelles.
Ruffini, infatti, non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Matteo Renzi. E forte di questo sostegno ha finora fatto la voce grossa al ministero. Vuole assolutamente tornare sulla poltrona dalla quale è stato cacciato con l’epurazione avviata dal Conte 1. Ora, però, vorrebbe costringere il Conte 2 a rimangiarsi gli atti dell’estate del 2018, vista la circostanza che “Giuseppi” si regge in piedi anche con i voti di Renzi. Sottobanco, però, ha lavorato a favore della candidatura di Gualtieri in sostituzione di Gentiloni. Un’azione, a vantaggio della sua nomina, resa più agevole dalla scelta di Palazzo Chigi di scaricare (solo formalmente) la patata bollente sul Mef.
A complicare le cose, poi, ci s’era messo il veto di Di Maio. A risolvere la questione (in chiave anti Giggino) è arrivato Renzi. Che pur di vedere Ruffini sulla poltrona delle Entrate, e pur di rinsaldare i rapporti con il Pd, ha promesso il suo sostegno a Gualtieri. Nella sostanza si tratta di incassare subito la nomina di Ruffini e di promettere, in futuro, il voto di Italia viva a Gualtieri.
LO SPARTIACQUE DELLE REGIONALI
Calendario alla mano, il voto di Roma 1 arriva dopo il 26 gennaio. E tutto può ancora succedere. Nell’incertezza, le nomine delle agenzie fiscali restano al palo. A cominciare da quella di Alessandra Dal Verme per il Demanio, che spinge non fosse altro per potersi avvicinare a casa, luogo nel quale è solita tornare a metà giornata per un pranzo frugale e un pisolino. Al ministero dell’Economia, come a Palazzo Chigi, sperano di affrontare il tema dopo le elezioni regionali. Come se queste fossero lo spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Tant’è che al Mef, su indicazioni del Pd, sono alla disperata ricerca di iniziative e misure a sostegno dell’Emilia-Romagna, visto che considerano la Calabria ormai persa. Lo stesso Gualtieri si spenderà per la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, anche se non si capisce a quale titolo, visto che il governatore uscente ha tolto il simbolo del Pd dai suoi manifesti.
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I due past president più influenti di Viale dell'Astronomia si dividono sul dopo Boccia. Il primo punta su Bonomi, la seconda incoraggia Mattioli. Ma manda segnali di fumo anche a Illy e Pasini.
Mentre s’intensificano le grandi manovre per la successione di Vincenzo Boccia, le strade dei due past president più influenti di Confindustria, Emma Marcegaglia e Luigi Abete, si sono divaricate in maniera probabilmente irreversibile dopo una vita di “convergenze parallele”.
ABETE PIAZZA LE SUE FICHE SU BONOMI
Abete, riattaccando i cocci di un rapporto che si era rotto proprio in occasione dell’elezione di Boccia, ha deciso di sposare il suggerimento di Aurelio Regina e di piazzare le sue fiche sull’elezione di Carlo Bonomi. E su questa posizione sta convincendo a spostarsi anche i suoi amici fidati, dal vicepresidente nazionale Maurizio Stirpe al presidente di Roma Filippo Tortoriello, dai marchigiani che tengono ai rapporti con la famigliaMerloni e con Diego della Valle ai tanti che non sono insensibili al suo ruolo di presidente della Bnl. Insieme a Regina, poi, Abete sta lavorando per portare a Bonomi i voti degli esponenti delle aziende pubbliche, e in particolare quelli dell’Enel, dove si registra una divergenza di vedute tra la presidente Patrizia Grieco, che ha dato la sua parola a Licia Mattioli, e l’amministratore delegato Francesco Starace, che è con il presidente di Assolombarda.
LA PARTITA DI MARCEGAGLIA
Viceversa, Marcegaglia non si è ancora dichiarata esplicitamente, ma in un incontro riservato avvenuto prima di Natale con Mattioli, ha speso parole di incoraggiamento alla candidatura dell’imprenditrice torinese. La quale, però, pur potendo contare sull’appoggio di Boccia – maturato dopo il ritiro dalla corsa di Edoardo Garrone – e del conforto morale di Franco Caltagirone, convinto dalle parole spese per Mattioli dalla sua amica Paola Severino, oltre che del voto dei piemontesi (ma non tutti, però, per esempio il novarese Carlo Robiglio, presidente nazionale della Piccola industria, è con Bonomi), nella conta dei voti appare decisamente indietro. Tanto che la furba Marcegaglia – che peraltro ha da giocare in parallelo la partita della sua eventuale riconferma alla presidenza dell’Eni – starebbe già facendo marcia indietro, mandando segnali di fumo sia a Giuseppe Pasini che ad Andrea Illy, gli altri due candidati (il quinto, il modenese Emanuele Orsini, presidente di Federlegno, secondo gli ultimi rumors sarebbe stato convinto dagli imprenditori emiliano-romagnoli a ritirarsi). Peraltro Mattioli ha un’alternativa alla candidatura alla presidenza di Confindustria che le interessa non di meno: succedere a Francesco Profumo alla presidenza della Compagnia Sanpaolo, cosa che le darebbe un peso notevole in Banca Intesa. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è pronta a indicarla, e lei deve sciogliere la riserva entro la fine di gennaio. Proprio quando, dopo la nomina dei saggi, si dovranno formalizzare le candidature in Confindustria.
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Il presidente di fatto era un amministratore ombra. Che ha sempre detto la sua su qualunque dossier della Banca Popolare. Ed è nipote del suo predecessore Marco Jacobini. Ecco chi sono i personaggi coinvolti nel crac ma sfuggiti ai media.
Finora a Bari i riflettori si sono accesi, alternativamente, o sul doppio periodo in cui alla guida della Banca Popolare c’è stato Vincenzo De Bustis, o sulla famiglia Jacobini, intesa come il presidente Marco e il figlio Gianluca, che dell’istituto pugliese è stato vicedirettore generale. Sono però sfuggiti al fascio di luce dei media, almeno fin qui, altri due personaggi non certo di secondo piano.
GRANDI RESPONSABILITÀ DI LUIGI JACOBINI
Il primo si chiama anche lui Jacobini, ma di nome fa Luigi, ed è l’altro figlio di Marco. Nessuno l’ha tirato in ballo, eppure anche lui risulta vicedirettore generale, ed ha avuto molta responsabilità nell’ultima stagione della banca targata De Bustis, quella che ha portato al commissariamento. Tanto che questa vicinanza all’ormai ex amministratore delegato lo ha messo contro la sua famiglia: da mesi non parla né con il padre né con il fratello, verso il quale mostra apertamente gelosia per le sue riconosciute capacità professionali, specie nella finanza strutturata.
GIANNELLI EX CONSULENTE SUPER PAGATO
L’altro personaggio che finora ha evitato i riflettori è l’avvocato Gianvito Giannelli, che da luglio 2019 è presidente della Bpb. Non si chiama Jacobini, ma di quella famiglia fa parte a pieno titolo, visto che è il nipote (figlio della sorella) di Marco Jacobini. Da anni consulente super pagato della banca – grazie ai suoi stretti rapporti con De Bustis e Luigi Jacobini, ma anche con il direttore generale Gregorio Monachino, da sempre a capo dei crediti e per un lungo periodo anche del recupero crediti e del legale – Giannelli era già stato messo nel mirino della vigilanza della Banca d’Italia nel corso dell’ispezione del 2010, quando venne considerato ci fosse un enorme rischio potenziale, per via di fatture, trovate nel corso dell’ispezione, per oltre 2 milioni e legate al recupero crediti e a consulenze varie.
L’ex presidente della Popolare di Bari Marco Jacobini.
FORTEMENTE VOLUTO DALL’AD DE BUSTIS
Proprio in quegli anni Giannelli consolida il rapporto con De Bustis, che lo ha fortemente voluto alla presidenza della Banca battendo le resistenze dello zio Marco. Rinviato a giudizio per un concorso truccato all’Università di Taranto, Giannelli – la cui moglie Isabella Ginefra, magistrato, era diventata procuratore capo di Larino ribaltando l’esito di un voto del Consiglio superiore della magistratura, che aveva assegnato altrimenti quel posto, salvo poi essere rimossa dal Tar del Lazio – di fatto era un amministratore ombra, che ha sempre detto la sua su qualunque dossier della banca, dalla sottoscrizione di 51 milioni con il fondo lussemburghese Naxos Capital alla trattativa, poi arenata, con il fondo Futura Fund per il riacquisto del mini bond emesso nel 2013 per il gruppo Fusillo ed evitarne il fallimento.
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Lo storico dirigente della banca d'affari pronto a lasciare per sottrarsi alla guerra - che lui ritiene sbagliata - tra Nagel e Del Vecchio, in lotta per controllare l'istituto fondato da Enrico Cuccia e con esso Generali.
Impegnato nella guerra con Leonardo Del Vecchio, che punta a controllare Mediobanca per arrivare a comandare in Generali, Alberto Nagel sta facendo la conta degli amici e dei nemici. E non solo tra i soci esistenti, ma anche tra i dirigenti.
L’amministratore delegato della banca d’affari creata da Enrico Cuccia, infatti, teme defezioni proprio tra coloro che lo circondano ogni giorno. Per questo si è sfogato in modo accorato con alcuni interlocutori, raccontando loro che il presidente Renato Pagliaro gli ha confessato di avere l’intenzione di lasciarlo solo.
Nagel si è lamentato di una scelta fatta in una fase cruciale della battaglia per il controllo dell’istituto situato alle spalle della Scala, senza capire che Pagliaro lo fa per sottrarsi a una guerra che non solo sente non sua ma ritiene profondamente sbagliata.
PAGLIARO, UNA VITA IN MEDIOBANCA
Pagliaro, che è presidente del consiglio di amministrazione di Mediobanca dal maggio 2010, era entrato in piazzetta Cuccia nel 1981, subito dopo essersi laureato in Bocconi. E lì ha sempre lavorato, ricoprendo diversi ruoli tra cui quello di vice direttore generale a partire dall’aprile del 2002, di condirettore generale e segretario del Consiglio di amministrazione dall’aprile 2003, di direttore generale dall’ottobre 2008 al maggio 2010, quando ha preso il posto che fu di Cuccia e di Vincenzo Maranghi.
Si libera un posto di prestigio, merce di scambio pregiata che può tornar buona all’attuale amministratore delegato
E proprio per questo percorso professionale tutto per linee interne, oltre per la stima che gli è unanimemente riconosciuta, la sua uscita – ragionevolmente non per andare in pensione, visto che ha appena 62 anni – diventerebbe un caso traumatico, destinato a incidere sulle vicende in corso.
L’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel.
Tuttavia, a Nagel un amico malizioso ha fatto notare che non tutto il male viene per nuocere, e che c’è l’altra faccia della medaglia di cui deve essere contento: si libera un posto di prestigio, merce di scambio pregiata che può tornar buona all’attuale ad deciso a difendere con i denti Mediobanca dalle mire del paperone di Agordo.
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Dopo l'inchiesta che ha coinvolto l'ex municipalizzata milanese che si occupa della raccolta rifiuti, al vertice è arrivato D’Andrea. Che deve aver preso alla lettera il suo incarico: dopo aver cambiato i mobili dell'ufficio, si è subito fatto rifare la toilette.
L’Amsa è la ex municipalizzata di Milano che gestisce i servizi di raccolta delle immondizie nel capoluogo e in altri comuni delI’hinterland. Dal 2010 è posseduta da A2a, società controllata dai comuni di Milano e Brescia.
Da qualche mese è nella bufera per una inchiesta della magistraturamilanese che, come spesso accade, ha trovato particolari connivenze tra la politica locale, qualche dirigente dell’azienda e alcuni fornitori della società.
L’accusa dei magistrati è quella classica, ovvero che il politico si sarebbe fatto portatore degli interessi del privato presso l’Amsa agevolando alcune operazioni. Nella fattispecie il politico (Pietro Tatarella, ex consigliere comunale milanese ed ex vicecoordinatore lombardo di Forza Italia) avrebbe ricevuto denaro dalla Ecol Service di Daniele D’Alfonso, per forniture varie che alcuni dirigenti, in particolare il sindacalista e dipendente Amsa Sergio Salerno, avrebbero facilitato.
L’ARRIVO ALLA PRESIDENZA DI FEDERICO MAURIZIO D’ANDREA
Che cosa hanno fatto allora i vertici di A2a, spinti da Beppe Sala, per cercare di superare una situazione che imbarazzava Amsa, la capogruppo, tra l’altro quotata, e il buon nome del sindaco di Milano? La soluzione, probabilmente anche suggerita dal tribunale di Milano, è stata trovata lo scorso settembre, quando alla presidenza di Amsa è arrivato Federico Maurizio D’Andrea, 59 anni, un passato nella Guardia di Finanza (è stato comandante a Monza e in provincia di Bergamo), poi manager al centro di un robusto network di relazioni con privati e pubblica amministrazione che vanno dalla presidenza della Sangalli di Monza (azienda che opera nello stesso settore dell’igiene urbana) e della Pedemontana Lombarda, fino alla partecipazione negli organismi di vigilanza del Banco Bpm, di Smeralda Holding, del Sole 24 Ore, di Metropolitane Milanesi e di A2a.
DOPO L’AUTISTA PERSONALE, IL BAGNO NUOVO
Appena arrivato in Amsa, per prima cosa, ha richiesto un autista personale. D’Andrea deve aver preso poi alla lettera il suo incarico e ha cominciato a fare pulizia: ha cambiato tutti i mobili del suo ufficio e si è fatto rifare il bagno, il bagno personale. Con una spesa importante e soprattutto inutile. Del resto sulla pulizia non si transige, a cominciare dagli ambienti di lavoro. Pulizia e sicurezza, perché se non si fa attenzione nei bagni si può anche scivolare.
Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.
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Il direttore del Tempo ha organizzato un convegno sull'Europa con (e per) Salvini. Tra gli ospiti anche l'ex presidente del Senato. Vedi mai che alle prossime elezioni spunti un seggio a Palazzo Madama?
Dopo Bruno Vespa, che ha scritto il suo solito libro di fine autunno sull’impossibilità che ritorni il fascismo con il neanche troppo velato effetto di assolvere politicamente Matteo Salvini – che infatti ha sostituito Silvio Berlusconi, tradizionalmente sempre presente, nella pomposa presentazione del medesimo volume – ora tocca a Franco Bechis darsi da fare per dare una mano al capo della Lega.
UNA CONFERENZA SALVINIANA
Il direttore del Tempo ha infatti organizzato nel pomeriggio del 4 dicembre un evento a Roma dal titolo eloquente «Il ratto di Europa. Obiettivi dei padri, delusione dei figli», di cui Salvini sarà ospite d’onore. Ma l’operazione è salviniana non solo per il contenuto, decisamente critico verso l’Unione europea, ma anche per l’ingaggio di qualche personalità di spicco che, nel vuoto pneumatico di uomini spendibili che ruotano intorno all’ex ministro degli Interni, potrebbero far molto comodo a Salvini.
GERVASONI, IL PROF SOVRANISTA
Il primo è il professor Marco Gervasoni, noto alle cronache per essere stato allontanato dall’insegnamento alla Luiss – e infatti viene presentato come docente all’Università del Molise – per un tweet in cui sosteneva la necessità di affondare la nave della ong Sea Watch. Dato più in sintonia con Giorgia Meloni che con Salvini, il docente sovranista – che non a caso non scrive più sul Messaggero, di cui è stato a lungo editorialista – si sarebbe molto avvicinato a quest’ultimo per il quale svolgerebbe un ruolo di maître à penser.
RIAPPARE CARLO MALINCONICO
Il secondo è anche lui un epurato: il giurista Carlo Malinconico. Già sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Monti con delega all’editoria, tema di cui era esperto per aver fatto il presidente della Fieg, dovette dare le dimissioni (gennaio 2012) per un polverone mediatico sollevato dalla notizia che era stato omaggiato di alcuni soggiorni all’hotel Il Pellicano di Porto Ercole pagati dall’imprenditore Francesco De Vito Piscicelli in cambio di presunti favori. Da quel momento Malinconico è uscito dalla scena pubblica e fa l’avvocato avendo aperto uno studio proprio. Ma ora viene dato di nuovo in pista proprio grazie a Salvini.
PERA SI AVVICINA A SALVINI?
Ma è il terzo nome quello che fa più scalpore: Marcello Pera. L’ex presidente del Senato, da tempo politicamente in sonno, ha interrotto ogni rapporto con Silvio Berlusconi e si è avvicinato ad alcuni ambienti ecclesiastici nonostante un tempo fosse un professore seguace di Karl Popper. Ora si dice che sia monsignor Rino Fisichella sia il direttore del Tempo abbiano fatto in modo che Pera e Salvini si parlino. Vedi mai che alle prossime elezioni rispunti un seggio senatoriale per l’ex presidente di palazzo Madama?
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