Le Olimpiadi invernali sono partite malissimo per Paolo Petrecca, il direttore di RaiSport, e dentro la redazione qualcuno sussurra che nel ciclismo «gli avrebbero dato la maglia nera, quella dell’ultimo classificato», sorvolando sul fatto che «comunque il colore nero gli sarebbe piaciuto», vista la sua vicinanza a Fratelli d’Italia. La conduzione della serata inaugurale finirà negli annali di “come non si deve fare una telecronaca”, roba da instant book per i neoassunti della Rai. Per dirla col critico televisivo Aldo Grasso, che sul Corriere della sera l’ha distrutto, «non ne ha azzeccata una. Vaneggiava senza cognizione di causa, ignorava l’identità degli atleti e, colpa ancor più grave, non ha capito che esistono silenzi carichi di significato che non vanno profanati». I giornalisti di RaiSport sono sul piede di guerra, hanno annunciato un pacchetto di sciopero a fine Olimpiadi e comunicato la decisione di ritirare la loro firma da servizi, collegamenti e telecronache fino alla fine dei Giochi, «in attesa che l’azienda prenda finalmente coscienza del danno che il direttore ha recato nell’ordine: ai telespettatori che pagano il canone, alla Rai come azienda e a tutta la redazione di RaiSport che sta lavorando come sempre con passione in questo grande evento». Se non altro è arrivata una buona notizia: Petrecca non condurrà la cerimonia finale dei Giochi, niente “esame di riparazione” per lui (aridatece il povero Auro Bulbarelli, defenestrato per aver spoilerato lo sketch di Sergio Mattarella sul tram). Ma è difficile che questo basti a salvarlo, e l’ipotesi dimissioni (probabilmente a fine Olimpiadi) sembra sempre più inevitabile. A Roma, tra l’altro, dall’Ordine dei giornalisti si spiffera che Petrecca abbia qualche conto in sospeso anche sulla parità di genere, con una commissione che sarà chiamata a valutare la «mancanza di un’adeguata rappresentanza» delle conduttrici, dato che sono stati scelti, tra i “big”, tantissimi uomini per raccontare le Olimpiadi.
I guai di Petrecca di certo vengono da lontano e non nascono certo con Milano-Cortina. Contro di lui a fine agosto del 2025 la redazione aveva già annunciato tre giorni di sciopero, sfiduciandolo, dopo la mancata approvazione del piano editoriale. Il quasi 62enne Petrecca è passato allo Sport a marzo dell’anno scorso, ma prima le cose non andavano tanto meglio, quando era alla guida di RaiNews. Nell’ordine, breve riassunto: il cdr lo ha accusato di presunti tagli imposti ai pezzi di cronaca sul figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa indagato per violenza sessuale; è finito nel mirino per non aver dato risalto nel telegiornale alla sconfitta della destra alle elezioni in Francia, con un particolare grottesco: «Petrecca ritiene opportuno concedere spazio a un evento non scevro da interessi personali», scrisse il cdr, alludendo al “Festival delle città identitarie” di Pomezia, dove si esibiva la cantante Alma Manera, che incidentalmente era la sua fidanzata (ora diventata moglie). Fu anche pesantemente attaccato dalla redazione per aver titolato sull’«assoluzione» del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, anticipando la sentenza: peccato si trattasse solo della richiesta dei pm sul caso Cospito, tant’è che poi Delmastro è stato condannato a otto mesi, altro che assoluzione. L’episodio portò la redazione a sfiduciarlo (c’è chi lo chiama il collezionista di sfiduce). E ora il caos olimpico, che potrebbe costargli la poltrona. Per Petrecca venerdì è arrivata una totale “stecca”, per usare il linguaggio caro ai musicisti: non c’entra nulla la già citata consorte del direttore, Alma Manera, la cantante che, visto il senso della Rai per la meritocrazia, qualcuno ha temuto per un attimo di vedere infilata nello spettacolo dello stadio Olimpico, pardon, San Siro, tra Mariah Carey e Laura Pausini…
Arianna Meloni nell’agosto del 2024 annunciò a un giornale come Il Fogliola fine del suo legame con il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Una notizia ghiottissima. E nella serata di venerdì 6 febbraio che appuntamento romano c’è nell’agenda di Arianna, la “sister” di Giorgia? La presentazione del libro del direttore del Foglio, Claudio Cerasa, nel Teatro de’ Servi, alle spalle di via del Tritone, mentre tutti hanno la testa e l’attenzione dedicata a Milano per l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali. Titolo della fatica letteraria di Cerasa è L’antidoto, pubblicato da Silvio Berlusconi Editore, con la grancassa mediatica di Mondadori. Per Cerasa, oltre ad Arianna, ci saranno Gianni Letta, per competenza aziendale, e il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. A qualcuno sembra un’anticipazione di un prossimo patto politico: Forza Italia, Fratelli d’Italia e Partito democratico. Perché della Lega di Matteo Salvini non si vede nessuno. Tra l’altro il moderatore della serata è David Parenzo, proprio nell’orario in cui deve condurre La zanzara su Radio24 con Giuseppe Cruciani. Uno sgarbo al direttore Fabio Tamburini, del quale si è detto che il successore a Il Sole 24 Ore risponderebbe proprio al nome di Cerasa? Oppure solo un investimento sul futuro da parte del furbissimo David? Ah, saperlo…
Il vino non mette d’accordo Lollo e Salvini
Da una parte c’è Francesco Lollobrigida che in qualità di ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare promuove il consumo del vino, dall’altra ecco Matteo Salvini che come ministro dei Trasporti “stanga” gli automobilisti che bevono anche solo un bicchiere di rosso con controlli talebani. Fatto sta che il 15 febbraio parte sulle televisioni e sulle radio nazionali la campagna istituzionale per promuovere e raccontare il valore e la cultura del bere alcolico. “Il Vino è il nostro tempo – Coltiviamo ciò che ci unisce” è il claim della campagna, articolata in due spot: il primo è un racconto istituzionale che celebra il valore della vigna, della storia, della cultura enologica italiana, il secondo un video emozionale, capace di raccontare il vino non solo come prodotto, ma come patrimonio e valore intergenerazionale. Non ditelo a Salvini, pronto a multare gli automobilisti appena usciti da una cena di festeggiamenti…
Matteo Salvini brinda con Francesco Lollobrigida (foto Ansa).
Olimpiadi a Milano? E Pizzaballa (proprio lui) è a Roma…
In Vaticano dicono che si avvicina la nomina del cardinale Pierbattista Pizzaballa ad arcivescovo di Milano, al posto di Mario Delpini che a luglio 2026 compie 75 anni e diventa pensionabile. Fatto sta che l’alto prelato, nel giorno delle Olimpiadi nel capoluogo lombardo in festa, si trova a Roma per partecipare a un incontro nella chiesa di San Francesco a Ripa. L’appuntamento si inserisce nel cammino delle celebrazioni del VIII centenario (1226–2026), promosse dal Comitato nazionale, con l’obiettivo di divulgare la conoscenza della vita e dell’opera di San Francesco e valorizzare luoghi e cammini francescani attraverso iniziative culturali e formative. L’iniziativa romana, tra l’altro, è realizzata con il sostegno di Enel e PwC. Pizzaballa da tempo è “in tour”, e sta raccogliendo in giro per l’Italia una generosa solidarietà per le sue iniziative, avendo la carica di Patriarca di Gerusalemme. Sabato 7 febbraio la tappa è Assisi. Ma ogni giorno c’è un impegno, nell’agenda del porporato: giovedì 12 febbraio, per esempio, sarà a Cosenza, e nel teatro Rendano sono già prenotate all’evento 800 persone, con protagonista il Rotary Club Rende presieduto da Sergio Mazzuca. Chiarissima l’impostazione dell’evento: «La Calabria si misura con le tensioni del Medio Oriente attraverso un confronto diretto con uno dei protagonisti del nostro tempo, un’occasione unica per ascoltare la viva voce del Patriarca, la complessità dell’attuale situazione a Gaza e riflettere sulla responsabilità condivisa tra popoli, istituzione e società civile». Intanto Milano si avvicina…
Ravasi dai farmaceutici Angelini
Il cardinale Gianfranco Ravasi, in qualità di presidente emerito del Pontificio consiglio della cultura e fondatore del “Cortile dei Gentili”, si è spostato nella periferia romana. Non in una borgata, ma nel quartier generale di Angelini Pharma, in via Amelia, per un “Dialogo sulla salute mentale”, alla corte di Sergio Marullo di Condojanni. Le parole indimenticabili del cardinale? Occorre «riuscire a stabilire un linguaggio comune che permetta di comprendere le situazioni che qualche volta sono di difficoltà e sofferenza profonda e questo esercizio viene fatto non soltanto attraverso l’aspetto strettamente tecnico, medico e scientifico, ma anche un profondo aspetto umano, perché queste sindromi sono quelle che esigono molto più calore nel cuore e non solo nella mente». Amen. E una pillola per dormire.
Il cardinale Gianfranco Ravasi (foto Imagoeconomica).
«Godzilla a Leonardo? E a Fincantieri chi ci mettono, Jeeg Robot?», scherzano alcuni parlamentari sentendo i nomi che girano per occupare le poltrone più importanti delle società pubbliche. Niente paura, dopo il viaggio in Giappone di Giorgia Meloni non ci sono sorprese da fumetto, come nei suoi amati manga, per il risiko delle “partecipate”, dove ballano parecchie presidenze: il nome di cui si parla per Leonardo, il colosso della difesa, è Cuzzilla, non Godzilla. Stefano Cuzzilla è uno storico leader di Federmanager, e guida anche il Fasi, il fondo di assistenza dei dirigenti industriali italiani. Quest’ultimo gli ha permesso di conoscere tutti i big del mondo della sanità, convenzionati con il Fasi per le cure cliniche. E ora potrebbe prendere il posto del presidente Stefano Pontecorvo (anche se per quell’incarico si era fatto pure il nome di una donna). Attualmente Cuzzilla è presidente di Trenitalia ed è consigliere di amministrazione di Cassa depositi e prestiti. Stimatissimo dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, Cuzzilla, classe 1965, è inoltre presidente di Cida, la Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità: iniziò come vicepresidente della società regionale del Lazio dedicata alle strade, Astral, ben visto dall’allora Margherita. C’è da dire che quell’incarico gli procurò il soprannome che si porta dietro da allora, e che viene pronunciato al suo apparire: «È arrivato lo stradino». Per i suoi amici è un «numero uno», e «troppo forte». Ambizioso, Cuzzilla è diventato padre da poco tempo, ama il sushi e la cucina giapponese. E qui si torna ai manga. Comunque, il collegamento tra i treni e la Difesa c’è, dato che in tempo di guerra la logistica ferroviaria è al primo posto nelle strategie degli alti comandi militari: il passo da Trenitalia a Leonardo, quindi, tutto sommato si può fare…
Nell’agenda di papa Leone, nella giornata di giovedì 5 febbraio, ecco la prima udienza: riceve il primo ministro della Repubblica di Albania Edi Rama. Stranamente, nel passaggio nella Capitale non è previsto alcun incontro ufficiale con Giorgia Meloni, sua grande (ex?) amica. E qualcuno si chiede: «Come mai?».
L’ammazzasentenze è morto
Corrado Carnevale, storico presidente della prima sezione penale della Corte suprema di Cassazione, noto come “l’ammazzasentenze”, se n’è andato all’età di 95 anni. Una carriera vissuta tra infinite polemiche, attacchi continui per il suo operato, «che poi era semplicemente la verifica attenta degli errori compiuti nei gradi inferiori del processo, spesso fatto con i piedi da incompetenti: quelli che lui rilevava non erano certo cavilli», sibila un suo anziano collega. Sul quotidiano Il Messaggero ecco il necrologio scritto dai familiari: «Ne danno il triste annuncio i figli, i nipoti e i parenti tutti ricordandone l’altissimo esempio di rigore e rettitudine nonché l’impegno morale per l’affermazione della legge e della Giustizia». Funerali romani il 6 febbraio nella basilica del Sacro Cuore di Cristo Re, in viale Mazzini. Tanti amici coetanei sono morti, nel corso degli anni, ma una lunga serie di discepoli c’è, nella magistratura e nel mondo dell’avvocatura: pronti a mettersi in fila a onorare Corrado Carnevale da Licata. Tra le tante registrazioni disponibili nell’archivio della benemerita Radio Radicale, da ascoltare c’è sicuramente quella del 7 aprile 2004 dedicata alla «domanda di riammissione in servizio del giudice Corrado Carnevale a seguito del decreto legge che ha stabilito il diritto al reintegro dei pubblici dipendenti sospesi dal servizio a causa di un procedimento penale a loro carico che si è concluso con l’assoluzione», richiesta nata dopo che le Sezioni Unite della Cassazione annullarono senza rinvio la sentenza di condanna a sei anni di reclusione inflitta a Carnevale dalla corte d’appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, con la formula “perché il fatto non sussiste”.
Alla fine non ce l’ha fatta più e ha cancellato il volto di Giorgio Melonidall’affresco situato nella cappella del Crocifisso della basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma. Una decisione che Bruno Valentinetti, restauratore fai-da-te, pare aver preso dopo una «richiesta del Vaticano». La storia, ovviamente, non finisce qui, perché una buona parte è ancora da scrivere.
Bruno Valentinetti (Ansa).
Per il restauro sono stati stanziati (ma non spesi) 2,6 milioni del Pnrr
I lavori di restauro conservativo di San Lorenzo in Lucina sono inseriti neiprogetti del Pnrr, anche se la somma risulta non spesa. Sul sito si sottolinea che la basilica beneficia di un finanziamento totale di 2,64 milioni di euro dal ministero della Cultura, mentre il soggetto attuatore è il Fondo Edifici di Culto (Fec). Il progetto (codice CUP F89C22000410006) riguarda interventi di riqualificazione. La basilica in questione è di fatto di proprietà del ministero dell’Interno, gestito dal Fec, braccio esecutivo del Viminale per i beni acquisiti dallo Stato Italiano dopo la caduta dello Stato Pontificio per opera dei piemontesi, ovvero i Savoia. L’unico legittimato a parlare sarebbe il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che però sul tema non ha pronunciato una parola, impegnato poi com’era sui fatti accaduti a Torino.
La facciata di San Lorenzo in Lucina a Roma (Ansa).
Don Pintus, il parroco «picconatore»vicino ai monarchici
Facciamo ancora un passo indietro. In quella chiesa in qualità di parroco fu don Piero Pintus, amico del fu presidente della Repubblica Francesco Cossiga, a voler dedicare una cappellina a Umberto di Savoia, con tanto di monumento. Pintus nel 1992 venne “licenziato” dall’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini. Il parroco «picconatore» (cit. L’Unità) aveva infatti accusato Ruini di essere affiliato alla massoneria. Ma dietro la decisione del capo dei vescovi c’era la preoccupazione che quella basilica diventasse punto di riferimento per quell’aristocrazia nera che non era proprio a lui amica. Pintus, inoltre, era solito inviare lettere in cui dileggiava i politici di sinistra per difendere il suo vecchio amico Cossiga.
L’articolo dell’Unità sul ‘licenziamento’ di don Pintus.
A questo quadro già rocambolesco, si aggiunsero poi le polemiche dei monarchici, che volevano trasferire i resti dell’ultimo sovrano italiano nel Pantheon e, dopo essersi “accontentati” del busto in San Lorenzo in Lucina, difendevano la chiesa come se fosse cosa loro.
Una messa in suffragio di Maria di Savoia Borbone Parma in San Lorenzo in Lucina (Ansa).
La famiglia Memmo e il restauro del 2003
Di fronte alla chiesa si trova il complesso che fu dei Ruspoli, in parte acquistato dai Memmo, famiglia di origini leccesi. Il salotto di Daniela Memmo è caro da sempre alla destra romana. Alle sue cene spesso è presente il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, sempre attento ai problemi della chiesa nel mondo. Si dice che Valentinetti lavori anche per loro, i Memmo, oltre che per la basilica. Al Corriere della Sera, Daniela Memmo ha dichiarato di aver finanziato personalmente i lavori della cappella nel 2003: «Fu un omaggio a mio suocero Carlo, ministro della Real Casa», cioè Carlo d’Amelio (1902-1996), gentiluomo e cameriere segreto di cappa e spada di Sua Santità, che nel 1983 sostituì Falcone Lucifero nel ruolo di ministro della Real Casa di Savoia durante l’esilio. Storie d’altri tempi che sono riemerse nel 2026 per colpa di un angelo al quale è stato dato il volto di Giorgia Meloni.
Daniela Memmo con Gianni Alemanno, Dino Gasperini, Mario de Simoni nel 2012 (Ansa).
L’obolo delle fondazioni
Ma non è finita. Nel 2005 per il restauro «delle coperture della Chiesa di San Lorenzo in Lucina e di due cappelle interne a essa», come si legge nei documenti della Camera, fu proposto di utilizzare la destinazione dell’8 per mille del gettito Irpef per un importo di 190 mila euro. Non è specificato di quali cappelle si trattasse ma la firma era dell’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nel corso degli anni, come mecenate, nella basilica è intervenuta anche la Fondazione Camillo Caetani. Di fondi di Santa Romana Chiesa, direttamente, non se ne parla. Sono sempre girati tramite l’8 per mille. E per le emergenze c’è sempre stato il Fec. L’attuale parroco, don Cesare Micheletti, aveva parlato di due fondazioni. Esiste anche la Fondazione Memmo, che organizza iniziative culturali e gestisce lo spazio espositivo di via di Fontanella di Borghese. Il cerchio è chiuso (o quasi). Mancava solo l’apparizione, nella puntata di mercoledì de La pennicanza, su Radio2, di Fiorello con la maglietta nera con l’angelo Meloni…
Fiorello con la t-shirt del cherubino-Meloni alla Pennicanza (da RaiPlay).La maglietta di Fiorello con l’angelo-Meloni (da RaiPlay).
Alla fine della prima giornata della Fontana di Trevi a pagamento, tutti a commentare che «è stato un successo». Però nessuno ha voluto dire che la decisione del sindaco di Roma Roberto Gualtieri di introdurre un biglietto – in questo caso non di ingresso ma di “visione” della storica fontana – è stata “copiata paro paro”, come dicono in Campidoglio, dall’idea dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano al Pantheon, una soluzione che ha permesso di creare nuovi introiti destinati al restauro del monumento. Gualtieri ha fatto la stessa cosa, omettendo il “diritto d’autore” (ma qualcuno ricorda che il copyright originale sarebbe in realtà di Dario Franceschini…). Comunque chi teme di vedere crollare i benefici per i meno abbienti è la Caritas, perché le monete lanciate venivano poi donate proprio all’istituzione caritatevole. Ora, dopo aver acquistato il ticket, quelli che lanciano i soldi nella fontana tireranno fuori 5 centesimi dalla tasca, e non certo 2 euro come spesso accadeva in passato.
Prossimo ticket? All’Altare della Patria
Visto il risultato positivo del biglietto per Fontana di Trevi, ora ne seguiranno altri. Dalle parti del ministero della Cultura da tempo alcuni dirigenti spingono per creare un ticket per accedere all’Altare della Patria, il monumento di piazza Venezia. Il motivo è semplice: si tratta del luogo più amato dai turisti stranieri che cercano un bagno nel centro storico della Capitale, e le spese per manutenzione di quei wc sono arrivate a cifre astronomiche, per l’eccesso di utilizzo, come affermano sobriamente da via del Collegio Romano, la sede del dicastero. Una selezione all’ingresso con un biglietto a pagamento permetterebbe di avere anche i fondi per pagare tutti gli interventi urgenti di idraulica…
L’Altare della patria (foto Imagoeconomica).
Immigrati? Parla De Gennaro
Alla presentazione della ricerca intitolata “Tra accoglienza, divieti e regolamentazione. Leggi e politiche dell’immigrazione negli Usa”, organizzata dal Centro studi americani giovedì 5 febbraio, l’elenco degli ospiti è lungo. Si comincia con Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, qui presente nella veste di presidente del Centro studi americani. «Ogni sua parola sul tema è legge», ricorda un suo antico amico. Quindi, con la moderazione di Fiorenza Sarzanini, vicedirettrice del Corriere della Sera, ecco Giuliano Amato in qualità di presidente emerito della Corte costituzionale e presidente onorario del Centro studi americani, poi Lauren Braun-Strumfels del Cedar Crest College, Maddalena Marinari del Gustavus Adolphus College, Rosanna Rabuano che al ministero dell’Interno è capa dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. A seguire una seconda sessione con Stefania Craxi, presidente della commissione Affari Esteri e Difesa del Senato della Repubblica, e molti altri ancora. Si nota l’assenza, tra i relatori, del vicepresidente del Consiglio e ministro per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Antonio Tajani.
Brunetta, sempre prof
Preparate i popcorn. Mercoledì mattina a Roma, nell’aula dei gruppi parlamentari, è in programma un evento imperdibile: la presentazione del rapporto 2025 di italiadecide “La cultura e i territori. Valori, modelli e strumenti per lo sviluppo delle aree interne”. Indirizzo di saluto del presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana. Introduzione di Anna Finocchiaro, presidente di italiadecide. Presentazione del rapporto da parte di Daniela Viglione, direttrice scientifica dell’associazione. E, alla fine, lectio magistralis di Renato Brunetta, presidente del Cnel. Vuole far sempre ricordare che è stato “un prof”, Brunetta.
San Lorenzo in Lucina? Per Il Messaggero è a Trastevere
Il caso di Giorgia Meloni “affrescata” in una nota chiesa del centro storico di Roma fa venire il mal di testa. Anche a molti giornalisti. Per la cronaca del quotidiano romano Il Messaggero, la basilica di San Lorenzo in Lucina si trova a Trastevere. Non a due passi da via del Corso, nel “miglio quadrato” della politica nazionale, dove è sempre stata. E meno male che si tratta del giornale della Capitale. Altra pagina, quella della cultura, nello stesso quotidiano, con una “notizia”, quella del vino del Colosseo, che però è datata almeno tre anni fa e quindi non è certo uno scoop. Della serie «signora mia, per carità, qui non si butta via niente».
Imperdibile convegno nella giornata di lunedì 2 febbraio alla Camera dei deputati, intitolato “Appalti e contrasto alla mafia: informative antimafia e limiti operativi”, organizzato dall’Unione di centro. E di chi sono i saluti istituzionali? Di un immarcescibile e antico democristiano, che con le opere pubbliche ha sempre avuto a che fare, cioè il 74enne Lorenzo Cesa da Arcinazzo Romano. Che è anche il presidente della delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato. Sono attesi poi Giovanni Melillo, procuratore nazionale Antimafia, e il prefetto di Roma Lamberto Giannini. Per non parlare delle presenze dei rappresentanti di Anas e Ponte sullo Stretto di Messina…
Chi fa il meteo a La7? Udite udite, un Berlusconi
«Linea a Berlusconi per il meteo». Fermi tutti: abbiamo sentito bene? Sì. Condurre il telegiornale di La7, la rete di Urbano Cairo, per poi consegnare il video a uno che si chiama Daniele Berlusconi «è tutto un programma», come dicono dalle parti del direttore Andrea Salerno. Fatto sta che la morte di Paolo Sottocorona, l’uomo che per tanti anni ha curato le previsioni del tempo su La7, ha creato un vuoto incolmabile, tanto che Enrico Mentana, il ras del tg, si è spinto a dire che nessuno potrà occupare la sua scrivania. Dichiarazione inevitabile, tanto più se si subappalta il meteo a terzi esterni, cosa che era già cominciata quando ancora c’era Sottocorona, con l’istituto 3Bmeteo e Paolo Corazzon, il quale poi è stato indicato come il successore del fu Paolo. Ma adesso in video appare questo Berlusconi, nato a Como nel 1984, dottore in Fisica. Uno che sembra essere stato scelto apposta per scatenare battutine, illazioni e voci incontrollate. E tutto sommato chi conduce il tg si diverte, alla fine, a dare la linea a Berlusconi.
Papillon per Giuli, tra Battiato e Il Foglio
«Ma dove andrà Alessandro Giuli, in giro per Roma con il papillon», si chiedevano due turisti milanesi, nella serata di venerdì. Il ministro della Cultura aveva due appuntamenti imperdibili. Uno era al Maxxi, il museo che ha anche presieduto prima di arrivare al dicastero di via del Collegio Romano, per la mostra dedicata a Franco Battiato, con tanto di spettacolo per evocare il cantautore siciliano. L’altro incontro, obbligatorio, al ristorante Checco Er Carettiere, a Trastevere, per i 30 anni del quotidiano Il Foglio, del quale Giuli è stato a lungo vicedirettore e poi condirettore, quando alla guida c’era Giuliano Ferrara. Ma l’atmosfera nel locale era abbastanza fredda.
Sui social non si parla d’altro. A tenere banco è la non riuscitissima (eufemismo) apparizione televisiva di Leonardo Maria Del Vecchio, ospite a Otto e mezzo da Lilli Gruber, nella serata di giovedì 29 gennaio su La7, incastrato fra Italo Bocchino e Massimo Giannini. Nessuno ne ha capito l’utilità (dell’apparizione, non di Leonardo jr): se doveva servire alla reputazione, è stata un boomerang, considerando i balbettii, le imbarazzanti pause con ritmi non certo televisivi, e addirittura un momento in cui maldestramente LMDV ha provato a leggere quello che stava cercando di dire a fatica, sulla questione giudiziaria dell’incidente con la Ferrari. Qualcuno l’ha già ribattezzato il re del cringe (copyright Socialisti gaudenti), in molti lo hanno definito il miglior sponsor possibile per una super tassa di successione (in Italia c’è, ma è la più bassa se confrontata con quella degli altri grandi Paesi d’Europa). Giannini, che l’ha fissato perplesso per tutta la puntata, avrà pensato che forse con l’imprenditore greco a quelli di Repubblica non è andata poi così male. Perché Del Vecchio era interessato a Gedi (c’è chi dice con l’ombra di Francesco Gaetano Caltagirone alle sue spalle), ma John Elkann non l’ha fatto nemmeno sedere al tavolo delle trattative. Il 31enne rampollo però non si è fatto scoraggiare e allora si è accontentato del Giornale, cambiando completamente sponda politica (sulla totale mancanza di coerenza tra i due progetti non ha saputo rispondere alla Gruber, aggrappandosi a generici concetti di pluralismo dell’informazione), e ne ha acquistato il 30 per cento dagli Angelucci. Poi si è pappato la maggioranza della società che edita Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e QN. D’altronde ha fondato apposta Lmdv Media per investire nell’editoria (per farci cosa o con quale visione non si è capito). A proposito invece di risiko bancario, ha detto che «su Mps–Mediobanca non c’è mai stato nessun concerto», nonostante le accuse di aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza mosse dalla procura di Milano a Caltagirone, Milleri e Lovaglio (anche se qui la giustizia rischia di arrivare fuori tempo massimo). Tra le numerose domande poste, ovviamente nessuno ha chiesto lumi sulla causa intentata da Solos Technology, società specializzata in “occhiali AI”, contro Meta e EssilorLuxottica, con in ballo un risarcimento danni di svariati miliardi di dollari per una storia di brevetti. Molto più facile porre qualche quesito sulla successione e il rapporto con la famiglia allargata, che alla fine gli ha permesso pure di elogiare Silvio Berlusconi per come ha saputo gestire il passaggio degli asset patrimoniali. Visto il risultato della performance, qualcuno si è chiesto chi abbia sciaguratamente consigliato a Del Vecchio jr di esporsi in quella maniera in prima serata, all’interno di un salotto televisivo seguitissimo. Quel che si sa, come già scritto da Lettera43, è che Leonardo Maria ha provato a puntare forte sulla comunicazione, grazie anche all’arrivo, da gennaio, di Raffaella Mangini, che ha curato per oltre 23 anni la comunicazione di Urbano Cairo e di La7, una veterana che lavora a stretto contatto col patron di Rcs (e dunque forse è lei la vera artefice dell’ospitata apparecchiata giovedì). Segno evidente che il giovin ereditiero non vuole parlare solo ai mercati, ma anche a chi quei mercati li racconta. Magari in modo più efficace, dalla prossima volta. Alla fine, tra quel che resta c’è anche un soprannome che rischia di restargli appiccicato addosso. Qual è? Guardate bene il suo volto: a quelli “di una certa età” ha evocato un celebre personaggio della televisione in bianco e nero della Rai, con protagonista Walter Chiari, ossia “il Sarchiapone”. Il nasone, gli occhiali, tutto coincide: mancava solo il cappello “rincalcagnato”, che però viene sostituito dalla folta capigliatura, e la somiglianza sarebbe stata quasi totale.
Il via libera a Federico Freni alla guida della Consob pare sia stato raggiunto, al termine di una faticosa trattativa che ha visto protagonista Forza Italia, con Antonio Tajani capace di dire la sua e rinviare la decisione con la scusa di volere «un tecnico e non un politico» alla presidenza, dove ora c’è Paolo Savona. Gli spifferi di Palazzo Chigi indicano una contropartita di peso: ai forzisti sarebbe stato concesso di poter dire l’ultima parola sull’ambitissima carica di presidente di Leonardo.
Il sottosegretario leghista all’Economia Federico Freni (Imagoeconomica).
Rutelli day
La famiglia Rutelli al lavoro. Due giornate per Francesco Rutelli, impegnato il 29 e 30 gennaio con la settima Soft Power Conference a Roma: presenti decine di esponenti della politica e dell’economia, tra cui il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, e poi Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, Alberto Tripi, presidente di Almaviva, monsignor Vincenzo Paglia (onnipresente) in qualità di presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, Valeria Sandei, ceo di Almawave, Alessandra Santacroce, responsabile Affari Governativi e Regolamentari Ibm Italia e vicepresidente Unindustria, e molti altri ancora. Nel pomeriggio di venerdì c’è spazio per il figlio dell’ex sindaco di Roma, ossia per Giorgio Rutelli, vicedirettore dell’agenzia Adnkronos, che nel Mondadori Bookstore della galleria intitolata ad Alberto Sordi si occuperà delle sorti del Venezuela.
La magistratura asfalta
Inaugurazione dell’anno giudiziario: si comincia con la Corte di Cassazione, nel “Palazzaccio”, nella giornata di venerdì, e a cascata, dopo poche ore, nel giorno successivo, il tradizionale sabato, nelle Corti di Appello sparse in tutta Italia. Tecnicamente si chiama «assemblea generale della Corte Suprema di Cassazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario», con la classica parata degli ermellini. A Roma tutti parlano dei giganteschi mezzi impegnati al rifacimento delle strade nella zona di piazzale Clodio, e in particolare la circonvallazione, nelle ultime notti, con camion enormi e tecnologicamente modernissimi che hanno lavorato dalla tarda serata e fino alle cinque del mattino, tenendo tutti svegli per il rumore prodotto, e rovinando il meritato riposo notturno di chi abita in quelle vie, per rifare l’asfalto proprio dove passeranno le auto delle autorità. «La magistratura asfalta», è la battuta che circola tra avvocati e “clienti” del tribunale romano: di certo, il sindaco Roberto Gualtieri sembra aver concesso i lavori “con un occhio di riguardo” nei confronti dei giudici, facendo lavorare all’impazzata il cantiere per tirare a lucido le strade che portano alla Corte d’Appello.
Gennaro Sangiuliano «andrà a Roma», dicono sicuri i suoi colleghi del Consiglio regionale della Campania. In tanti vaticinano una sua fuga nella Capitale, appena possibile, ossia alle prossime elezioni politiche nazionali del 2027, quando si prevede una candidatura dell’ex ministro della Cultura, «con preferenza per il Senato». Il giornalista, si sa, è ambizioso, quindi un “upgrade” da Napoli a Roma è nelle sue corde. Scenario che si intreccia con una questione delicata, che ha già creato parecchi malumori dentro Fratelli d’Italia: il primo dei non eletti nel Consiglio regionale si chiama Marco Nonno, che è arrivato solo quarto nonostante i quasi 10 mila voti conquistati, oltretutto da ex consigliere. Sangiuliano ha superato Nonno per poche centinaia di preferenze, e la situazione in FdI, a livello locale, è incandescente, complice anche la sconfitta alle urne, dato che il nuovo governatore è il pentastellato Roberto Fico e non il “destro” Edmondo Cirielli.
Gennaro Sangiuliano con Marco Nonno (foto Ansa).
Nonno, classe 1970, è uno dei pilastri del partito campano, di cui è presidente, nonostante un profilo controverso: coinvolto in un’intricata vicenda giudiziaria, è stato sospeso dal Consiglio nel 2022 in base alla legge Severino dopo una condanna in primo grado a 8 anni per devastazione e saccheggio nella vicenda della guerriglia di Pianura. Assolto in appello, si è preso comunque 2 anni per resistenza a pubblico ufficiale, reato che l’ha costretto a lasciare il posto. Poi la Cassazione ha accolto il ricorso della procura contro l’assoluzione e quindi Nonno è di nuovo in attesa del giudizio di appello-bis per devastazione. Si poteva ricandidare nel 2025? Lui dice che la sentenza di appello risulta «annullata con rinvio» e quindi nel casellario giudiziale è «nulla».
Non solo: ci sono altre “macchie” nel passato di Nonno, come le foto dei saluti romani, i cimeli nostalgici, la partecipazione ad alcune iniziative napoletane di CasaPound, la torta di compleanno col volto di Mussolini: lui ha sempre derubricato tutto a episodi di «goliardia» e scherzi con gli amici. Tra i suoi hobby ci sono il paracadutismo civile, le immersioni subacquee e le escursioni in montagna. È insomma un po’ il “Vannacci meloniano“, anche per via della somiglianza impressionante col generalissimo leghista, soprattutto nelle foto in divisa militare.
La vera domanda è: al netto delle vicissitudini giudiziarie, Nonno riuscirà a trovare un posto? Tranquillo, Genny è disposto a “sacrificarsi” e andare a Roma, a Palazzo Madama. Magari a fare il presidente della commissione Cultura…
Al Quirinale è arrivata la fiamma. Quella olimpica, per ora…
Ilarità nei dintorni di Palazzo Chigi per le celebrazioni di “Milano-Cortina 2026”. Tutta colpa della torcia che è giunta sul Colle della presidenza della Repubblica, accolta da Sergio Mattarella. La battuta che gira, a destra, è questa: «Avete visto? Al Quirinale è arrivata la fiamma. Quella olimpica, per ora…». I simboli contano sempre qualcosa. E c’è chi sogna “ardentemente”, restando in tema di fiamma, di scalare quel Colle.
Sergio Mattarella con la fiamma olimpica (foto Ansa).
Latina, grazie a Giuli piovono soldi
Latina in festa, arrivano i soldi. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, con un decreto firmato il 2 dicembre, ha approvato l’atto costitutivo e lo statuto della Fondazione Latina 2032. Il decreto di Giuli fa seguito al rogito del notaio Giuseppe Celeste del 26 novembre per la costituzione della fondazione che vede, per il dicastero, in prima fila Angelo Piero Cappello, potentissimo direttore generale della Creatività contemporanea del ministero della Cultura. Ora è stato autorizzato l’impegno e il pagamento della somma di 700 mila euro. E siamo solo all’inizio. Chi festeggia? La sindaca di Latina Matilde Celentano, il primo firmatario della proposta di legge sul Centenario, il senatore Nicola Calandrini, i senatori Claudio Fazzone, Andrea Paganella e Roberto Menia, e – dulcis in fundo – il sottosegretario Claudio Durigon. Celentano già sottolinea di aver «messo in campo numerose attività in vista del Centenario, non ultimo l’accordo con La Sapienza e Unindustria per rafforzare la visione universitaria della città, offrendo agli studenti una prospettiva di occupazione sul territorio, grazie a una formazione mirata per il comparto farmaceutico. Abbiamo affidato la pianificazione del centro storico all’architetto Alfonso Femia e a due professionisti di Latina, l’architetto Francesco Romagnoli e l’ingegnere Emilio Ranieri». Inoltre «firmeremo un accordo con l’Agenzia del Demanio. Da pochi giorni, inoltre, abbiamo rinnovato la convenzione per il Sistema integrato delle città di Fondazione dell’Agro Pontino e dell’Agro Romano, una rete per promuovere il patrimonio delle città del Novecento del Lazio e che sarà presto estesa anche verso altre regioni».
Claudio Durigon (Imagoeconomica).
Giuliano Amato, tennista
Partecipa a convegni, rilascia interviste, non conosce soste: Giuliano Amato, ex presidente del Consiglio, classe 1938, ha però vissuto il suo grande momento in occasione dell’ultimo saluto a Nicola Pietrangeli. Sì, perché se c’è un motivo di vanità di Amato è proprio quando riesce a rinverdire la sua passione per il tennis. E quindi eccolo davanti alla bara di “Nic”, per parlare di partite d’altri tempi e scontri diretti sul campo. Secondo alcuni suoi amici di antica data, a lui piacerebbe avere, alla voce professione sulla carta d’identità, proprio la dicitura “tennista”. Chi non ricorda quei tornei organizzati nel Circolo Tennis Orbetello, con Amato presidentissimo, aiutati dalla generosità del vecchio Monte dei Paschi di Siena…
Giuliano Amato (Imagoeconomica).
Lo scambio infinito al Maxxi
È il classico venerdì dei bancari, quello che termina con la pizza serale: ma prima c’è a Roma, al Maxxi, “Lo scambio infinito”, ossia l’ultimo incontro di un ciclo realizzato da Mudem in collaborazione con il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, «per raccontare in che modo la moneta sia in costante e inscindibile relazione con le principali dimensioni dell’essere umano: il pensiero e la filosofia; la bellezza, l’arte e il suo valore; l’innovazione, la tecnologia e la finanza». E così ecco l’evento dal titolo “Dall’oro al digitale: l’innovazione, la tecnologia, la finanza”, con la vicedirettrice generale della Banca d’Italia, Chiara Scotti. Questo il tema dell’incontro: «Nella sua forma coniata, garantita dallo Stato o da una Banca centrale, la moneta ha seguito lo sviluppo della civiltà fino ai nostri giorni, recidendo legami che sembravano indissolubili, come lo è stato per l’oro. L’innovazione e la tecnologia ci permettono di darle oggi nuove forme, offrendo ai cittadini nuove modalità di pagamento e la giusta flessibilità che si addice a un’economia complessa come quella contemporanea».
Chiara Scotti di Bankitalia (foto Imagoeconomica).
Firenze frena, Bologna tira dritto. Il caso della cittadinanza onoraria alla relatrice Onu sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, di nuovo nella bufera per il suo commento sull’assalto alla redazione della Stampa, non dà pace ai dem al di qua e al di là degli Appennini. Se a Palazzo Vecchio la maggioranza si è fermata e se ne riparlerà in futuro (Albanese l’ha pure buttata sul sarcastico, commentando sui social «purché mi sia risparmiato l’esilio perpetuo…», con azzardato paragone a Dante Alighieri, cacciato da Firenze nel 1302), a Palazzo D’Accursio il sindaco Matteo Lepore non fa marcia indietro, anche se non è ancora stata stabilita una data per la cerimonia di conferimento. E questo nonostante il consiglio di Romano Prodi, arrivato dopo quelli di Stefano Bonaccini e dell’ex sindaco Virginio Merola. «Perseverare è diabolico, Albanese persevera, il Comune di Bologna non faccia altrettanto», è stata la battuta amara dell’ex premier. «Io penso che i consigli siano importanti», ha risposto fermo Lepore interpellato dall’agenzia di stampa Dire, «però bisogna anche rispettare le assemblee che sono state elette dai cittadini. Il Consiglio comunale sta facendo il suo percorso, quindi io seguo il percorso del Consiglio comunale». Il centrodestra (con una parte del Pd e del centrosinistra) continua a insistere per la revoca. Ma il primo cittadino non cede: «In democrazia ci sono persone elette nei Consigli comunali che decidono, quindi credo sia giusto rispettare la loro discussione». Mancava giusto il caso Albanese per agitare le già tormentate acque del Partito democratico…
Labate e la Realpolitik dei dati di ascolto
Doveva essere l’enclave “de sinistra” dentro Mediaset, per di più nel territorio super ostile di Rete 4: Tommaso Labate e il suo talk show del mercoledì sera Realpolitik però non stanno funzionando, e ora la fine anticipata pare avvicinarsi. Strano, sussurrano i maligni, che ai telespettatori di un canale così storicamente berlusconiano non siano piaciuti tutti quegli ospiti più adatti a una trasmissione su La7: davvero strano. Forse l’esperimento di Pier Silvio e Marina Berlusconi, che volevano aumentare l’offerta informativa e dare una rappresentanza pure a quello spazio politico più progressista, è da considerarsi fallito: dopo l’ultimo misero 3,3 per cento di share (422 mila telespettatori), doppiato da Aldo Cazzullo su La7, che ha fatto il 6,6 per cento con Una giornata particolare (1 milione 182 mila spettatori) a cui si aggiungono voci di caos interno al programma, la chiusura sembra a un passo.
Tommaso Labate.
Pure in UniCredit arrivano gli asterischi
È arrivato il nuovo corso di UniCredit, con la parità di genere protagonista, e non solo. Addirittura nelle comunicazioni dell’istituto di credito guidato da Andrea Orcel e Pier Carlo Padoan appaiono gli asterischi invece che le vocali finali maschili e femminili, proprio quelli che a destra vedono come il fumo negli occhi, e che «vanno bene per uomini, donne e tutto il resto del mondo», come dicono negli Stati Uniti (non quelli di Donald Trump, quelli ma a dominio democratico, per quel che ne rimane). Ad alcuni sembra l’ennesima freccatina contro il governo di Giorgia Meloni, che dell’asterisco ne fa volentieri a meno, figuriamoci. Comunque, alla fine, è la filosofia che da sempre vige a piazza Cordusio: i più grandi di età ricordano una delle storiche pubblicità del Credito Italiano, con la banchiera vestita da uomo, con tanto di giacca e cravatta…
Andrea Orcel, ceo di Unicredit (foto Imagoeconomica).
Fermi tutti, c’è la prima mondiale del film su Brunello
Fermi tutti: la “prima mondiale” del nuovo film documentario del regista premio Oscar Giuseppe Tornatore, Brunello, il visionario garbato, dedicato a Brunello Cucinelli, è in programma per la serata del 4 dicembre nel nuovo Teatro 22 di Cinecittà, da poche settimane definitivamente pronto e che rappresenta «il più grande dei teatri di posa degli stabilimenti di via Tuscolana, nonché uno dei più vasti e il più moderno d’Europa», dicono a Roma.
Non riesce a contenere l’entusiasmo Manuela Cacciamani, amministratrice delegata di Cinecittà: «Con questo evento inauguriamo una nuova casa per i sogni, consegnando al popolo del cinema un’opera grandiosa. Nel rispetto di tempi e regole, con professionalità, innovazione, e la voglia di pensare e realizzare opere ambiziose che ci elevano. Aprire sotto lo stesso, altissimo, tetto del T22 con i marchi di Cinecittà e di Brunello Cucinelli, vuol dire celebrare l’incontro di due eccellenze. Come Cinecittà, la storia di Brunello parla di artigianato che si fa arte; di un enorme mestiere giornaliero di cui al pubblico giunge il risultato; di un’umiltà costitutiva che ambisce a raggiungere il mondo. Un’emozione che condividiamo con il ministero della Cultura, e con Rai Cinema. E con gli amati maestri Giuseppe Tornatore e Nicola Piovani: Cinecittà è sempre la loro casa. Con questa proiezione, meglio di tante parole, ci arriva un’immagine di cultura, impresa, bellezza, civiltà, fare, che sono il vero marchio e la materia di cui è fatta Cinecittà, e lo specchio in cui il mondo guarda al nostro Paese. Sì, Cacciamani dice proprio «consegnando al popolo del cinema un’opera grandiosa».
L’ad di Cinecittà Manuela Cacciamani e Alessandro Giuli, ministro della Cultura (foto Imagoeconomica).
Ci siamo quasi: dal 6 al 14 dicembre va in scena a Roma, nei Giardini di Castel Sant’Angelo, la 26esima edizione di Atreju, la festa politica che dal 2014 viene messa in piedi da Gioventù nazionale, la giovanile di Fratelli d’Italia. Anche se agli organizzatori piace definirla «la più grande manifestazione della destra italiana», un «evento di parte ma non di partito». Al di là delle schermaglie tra Elly Schlein e Giorgia Meloni sulla possibilità di un confronto a due (che non ci sarà), non mancheranno gli ospiti internazionali. E alcuni nomi cominciano a essere svelati ufficiosamente: si parla di Kemi Badenoch, capa dell’opposizione nel Regno Unito in quanto leader da novembre del 2024 del Partito conservatore (prima donna nera a guidare uno dei principali partiti), e dell’ex ministra Priti Patel, anche lei Tory e fautrice della linea dura sugli immigrati.
Nel 2023 sul palco di Atreju salì l’ex primo ministro britannico Rishi Sunak, ma l’ospitata non gli portò granché bene, visto che alle elezioni generali di sette mesi dopo il Partito conservatore registrò il peggior risultato elettorale dalla sua fondazione. Patel e Meloni hanno in particolare una cosa in comune: l’idea di spedire i migranti in un altro Paese, il Ruanda nel caso britannico e l’Albania nel nostro. Progetti bocciati dalla Corte suprema nel Regno Unito e dalla Corte di Cassazione italiana, che ha sollevato dubbi sulla compatibilità con il diritto europeo. Ad Atreju riusciranno a convincere il pubblico che, oltre gli slogan e la propaganda, la destra ha un piano politico realizzabile sull’immigrazione?
Per Cerno, Montanelli è come Scalfari
Battesimo di Tommaso Cerno alla direzione de il Giornale. Prima decisione: quella di apporre, a partire dall’edizione del 2 dicembre, la scritta “fondato da Indro Montanelli” sotto la testata: Cerno non lo scrive, ma si tratta di una piccola “vendetta” nei confronti di un altro quotidiano, la Repubblica, dove appare sempre la scritta “fondatore Eugenio Scalfari”.
Cerno avrebbe voluto dirigere la Repubblica, ma il sogno non è mai diventato pienamente realtà: arrivò “soltanto” a esserne condirettore nel 2017, prima di mettersi in aspettativa, e quindi dimettersi, per candidarsi alle elezioni politiche del 2018 con il Partito democratico. Le giravolte della vita: è stato senatore dem fino al 2022, poi il cambio di campo verso la destra.
La prima pagina de il Giornale del 2 dicembre 2025, col nome di Indro Montanelli.
Nel suo editoriale d’esordio in prima pagina su il Giornale, ha scritto: «Essere liberali non so cosa voglia dire, so però che per essere liberi si fa una gran fatica». Chissà quanta fatica farà ad acclimatarsi all’aria incandescente che si respira in redazione, spaccata e in guerra contro l’editore dopo che alcuni colleghi hanno lavorato venerdì 28 novembre nonostante lo sciopero dei giornalisti.
Il botta e risposta tra il comitato di redazione de il Giornale e l’editore.
Intanto per l’ex direttore Alessandro Sallusti, che ha il dente avvelenato dopo essere stato accompagnato alla porta, si parla di un futuro a Mediaset o con una striscia settimanale di pochi minuti oppure addirittura in conduzione di un programma, magari al posto di Paolo Del Debbio a 4 di sera, su Rete 4, come riportato da Domani. Anche se non mancano gli scettici. In proiezione però potrebbe esserci un progetto ancora più ambizioso: diventare direttore del Tg5, una volta che Clemente Mimun avrà chiuso la sua lunga era al timone.
Alessandro Sallusti (foto Imagoeconomica).
Il Messaggero, esce (?) Martinelli e arriva Napoletano
Nella girandola dei direttori dei quotidiani romani, se Daniele Capezzone ha preso le redini de Il Tempo subentrando a Tommaso Cerno, tocca a Roberto Napoletano tornare a guidare Il Messaggero dopo Massimo Martinelli. Che, da par suo, ha scritto un ottimo fondo per salutare i lettori: Martinelli ha raccontato i suoi giornalisti come «una banda di colleghi romantici che nell’epoca dell’intelligenza artificiale conserva ancora intatto l’entusiasmo per lo scoop», parlando del quotidiano come «un formidabile locomotore che spinge piattaforme diverse». E adesso Martinelli dirigerà una scuola di giornalismo, per formare i futuri cronisti (e non solo) proprio del giornale del gruppo Caltagirone. In parole povere, non esce dal ponte di comando de Il Messaggero. Dall’altra parte, fondo roboante, come sempre, quello vergato da Napoletano, che ha enunciato vittorie su ogni fronte, nei suoi 577 giorni di direzione de Il Mattino, sottolineando la sua azione a favore di Napoli, dove «abbiamo volutamente contrastato la cartolina dello stereotipo del malaffare come fenomeno dominante del territorio, che una narrazione tendente a rendere eterno un passato remoto sepolto dalla realtà vuole riproporre di continuo». La prosa di Napoletano è sempre inconfondibile…
Qual era il sogno di Pietrangeli? Diventare senatore a vita
Nicola Pietrangeli regalava sempre un sorriso: disponibile con tutti, amava firmare autografi. A chiedere una firma erano sia giovanissimi sia novantenni suoi coetanei, senza barriere di alcun tipo. Ma qual era il sogno del tennista? Diventare senatore a vita. A chi gli domandava se il suo desiderio era “il laticlavio”, ossia occupare uno scranno di Palazzo Madama per nomina presidenziale, rispondeva sempre che sì, gli sarebbe piaciuto. In fondo, aveva ragione: nell’articolo 59 della Costituzione è scritto che possono essere nominati senatori a vita per nomina presidenziale cinque cittadini che abbiano illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo scientifico, letterario, artistico e sociale. Lo sport non è contemplato, ma dopotutto si tratta di un fenomeno sociale. Pietrangeli, oltre a essere tifoso della Lazio, era notoriamente uomo di destra…
Nicola Pietrangeli al Quirinale (foto Ansa).
Mazzantini regina dei convegni in Galleria
Da quando alla Gnamc, la Galleria nazionale di arte moderna e contemporanea a Roma, a capo c’è Renata Cristina Mazzantini, in agenda ogni giorno appare un evento: mercoledì 3 dicembre sarà la volta di un workshop intitolato “Verso una nuova conoscenza”, organizzato dall’Agenzia del demanio, dove interverranno, tra gli altri, Alessandra dal Verme, direttrice generale dell’Agenzia del Demanio, Maria Siclari, dg di Ispra e Filippo Cannata di “Cannata e Partners”. Qualche giorno fa nello stesso luogo è stato presentato il calendario della Guardia di finanza. E poi cene con super vip. Per chi vuole visitare la galleria è sempre più difficile sapere qual è il giorno giusto senza dover incontrare manager e politici, e magari trovare le porte sbarrate a causa dell’allestimento di incontri di ogni tipo e “off limits”.
Alessandro Giuli e Renata Cristina Mazzantini (foto Imagoeconomica).
Tajani re delle assemblee
Antonio Tajani, forte della sua carica di vicepresidente del Consiglio oltre che di ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, non perde un’assemblea. Anche a quella di Confesercenti, in calendario a Roma nelle Corsie Sistine il 9 dicembre, ha confermato la sua presenza, dove troverà il viceministro dell’Economia Maurizio Leo. Nico Gronchi, presidente di Confesercenti, annuncia che «l’assemblea annuale, momento centrale della vita associativa di Confesercenti, sarà l’occasione per fare il punto sullo stato dell’economia, del lavoro e delle imprese in Italia e per presentare dati inediti e indagini su redditi da lavoro, contratti in dumping, consumi delle famiglie, turismo e attività di vicinato». Vasto programma. E per non farsi mancare nulla, Tajani (che è stato pure ospite del podcast di Fedez, nel vano tentativo di ringiovanire la sua immagine) era presente, il 2 dicembre, anche all’assemblea generale di Alis, l’Associazione logistica dell’intermodalità sostenibile…
Tajani all’assemblea generale di Alis (foto L43).
Zafarana d’America
Il pubblico sarà eccellente, nel pomeriggio di mercoledì, a Roma, nel Centro studi americani: c’è l’attesissima lectio magistralis di Giuseppe Zafarana, presidente del cda di Eni, già alla guida della Guardia di finanza, sul tema “Sicurezza e transizione energetica: nuovi equilibri globali e strategie di resilienza”.