Tutti i guai di Lannutti, il candidato grillino alla commissione banche

I post antisemiti e complottisti, il figlio assunto alla Popolare di Bari: perché il senatore M5s è diventato un impresentabile per presiedere le indagini sul settore del credito.

Come la volpe e l’uva, adesso che il suo nome è di fatto impresentabile, dice che lui alla Commissione banche nemmeno ci voleva andare. E però è stato solo il 17 dicembre quando è emerso che il figlio era stato assunto dalla popolare di Bari, che Elio Lannutti, il senatore M5s paladino dei consumatori divenuto noto per post antisemiti e complottisti, ha spiegato che non ambiva all’incarico. Ma, contemporaneamente, che non ha nessuna intenzione di farsi da parte.

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«FACEVO IL TIFO PER PARAGONE»

«Alla commissione banche io non mi volevo neppure candidare: me lo hanno chiesto, io facevo il tifo per Paragone! Ma poi, con le procedure del M5S, mi hanno scelto. Dunque io sono il candidato del M5S e confermo che non farò nessun passo indietro», ha dichiarato spiegando che «chi spacca non sono io ma chi non voterà la mia persona».

Il senatore Elio Lannutti durante un dibattito parlmentare a Palazzo Madama. ANSA/ANGELO CARCONI

DI PIETRO A FARGLI DA AVVOCATO

«Non mi ritiro dalla corsa alla presidenza della commissione banche. Fin quando non mi chiederanno di lasciare io sono il candidato», ha ribadito Lannutti, dopo la notizia che suo figlio Alessio lavora alla Banca Popolare di Bari. «Io non ho mai voluto denunciare nessun collega, ma ora ho affidato la tutela del mio onore ad Antonio Di Pietro e ad Antonio Tanza, presidente dell’Adusbef», ha spiegato. «Cosa significa che mio figlio lavora in banca? Dov’è il conflitto di interesse? Andate a vedere il conflitto di interesse di coloro che hanno fatto i crack e non di uno che lavora onestamente. Vi dovete vergognare! Di Pietro mi difenda anche da questo!», ha detto dopo aver incontrato a Roma sia il fondatore del Movimento Cinque stelle Beppe Grillo che l’ex leader di Italia dei valori Antonio Di Pietro.

Antonio Di Pietro e Elio Lannutti escono dall’hotel Forum, dopo aver incontrato Beppe Grillo, Roma 17 dicembre 2019. ANSA / ALESSANDRO DI MEO

«QUESTA È MACCHINA DEL FANGO»

Questa si chiama macchina del fango, Alessio è il più giovane giornalista professionista, è stato giornalista parlamentare, si è laureato con 110 e lode, è stato licenziato, gli ho sconsigliato di continuare a fare il giornalista e ha trovato lavoro come impiegato”. Lei si deve occupare di banche quando suo figlio lavora alla Popolare di Bari: non c’è conflitto di interessi? “Ma lui lavora come impiegato”. Lei potrebbe avere un occhio di favore nei confronti della popolare di Bari anche per il fatto che suo figlio lavora come impiegato. “E dov’è il conflitto di interessi? Non esiste, è l’ennesima macchina del fango. Con grande rammarico ma ora ci saranno denunce penali e civili nei confronti di colleghi per questa campagna diffamatoria»”, conclude

MORANI: «SI RITIRI E CI TOLGA DALL’IMBARAZZO»

Contro la sua candidatura si erano espressi sia esponenti di ItaliaViva come Luigi Marattin che del Partito democratico Alessia Morani. «Dovrebbe essere Lannutti a ritirarsi dalla candidatura per la presidenza della commissione banche. Mi auguro che abbia la sensibilità di togliere la maggioranza da questo grande, gigantesco imbarazzo», ha dichiarato pubblicamente l’esponente dem.

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Le accuse degli inquirenti romani agli apparati egiziani per la morte di Regeni

Il Pm Colaiocco, ascoltato dalla commissione d'inchiesta che indaga sulla morte del ricercatore, ha spiegato che le persone che circondavano il giovane friulano lavoravano per i servizi segreti de Il Cairo.

«Intorno a Giulio Regeni è stata stretta una ragnatela dalla National security egiziana già dall’ottobre prima del rapimento e omicidio. Una ragnatela in cui gli apparati si sono serviti delle persone più vicine a Giulio al Cairo tra cui il suo coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Whaby, la sua amica che lo aiutava nelle traduzioni». È la ricostruzione del il pm Sergio Colaiocco ascoltato, assieme al procuratore Michele Prestipino, davanti alla commissione d inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. «Una ragnatela», ha spiegato Colaiocco, «che si è stretta sempre di più è in cui Giulio è finito al centro. Secondo quanto accertato Noura passava le informazioni sull’attività e gli spostamenti di Giulio ad un operatore turistico che a sua volta riferiva alla National Security».

PRESTIPINO: «AVANTI CON DETERMINAZIONE»

Nel corso dell’audizione è intervenuto anche Michele Prestipino, procuratore facente funzioni di Roma che ha spiegato come «l’eccezionalità di questo caso risiede in primo luogo nel fatto che si tratta di un cittadino italiano sequestrato, torturato e assassinato in un territorio estero. Una eccezionalità testimoniata dalle scelte compiute dal nostro ufficio, che ha avuto sin dal principio piena consapevolezza della gravità dei fatti. La Procura continuerà con determinazione a compiere tutte le attività per continuare ad acquisire elementi di prova per accertare quanto accaduto».

RICOSTRUITI GLI ULTIMI GIORNI DEL RICERCATORE

«C’e’ una difficoltà», ha aggiunto Prestipino, «nel coordinare la nostra attività giudiziaria con l’iniziativa giudiziaria dell’Egitto anche perché tra i due Paesi non ci sono accordi di cooperazione giudiziaria. Nonostante tutte queste difficoltà posso affermare che abbiamo raggiunto fin qui risultati estremamente positivi. Siamo riusciti grazie alla straordinaria capacità dei nostri reparti investigativi, Sco e Ros, a ricostruire il perimetro di quanto accaduto in quel lasso temporale». Prestipino ha spiegato che «siamo riusciti a ricostruire il contesto dell’omicidio, i giorni precedenti al sequestro, l’attività degli apparati egiziani nei confronti di Giulio culminata col sequestro, riuscendo a sgomberare il campo da ipotesi fantasiose sul sequestro, dall’attività spionistica alla rapina. Ipotesi», ha spiegato, «messe definitivamente da parte. Abbiamo individuato soggetti indiziati che per questo sono stati iscritti nel registro degli indagati».

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Papa Francesco abolisce il segreto pontificio sui casi di pedofilia

Denunce, processi e decisioni potranno essere rese pubbliche. E il reato di pedopornografia viene esteso alle vittime fino a 18 anni.

Papa Francesco ha abolito il “segreto pontificio” sui casi di abusi sessuali commessi da chierici sui minori. È l’effetto del Rescriptum ex audientia pubblicato il 17 dicembre con cui si promulga un’istruzione «Sulla riservatezza delle cause». All’articolo 1 si prevede infatti che «non sono coperti dal segreto pontificio le denunce, i processi e le decisioni riguardanti i delitti» in materia di abusi su minori, di cui nel Motu proprio «Vos estis lux mund» e nelle norme «de gravioribus delicti».

REATO DI PEDOPORNOGRAFIA FINO A 18 ANNI

Bergoglio ha anche stabilito che il reato di pedopornografia sussista fino a quando i soggetti ripresi nelle immagini hanno l’età di 18 anni e non solo 14 com’era finora. L’altra modifica riguarda l’abolizione della norma secondo cui il ruolo di avvocato e procuratore, nelle cause per abusi in sede di tribunali diocesani e Dottrina della fede, doveva essere adempiuto da un sacerdote. Ora potrà essere un laico.

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Cosa dicono gli audio tra i vertici della Banca popolare di Bari

Fanpage.it ha pubblicato i nastri di una riunione tra manager in cui si sentono il presidente Giannelli e dell'ad De Bustis parlare della Popolare di Bari sui conti «taroccati» e l'aiuto di Bankitalia.

«Quando sono arrivato la prima volta c’era un signore coi capelli bianchi a capo della pianificazione e controllo, a cui chiesi di vedere i dati delle filiali. Tutti truccati. Truccavate persino i conti economici delle filiali. Taroccati». Le parole sono quelle di Vincenzo De Bustis, ad della Popolare di Bari che si rivolgeva a Gianvito Giannelli, presidente, in una riunione del 10 dicembre scorso. La conversazione è contenuta in un file audio pubblicato da Fanpage.it. «È stato veramente irresponsabile quello che è successo negli ultimi tre, quattro anni. Questa banca è un esempio di scuola di cattivo management, irresponsabile, esaltato».

GIANNELLI: «ABBIAMO IL SOSTEGNO DI GOVERNO E BANKITALIA»

Nella registrazione si sente anche l’intervento di Giannelli, in particolare per quanto riguarda il salvataggio: «Non c’è rischio di commissariamento. C’è un piano industriale serio che prevede gli interventi di investitori istituzionali, una parte pubblica e una parte privata, cioè il Fondo interbancario, con un percorso light, non stiamo parlando di Genova, passata per il commissariamento, e meno che mai delle banche venete». «Abbiamo iniziato un percorso di messa in sicurezza della banca, un percorso ufficiale che è assistito dalla vigilanza in tutti i suoi passaggi. Sarà un percorso molto breve per i primi passaggi che si chiuderà prima di Natale», assicurava Giannelli.

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Cosa dicono gli audio tra i vertici della Banca popolare di Bari

Fanpage.it ha pubblicato i nastri di una riunione tra manager in cui si sentono il presidente Giannelli e dell'ad De Bustis parlare della Popolare di Bari sui conti «taroccati» e l'aiuto di Bankitalia.

«Quando sono arrivato la prima volta c’era un signore coi capelli bianchi a capo della pianificazione e controllo, a cui chiesi di vedere i dati delle filiali. Tutti truccati. Truccavate persino i conti economici delle filiali. Taroccati». Le parole sono quelle di Vincenzo De Bustis, ad della Popolare di Bari che si rivolgeva a Gianvito Giannelli, presidente, in una riunione del 10 dicembre scorso. La conversazione è contenuta in un file audio pubblicato da Fanpage.it. «È stato veramente irresponsabile quello che è successo negli ultimi tre, quattro anni. Questa banca è un esempio di scuola di cattivo management, irresponsabile, esaltato».

GIANNELLI: «ABBIAMO IL SOSTEGNO DI GOVERNO E BANKITALIA»

Nella registrazione si sente anche l’intervento di Giannelli, in particolare per quanto riguarda il salvataggio: «Non c’è rischio di commissariamento. C’è un piano industriale serio che prevede gli interventi di investitori istituzionali, una parte pubblica e una parte privata, cioè il Fondo interbancario, con un percorso light, non stiamo parlando di Genova, passata per il commissariamento, e meno che mai delle banche venete». «Abbiamo iniziato un percorso di messa in sicurezza della banca, un percorso ufficiale che è assistito dalla vigilanza in tutti i suoi passaggi. Sarà un percorso molto breve per i primi passaggi che si chiuderà prima di Natale», assicurava Giannelli.

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Doping, Iannone sospeso per steroidi anabolizzanti

Il pilota di Vasto è risultato positivo al test effettuato in occasione del Gran Premio di Malesia dello scorso 3 novembre. Potrà chiedere le controanalisi.

Il pilota di Motogp Andrea Iannone è stato sospeso dalla Federazione internazionale di motociclismo perché risultato positivo a un controllo antidoping. In un campione delle sue urine sono state trovate tracce di steroidi anabolizzanti.

IL TEST EFFETTUATO NEL CORSO DEL GP DI MALESIA

La decisione di sospendere provvisoriamente Iannone – si legge sul sito della Fmi – «si è resa obbligatoria a seguito della ricezione di un rapporto del laboratorio accreditato Wada di Kreischa (Germania) che indica un risultato analitico avverso di una sostanza non specificata ai sensi della Sezione 1.1.a) Steroidi androgeni anabolizzanti esogen dell’elenco vietato del 2019», in un campione di urina durante un test effettuato in occasione del MotoGp di Malesia a Sepang, il 3 novembre 2019. Ora Iannone potrà chiedere le controanalisi.

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In Francia nuova giornata di proteste contro la riforma delle pensioni

Alta tensione a Parigi, dov'è prevista la presenza di 70 mila persone nel corteo. Si temono gilet gialli e black bloc. Code per 300 chilometri intorno alla capitale.

La Francia si appresta a vivere un’altra giornata all’insegna del caos. Martedì 17 dicembre è infatti in programma intanto una nuova manifestazione contro la riforma delle pensioni varata dal presidente Emmanuel Macron, la quarta se si conta anche quella praticamente passata inosservata di giovedì 12. Di fatto si tratta del terzo appuntamento, col quale il sindacato punta per mostrare i muscoli alla vigilia della possibile apertura di un tavolo cruciale. Con Laurent Berger, il leader della sigla riformista Cfdt apertamente contrario allo sciopero aoltranza durante le feste.

CODE DI 300 CHILOMETRI ATTORNO ALLA CAPITALE

Per ora sono 300 i chilometri coda nell’area che circonda Parigi. Come riporta l’emittente Bfm tv, l’accesso alla capitale è particolarmente complicato con ingorghi e rallentamenti sulla tangenziale e anche verso gli aeroporti. Nella manifestazione prevista nella capitale, dalle 13.30, sono attesi tra i 400 e 600 ‘disturbatori’. Le autorità temono la presenza di elementi radicali dei gilet gialli e di estrema sinistra, con la prefettura prevede la presenza di oltre 70 mila manifestanti.

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In Francia nuova giornata di proteste contro la riforma delle pensioni

Alta tensione a Parigi, dov'è prevista la presenza di 70 mila persone nel corteo. Si temono gilet gialli e black bloc. Code per 300 chilometri intorno alla capitale.

La Francia si appresta a vivere un’altra giornata all’insegna del caos. Martedì 17 dicembre è infatti in programma intanto una nuova manifestazione contro la riforma delle pensioni varata dal presidente Emmanuel Macron, la quarta se si conta anche quella praticamente passata inosservata di giovedì 12. Di fatto si tratta del terzo appuntamento, col quale il sindacato punta per mostrare i muscoli alla vigilia della possibile apertura di un tavolo cruciale. Con Laurent Berger, il leader della sigla riformista Cfdt apertamente contrario allo sciopero aoltranza durante le feste.

CODE DI 300 CHILOMETRI ATTORNO ALLA CAPITALE

Per ora sono 300 i chilometri coda nell’area che circonda Parigi. Come riporta l’emittente Bfm tv, l’accesso alla capitale è particolarmente complicato con ingorghi e rallentamenti sulla tangenziale e anche verso gli aeroporti. Nella manifestazione prevista nella capitale, dalle 13.30, sono attesi tra i 400 e 600 ‘disturbatori’. Le autorità temono la presenza di elementi radicali dei gilet gialli e di estrema sinistra, con la prefettura prevede la presenza di oltre 70 mila manifestanti.

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Cosa c’è dietro allo stop della produzione di 737 Max da parte di Boeing

Il colosso americano ha deciso di bloccare tutto da gennaio 2020. Pesano le mancate autorizzazioni al volo dopo gli incidenti della Lion Air e Ethiopian Airlines. E il titolo crolla in borsa.

Nuova grana per Boeing. I tempi per il ritorno in volo del 737 Max si allungano e costringono il colosso dell’aviazione a una sospensione della produzione del velivolo, a terra da mesi dopo due incidenti mortali che hanno causato 346 vittime. Non è chiaro quanto durerà lo stop: l’unica certezza è che scatterà in gennaio 2020.

AEREI PRODOTTI ANCHE DOPO LO STOP DELLE AUTORITÀ MODNIALI

L’annuncio ha affondato i titoli Boeing che, in una giornata record per Wall Street, sono arrivati a perdere l’1% nelle contrattazioni after hours dopo aver chiuso la seduta in calo del 4,92%. Al momento lo stop non si tradurrà in alcun taglio della forza lavoro. «Il ritorno in servizio del 737 Max in sicurezza resta la nostra priorità», ha affermato la società in una nota. Lo stop temporaneo segue il taglio di un quinto della produzione deciso lo scorso aprile. Boeing ha continuato a produrre 40 aerei 737 Max al mese da marzo, quando le autorità mondiali hanno deciso la messa a terra del velivolo. Ora però la società è costretta a una mossa più estrema in seguito all’incertezza per un ritorno nei cieli del velivolo.

INCERTI I TEMPI PER UN RITORNO AL VOLO

Inizialmente la messa a terra del velivolo sembrava essere destinata a durare un periodo limitato. Ma è da marzo che il 737 Max non vola, e non è chiaro quando e se potrà tornare a volare. Di sicuro, secondo le indicazioni delle autorità americane, nessuna certificazione sarà rilasciata prima degli inizi del 2020. Potrebbe essere gennaio o febbraio. American Airlines non prevede un ritorno in volo prima di marzo. La Federal Administration Aviation non si sbilancia sui tempi, consapevole che la posta in gioco è alta: l’agenzia federale è stata travolta dalla critiche per il 737 Max e per il processo di certificazione attuato. E le rilevazioni delle ultime settimane hanno complicato ulteriormente la posizione della Faa. Secondo indiscrezioni, l’agenzia sapeva già dopo il primo incidente della Lion Air che l’aereo era a rischio ma nonostante questo non è intervenuta. E non lo ha fatto fino all’incidente dell’Ethiopian Airlines.

GLI EFFETTI DELLO STOP SUI CONTI DI BOEING

Per Boeing una sospensione della produzione rappresenta un duro colpo a uno dei suoi modelli di punta: sono 383 i 737 Max a terra da marzo e sono 400 quelli pronti per la consegna ma che sono stati bloccati. E di un colpo costoso: la società ha già visto calare il proprio utile di 5,6 miliardi di dollari per compensare i clienti e ha previsto ulteriori 3,6 miliardi di dollari di costi per il programma 737. La sospensione della produzione potrebbe aumentare la pressione sull’amministratore delegato, Dennis Muilenburg, al quale è già stato strappato il titolo di presidente. Ma lo stop preoccupa anche l’economia americana per la quale Boeing, il maggiore esportatore manifatturiero statunitense, e la sua produzione rappresentano un motore importante. L’incapacità di Boeing di consegnare i velivoli da marzo ha già avuto ripercussioni negative sul deficit commerciale americano.

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Cosa c’è dietro allo stop della produzione di 737 Max da parte di Boeing

Il colosso americano ha deciso di bloccare tutto da gennaio 2020. Pesano le mancate autorizzazioni al volo dopo gli incidenti della Lion Air e Ethiopian Airlines. E il titolo crolla in borsa.

Nuova grana per Boeing. I tempi per il ritorno in volo del 737 Max si allungano e costringono il colosso dell’aviazione a una sospensione della produzione del velivolo, a terra da mesi dopo due incidenti mortali che hanno causato 346 vittime. Non è chiaro quanto durerà lo stop: l’unica certezza è che scatterà in gennaio 2020.

AEREI PRODOTTI ANCHE DOPO LO STOP DELLE AUTORITÀ MODNIALI

L’annuncio ha affondato i titoli Boeing che, in una giornata record per Wall Street, sono arrivati a perdere l’1% nelle contrattazioni after hours dopo aver chiuso la seduta in calo del 4,92%. Al momento lo stop non si tradurrà in alcun taglio della forza lavoro. «Il ritorno in servizio del 737 Max in sicurezza resta la nostra priorità», ha affermato la società in una nota. Lo stop temporaneo segue il taglio di un quinto della produzione deciso lo scorso aprile. Boeing ha continuato a produrre 40 aerei 737 Max al mese da marzo, quando le autorità mondiali hanno deciso la messa a terra del velivolo. Ora però la società è costretta a una mossa più estrema in seguito all’incertezza per un ritorno nei cieli del velivolo.

INCERTI I TEMPI PER UN RITORNO AL VOLO

Inizialmente la messa a terra del velivolo sembrava essere destinata a durare un periodo limitato. Ma è da marzo che il 737 Max non vola, e non è chiaro quando e se potrà tornare a volare. Di sicuro, secondo le indicazioni delle autorità americane, nessuna certificazione sarà rilasciata prima degli inizi del 2020. Potrebbe essere gennaio o febbraio. American Airlines non prevede un ritorno in volo prima di marzo. La Federal Administration Aviation non si sbilancia sui tempi, consapevole che la posta in gioco è alta: l’agenzia federale è stata travolta dalla critiche per il 737 Max e per il processo di certificazione attuato. E le rilevazioni delle ultime settimane hanno complicato ulteriormente la posizione della Faa. Secondo indiscrezioni, l’agenzia sapeva già dopo il primo incidente della Lion Air che l’aereo era a rischio ma nonostante questo non è intervenuta. E non lo ha fatto fino all’incidente dell’Ethiopian Airlines.

GLI EFFETTI DELLO STOP SUI CONTI DI BOEING

Per Boeing una sospensione della produzione rappresenta un duro colpo a uno dei suoi modelli di punta: sono 383 i 737 Max a terra da marzo e sono 400 quelli pronti per la consegna ma che sono stati bloccati. E di un colpo costoso: la società ha già visto calare il proprio utile di 5,6 miliardi di dollari per compensare i clienti e ha previsto ulteriori 3,6 miliardi di dollari di costi per il programma 737. La sospensione della produzione potrebbe aumentare la pressione sull’amministratore delegato, Dennis Muilenburg, al quale è già stato strappato il titolo di presidente. Ma lo stop preoccupa anche l’economia americana per la quale Boeing, il maggiore esportatore manifatturiero statunitense, e la sua produzione rappresentano un motore importante. L’incapacità di Boeing di consegnare i velivoli da marzo ha già avuto ripercussioni negative sul deficit commerciale americano.

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