I fondatori di Google Page e Brin lasciano il controllo di Alphabet a Sundar Pichai

I creatori del motore di ricerca più usato al mondo hanno deciso di fare un passo indietro cedendo tutto all'attuale Ceo. I due manterranno il posto nel cda ma non avranno più voce in capitolo sulle strategie del gruppo.

Svolta storica per “Big G.” Larry Page e Sergey Brin, storici fondatori di Google, hanno deciso di lasciare la guida di Alphabet, Page era il Ceo mentre Brin ricopriva la carica di presidente. I due creatori del motore di ricerca più famoso del mondo hanno deciso di fare un passo indietro dopo la ristrutturazione societaria di quattro anni fa, cedendo il potere all’attuale amministratore delegato di Google Sundar Pichai. Secondo quanto scrive The Verge i due rimarranno comunque nella società e conserveranno i loro posti nel consiglio di amministrazione, ma non avranno più voce in capitolo nella gestione del gruppo.

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Revocato l’obbligo di dimora al sindaco di Bibbiano

Andrea Carletti, secondo i giudici della Cassazione, non poteva nemmeno essere arrestato. Caduta l'ultima misura di custodia cautelare. Ora l'esponente del Pd potrà affrontare il processo a piede libero.

La Cassazione ha revocato l’obbligo di dimora nei confronti di Andrea Carletti, il sindaco di Bibbiano appartenente al Partito democratico indagato nell’inchiesta Angeli e Demoni, con al centro il presunto sistema di affidi illeciti scoppiato in provincia di Reggio-Emilia. A giugno Carletti era stato arrestato, a distanza di sei mesi è tornato completamente libero, con la caduta dell’ultima misura di custodia cautelare cui era stato sottoposto. La motivazioni dei giudici non sono state ancora pubblicate, ma la Cassazione avrebbe deciso per la revoca sentenziando che non sussistevano le condizioni per l’arresto

Carletti, difeso dagli avvocati Giovanni Tarquini e Vittorio Manes, aveva fatto ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame del 20 settembre, che aveva revocato gli arresti domiciliari ma aveva applicato al sindaco l’obbligo di dimora nella sua casa di Albinea, sempre in provincia di Reggio-Emilia. Il primo cittadino, sospeso dal suo ruolo su decisione del prefetto e autosospesosi anche dal Pd, è accusato di abuso d’ufficio e falso in relazione alle pratiche riguardanti alcuni locali destinati alla gestione dei minori coinvolti nello scandalo.

Ora potrà affrontare a piede libero il processo, assieme agli altri 28 indagati. Per la metà di dicembre è prevista la chiusura delle indagini preliminari. «Esprimiamo soddisfazione, ma con cautela al tempo stesso in vista del processo», si sono limitati a dire i legali di Carletti.

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Perché Kamala Harris ha lasciato le primarie dem

La senatrice della California ha lasciato la corsa verso le presidenziali. Negli ultimi mesi sondaggi in calo. Tra le motivazioni per l'addio la mancanza di fondi.

La campagna elettorale americana perde una stella che ha brillato per troppo poco tempo: la senatrice dem californiana Kamala Harris, 55 anni, definita da molti “l’Obama donna”, ha annunciato a sorpresa il suo ritiro. Per mancanza di fondi, come lei stessa ha spiegato, anche se questa non sembra l’unica ragione.

«Ho fatto il punto ed esaminato la situazione da tutti gli angoli e negli ultimi giorni sono arrivata ad una delle decisioni più difficili della mia vita: la mia campagna semplicemente non conta sulle risorse finanziarie necessarie di cui abbiamo bisogno per continuare», ha scritto in una mail. Poi l’annuncio su Twitter, con il monito che «continuerò a combattere ogni giorno per gli obiettivi di questa campagna: giustizia per la gente. Tutta la gente».

E pensare che nelle prime 24 ore dopo l’annuncio della sua candidatura, lo scorso 21 gennaio, aveva raccolto 1,5 milioni di dollari, superando per numero di contributi online il record di Bernie Sanders nella precedenza campagna. Segno dell’entusiasmo che aveva acceso nella base dem, scalando lentamente i sondaggi, col sogno di diventare la prima donna, peraltro di colore, a infrangere quel soffitto che Hillary Clinton aveva solo sfiorato.

INUTILE LA PARTENZA A RAZZO NEL PRIMO DIBATTITO DEM

La senatrice, una delle più acerrime nemiche di Donald Trump, soprattutto sul fronte dell’immigrazione, aveva fatto il grande balzo a fine giugno, dopo il primo dibattito dem in cui aveva attaccato Joe Biden per essersi vantato di aver collaborato in passato con alcuni senatori segregazionisti. La candidata era salita sul podio dei sondaggi, terza dopo Biden e Sanders. Sembrava il suo momento, ma non è durato. La senatrice ha perso terreno in estate finendo prima nel gruppo intermedio e poi tra i fanalini di coda, lasciando suo malgrado il testimone ad un’altra donna: la senatrice Elizabeth Warren, da alcuni mesi tra i frontrunner.

I LIMITI DELLA CANDIDATURA

Eppure Harris sembrava avere tutte le carte in regola per arrivare sino in fondo alla corsa. Figlia di immigrati (indo-americana la madre, giamaicano il padre), è stata il primo attorney generale donna in California e la sua età ne faceva il ponte ideale tra la generazione dei candidati più anziani e di quelli più giovani. Ma la sua energia e la sua piattaforma progressista (senza i radicalismi della Warren) non si è tradotta in una candidatura solida, scontrandosi anche con le carenze organizzative e strategiche di una campagna presieduta dalla sorella.

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Nuovi concorsi per la scuola per 50 mila nuove assunzioni

In arrivo un bando ordinario e uno straordinario e poi una mobilità volontaria per chi è nelle graduatorie di merito. E una seleizione per i prof di religione.

Un concorso ordinario e uno straordinario per l’assunzione di quasi 50 mila docenti, un nuovo concorso per gli insegnanti di religione cattolica dopo 15 anni dall’ultimo, riapertura delle graduatorie di terza fascia, esclusione della rilevazione delle impronte per certificare la presenza dei presidi e del personale ausiliario. Queste e altre novità sono contenute nell’approvazione del decreto legge in materia di reclutamento del personale scolastico e degli enti di ricerca avvenuta alla Camera. Il testo passa all’esame del Senato.

I CONCORSI

Nello specifico, viene ampliata la platea di coloro che potranno partecipare al concorso straordinario per l’assunzione di 24.000 insegnanti: possono candidarsi adesso sia i docenti che abbiano maturato servizio nei percorsi di Istruzione e formazione professionale (IeFP), sia coloro che abbiano effettuato una delle tre annualità richieste dall’anno scolastico 2008/2009, sia chi sta svolgendo nell’anno in corso la terza annualità di servizio. Inoltre, viene inserito il coding tra le metodologie didattiche da acquisire nell’ambito dei crediti formativi o durante il periodo di formazione e prova legato al concorso. Vengono poi riaperte le graduatorie di terza fascia con proroga fino all’anno scolastico 2022/2023. Oltre al concorso straordinario, verrà poi bandito un concorso ordinario.

LE GRADUATORIE

Arriva una mobilità volontaria per quei docenti presenti nelle Graduatorie di Merito degli ultimi concorsi, che potranno così spostarsi (in coda a chi è già in quella regione) in regioni dove c’è possibilità di essere assunti in tempi più brevi. Le graduatorie di istituto si trasformano in graduatorie provinciali; i soggetti inseriti in queste graduatorie dovranno comunque indicare un massimo di 20 scuole.

I DIRIGENTI SCOLASTICI

Viene abolita la norma che prevedeva l’obbligo di rilevare la presenza dei dirigenti e del personale Ata con impronte biometriche. Saranno inoltre assunti 146 ispettori; la procedura di internalizzazione dei servizi di pulizia è stata articolata meglio: per i cosiddetti ex Lsu, si stabilisce una proroga tecnica di due mesi per consentirne la stabilizzazione.

I PROF DI RELIGIONE

Dopo quindici anni dal precedente, arriva un concorso per insegnanti di religione cattolica; la quota riservata al personale in servizio da più di tre anni è del 50%.

NUOVI PROF PER QUOTA 100

Si prevede di recuperare oltre 9.000 cattedre dai pensionamenti avvenuti con quota 100, dando più insegnanti stabili al sistema. Sono cattedre che andranno a chi ne aveva diritto: docenti che si trovano nelle graduatorie a esaurimento, vincitori e idonei di concorso.

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Di Maio fa il pompiere sul Mes

Il leader del M5s dopo il gelo con il premier: «Ho sentito Conte e siamo in piena sintonia». Ma l'asse con Di Battista preoccupa il Pd. Occhi puntati sul ministro Gualtieri, che all'Eurogruppo tratterà modifiche alla riforma del fondo salva-Stati.

Negoziare all’Eurogruppo e con i leader europei, ottenere almeno un rinvio della firma del Meccanismo europeo di stabilità. Per raffreddare gli animi in Senato ed evitare che l’11 dicembre una spaccatura della maggioranza apra una crisi politica. Il rischio c’è, affermano dal Pd, anche perché il gruppo M5s è spaccato e imprevedibile. In più, preoccupa l’asse di Luigi Di Maio con Alessandro Di Battista contro la riforma del fondo salva-Stati: «Il M5s è l’ago della bilancia, decidiamo noi». Il ministro degli Esteri invia un segnale distensivo: «Conte l’ho sentito due ore fa e siamo in piena sintonia, sia sul Mes sia sul tema della prescrizione», ha detto a Di Martedì su La7. Ma i dem non si fidano e le fibrillazioni preoccupano anche Italia viva.

Nelle prossime ore gli occhi saranno tutti puntati sul ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che all’Eurogruppo tratterà con gli alleati europei sul Mes. In discussione non c’è l’impianto del Meccanismo, ma regolamenti secondari ancora oggetto di negoziato. In più, in una “logica di pacchetto”, si avvierà la trattativa sull’Unione bancaria, che è ancora a una prima stesura: il ministro, come più volte affermato, dirà che l’Italia si oppone al meccanismo – sostenuto dalla Germania ma per noi svantaggioso – che punta a ponderare i titoli di Stato detenuti dalle banche sulla base del rating dei singoli Paesi.

Anche Conte, nei suoi colloqui a margine del vertice Nato di Londra, discuterà del “pacchetto” europeo con gli altri leader, a partire da Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Ma è il fattore tempo quello su cui il governo spera di far leva, nell’immediato. La firma del Mes, anche per ragioni tecniche, non dovrebbe arrivare prima di febbraio. Da quel momento i singoli Paesi dovranno ratificare il trattato. La speranza è che i dubbi emersi anche in Francia e fattori come la crisi di governo a Malta possano spingere la lancetta un po’ più in là.

Negoziazioni nell’ambito del “pacchetto” Ue e rinvii saranno la leva sulla quale si cercherà di plasmare un’intesa di maggioranza sulla risoluzione che dovrà essere votata l’11 dicembre in Parlamento, alla vigilia della partecipazione di Conte al Consiglio europeo. Sono “legittime” diverse “sensibilità”, dichiara il premier cercando di placare gli animi e assicurando che “l’ultima parola spetta al Parlamento”: “Lavoriamo per rendere questo progetto utile agli interessi dell’Italia”. Conte e Di Maio si sentono al telefono, dopo il plateale gelo andato in scena in Aula alla Camera. “Nessuna contrapposizione”, “totale sintonia”: assicurano all’unisono.

Di Maio pone anche l’accento sulla “logica di pacchetto”, lasciando margini di manovra a chi lavora a una posizione comune di maggioranza. Sui social, però, rilancia l’asse con Alessandro Di Battista dichiarando che “M5s è ago della bilancia” e “chiede del tempo per fare delle modifiche”. Da Bruxelles incalza anche Matteo Salvini, che rilancia Mario Draghi come candidato al Colle e incalza il premier proprio sul Mes: “Il trattato non è emendabile, bisogna bloccarlo. Conte ha lo sguardo di chi ha paura e scappa”. Lega e Fdi non faranno sconti in Aula. Ed è in Aula che può scoppiare “l’incidente”. Perché, spiegano fonti Dem dal Senato, è impossibile prevedere i comportamenti dei senatori M5s (Paragone e Giarrusso già si sono smarcati): i “contiani” lavorano a un’intesa, ma basta una manciata di voti a far andare in minoranza il governo.

Di qui il pressing su Di Maio perché lavori per compattare le truppe su una posizione unica e chiara in asse con il governo. I Cinque stelle fanno sapere che stanno lavorando a una risoluzione di maggioranza, a partire dalle loro posizioni. “Decide Conte, non Di Maio”, avverte dal Pd Enzo Amendola. Come a dire: i Dem non sono disposti a cedimenti o a mettere veti sul trattato. Per chiudere, servirà probabilmente un nuovo vertice di maggioranza. Ma, come emerge da un incontro di Italia viva con Conte, i punti di divergenza sono tanti e il clima sempre più agitato.

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Il rapporto della Camera su Trump: «Abuso di potere: merita l’impeachment»

Il report della commissione intelligence accusa il presidente e parla di prove «schiaccianti»..

Donald Trump ha abusato del suo potere di presidente e per questo merita la procedura di impeachment. L’atteso rapporto della commissione di intelligence della Camera Usa sulla procedura di impeachment, la quarta portata avanti in 243 anni di storia americana, ha messo nero su bianco che il presidente degli Stati Uniti è colpevole di abuso di potere per aver fatto pressioni per l’intervento nella campagna elettorale americana di un Paese straniero e per di più ha cercato anche di ostacolare le indagini su di lui. «Sollecitando l’interferenza di un governo straniero per trarre vantaggio nella sua rielezione», si legge infatti nel report. E le prove della sua cattiva condotta sono «schiaccianti». Inoltre, è scritto, «Donald Trump ha ostruito l’indagine di impeachment».

DUE MESI DI INTERROGATORI E INDAGINI SULL’UCRAINAGATE

La conclusione del rapporto dei parlamentari statunitensi arriva nel pieno del vertice Nato a Londra, dove il presidente duella aspramente con Emmanuel Macron e gli alleati senza dimenticare il fronte interno: «È una bufala, penso che ciò che i Democratici hanno messo in scena sia molto antipatriottico», denuncia, attaccando come «pazzo e malato» il presidente della commissione Adam Schiff, che finora ha condotto le udienze. Il rapporto è il frutto di oltre due mesi di indagini e interrogatori sull’Ucrainagate, cioè le pressioni del presidente su Kiev perché indagasse sul suo rivale nella corsa alla Casa Bianca Joe Biden e suo figlio Hunter, che sedeva nel board della società energetica ucraina Burisma a 50 mila dollari al mese quando il padre gestiva la politica Usa in quel Paese. Pressioni alimentate con il blocco degli aiuti militari americani.

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Il vice di Abu Bakr al-Baghdadi è stato arrestato in Iraq

Le forze irachene hanno detto di aver fermato il numero due dell'Isis Abu Khaldoun nei pressi di Kirkuk.

La polizia irachena ha arrestato a Kirkuk Abu Khaldoun, considerato il numero due del capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi. La ‘Security media cell’ irachena ha diffuso un comunicato e una foto dell’arrestato, pubblicate da Al-Arabiya. «Aveva un documento falso con il nome Shalaan Obeid. Il criminale lavorava come vice di al-Baghdadi ed era il ‘pricipe’ della provincia di Salah al-Din» afferma la nota. Al-Baghdadi, capo dell’Isis dal 2014, è stato ucciso in un raid delle forze speciali Usa in Siria lo scorso ottobre.

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Tragedia di Rigopiano, raffica di archiviazioni

Escono definitivamente dall'inchiesta gli ex presidenti della Regione Abruzzo Luciano D'Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi. Il padre di una delle vittime: «Traditi dalla giustizia».

Raffica di archiviazioni nell’inchiesta sulla tragedia dell’Hotel Rigopiano, travolto il 18 gennaio 2017 da una valanga che ha provocato la morte di 29 persone. Il gip del Tribunale di Pescara, Nicola Colantonio, ha infatti prosciolto 22 indagati. Fra loro ci sono anche gli ex presidenti della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi, l’ex sottosegretaria alla Giustizia Federica Chiavaroli e la funzionaria della Protezione civile Tiziana Caputi.

L’archiviazione era stata chiesta dagli stessi inquirenti, il procuratore capo Massimiliano Serpi e il sostituto Andrea Papalia. Alcuni familiari delle vittime si erano opposti, ma il gip ha respinto i loro ricorsi sostenendo che «le risultanze investigative non permettono di sostenere l’accusa in giudizio».

Alessio Feniello, padre di una delle 29 vittime, ha commentato con amarezza: «Alla fine la colpa sarà di chi stava in hotel, di chi lavorava a Rigopiano e di chi c’è andato in vacanza. Per quanto riguarda me e la mia famiglia non ho parole, mi sento preso in giro». Per Feniello al dolore per la perdita si aggiunge la beffa: il genitore è stato infatti condannato a pagare una multa di 4.550 euro per aver violato i sigilli giudiziari, con l’intento di portare dei fiori nel luogo in cui era morto il figlio.

ESCONO DAL PROCESSO GLI ASSESSORI ALLA PROTEZIONE CIVILE

Oltre ai tre ex governatori, escono dal processo anche gli assessori regionali che si sono succeduti alla Protezione civile: Tommaso Ginoble, Daniela Stati, Mahmoud Srour, Gianfranco Giuliante e Mario Mazzocca; l’ex vice presidente della Regione Abruzzo Enrico Paolini; l’ex direttore generale della Regione Abruzzo Cristina Gerardis. Archiviate inoltre le posizioni di Giovanni Savini, direttore del Dipartimento di protezione civile per tre mesi nel 2014; Silvio Liberatore, responsabile della sala operativa della Protezione civile; Antonio Iovino, dirigente del servizio di Programmazione di attività della protezione civile; Vittorio Di Biase, direttore del Dipartimento opere pubbliche fino al 2015; Vincenzino Lupi, responsabile del 118.

PROSCIOLTA ANCHE LA FUNZIONARIA DELLA PREFETTURA

Prosciolta anche Daniela Acquaviva, funzionaria della Prefettura di Pescara nota per avere risposto telefonicamente al primo allarme lanciato telefonicamente dal ristoratore Quintino Marcella, la quale però resta imputata nel procedimento bis per depistaggio. Archiviazione, soltanto per alcune ipotesi di reato, per l’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo; per Andrea Marrone, consulente incaricato per adempiere le prescrizioni in materia di prevenzione infortuni; per Bruno Di Tommaso, legale responsabile della Gran Sasso Resort & Spa; e infine per Carlo Giovani, dirigente della Protezione civile.

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Dalle banche all’Ilva, l’autunno caldo delle vertenze

Non solo gli 8 mila esuberi annunciati da Unicredit. Sindacati sul piede di guerra per i possibili tagli in Alitalia e le crisi che riguardano Auchan, Whirlpool e La Perla.

Gli 8 mila esuberi annunciati da Unicredit nell’arco del piano 2020-2023 in Europa occidentale, di cui circa 5.500-6 mila dipendenti in Italia, sono solo gli ultimi di una serie di tagli, nel settore bancario e non solo, che il mercato del lavoro è chiamato a fronteggiare in realtà più o meno grandi e dislocate da Nord a Sud del Paese.

DALL’EX ILVA AD ALITALIA, SI RISCHIANO ALTRE MIGLIAIA DI ESUBERI

A questi si aggiunge, restando alle vertenze riesplose negli ultimi mesi, il rischio di altre migliaia di esuberi, a partire dall’ex Ilva fino ad Alitalia, sulle quali pendono come una spada di Damocle cifre altrettanto consistenti: casi in cui si è parlato di una possibile richiesta, finora mai ufficializzata, di 5 mila tagli. Segno di una situazione occupazionale in sofferenza, nonostante i passi verso la ripresa certificati dai dati più recenti, che allarma i lavoratori ed i sindacati e travolge rami e settori più disparati: non solo banche, grandi industrie e multinazionali.

NEL MIRINO DEI TAGLI ANCHE SUPERMERCATI ED ELETTRODOMESTICI

Nell’occhio del ciclone ci sono tagli che vanno dai supermercati al comparto degli elettrodomestici alla moda. E per far fronte ai quali è necessario mettere in campo, e rafforzare – è l’imperativo ricorrente dei sindacati -, gli ammortizzatori sociali. Insieme a una politica industriale. «Il tema del lavoro e della crescita è in caduta libera nel nostro Paese. Abbiamo 160 crisi aziendali aperte, ma non ne abbiamo una che sia stata risolta da due anni a questa parte», ammonisce la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan. È «la cartina di tornasole di un Paese fermo, bloccato, della mancanza di una strategia di politica industriale. Tutte le volte che ci sono ristrutturazioni si annunciano esuberi in tutti i settori. Ma la politica intanto parla e discute d’altro», attacca la leader della Cisl.

IN 400 RISCHIANO IL POSTO NELLO STABILIMENTO WHIRLPOOL

Vertenze che spesso non presentano differenze, se non nei numeri. Il piano industriale illustrato poco più di un mese fa da Conad per il salvataggio di Auchan prevede oltre 3 mila esuberi a cui vengono offerte «soluzioni occupazionali diverse», come i ricollocamenti presso la rete Conad o reti di terzi. Tra le ultime vertenze aperte quella dello stabilimento Whirlpool di Napoli, dove attualmente si producono lavatrici, e il futuro per i suoi oltre 400 dipendenti. O, solo per ricordare un altro caso recente, La Perla, lo storico marchio bolognese della lingerie, che nelle scorse settimane ha annunciato 126 esuberi.

TRE MANIFESTAZIONI INDETTE DAI SINDACATI

Una situazione allarmante, per i sindacati. Cgil, Cisl e Uil, proprio contro i licenziamenti, a sostegno dell’occupazione e delle vertenze aperte, per l’estensione degli ammortizzatori sociali e in generale per l’industria e il Mezzogiorno, saranno in piazza il 10 dicembre per la prima delle tre manifestazioni-assemblee nazionali che si svolgeranno a Roma, nell’ambito della settimana di mobilitazione indetta per sostenere la piattaforma unitaria, per la manovra in corso di approvazione sia in vista del prossimo Def. Le altre due iniziative in programma il 12 e il 17 dicembre, per chiedere il rinnovo dei contratti pubblici e privati e una riforma fiscale per una redistribuzione a vantaggio dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, per i quali i sindacati reclamano anche una «effettiva» rivalutazione degli assegni.

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La manovra slitta: in Aula al Senato lunedì 9 dicembre

Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia sul testo.

Slitta l’approdo della manovra nell’Aula del Senato, inizialmente previsto per il pomeriggio del 3 dicembre. La legge di bilancio, secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei capigruppo, arriverà a Palazzo Madama per l’inizio della discussione lunedì 9 a mezzogiorno. Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia.

Il ritardo potrebbe dipendere non solo dalle tensioni nella maggioranza sulla riforma del Mes, ma anche dalla necessità di trasferire in manovra il provvedimento urgente che riguarda Alitalia, necessario per sbloccare il prestito-ponte all’ex compagnia di bandiera.

La norma, infatti, non confluirà nel decreto fiscale, per evitare un ulteriore allungamento dei tempi della sua conversione in legge.

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