Il tribunale di Taranto dice no alla richiesta dei commissari dell'impianto di rimandare lo spegnimento. Resta il ricorso al tribunale del Riesame. Ma la strada per l'accordo con Arcelor è sempre più in salita.
Mentre governo e ArcelorMittal tentano di individuare un percorso condivisibile per arrivare a un nuovo accordo sul turnaround dell’ex Ilva, tutti gli stabilimenti dell’ultimo colosso siderurgico italiano, sono fermi per lo sciopero indetto dai sindacati. E una tegola arriva in serata: il tribunale di Taranto rigetta la richiesta di proroga per l’attività dell’Altoforno 2 avanzata dai commissari al tribunale di Taranto. Questo tradotto vuol dire il possibile inizio delle operazioni di fermata degli impianti dal 13 dicembre. Anche se c’è un ulteriore spiraglio: fare ricorso al Tribunale del riesame.
ADESIONE QUASI TOTALE ALLO SCIOPERO
Intanto lo sciopero proclamato da Fiom-Cgil, Fim–Cisl e Uilm ha ottenuto adesioni che in alcuni casi sono del 100%, con il 90% a Taranto e l’80% a Genova e Novi Ligure. Lo sciopero è iniziato alle 23 di ieri e si concluderà alle 7 di domani. Il messaggio dei sindacati a Governo e ArcelorMittal è sempre lo stesso «no esuberi». Mentre Confindustria Taranto chiede al Governo di prevedere una “No tax Area” per l’area di Taranto. Da parte del Governo, il ministro dell’economia Roberto Gualtieri, intercettato davanti a Palazzo Chigi assicura a chi ha manifestato a Taranto: che in manovra è stato «approvato un fondo apposito» per sostenere il piano di sviluppo di Taranto. Quanto all’Ilva, ha aggiunto: «Stiamo definendo un piano molto ambizioso per il rilancio di Ilva e delle acciaierie, nel segno della sostenibilità e del lavoro».
«LO STATO VUOLE POTER ENTRARE»
Il ministro Stefano Patuanelli ribadisce l’obiettivo del Governo di fare dell’Ilva di Taranto «il primo esempio europeo di una riconversione sostenibile del siderurgico. Lo stato vuole poter entrare nello stabilimento», ha aggiunto dai microfoni di Radiouno, «per controllare e garantire non solo la produzione ma anche le modalità di produzione e il rispetto dell’ambiente». Dal Governo i sindacati si aspettano «una decisione chiara e netta sul risanamento ambientale, sulla tutela e garanzia dei livelli occupazionali e la continuità produttiva. Con o senza ArcelorMittal», dice il segretario generale della Uilm Rocco Palombella. I sindacati non si fidano di ArcelorMittal perché, dicono, è gravemente inadempiente rispetto all’accordo del 2018, e al Governo chiedono «una linea chiara».
L’INCHIESTA SULLA MORTE DELL’OPERAIO NEL 2015
La ricerca di creare un percorso definito è l’impegno di questi giorni nei contatti quotidiani fra Mise-ArcelorMittal-Commissari e fra i due ministeri ai quali il premier Conte ha affidato il compito di trovare una soluzione che, sembra ormai acquisito, avrà una presenza dello Stato con una quota che permetta un controllo sull’effettiva realizzazione del piano. Il Piano di risanamento e sviluppo, che si sta delineando, avrà una rete di protezione occupazionale di almeno 5 anni e vedrebbe l’Ilva di Taranto come parte essenziale di un più ampio piano di rilancio della città e dell’area di Taranto. La decisione del Tribunale di Taranto sull’uso dell’Altoforno 2 arriva dopo una serie di sequestri e dissequestri nell’inchiesta sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella l’8 giugno 2015. I commissari chiedevano un anno di tempo per ottemperare alle prescrizioni di automazione del campo di colata. La decisione è del giudice Francesco Maccagnano, dinanzi al quale si svolge il processo sulla morte di Morricella, che si esprimerà tra l’11 e il 12 dicembre.
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La ristrutturazione legata alla fine delle licenze del lusso Lvmh, inclusa quella con Dior. Aperto un tavolo negoziale coi sindacati.
Un piano industriale ‘lacrime e sangue’ con 700 dei 2.600 dipendenti in Italia dichiarati in esubero. In pratica quasi un lavoratore su quattro. Safilo, il gruppo di occhialeria fondato nel 1934 da Guglielmo Tabacchi e dal 2009 controllato dal fondo olandese Hal, ha comunicato il suo nuovo piano quinquennale, che fa leva su una profonda trasformazione digitale e su un drammatico ridimensionamento delle attività italiane.
EFFETTO DELLO STOP A LICENZE DI LVMH
La fine “delle licenze del lusso Lvmh“, inclusa quella con Dior, rende “necessario” un “piano di riorganizzazione e ristrutturazione industriale” con “conseguente riallineamento delle proprie strutture” al “nuovo scenario produttivo che l’azienda si troverà presto a dover gestire”. Dopo il 2021 Safilo, che ha circa 6.700 dipendenti a livello globale, perderà infatti circa 200 milioni di ricavi legati alle licenze con il colosso del lusso francese, che produrrà direttamente i suoi occhiali attraverso The’lios, la joint-venture con Marcolin.
APERTO UN TAVOLO NEGOZIALE CON I SINDACATI
Safilo, che accumula ininterrottamente perdite dal 2015, ha subito «aperto un tavolo negoziale» con i sindacati «al fine di individuare tutti gli ammortizzatori sociali disponibili per limitare gli impatti» sui dipendenti. «Nonostante il tentativo di far emergere soluzioni alternative» il piano ha «un impatto su un numero significativo di persone» ha ammesso l’ad Angelo Trocchia, impegnandosi a cercare le soluzioni “migliori” e più «responsabili» per i lavoratori.
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Firmato il decreto attuativo per registrare le Disposizioni Anticipate di Trattamento. Speranza: «Ognuno ha una libertà di scelta in più».
Era
l’ultimo tassello ancora mancante: la Banca
dati nazionale per
le Disposizioni
Anticipate di Trattamento (Dat)
era l’anello cruciale per rendere finalmente operativa la legge sul Biotestamento.
Oggi, il ministro
della SaluteRobertoSperanza ne
ha firmato l’atteso decreto attuativo ed «ora la legge è
operativa». Una notizia accolta con favore dall’Associazione
Luca Coscioni,
che proprio per questo decreto aveva prima diffidato il ministero e
poi fatto ricorso al Tar
Lazio.
FIRMATO IL DECRETO SULLA BANCA DATI NAZIONALE
«Ho
appena firmato il decreto sulla
Banca dati nazionale per le Dat. Con questo atto la legge sul
Biotestamento approvata dal parlamento»,
ha affermato Speranza, «è pienamente operativa e ciascuno di noi ha
una libertà di scelta in più». La legge del 2017 sul
Biotestamento regolamenta infatti le scelte sul fine
vita,
stabilendo che in previsione di un’eventuale futura incapacità di
autodeterminarsi ci sia la possibilità per ogni persona di esprimere
le proprie volontà in
materia di trattamenti
sanitari,
nonché il consenso o il rifiuto su accertamenti diagnostici, scelte
terapeutiche e singoli trattamenti sanitari, inclusi l’alimentazione
e l’idratazione artificiali.
COME FUNZIONA LA BANCA DATI
Fondamentale
è però l’istituzione della Banca dati destinata alla registrazione
delle Dat, prevista per legge:
il decreto firmato oggi da Speranza definisce appunto i contenuti
informativi della
Banca dati, i soggetti che concorrono alla sua alimentazione,
le modalità di registrazione e
di messa a disposizione delle Dat, le garanzie e
le misure di sicurezza da adottare nel trattamento dei dati
personali,
le modalità e i livelli diversificati di accesso.
Il provvedimento ha concluso il previsto iter amministrativo che ha
visto, tra l’altro, l’acquisizione del parere del Garante
per la protezione dei dati personale,
l’intesa inConferenza
Stato-Regioni e
il previsto parere del Consiglio
di Stato.
La Banca dati verrà alimentata con le Dat raccolte dagli ufficiali
di stato civile dei comuni di residenza dei disponenti, dai notai e
dalle Regioni che abbiano, con proprio atto, regolamentato la
raccolta di copia delle
Dat. Anche i cittadini italiani residenti all’estero potranno far
pervenire la propria Dat alla banca
dati nazionale
attraverso le rappresentanze diplomatiche o consolari italiane
all’estero.
POTRANNO ACCEDERE SOLO I MEDICI CHE HANNO IN CURA IL PAZIENTE
Ma
chi potrà accedere alla Banca dati? Potranno farlo i medici che
hanno in cura il paziente in situazione di incapacità di autodeterminarsi,
il fiduciario (indicato dal medesimo disponente) ed il disponente
stesso, tramite identificazione con il Sistema
Pubblico di Identità Digitale (Spid)
che garantisce la sicurezza dell’accesso. Le Dat precedentemente
depositate presso Comuni,
notai e rappresentanze diplomatiche o consolari italiane all’estero
saranno acquisite nella banca dati nazionale entro sei mesi
dall’attivazione della stessa. L’intero sistema, dunque, dovrebbe
diventare operativo a breve, fati salvi i tempi tecnici necessari.
Proprio per la realizzazione della Banca
dati,
laLegge
di bilancio 2018
aveva stanziato 2 milioni di euro.
LE DAT IMMEDIATAMENTE CONSULTABILI
Le
Dat sono rinnovabili, modificabili e revocabili: «Le Dat depositate
presso Comuni o notai», spiega il segretario dell’Associazione
Coscioni Filomena Gallo,
«saranno finalmente immediatamente consultabili dai medici in caso
di bisogno, in qualsiasi struttura sanitaria del territorio
nazionale».
Per completare l’applicazione della legge 219/2017 sul Biotestamento,
conclude, «occorre però ora una grande campagna informativa a
favore dei cittadini».
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La tela è stata rinvenuta nell'intercapedine di una parete della Galleria d'arte moderna Ricci Oddi. L'ipotesi è che si tratti di "Ritratto di Signora", e che i ladri non l'abbiano mai recuperata.
Potrebbe essere stato ritrovato il dipinto di Gustav Klimt Ritratto di Signora rubato nel 1997 alla Galleria d’arte moderna Ricci Oddi di Piacenza. Durante i lavori di ripulitura di un’edera che copriva una parete esterna della stessa Galleria, si è scoperta un’intercapedine chiusa da uno sportello, all’interno della quale c’era un sacco, con dentro il quadro. Una prima expertise, a quanto si apprende, avrebbe confermato che si tratta dell’opera rubata, una delle più ricercate al mondo. Sono in corso ulteriori analisi per certificarne l’autenticità.
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Seicento primi cittadini in corteo a Milano per sostenere la senatrice sopravvissuta all'Olocausto. Da Gori ad Appendino, per la Lega c'è il responsabile degli enti locali Locatelli.
Seicento sindaci in marcia, con la fascia tricolore, in segno di solidarietà alla senatrice vittima dell’Olocausto Liliana Segre. È iniziato da piazza dei Mercanti, a Milano, il corteo di sostegno alla senatrice a vita sopravvissuta alla Shoah oggi sotto scorta per le ripetute minacce antisemite. Alla manifestazione, promossa dal sindaco di Milano Beppe Sala con il sindaco di Pesaro Matteo Ricci e organizzato da Anci, Ali e Upl, partecipano circa 600 sindaci in fascia tricolore delle grandi città ma anche delle medie e piccole amministrazioni, provenienti da tutta Italia e di diversi schieramenti politici.
Il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, la senatrice Liliana Segre e il sindaco di Milano Beppe Sala. ANSA/FLAVIO LO SCALZO
UNA MARCIA SENZA SIMBOLI E BANDIERE
La marcia, senza bandiere o simboli di partito, si è mossa verso Piazza Duomo, ha attraversato la Galleria Vittorio Emanuele per poi fermarsi in Piazza Scala, davanti Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, dove ha preso la parola la senatrice Segre, unico intervento previsto.
«CANCELLIAMO ODIO E INDIFFERENZA»
«C’è una grande musica in questa piazza, il tempio della musica oggi è all’aperto. Siamo qui per parlare di amore e non di odio. Lasciamo l’odio agli anonimi della tastiera», ha detto Segre, al termine della marcia dei sindaci ‘L’odio non ha futuro’. Poi, rivolta proprio ai primi cittadini ha dichiarato: «Voi avete una missione difficile e apprezzo tantissimo che per qualche ora abbiate voluto lasciare i vostri compiti per questa occasione. Il vostro impegno può essere decisivo per la trasmissione delle memoria». Nel passaggio finale, la senatrice ha detto: «Stasera non c’è indifferenza, ma c’è un’atmosfera di festa, cancelliamo tutti le parole odio e indifferenza e abbracciamoci in un catena umana che trovi empatia e amore nel profondo del nostro essere».
Il corteo di solidarietà a Liliana Segre passa nella Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, 10 dicembre 2019. ANSA/FLAVIO LO SCALZO
BELLA CIAO E APPLAUSI IN GALLERIA VITTORIO EMANUELE
Passando sotto la Galleria Vittorio Emanuele II, il corteo ha intonato Bella Ciao. Al passaggio del corteo le persone schierate ai lati della Galleria applaudono la senatrice a vita, affiancata dai sindaci di Milano e Pesaro, Giuseppe Sala e Matteo Ricci, e urlano il suo nome in segno di sostegno
DA APPENDINO A GORI, FINO AL RESPONSABILE ENTI LOCALI DELLA LEGA
Al corteo partecipano, tra gli altri, i sindaci di Milano Beppe Sala, di Torino Chiara Appendino, di Palermo Leoluca Orlando, di Bologna Virginio Merola, di Bari Antonio Decaro, di Parma Federico Pizzarotti e di Bergamo Giorgio Gori. In prima fila anche il responsabile enti locali della Lega, Stefano Locatelli, sindaco di Chiuduno (Bergamo). I sindaci reggono un striscione giallo con scritto «L’odio non ha futuro», titolo della manifestazione.
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L'addio dopo l'ultimo taglio dei compensi: «Il sistema deve creare condizioni di sostenibilità». Scarse tutele dei collaboratori, frettolosità per gareggiare coi social, informazione sempre più scadente: intervista sui mali di un settore in crisi.
Rinunciare a una collaborazione importante e prestigiosa per una questione di principio. Barbara D’Amico ha detto basta. Quando il Corriere della sera le ha tagliato il compenso per articolo per la seconda volta nel giro di poco tempo, ha deciso di dire addio, motivando la sua scelta con un lunghissimo thread sul suo profilo Twitter.
Da oggi interrompo la collaborazione con il Corriere della Sera e in particolare con la sezione per cui scrivo da anni, La Nuvola del Lavoro. Voglio spiegarvi bene le ragioni di questo stop
Non una questione meramente economica, tutt’altro. Perché sì, prendere 15 euro lordi a pezzo quando prima erano 40 è «lavorare quasi gratis», ma ciò che le ha fatto perdere la pazienza è stata l’assenza di comunicazione. Non le hanno detto nulla, l’ha scoperto ancora una volta a cose fatte, ad articoli scritti e pubblicati, all’atto di emettere la fattura.
«LA MIA È UNA STORIA DI LIBERA SCELTA»
Una storia fin troppo comune, ma nei suoi tweet non troverete mai la parola “sfruttamento”. «Sono una vera partita Iva, non una falsa, non ho il giornale che mi ha sfruttato per anni. La mia è una storia di libera scelta. Io ho detto “se non vi potete più permettere di finanziare il progetto non è un problema, basta che me lo diciate”».
Barbara D’Amico.
DOMANDA. La vita del freelance è dura. RISPOSTA. Sì, ma chiariamolo, il lavoro autonomo non è una cosa brutta, cattiva, che non va scelta. Anzi, io sono orgogliosa di essere freelance e voglio continuare a esserlo. Bisogna però capirsi sulla sostenibilità.
In che senso? La mattina mi sveglio e devo fare io le proposte. Oppure vengo chiamata per fare il mio lavoro. Va bene, bisogna però intendersi sui tempi e le modalità. Se si è chiari fin dall’inizio va benissimo, poi può certamente capitare l’elemento esterno che cambia le carte in tavola, ma non deve mai mancare il rapporto di rispetto reciproco. Anche comunicare come sono messe le cose è una forma di rispetto del lavoro altrui.
Invece a volte questo rispetto viene meno. Sì, e io ho deciso di fare la mia parte con un gesto di responsabilità e simbolico: quello di interrompere la collaborazione.
Perché l’ha fatto? Perché questo è un settore che si deve rendere conto che se ha bisogno di certe figure deve creare delle condizioni di sostenibilità.
Molti colleghi freelance sono nella stessa situazione ma non hanno il coraggio di dirlo
E come è andata? Bene. Ho
avuto una grande risposta, messaggi di colleghi freelance che mi
ringraziano perché sono nella stessa situazione ma non hanno il
coraggio di dirlo e tanti colleghi anche delle redazioni internet che
riconoscono lo stato delle cose. So che non è che da domani
alzeranno i compensi o cambieranno le cose, ma ho cercato di avviare
una riflessione.
Di chi è la colpa della situazione
attuale? Su Twitter i sovranisti dicono che è colpa
dell’euro, della svalutazione dei salari, tutte cose che non
c’entrano niente.
E allora dov’è il problema? È un problema di cultura del lavoro. Noi abbiamo un impianto normativo molto completo in Italia che già dovrebbe tutelare il lavoro, ma nella pratica non viene applicato e per farlo applicare bisogna andare in causa. E non credo che sia sempre lo strumento migliore, sebbene a volte sia indispensabile. Serve concertazione di tutti, corpi intermedi, aziende, editori, sedersi su un tavolo e capire cosa si vuole fare da grandi. Perché se l’informazione cala di qualità ci vanno a perdere tutti.
Se nessuno inizia a prendere delle responsabilità interne e continua a dare colpe esterne all’euro o a internet, non si va da nessuna parte
La colpa è solo degli editori? No,
tutta la filiera è colpita. Il punto vero è che se nessuno inizia a
prendere delle responsabilità interne e continua a dare colpe
esterne all’euro o a internet, non si va da nessuna parte. Bisogna
capire quali sono le disfunzionalità e agire.
I giornalisti freelance che responsabilità hanno? Quella di dire sì incondizionatamente a chiunque. Non c’è niente di male nel collaborare a pezzo, ma attenzione a prestarsi sempre e comunque. Ogni tanto se uno dice no, non succede niente e magari arrivano altre proposte.
A lei è successo? Sì. Ho ricevuto più proposte di lavoro negli ultimi due giorni che in sei mesi. Ci può essere una via d’uscita.
I sindacati tutelano più i giornalisti dipendenti che i freelance? Occupandomi di lavoro ho potuto vedere come lavorano i sindacati. La verità è che per tutelare chi è dentro ci sono gli strumenti, per chi è fuori sono molto più scarsi. Il lavoro autonomo non è regolato perché poggia su dei presupposti che sono in parte diversi, anche se le tutele dovrebbero essere uguali per tutti i lavoratori.
A oggi l’unica forma di tutela è una forma di rispetto reciproco, anche se mi rendo conto che sia utopico
E così ancora non è. È quello che si sta cercando di fare con lo Statuto del lavoro autonomo, che non sarà forte come lo Statuto dei lavoratori del 1970 ma è un primo passo. Sarebbe bello avere uno strumento che non mi costringa a scegliere tra il lavoro e la mia salute quando mi ammalo, e si sta andando in quella direzione. A oggi l’unica forma di tutela è una forma di rispetto reciproco, anche se mi rendo conto che sia utopico.
E come si può migliorare la situazione? Faccio un esempio. Per i rider, in Belgio, c’è una cooperativa che si chiama Smart che è andata dai grandi player del food delivery e ha detto che avrebbe contrattualizzato lei i rider. Le aziende avrebbero mantenuto il pagamento a consegna lasciando una piccola percentuale alla cooperativa per la previdenza e tutele. Questo modello è una strada. Ci sono anche oggettivi mutamenti di mercato che riguardano l’editoria, coi social e internet che stanno cambiando il contesto, bisogna saper affrontare dotandosi di strumenti.
Si parla tanto di equo compenso, si era anche raggiunto un accordo tempo fa. Dirò una cosa un po’ forte, ma secondo me l’equo compenso è già uno strumento un po’ superato, andava fatto tempo fa. Oggi il mondo si muove velocemente e non è più un problema di equo compenso. Non è inutile del tutto, sia chiaro, ci sono colleghi che prendono 2 o 3 euro al pezzo, ma il rischio è che nel momento in cui lo fai urti il sistema di formazione del prezzo e rischia di diventare un tetto salariale, non un minimo.
È proprio stupido pagare a pezzo. Noi non scriviamo e basta, noi ricerchiamo e verifichiamo. Il compenso deve essere fatto sul servizio
E cosa si dovrebbe fare? Coinvolgere
esperti di settore nella discussione per valutare pro ed effetti
collaterali, come si sta facendo col salario minimo, che potrebbe
fare da modello. Che poi il problema è alla base, è proprio stupido
pagare a pezzo. Noi non scriviamo e basta, quello è l’ultimo step di
un processo più lungo. Noi ricerchiamo e verifichiamo. Il compenso
deve essere fatto sul servizio, non a pezzo.
Si dice che manchino i lettori e che il settore sia in crisi per questo. Che ne pensa? Per me il lettore non ha colpe ed è imbarazzante dargliene. Anzi, la domanda di informazione è cresciuta, aziende come Facebook e Twitter ci campano sopra.
E allora cosa è successo? Che il settore giornalistico si è azzoppato da solo perché in molti casi ha abdicato al metodo giornalistico. Il lavoro del giornalista non è pubblicare cose, ma verificarle. Andare a rompere le scatole alla fonte, prendere informazioni, incrociarle, ricostruire i fatti.
Il giornalismo ha l’ansia di arrivare prima di uno strumento che non si può battere in velocità, quello dei social network
Una
cosa che si fa sempre meno. Perché
il giornalismo ha avuto paura di Twitter e dei social e, all’inizio
comprensibilmente, ha cominciato a scimmiottare la comunicazione
social per l’ansia di arrivare prima di uno strumento che non si può
battere in velocità. Si è prodotta un’informazione di scarsa
qualità, frettolosa. Ma se è lo stesso tipo di informazione che si
trova gratis online, perché il lettore dovrebbe pagarla?
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Era malato da tempo. Aveva 53 anni. Aveva cercato di accreditare con i malati una terapia contro le patologie neurodegenerative non riconosciuta efficace scientificamente.
Il guru di Stamina, Davide Vannoni è morto. Vannoni, inventore di una terapia con le cellule staminali per la cura delle malattie neuro degenerative mai riconosciuta come efficace a livello scientifico, è deceduto all’età di 53 anni. Malato da tempo, era ricoverato in ospedale. Proprio per il tentativo di accreditare ai malati la sua terapia, l’uomo era stato al centro di diversi procedimenti giudiziari.
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Ammalata di tumore al cervello dal 2002, la voce del duo svedese è scomparsa lunedì 9 dicembre.
Marie Fredriksson, la metà femminile del duo pop svedese Roxette, è morta all’età di 61 anni. Frederiksson formò i Roxette con Per Gessle nel 1986. I due pubblicarono il loro primo album lo stesso anno per poi raggiungere il successo internazionale alla fine degli anni ’80 e nei ’90. L’artista è morta lunedì «per le conseguenze di una lunga malattia». «È con grande dispiacere che dobbiamo informarvi della scomparsa di una delle più grandi e amate artiste», ha dichiarato la sua agenzia di management. Marie Fredriksson si ammalò nel 2002 e le fu diagnosticato un tumore cerebrale.
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Al presidente statunitense sono contestati l'abuso di potere e l'ostruzione al Congresso. Entro il 15 dicembre il voto in commissione Giusizia, la settimana successiva quello alla Camera. Ma lo scoglio principale è il Senato.
Abuso di potere e ostruzione al Congresso: sono questi i due “articoli” che saranno messi al voto per l’impeachment del presidente statunitense Donald Trumpnella vicenda dell’Ucrainagate. Lo ha annunciato il presidente della commissione Giustizia Jerrold Nadler, sostenendo che il presidente ha messo se stesso davanti al Paese minacciandone la sicurezza, corrompendo le elezioni e violando la costituzione. Secondo l’accusa, Trump avrebbe fatto pressioni su Kiev affinché venissero avviate indagini su Hunter Biden, figlio di Joe, candidato democratico alle prossime elezioni. L’obiettivo di Trump, che a queste indagini avrebbe condizionato gli aiuti militari Usa all’Ucraina, sarebbe stato quello di danneggiare il suo maggior rivale al voto del 2020.
SCHIFF (COMMISSIONE INTELLIGENCE): «CI SONO PROVE SCHIACCIANTI»
Gli articoli contestati al presidente Usa sono stati annunciati in una conferenza stampa a Capitol Hill introdotta dalla speaker Nancy Pelosi, che ha parlato di un «giorno solenne». «Il presidente Trump ha usato il potere del suo ruolo contro un Paese straniero per corrompere le nostre prossime elezioni», ha poi rincarato la dose Pelosi via Twitter, «è una continua minaccia per la nostra democrazia e la nostra sicurezza nazionale».
The President used the power of his office against a foreign country to corrupt our upcoming elections. He is a continuing threat to our democracy and national security. At 9 am ET, the House will announce our intent to #DefendOurDemocracy. https://t.co/rFd2fqW3Qv
Alla conferenza stampa erano presenti anche i presidenti delle altre cinque commissioni della Camera che hanno partecipato all’indagine di impeachment, tra cui Adam Schiff (commissione Intelligence), che ha ripercorso le fasi della vicenda dicendo che contro Trump «sono emerse prove schiaccianti». Di tutt’altro avviso la Casa Bianca, che in una nota ha commentato: «Non c’è alcuna prova di illeciti da parte del presidente. L’impeachment è un’ingiustizia e un inganno senza precedenti».
SUBITO IL VOTO IN COMMISSIONE, ENTRO NATALE QUELLO ALLA CAMERA
Dopo un dibattito interno non esente da contrasti, i dem hanno quindi deciso di limitare le accuse all’Ucrainagate, rinunciando a contestare l’ostruzione alla giustizia con gli episodi evidenziati nel rapporto Mueller sul Russiagate. La commissione Giustizia della Camera si riunirà ora entro il 15 dicembre per votare gli articoli dell’impeachment. Poi ci sarà il voto alla Camera in sessione plenaria, probabilmente entro Natale. Voto che dovrebbe passare. Più difficile, invece, quello decisivo al Senato, dove servono i voti favorevoli dei due terzi dell’Aula, a maggioranza repubblicana.
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Fanno discutere le parole del rappresentante romano del movimento: «Per ora nessun paletto, in piazza può venire chiunque». Ma un comunicato precisa: «Non abbiamo bandiere, ma siamo e resteremo antifascisti».
Se il pubblico endorsement di Francesca Pascale aveva già creato qualche grattacapo alle Sardine, ora a far discutere ci si è messa anche l’intervista rilasciata dal rappresentante romano del movimento al Fatto Quotidiano, nel corso della quale ha trovato spazio una sostanziale apertura a qualsiasi forma di rappresentanza, anche a formazioni di estrema destra come CasaPound. A parlare è stato Stephen Ogongo, leader dell’ala romana del movimento nato a Bologna il mese scorso.
«SIAMO E RESTEREMO ANTIFASCISTI»
Alla domanda sui «paletti» che le Sardine dovrebbero mettere all’ingresso del loro movimento, Ogongo ha risposto: «Quelli li metteremo se, e quando, ci daremo un’identità politica. Per ora è ammesso chiunque, pure uno di CasaPound va benissimo. Basta che in piazza scenda come Sardina». Il movimento, con un post apparso sulla sua pagina Facebook, ha immediatamente provato a correggere il tiro, intendendo il senso delle parole di Ogongo come una forzatura giornalistica. «Le piazze delle Sardine si sono fin da subito dichiarate antifasciste e intendono rimanerlo. Nessuna apertura a CasaPound, né a Forza Nuova. Né ora né mai».
«IL LINGUAGGIO POLITICO DI CERTA DESTRA HA PASSATO IL SEGNO»
«In merito all’articolo del Fatto Quotidiano», si legge in una nota, «sentiamo la necessità di fare alcune precisazioni. Non possiamo chiedere a ognuno dei partecipanti alla nostra piazza la fede politica, è una piazza libera e accogliente, non mettiamo paletti, non cacciamo nessuno. Essere senza bandiere non significa essere privi di idee e di coscienza politica. Sappiamo che piazza San Giovanni fa gola a molti. Ma ribadiamo con forza che l’invito è rivolto a chi crede che il linguaggio politico di una certa destra abbia passato il segno. A chi è stanco di stare a guardare dalla comodità del proprio divano».
CASAPOUND: «PRONTI AD ANDARE SE CI INVITANO»
CasaPound non si è fatta sfuggire l’occasione per provare a cavalcare il caso a proprio favore. «Le Sardine ci invitano in piazza? Ci andiamo ma non canteremo di certo Bella Ciao», ha risposto suTwitter il leader Simone Di Stefano. «Parliamo di idee, mutuo sociale, una nuova Iri, come aumentare i salari come mettere le banche sotto il controllo dello Stato, come far circolare e aumentare la ricchezza della nostra nazione».
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