L’indagine sulle presunte spese pazze di Mifsud

Il misterioso docente maltese, coinvolto nel Russiagate, è finito sotto la lente per un buco di decine di migliaia di euro. Viaggi e telefonini: gli acquisti nel mirino della procura di Agrigento.

La procura di Agrigento indaga sulle presunte spese pazze di Joseph Mifsud, il misterioso docente maltese coinvolto nel Russiagate, scomparso dai radar da fine 2017, che per alcuni anni è stato presidente del Consorzio universitario della Città dei Templi. I reati ipotizzati nel fascicolo sono, al momento, truffa e abuso d’ufficio. Le indagini sono state avviate dopo che il presidente facente funzioni del Consorzio universitario, Giovanni Di Maida, ha scoperto un “buco” di 100, forse 200 mila euro, e ha presentato un esposto alla Guardia di finanza. Gli ammanchi sarebbero dovuti a spese compiute da Mifsud – per viaggi all’estero, acquisto di telefonini, ma anche bollette telefoniche da 4 mila euro – nel periodo in cui è stato presidente del Consorzio universitario di Agrigento – dal 2009 al 2012 – su indicazione dell’allora presidente della Provincia Eugenio D’Orsi.

SEQUESTRATI CENTINAIA DI DOCUMENTI

Solo nel 2010, con la carta di credito, Mifsud avrebbe fatto spese, secondo l’esposto, per 35.369 euro; 6.090 euro, invece, nel 2011 quando la carta di credito utilizzata venne sospesa però da maggio a settembre. Mifsud di recente è stato anche condannato dalla Corte dei Conti di Palermo a risarcire un danno erariale alla provincia di Agrigento. La Guardia di finanza della città siciliana ha già sequestrato centinaia di documenti sulle presunte spese pazze sostenute da Mifsud mentre era a capo dell’università. Documenti, bollette telefoniche, biglietti aerei, bolle di acquisto di telefoni cellulari e molto altro. Carte che documenterebbero i ripetuti viaggi in Russia, ma anche a Malta, Usa, Inghilterra, Libia, Libano.

IL RUOLO DI MIFSUD NEL RUSSIAGATE

Mifsud, di cui non si hanno più notizie da ottobre 2017, è colui che a Roma nel 2016 avvicinò uno dei consulenti di Donald Trump parlandogli delle email compromettenti di Hillary Clinton nelle mani dei russi, inducendo poi l’Fbi ad aprire l’indagine sul Russiagate. Indagine che il presidente Usa ritiene un complotto tramato dall’amministrazione Obama, con la complicità di qualche servizio occidentale, per ostacolare nel 2016 la sua corsa e costruire collusioni del suo staff con la Russia. L’amministrazione Trump ha avviato una controinchiesta sulle origini del Russiagate, che da amministrativa e diventata ora penale, affidata a John Durham, procuratore federale, sotto la supervisione del ministro della Giustizia William Barr. I due hanno incontrato a Roma i vertici dell’intelligence: nei colloqui si sarebbe parlato anche del ruolo di Mifsud sul cui conto, però, i servizi segreti italiani avrebbero spiegato di non aver mai avuto notizie particolari.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La strategia di Conte sul Mes dopo la doccia fredda dell’Eurogruppo

Il premier tenta un'ultima mediazione nonostante il no a riaprire le trattative da parte dell'Ue. Di Maio alza la posta, il M5s cerca una linea comune.

La strategia non cambia: dialogo fermo in Europa e riduzione al minimo di una propaganda che rischia di essere autolesionista. A Palazzo Chigi le bocce restano ferme dopo le parole di netta chiusura del presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno sul Mes. Parole che Luigi Di Maio accoglie con gelido silenzio, così come anche i vertici del Pd. Parole che non sorprendono il governo più di tanto: i margini di negoziato sono sull’intero pacchetto di riforme e andranno percorsi dal premier Giuseppe Conte al prossimo Eurosummit. La discussione sul Mes, tuttavia, sarà probabilmente rinviata a gennaio per lasciare spazio a una trattativa. Lo fanno sapere fonti Ue all’Ansa. erse clausole di azione collettiva. E’ quanto si apprende da fonti Ue. Il summit Ue della prossima settimana non dovrebbe quindi prendere una decisione, ma rinvierebbe la palla all’Eurogruppo di gennaio.

LA DOPPIA TRINCEA DI CONTE: IN EUROPA E CON IL M5S

Ma per il capo del governo il problema è duplice: alla trincea dell’Eurogruppo si somma quella di un M5s che, sul Mes, rischia di andare in ordine sparso. Le parole di Centeno, di certo, non agevolano la distensione. Tanto che al Quirinale si assiste al continuo scontro PdM5s con preoccupazione. E avendo ben presente un obiettivo per il Colle fondamentale: l’approvazione della manovra. Un’approvazione che dovrebbe prescindere dalle fibrillazioni della maggioranza, senza quindi incrociare pericolosamente gli sforzi sul fondo salva Stati. Il presidente Sergio Mattarella avrà modo di incontrare Conte e buona parte dei ministri la settimana prossima, nell’usuale pranzo prima del Consiglio Ue.

IL NODO DELLA RISOLUZIONE DI MAGGIORANZA

Saranno le ore della della verità sulla tenuta della maggioranza: se alle comunicazioni di Conte alle Camere seguirà una risoluzione unitaria di maggioranza il governo, almeno fino a Natale, sarà salvo. Proprio sulla risoluzione sul Mes, in queste ore, si succedono le riunioni nel M5s. In serata i parlamentari competenti in materia vedono a Palazzo Chigi la sottosegretaria agli Affari Ue Laura Agea, deputata a stilare assieme ai capigruppo la risoluzione. Una riunione simile, sempre con Agea, avverrà domani al Senato. Il Movimento naviga a vista, sospeso tra linea barricadera sposata da Di Maio e Alessandro Di Battista e tra quella di chi, anche tra i membri del governo, auspicherebbe toni più moderati.

LE TENSIONI NEL MOVIMENTO

«Non possiamo fare certi post mentre stiamo al governo», protesta un parlamentare del M5s indicando i titoli che si succedono in queste ore sul blog delle Stelle. «A forza di tirare la corda, quella si spezza», incalzano diversi deputati in Transatlantico mentre Giorgio Trizzino sembra quasi avvertire Di Maio: «è bene sia chiaro a tutti, non esiste alternativa al governo giallo-rosso ed il Presidente Conte ha la fiducia di tutti i parlamentari del Movimento». Sotterraneamente, il ministro per i Rapporti del Parlamento Federico D’Incà cerca di smussare gli angoli provando a spingere per una risoluzione unitaria di sostegno a Conte.

LA MEDIAZIONE DI FICO

Da Reggio Emilia, dove si trovava con Graziano Delrio, il presidente della Camera Roberto Fico mette in campo una moral suasion che piacerebbe anche all’ultimo Beppe Grillo: «Per il bene del Paese il governo deve andare avanti». Lo spettro del voto, nei corridoi del Parlamento, tuttavia comincia a muoversi, spaventando i parlamentari pentastellati. Eppure, spiega chi ha sentito in queste ore Di Maio, la convinzione del capo politico è ben diversa e radicata in un concetto: il Pd non andrà mai al voto. Anche per questo il leader sta alzando i toni. Il rischio però è di rendere ancora più in salita la strada negoziale di Conte. Anche perché al Consiglio Ue Conte è pronto a fare la voce grossa, ma a suo modo. «Non firmiamo cambiali in bianco», è il suo messaggio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa c’è nel maxi emendamento del governo alla manovra

Quasi azzerata la tassa sulle auto aziendali. Dimezzata quella sulla plastica. Ma spunta una clausola di salvaguardia sulle accise della benzina nel 2021. Le novità.

Arriva una Robin tax sui concessionari, viene quasi azzerata la tassa sulle auto aziendali e si riduce del 70% la plastic tax. Dopo settimane di tavoli di maggioranza e ipotesi, la manovra cambia volto con un maxi emendamento presentato dal governo.

Mentre alla Camera viene posta la fiducia sul decreto fiscale, l’esecutivo tenta uno sprint per portare in Aula la legge di bilancio lunedì 9 dicembre, in una corsa contro il tempo che non scongiura il rischio del via libera finale solo tra Natale e Capodanno.

Il maxi emendamento comprende una ventina di misure per un totale di 1,7 miliardi. Per coprire i buchi che derivano dallo stop alle microtasse, viene inserita una clausola di salvaguardia che farebbe aumentare di circa 900 milioni le accise sulla benzina nel 2021. I nodi politici, però, non sono tutti risolti: Italia viva storce il naso sulla Robin tax e chiede l’abolizione totale della tassa sulla plastica e anche della sugar tax, che potrebbe essere cambiata alla Camera.

SALE L’IRES PER LE SOCIETÀ CONCESSIONARIE DI SERVIZI PUBBLICI

La novità principale del maxi emendamento è proprio la Robin tax, ovvero l’aumento dell’Ires del 3% per le società concessionarie di servizi pubblici, per tre anni. La misura, voluta dal Pd, è destinata a far discutere. Anche perché si applica ad Autostrade, mentre è in corso l’istruttoria per la revoca della concessione. L’aumento dell’Ires sostituisce la stretta sull’ammortamento prevista inizialmente per i soli concessionari autostradali e destina i 647,1 milioni stimati nel 2020 (369,8 milioni nel 2021 e 2022) a migliorare le infrastrutture e combattere il degrado sociale. L’aumento scatta per chi gestisce porti, aeroporti, autostrade, lo sfruttamento di acque minerali, la produzione di energia elettrica, le ferrovie, le frequenze radio tv e telefoni. Sono salvi i balneari e le concessioni petrolifere.

SCOMPARE IL BOLLO SUI CERTIFICATI PENALI

Tra le novità annunciate in manovra c’è poi la scomparsa del bollo sui certificati penali, l’arrivo di 40 milioni per i Vigili del fuoco e 50 milioni per il sostegno agli affitti.

QUASI AZZERATA LA TASSA SULLE AUTO AZIENDALI

C’è poi il quasi azzeramento, con solo un milione di incasso nel 2020, della tassa sulle auto aziendali: non solo slitta a luglio e si applica alle nuove immatricolazioni, ma si articola in quattro fasce in base alle emissioni. I mezzi in fringe benefit concorreranno al reddito per il 25% per le auto più ecologiche, mentre si arriverà al 60% per quelle che più inquinanti.

DIMEZZATA LA PLASTIC TAX

Infine, la plastic tax: l’imposta si dimezza a 50 centesimi al chilo e si escludono i prodotti che contengono plastica riciclata, tutti i contenitori di medicine e dispositivi medici.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Primo sì all’impeachment di Trump: rush alla Camera

Secondo tre costituzionalisti chiamati a testimoniare, il presidente Usa deve essere messo in stato d'accusa. I dem puntano al voto entro Natale.

«Donald Trump deve essere messo in stato di accusa»: non hanno alcun dubbio i tre autorevoli costituzionalisti chiamati a testimoniare dai democratici nella prima, infuocata udienza della commissione Giustizia della Camera, incaricata di proseguire l’indagine di impeachment e di redigere gli articoli da contestare dopo il primo sì della commissione Intelligence, anch’essa controllata dai dem: il rapporto che accusa il presidente di ostruzione della giustizia e abuso di potere per aver «sollecitato l’interferenza di un governo straniero, quello dell’Ucraina, per trarre vantaggio nella sua rielezione», mettendo così «i suoi interessi politici e personali al di sopra di quelli degli Stati Uniti».

Si tratta delle pressioni su Kiev affinché indagasse sul suo rivale nella corsa alla Casa Bianca Joe Biden e su suo figlio Hunter, che sedeva nel board della società energetica ucraina Burisma quando il padre gestiva la politica Usa in quel Paese. Pressioni alimentate con il blocco degli aiuti militari Usa. A dissentire è solo il prof. Jonathan Turley, docente della George Washington University Law School, l’unico testimone citato dai repubblicani: ma non tanto per i fatti, meritevoli a suo avviso di essere indagati, quanto per la brevità di un processo «sgangherato» e l’incompletezza delle prove, col rischio di creare un precedente pericoloso per i futuri presidenti.

L’udienza infligge un nuovo colpo d’immagine a Trump sul palcoscenico mondiale del vertice Nato, che il tycoon decide di abbandonare senza conferenza stampa finale, un po’ per il video in cui altri leader sembrano farsi beffa di lui e un po’ forse – malignano alcuni – per sottrarsi ad imbarazzanti domande sull’impeachment. Il presidente non rinuncia tuttavia a dire la sua: l’indagine è una «barzelletta» e «non ha alcun fondamento». Ma le parole dei costituzionalisti sono come macigni. Noah Feldman (Harvard Law School), Pamela Karlan (Stanford Law School) e Michael Gerhardt (University of North Carolina School of Law) spiegano con rigore che le azioni del presidente rientrano chiaramente, sul piano storico e giuridico, tra quelle degne di impeachment.

La sua condotta, accusa Gerhardt, «è peggio di quella di qualsiasi presidente precedente», a partire da Nixon. «Trump ha attaccato le salvaguardie contro la creazione di una monarchia in questo paese», rincara riferendosi all’ostruzione del Congresso, cui nella divisione dei poteri spetta il controllo dell’esecutivo. «Ha commesso gravi crimini e misfatti abusando corrottamente dell’ufficio della presidenza», gli ha fatto eco Feldman. «Un presidente deve opporsi alle interferenze straniere nelle nostre elezioni, non sollecitarle», ha osservato Karlan, che si è detta «insultata» dall’accusa dei repubblicani di non aver letto tutti gli atti. Ma è stato solo la prima delle scintille in una commissione dove la battaglia tende a inasprirsi, a colpi di obiezioni, interruzioni e mozioni dell’opposizione repubblicana. «Questo è un golpe guidato dai democratici», ha accusato il deputato Doug Collins, il più alto in grado tra i repubblicani nel panel. Ma i dem accelerano e puntano ad un voto alla Camera entro Natale. Poi a giudicare, in gennaio, sarà il Senato, dove il Grand Old Party ha la maggioranza e al momento non ci sono i due terzi dei voti per arrivare ad una condanna.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Casaleggio Associati e quell’app finita nella bufera

Fa discutere lo «scoop» de Linkiesta sulla Casaleggio Associati. Secondo l’articolo pubblicato il 4 dicembre a firma di Nicola Biondo,..

Fa discutere lo «scoop» de Linkiesta sulla Casaleggio Associati. Secondo l’articolo pubblicato il 4 dicembre a firma di Nicola Biondo, «la Casaleggio ha sottratto i dati personali di utenti Facebook tre anni prima di Cambridge Analytica». Il pezzo poggia sulla denuncia di Marco Canestrari, l’ex braccio destro del cofondatore del Movimento 5 stelle, Gianroberto Casaleggio. Linkiesta, in particolare, punta il dito contro un’app lanciata nel 2013 per sostenere la campagna elettorale del M5s, che – si legge – «celava un inganno, una gigantesca cessione di dati personali».

LA CASALEGGIO ASSOCIATI: «CAMBRIDGE ANALYTICA? UN CASO DIVERSO»

Immediata la replica della Casaleggio Associati: «In maniera completamente errata è stato comparato un caso in cui sono stati utilizzati milioni di dati senza il consenso degli utenti, a un caso profondamente diverso in cui legittimamente un sito chiedeva individualmente alle singole persone di poter utilizzare alcuni dati per verificare la propria classifica di attivismo (es. per aver cambiato la propria immagine di Facebook, o avere tanti amici che utilizzavano l’app)». Nella nota si precisa che «i dati raccolti nel 2013 non sono stati utilizzati dalla Casaleggio Associati per altre finalità e sono poi stati cancellati alla fine dell’iniziativa in piena sintonia con la legge, con le politiche di Facebook e con la normativa sulla privacy».

ANZALDI (ITALIA VIVA) ANNUNCIA UN ESPOSTO AL GARANTE

Sul fronte politico, il deputato di Italia Viva Michele Anzaldi ha annunciato l’intenzione di presentare «un esposto al Garante» e depositare «un’interrogazione parlamentare». L’interrogazione sarebbe rivolta al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, «poiché a gestire materialmente l’applicazione che avrebbe sottratto i dati, secondo quanto rivelato a Linkiesta da un ex dipendente di Casaleggio, sarebbe stato l’allora dipendente della Casaleggio Associati Pietro Dettori, che oggi risulta essere collaboratore del ministro degli Esteri Di Maio alla Farnesina e che nel precedente governo lavorava addirittura presso gli uffici di Palazzo Chigi».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché sulla prescrizione Di Maio e il governo si giocano il futuro

Trovare un'intesa o far crollare tutto: giustizia decisiva per le sorti dei giallorossi. E anche per quelle del capo M5s: in caso di elezioni sarebbe sostituito da Di Battista. Ma tra paletti renziani e scenari di asse Pd-Forza Italia l'accordo sembra lontano.

La prescrizione potrebbe essere la miccia accesa per far deflagrare il governo. La preoccupazione rimbalza da Palazzo Chigi alle Camere, attraversando le segreterie dei partiti. È il tema su cui Luigi Di Maio manifesterà le reali intenzioni sull’alleanza con Partito democratico e Italia viva. Nei fatti può tirare la corda fino a spezzarla, senza che nessuno gli possa rinfacciare alcunché: la cancellazione della prescrizione è una misura bandiera del Movimento 5 stelle.

BONAFEDE IN PRIMA FILA

Fonti della maggioranza osservano: «Nessuno potrà polemizzare sulla prescrizione. Nemmeno i suoi più tenaci detrattori». Di sicuro al fianco di Di Maio c’è il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che ha voluto questo provvedimento quando era al governo con la Lega e che lo sta difendendo anche dai rilievi del Pd.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede all’epoca del governo gialloverde con la Lega di Matteo Salvini.

ATTESO UN GESTO DI CHIAREZZA DAI CINQUE STELLE

Dunque se il numero uno della Farnesina vuole davvero far cadere il Conte II ha l’occasione giusta: quasi irripetibile. Al contrario se dovesse mostrare disponibilità a trovare un’intesa, allora agli alleati arriverebbe un messaggio chiaro: la volontà, nonostante tutto, di proseguire con il governo. Insomma, sulla prescrizione è atteso il gesto di chiarezza invocato da più parti, qualunque sia la direzione.

DI MAIO PERÒ RISCHIA ANCHE LA SUA FINE POLITICA

La partita presenta un alto coefficiente di rischio per Di Maio: la fine di questo esecutivo sarebbe in pratica la fine della sua parabola politica. Una prescrizione delle sue ambizioni. La coalizione con i dem è tuttora sponsorizzata da Beppe Grillo: resta convinto che il Conte II sia un’opportunità per il M5s. La sola idea di staccare la spina fa virare i suoi umori verso il nero. E chissà che l’Elevato, come si è proclamato l’ex comico, in caso di crisi di governo non decida di avviare “il processo” di destituzione del capo politico, raccogliendo tutti i malumori nel Movimento. Che sono tanti e solidi, come testimonia il costante sbandamento dei gruppi parlamentari.

DA ESCLUDERE UN RITORNO CON LA LEGA

Di Maio dovrebbe avere un piano B da tirar fuori come un coniglio dal cilindro per garantirsi un futuro politico. Neppure nella più incallita professione di ottimismo può immaginare di tirare dritto, come se nulla fosse, di fronte all’eventuale showdown che porterebbe il Paese alle elezioni. Perché non ci sono altre strade percorribili. Il remake dell’alleanza con la Lega è impraticabile per varie ragioni. Prima di tutto i gruppi parlamentari del M5s sono nettamente contrari a un ritorno al passato; inoltre Matteo Salvini non avrebbe alcun motivo per tornare indietro.

DI BATTISTA PRONTO A DIVENTARE NUOVO UOMO IMMAGINE

E infine il Quirinale ha fatto filtrare più volte l’orientamento: dopo il Conte II è quasi impossibile pensare che possano esserci altri esecutivi in questa legislatura. Quindi resta solo lo scenario elettorale e l’ipotesi del tandem con Alessandro Di Battista: l’ex deputato sarebbe l’uomo immagine con il capo politico a fare da regista alle spalle. Ma si torna al punto di partenza: è una sfida spericolata, che finge di non considerare gli effetti del trauma di una rottura. E che ignora il calo nei sondaggi.

di maio di battista prescrizione
Luigi Di Maio con Alessandro Di Battista. (Ansa)

M5S CONTRO I «PALETTI RENZIANI»

Guarda caso, però, proprio Di Battista è tornato a pestare duro sulla cancellazione della prescrizione, rinsaldando la ritrovata intesa con il leader del Movimento. «I politici del Pd, che osano mettere a rischio questa norma di civiltà, dovrebbero avere il coraggio di andare dai familiari dei morti di Casale Monferrato, guardarli negli occhi e imbastire le ormai ventennali supercazzole sul tema», ha attaccato ricordando le vittime dell’Eternit e parlando poi di «pali renziani» all’interno del Pd.

CONTE, FIUTATA L’ARIA, VUOLE MEDIARE

Praticamente in contemporanea Di Maio ha evocato un Nazareno 2.0 sulla Giustizia, una rinnovata intesa PdForza Italia, sfoderando il lessico marcatamente ostile ai dem. Giuseppe Conte ha fiutato l’aria ed è intervenuto dicendosi di sicuro che sarà «trovata una soluzione». Le ostilità sono aperte e la tensione è troppo alta: per questo il presidente del Consiglio ha cercato di stemperare la polemica.

IL PD OSSERVA E NON FA PASSI INDIETRO

A Largo del Nazareno, intanto, non c’è alcuna intenzione di giocare al ruolo di “responsabili” a ogni costo. Sul tema della prescrizione men che meno. Il segretario Nicola Zingaretti ha lanciato avvertimenti chiari: c’è stato il tweet di Pierluigi Castagnetti, figura molto vicina al Quirinale, sulla chiusura del sipario di questo esecutivo, poi l’intervista di Goffredo Bettini, in estate grande tifoso del “governo di legislatura” con il Movimento, che ha avvertito come la pazienza stia per finire. A seguire le dure prese di posizione dei capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, che hanno vestito i panni delle colombe durante la nascita del Conte II. Ma anche loro sono irritati. Segnali di fumo non trascurabili. Per il momento la linea politica è quella di osservare cosa accade nel Movimento, senza cedere, cercando di comprendere il progetto di Di Maio. Che continua a muoversi su un filo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Nato litiga anche sulla definizione di terrorismo

Le divergenze in seno all'Alleanza ne testimoniano lo stato semi-comatoso. Mancano leadership e strategie condivise. E l'Ue continua a farsi notare solo per la propria indecisione.

Una Nato senza leadership, senza strategie condivise. La conferenza di Londra che avrebbe dovuto celebrare il 70esimo anniversario della Alleanza Atlantica conferma in pieno la crudele diagnosi di Emmanuel Macron: elettroencefalogramma piatto. La scenetta registrata a loro insaputa di Justin Trudeau, Boris Johnson e Macron che dileggiano Donald Trump («Ai suoi collaboratori cade la mascella quando parla…») la dice lunga sulla fine della egemonia americana sulla Nato. Trudeau peraltro si è beccato dell’«ipocrita» da Trump richiesto di commentare la scenetta.

Ma a Londra è soprattutto emerso chiaramente che, tramontata Washington, Bruxelles non si è fatta avanti: l’Europa divisa e anche confusionaria non è in grado di elaborare uno straccio di strategia e men che meno una egemonia politica alternativa a quella americana. Non solo, la minaccia di Trump di imporre nuovi dazi ai Paesi europei nel caso applicassero una digital tax alle major americane della rete ha trovato una risposta sfumata. Di fatto, la conferenza si è spezzettata in una serie di bilaterali di Trump, gli unici che hanno dato il senso dello stato dell’arte, al di là del solito comunicato finale di mediazione che si ferma a ribadire l’impegno per aumento delle risorse destinate alla difesa da parte dei Paesi europei.

UN COLPO AL CERCHIO E UNO ALLA BOTTE

Sul tema scabroso dei rapporti con la Russia (aperturista Macron, negativo Trump), il comunicato finale dà un colpo al cerchio e uno alla botte, segno del permanere delle divergenze sul tema focale: «La Nato rimane disponibile al dialogo e a un rapporto costruttivo con la Russia, quando le azioni della Russia lo renderanno possibile, ma le azioni aggressive della Russia rappresentano una minaccia alla sicurezza euro-atlantica». Per quanto riguarda il bilaterale tra Trump e Giuseppe Conte un piccolo e significativo giallo ha dato il senso della pasticciata politica estera dell’esecutivo italiano. Trump infatti ha dichiarato di avere avuto assicurazioni circa il disimpegno dell’Italia dall’utilizzo della tecnologia cinese Huawei per il 5G: «Ho parlato con l’Italia e non sembra che vadano avanti con questo». Da parte sua però “Giuseppi” ha negato di aver preso questo impegno: «Non ho trattato questo tema con Trump».

LE DIVISIONI SU TURCHIA E TERRORISMO

Lo stato semi-comatoso dell’Alleanza è infine –ma non per ultimo- emerso con chiarezza a fronte della pressante richiesta di Tayyp Erdogan affinché la Nato dichiari formalmente «terroristi» i curdi siriani dello Ypg. Richiesta più che giustificata perché infinite sono le prove della collusione e della collaborazione attiva tra lo Ypg e il Pkk curdo-turco nello sviluppare quegli attacchi e quegli atti di terrorismo che dal 2015 a oggi hanno fatto non meno di 4.500 vittime in Turchia. Da parte sua, Trump, dopo il bilaterale con Erdogan, ha apprezzato molto quelle operazioni militari turche per creare una zona di sicurezza in Siria che all’opposto l’Unione Europea condanna: «Nel Nord della Siria la zona di sicurezza sta funzionando molto bene. Riconosco per questo molto credito alla Turchia. Abbiamo discusso di tutto io ed Erdogan, abbiamo discusso di Siria, di curdi. Il cessate il fuoco sta reggendo molto, forse un giorno me ne riconosceranno il merito, ma probabilmente no».

Non è stato possibile raggiungere un consenso con la Turchia sulla definizione di terrorismo

Emmanuel Macron

Ma sul tema del terrorismo curdo-siriano Macron ha fatto muro, si è rifiutato di condannare lo Ypg, ha anzi accusato la Turchia di «collaborare con gruppi siriani alleati dell’Isis» e ha tagliato netto: «Non è stato possibile raggiungere un consenso con la Turchia sulla definizione di terrorismo». Una Nato che non riesce neanche ad accordarsi sulla definizione di terrorismo a 18 anni dall’11 settembre è drammaticamente nel caos.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’accordo tra Michelin e Tripadvisor che mischia critica e recensioni

I 14 mila ristoranti della Guida sbarcano sulla popolare piattaforma con le Stelle e i giudizi degli esperti. E saranno prenotabili tramite TheFork.

La Guida Michelin ha stretto una partnership con Tripadvisor e TheFork con l’obiettivo, spiegano le aziende in una nota congiunta, di unire il giudizio irreprensibile degli ispettori Michelin e le recensioni dei clienti di ristoranti e alberghi con il suo servizio di prenotazione. Michelin ha inoltre venduto la sua piattaforma di prenotazione, Bookatable, acquisita solo nel 2016, a TheFork che si espande così in cinque nuovi Paesi: Regno Unito, Germania, Austria, Finlandia e Norvegia.

In questo modo i 14 mila ristoranti della Guida Michelin saranno identificati sul sito e sull’app di TripAdvisor con i loro punteggi e le distinzioni Stella, Bib Gourmand e Piatto. In più con la cessione di Bookatable, gli stessi ristoranti saranno prenotabili anche su TheFork, che, forte già dei suoi 67 mila, diventa la più grande piattaforma di prenotazione di ristoranti online. Secondo un recente studio condotto da Strategy &, parte del network di PwC, nel 2018 le due società hanno spostato insieme quasi 8 miliardi di dollari di ricavi nei sei mercati analizzati dallo studio (Francia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito), vale a dire oltre 320 milioni di pasti aggiuntivi nei ristoranti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I socialisti della Commissione Ue cantano “Bella Ciao”

Tra loro anche Gentiloni, subito attaccato da Meloni e Salvini: «Teatrino scandaloso. La prossima volta intoneranno Bandiera Rossa».

I commissari del gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici (S&D) cantano Bella Ciao al Parlamento europeo dopo aver ottenuto il via libera dell’assemblea. È il video circolato sui social network, che immortala il commissario Ue per gli Affari economici Paolo Gentiloni mentre intona insieme ad altri colleghi del gruppo S&D le parole del famoso canto partigiano.

Oltre a Gentiloni, anche i vicepresidenti della Commissione Ue Frans Timmermans e Maros Sefcovic

Oltre a Gentiloni, anche i vicepresidenti della Commissione Ue Frans Timmermans e Maros Sefcovic, il commissario al Lavoro Nicolas Schmit, la commissaria per i Partenariati internazionali Jutta Urpilainen, la commissaria alla coesione Elisa Ferreira, e la presidente del gruppo S&D Iratxe García Pérez.

DA MELONI A SALVINI PASSANDO PER FORZA ITALIA: CENTRODESTRA IN RIVOLTA

Il commento delle forze di centrodestra italiane non s’è fatto attendere. Per primo è arrivato quello della presidente di Fratelli d’Italia (FdI) Giorgia Meloni. In un tweet Meloni ha scritto: «Solo io reputo scandaloso questo ridicolo teatrino da parte delle più alte istituzioni europee? Non hanno nulla di più importante di cui occuparsi?».

A ruota è arrivato il commento del leader leghista Matteo Salvini: «Ah beh, allora siamo a posto…! Complimenti a Pd e 5 Stelle per la scelta di Gentiloni come rappresentante dell’Italia in Europa, al prossimo giro canteranno anche Bandiera Rossa, poi Sanremo e tournée internazionale!».

Anche l’europarlamentare Fulvio Martusciello (Forza Italia), dal canto suo, ha scritto in una nota: «Ma pensassero a lavorare che sono pagati per questo. Bonino, Frattini o Tajani che pure sono stati commissari europei non lo avrebbero mai fatto. Non è un caso che i commissari che cantano sono tutti socialisti. Noi popolari siamo seri e una cretinaggine del genere non l’avremmo mai fatta».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Inchiesta Open, il Csm contro Renzi: «Delegittima i pm»

I membri togati chiedono di aprire una pratica a tutela dei magistrati fiorentini dopo le critiche del leader di Italia viva.

Le dichiarazioni fatte da Matteo Renzi dopo le perquisizioni disposte dai pm Firenze nell’ambito dell’inchiesta sulla fondazione Open «alimentano un clima di delegittimazione nei confronti dei magistrati della procura di Firenze». Per questo «si impone l’esigenza dell’intervento del Consiglio a tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della giurisdizione». Lo scrivono tutti i componenti togati del Csm e il laico della Lega Stefano Cavanna nella richiesta al Comitato di presidenza di aprire una pratica a tutela dei pm fiorentini. La raccolta delle firme per far scattare la procedura è partita dal gruppo di Area.

RENZI: «FERITA AL GIOCO DEMOCRATICO»

«Penso che siamo in presenza di un vulnus, di una ferita al gioco democratico» aveva detto Renzi. Frase riportata nel documento presentato al Comitato di presidenza, dai togati e da Cavanna. Queste dichiarazioni , scrivono i consiglieri, «non si limitano ad una critica, sempre legittima, del merito del provvedimento, ma costituiscono commenti che alimentano un clima di delegittimazione nei confronti dei magistrati di Firenze, come si evince dal contenuto dai numerosi post pubblicati sui social e dalle dichiarazioni rilasciate agli organi di informazione nelle ultime ore».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it