La morale degli straricchi: fare beneficenza, ma non pagare le tasse

I Paperoni sono disposti a spendere miliardi in filantropia, ma guai a parlare di aumentare le imposte. Distribuiscono laute mance, ma senza pagare il conto. Intanto le politiche di redistribuzione vengono sconfitte dalle proposte di tagli per tutti.

«La guerra di classe esiste, eccome. Però la stiamo vincendo noi ricchi»: così parlò Warren Buffet nel summit di Davos del 2015. Ma quattro anni dopo quell’affermazione va corretta, dicendo che la stanno stravincendo. Gli straricchi infatti continuano, in tutto il mondo, ad aumentare sensibilmente le loro ricchezze. E non c’è amore, pietas, solidarietà, senso di giustizia che oggi possa anche solo scalfire la fascinazione che produce lo spettacolo del denaro. Al punto che il no tax, rivendicato dai più abbienti viene convintamente fatto proprio da chi non lo è. Nel contempo chi s’azzarda a parlare di patrimoniali o di sensibile aumento delle tasse ai ricchi, per finanziare servizio sanitario nazionale e sostenere redditi più bassi, come Jeremy Corbyn in Inghilterra o Bernie Sanders e Elizabeth Warren negli Usa, viene bollato come socialista arcaico. Nel caso del primo, poi, abbandonato anche dai suoi elettori tradizionali della working class.

IL REDDITO DI CITTADINANZA INDIGNA PIÙ DELLA DISEGUAGLIANZA

In Italia invece ha una certa presa la narrazione di destra, alla Billionaire, ossia alla Briatore & Santanchè, sulla “invidia sociale” istigata dai partiti di sinistra, nei confronti di chi è ricco e ce l’ha fatta. Un sentimento questo che si scatena ogni qualvolta la Guardia di Finanza si mette a caccia di possessori di auto e barche di lusso. Ovviamente domiciliate nei paradisi fiscali. In tale contesto indigna di più l’introduzione del reddito di cittadinanza che non il 5% più ricco degli italiani che detiene da solo la stessa quota di patrimonio detenuta dal 90% più povero.

PRIMO QUESITO: PERCHÉ IL REDDITO NON VIENE DATO DAGLI STRARICCHI?

Non sarebbe logico – ed è il primo dei tre quesiti che vorrei porre alla vostra attenzione – che fosse appunto questo 5%, e non la fiscalità generale, a farsi carico del sostegno al reddito delle famiglie e italiani più poveri? Nei giorni scorsi è apparsa la notizia che i 300 miliardari svizzeri hanno accresciuto quest’anno il loro già notevolissimo patrimonio (640 miliardi di euro) in misura mai registrata prima. Allo stesso modo dei 20 tech-miliardari più ricchi del mondo, che nei primi dieci mesi del 2019 hanno realizzato sostanziosi incrementi. Tranne Jeff Bezos, ma solo perché per divorziare ha dovuto versare 38 miliardi all’ex moglie (la separazione più cara della storia). Tutti questi super ricchi però si segnalano per una sensibile propensione alla beneficenza. Nello stesso tempo in cui, però si oppongono a qualsiasi proposta di innalzamento delle tasse. Insomma sono disponibili a spendere, e spendono effettivamente miliardi, in buone cause però si dichiarano assolutamente contrari a pagare di più al fisco.

SECONDO QUESITO: PERCHÉ SONO DISPOSTI ALLA BENEFICENZA MA NON ALLE TASSE?

E qui siamo al secondo quesito: perché Bill Gates, Mark Zuckerberg sono pronti a regalare metà e anche più delle loro ricchezze, ma sono indisponibili a pagare maggiori imposte? La classe miliardaria americana sembra concordare con Bernie Sanders e Elizabeth Warren di essere in possesso di troppa ricchezza. Ma sono convinti di potere loro, in prima persona, provvedere a un’efficace ridistribuzione della ricchezza. E per questo hanno dato di vita a Giving Pledge: un movimento, un’associazione, un club (non si sa come chiamarlo) fondato nell’agosto 2010 da 40 delle persone più ricche d’America. Creato da Bill e Melinda Gates e Warren Buffett, il Giving Pledge si è presto allargato ai più ricchi di tutto il mondo. Oggi ha miliardari filantropi di 23 Paesi. Manca l’Italia. Verosimilmente perché i miliardari nostrani, con in testa Leonardo Del Vecchio e Silvio Berlusconi, sono avidi e taccagni, come di norma è la categoria, ma non si curano nemmeno di nasconderlo sotto spoglie da buoni samaritani.

L’inadeguatezza della beneficenza come strumento di distribuzione della ricchezza

Ma per tornare al tema, come scrive l’analista Alexander Sammon su The American Prospect, l’inadeguatezza del Giving Pledge come strumento significativo di distribuzione della ricchezza è stata persino ammessa da molti dei firmatari stessi. Che tuttavia non pensano proprio di passare la mano ai poteri pubblici. Anche perché nonostante le donazioni miliardarie i loro patrimoni (in titoli e investimenti finanziari) continuano a crescere: «Il patrimonio netto di Mark Zuckerberg è aumentato di circa il 40% solo quest’anno…Steve Ballmer ex n.2 di Microsoft è due volte più ricco di quanto fosse all’inizio del 2017… Bill Gates regala circa 5 miliardi di sovvenzioni all’anno, ma mantiene un patrimonio netto che è aumentato di 18 miliardi solo nel 2019». I Paperoni americani non vogliono cedere il potere di decidere loro chi e cosa finanziare.

Il problema non è il denaro ma il potere

«Il problema non è il denaro ma il potere… è la cessione del potere decisionale su cosa fare con i loro soldi che i miliardari trovano così odioso». Effettivamente l’aumento delle tasse sui grandi patrimoni ha un significato che va ben oltre l’incremento delle entrate statali, rappresentando la capacità di un governo di regolare gli eccessi sociali più deleteri, di minimizzare le disuguaglianze e sancire che la classe miliardaria è anch’essa subordinata al processo democratico. Però di questa consapevolezza che è ben presente ai protagonisti si perde traccia a livello di classe politica e di governo, ma anche di opinione pubblica. Incredibile ma è così: la stragrande maggioranza delle persone, non essendo povere ma nemmeno ricche, avrebbero tutto l’interesse a sostenere proposte di maggiore tassazione della ricchezza e di redistribuzione della medesima.

TERZO QUESITO: PERCHÉ VINCE CHI TASSA MENO I RICCHI?

E invece no: plaudono e votano chi (Trump) le tasse ai ricchi al contrario le taglia o chi (Salvini) promette flat tax per tutti. Perché? È il terzo quesito, al quale, nonostante la dirompente materialità economica e politica, si può rispondere solo evocando categorie e spiegazioni psicologiche. È la fascinazione prodotta da più di trent’anni di narrazione incessante ed esaltata del binomio soldi&successo che abbaglia e rende incapaci di vedere e valutare le poste in gioco. Ma è anche l’esito di un processo che è antico come il mondo, ma sempre efficacissimo nell’imporre un dominio simbolico sulla realtà che però non è percepito nella sua distruttività da chi lo subisce.

DIFFIDARE DEGLI ATTI DI GENEROSITÀ

I doni, i regali, come ha scritto Georges Bataille, facendo eco a una vasta letteratura, distruggono chi li riceve non chi li fa. Che anzi accresce ancor più il suo potere. I filantropi facendo del bene lo fanno soprattutto a se stessi. Visto che, come già ricordato, più danno miliardi in beneficenza più aumentano le loro ricchezze. Nel contempo ci guadagnano pure l’aureola da santi laici. Timeo danaos ac dona ferentes: temo i greci anche se portano doni, lamentava inascoltato dai suoi concittadini Laooconte, riferendosi a quel grande cavallo di legno che avevano lasciato in dono alla città di Troia.

Distribuiscono laute mance, ma non vogliono pagare il conto

Ecco, se vogliamo una società più giusta e ricca per tutti, bisognerebbe cominciare non solo a diffidare ma addirittura a rifiutare tutto ciò che per quanto mosso da sincero spirito altruistico si configuri come dono, atto di generosità, gesto beneficente. Della serie niente regali ma tasse, che perseguano un impatto significativo sulla vita e il benessere dell’intera collettività. «Sono dei bei rompicoglioni, i filantropi», ha scritto Ferdinand Celine. Distribuiscono laute mance, ma non vogliono pagare il conto.

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Il governo cerca di salvare la banca Popolare di Bari

Consiglio dei ministri sull'istituto di credito, dopo che il consiglio di amministrazione era stato convocato da Banca d'Italia.

A Palazzo Chigi un Consiglio dei ministri sul dossier della Popolare di Bari. Il cda dell’istituto secondo quanto si apprende da fonti finanziarie, è stato convocato nel tardo pomeriggio dalla Vigilanza della Banca d’Italia per provvedimenti di vigilanza. Il 12 dicembre i il board ha avviato le procedure per una azione di responsabilità nei confronti dell’ex amministratore delegato e di ex dirigenti dell’Istituto.

a convocazione improvvisa di un Consiglio dei ministri sulle banche, senza alcuna condivisione e dopo aver espressamente escluso ogni forzatura o accelerazione su questa delicata materia, segna un gravissimo punto di rottura nel metodo e nel merito”. Lo dichiara Luigi Marattin, vicepresidente dei deputati di Italia Viva. (segue)
MAT/

IL FONDO DI TUTELA DEI DEPOSITI PRONTO A INTERVENIRE

Il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) sta monitorando l’evoluzione della crisi della Banca Popolare di Bari, in attesa di capire come dovrà intervenire nel salvataggio della banca pugliese. Il fondo riunirà il comitato di gestione il 18 dicembre e il consiglio il 20 dicembre, per una serie di adempimenti di fine anno. Gli appuntamenti, a quanto si apprende, serviranno anche per un aggiornamento sulla situazione della Bari ma eventuali decisioni dipenderanno dall’evoluzione della situazione. Al momento, infatti, sul tavolo del Fitd non è ancora stata presentata da parte della Bari una richiesta di intervento accompagnata da un piano industriale dettagliato con il connesso fabbisogno di capitale. In ogni caso il Fitd per intervenire ha bisogno di un «compagno di viaggio», un soggetto che si assuma il ruolo di partner industriale, come è stato Ccb per Carige. Per ora il nome che è circolato è stato quello di Mediocredito centrale, soggetto pubblico, controllato indirettamente dal Mef. Ma il premier Giuseppe Conte aveva detto nel pomeriggio che «al momento non c’è nessuna necessità di intervenire con nessuna banca».

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Francesca Schiavone ha confessato ha rivelato di aver sconfitto un tumore

L'ex tennista azzurra ha raccontato in un video su Instagram la felicità per aver superato la sfida più grande. «Vivo di felicità, sono pronta ad affrontare nuovi progetti».

«Ho avuto il tumore, l’ho sconfitto e oggi vivo di felicità». La rivelazione Francesca Schiavone l’ha affidata ai social: 55 secondi per rendere pubblico il male, perché dopo mesi di assenza l’ex campionessa del tennis azzurro riappare e senza nascondere un briciolo di emozione, col viso provato, ma sereno, racconta la battaglia contro il male, ma soprattutto la vittoria. La sua più bella, lei che sui campi in terra o in cemento di tutto il mondo ha fatto grande l’Italia rosa della racchetta, lei capace di arrivare ai piedi del podio della classifica mondiale (quarta, solo Adriano Panatta era arrivato a tanto), lei che ha conosciuto nel trionfo al Roland Garros 2010 il punto più alto della sua carriera. Poi il ritiro, l’attività da allenatrice: adesso la parentesi buia rivelata a partita vinta.

«Vi racconto cos’è successo negli ultimi sette mesi della mia vita» – esordisce la campionessa milanese – «mi hanno diagnosticato un tumore maligno. È stata la lotta più dura, in assoluto, che abbia mai affrontato. Ho fatto la chemioterapia e la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia. Quando me l’hanno detto qualche giorno fa sono esplosa dalla felicità, anche ora vivo di felicità. Sono già pronta ad affrontare nuovi progetti che avevo ma non potevo realizzare. Ci rivedremo presto, felice di quello che sono oggi».

LEONESSA SUL CAMPO E FUORI

La Schiavone si era ritirata a settembre 2018, agli Us Open: congedandosi dal tennis giocato aveva detto col sorriso«ho realizzato i miei sogni». Sulla scena internazionale che conta e prima azzurra a vincere un torneo dello Slam battendo in finale a Parigi l’australiana Samantha Stosur (la seguirà nel 2015 Flavia Pennetta conquistando l’Open americano e proprio la pugliese inonda di cuori il post dell’ex compagna), Francesca Schiavone si è conquistata sul campo il soprannome di Leonessa.

QUANTI ESEMPI DI ATLETI CHE HANNO LOTTATO CONTRO IL CANCRO

E con la grinta di sempre deve aver combattuto, così come i tanti campioni che per una vita hanno giocato, perso, vinto e all’improvviso hanno dovuto fare i conti con la malattia. Senza mai arrendersi, così come insegna lo sport: lo sta dimostrando Sinisa Mihajlovic che ha confessato di avere la leucemia e continua a non mollare, stando vicino al suo Bologna. In tanti, abituati alla ribalta, agli ori, ai trofei, hanno avuto il coraggio di rendere pubblico il male: la pallavolista azzurra Eleonora Lo Bianco sconfisse in tempi record un tumore al seno. A Lance Armstrong venne diagnosticato al Tour de France un tumore ai testicoli e, dopo essere stato operato, vinse la Grande Bloucle per sette volte, prima di vedersi cancellare i successi per doping. Battaglia contro il cancro anche per Ivan Basso. In tanti la gara della vita sono riusciti a vincerla, come Eric Abidal che, dopo l’operazione per un tumore al fegato, tornò in campo dopo due mesi e contribuì al successo del Barcellona in Champions. E Francesco Acerbi della Lazio, cui venne diagnosticato un tumore ai testicoli, tutt’ora è uno dei pilastri della squadra di Inzaghi e della Nazionale di Mancini.

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L’ultimo film di Eastwood gioca con la storia e finisce nella bufera

In "Richard Jewell" il regista descrive una reporter, oggi morta, che si concede in cambio di notizie. Il giornale per cui lavorava pronto a denunciare il premio Oscar per diffamazione.

Bufera su Clint Eastwood per il nuovo film sull’attentato alle Olimpiadi di Atlanta: in Richard Jewell, che esce oggi nelle sale Usa, il regista americano premio Oscar per Million Dollar Baby insinua che Kathy Scruggs, una cronista di ‘nera’ del giornale locale Atlanta Journal-Constitution, offrì sesso all’agente dell’Fbi incaricato delle indagini in cambio di informazioni per uno scoop sul colpevole. Il film si presenta come una storia vera, sullo stile di The 15:17 to Paris, Sully o American Sniper: stavolta lo spunto di Eastwood sono l’attentato del luglio 1996 al Centennial Park di Atlanta e la tempesta mediatica che cambiò la vita di Jewell, una guardia giurata che risultò poi innocente. Jewell, che è morto nel 2007, fu effettivamente il principale sospetto, come l’Atlanta Journal-Constitution riferì in un articolo di prima pagina. Ripresa dalla Cnn, la storia rimbalzò immediatamente su tutti i media e l’uomo, che non fu mai incriminato, passò settimane asserragliato in casa, circondato da giornalisti e telecamere fino a quando non fu scagionato tre mesi dopo la bomba che provocò due morti e 111 feriti.

LA SEQUENZA “INCRIMINATA”

Nel film la Scruggs (Olivia Wilde) incontra l’agente dell’Fbi (Jon Hamm) in un bar giorni dopo l’esplosione. «Dammi qualcosa che posso stampare», chiede la donna. Lui all’inizio si nega («Neanche se vieni a letto con me»), ma poi cede quando la mano della giornalista gli risale sulla coscia e rivela che l’inchiesta sta puntando su Jewell, inizialmente salutato come eroe per aver scoperto la bomba, avvertito la polizia con venti minuti di anticipo sull’esplosione e limitato così il numero delle vittime. «Vuoi prendere una stanza o andiamo nella mia macchina?», chiede a quel punto la Scruggs, in una battuta contestata da chi la conosceva bene. La giornalista è morta a 42 anni nel 2001 per overdose di farmaci.

LA LICENZA DI EASTWOOD CON LA VERITÀ STORICA

Come in molti docudrammi, anche l’ultimo Eastwood si prende licenze con la verità storica, usando tra l’altro il vero nome della giornalista e un nome inventato per l’agente dell’Fbi. Questa settimana l’Atlanta-Constitution, con l’aiuto di un avvocato, Martin Singer noto come «il cane da guardia delle star», ha scritto a Eastwood, allo sceneggiatore Billy Ray e a Warner Bros minacciando una causa per diffamazione se la reputazione della Scruggs non sarà restaurata nei titoli di testa. Quanto alla scena del bar nel film, per molti è l’ultimo esempio di un approccio sessista di Hollywood alle giornaliste: reporter donne che vanno a letto con le loro fonti per ottenere notizie sono apparse tra l’altro nelle serie House of Cards di Netflix, Sharp Objects di HBO e nel film Thank You for Smoking.

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Una hard Brexit anche per la Consob

Savona impegnato a preparare un tavolo di crisi in vista dell'uscita del Regno Unito dall'Ue? Forse perché il colosso dei dati Refinitiv è stato acquisito dal London Stock Exchange di cui dal 2007 fa parte anche Borsa Italiana...

I dipendenti della Consob sono ancora in attesa dell’invito del presidente per il tradizionale brindisi natalizio con tanto di panettone. Forse Paolo Savona è troppo impegnato a preparare un comitato di crisi in vista della Brexit che si preannuncia più hard che soft. Lo scossone avverrà in una fase chiave dell’acquisizione del colosso dei dati Refinitiv da parte del London Stock Exchange di cui dal 2007 fa parte anche Borsa Italiana. Il capogruppo della Lega in Commissione Finanze, Giulio Centemero, lancia l’allarme: «So che Consob ci sta lavorando con un tavolo ad hoc ma so anche che la partita è politica e che il governo non può lasciare i tecnici soli. L’acquisizione di Refinitiv, colosso dei dati e spin-off di Reuters, pone un ulteriore interrogativo rispetto al destino della nostra piazza finanziaria perché è evidente che il core business del Lse potrebbe spostarsi da quello della gestione dei mercati borsistici a quello della gestione dati». Nel frattempo, a fine novembre la capitalizzazione complessiva di Borsa ha raggiunto i 642 miliardi di euro, con una variazione rispetto a fine anno del 18%.

LA DIGISTART (AND STOP) DI RENZI

«Ho aperto una piccola realtà per lavorare all’estero, nel momento in cui nessuno immaginava che avrei dovuto tornare a occuparmi di politica. Appena c’è stata la crisi del mojito ho detto al commercialista di chiudere la società, avendo fatturato zero. Visto che c’è chi ha scritto che io l’ho fatta per non pagare le tasse, ho fatto una bella denuncia per recuperare le spese Io ho fatto un accordo con M5s e sono buono, fessacchiotto no». Matteo Renzi aveva usato queste parole, il 2 ottobre a Otto e mezzo, su La7 a proposito della società Digistart. Una piccola srl creata appunto l’11 maggio (quindi quando c’era ancora il governo Conte 1) versando un capitale di 10 mila euro con due assegni emessi da Cariparma e Bnl. Oggetto sociale: “analisi dei processi comunicativi che collegano cittadini e imprese, anche mediante l’organizzazione e/o partecipazione a convegni, seminari, incontri sia in Italia che all’estero” e di “consulenza aziendale e di marketing strategico”. Ma come Renzi aveva detto a Lilli Gruber a ottobre, la Digistart è stata chiusa. Per la precisione, si legge nell’atto depositato nella banca dati della Camera di Commercio, è stata sciolta anticipatamente e messa in liquidazione il 23 novembre 2019. Come liquidatore è stato nominato lo stesso Renzi , unico socio dell’srl, che a settembre si era fatto sostituire temporaneamente nel ruolo di amministratore unico dall’amico Marco Carrai, per poi riprendersi l’incarico dopo aver lanciato Italia viva. «La società è stata aperta e poi chiusa per le polemiche mediatiche, Carrai avrebbe dovuto gestire la società ma alla luce delle polemiche e dell’annuncio della chiusura ha subito lasciato la carica», aveva spiegato Renzi sottolineando che la Digistart non ha fatturato niente.

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Il presidente della Valle d’Aosta Fosson indagato per voto di scambio mafioso

Inchiesta della Dda di Torino sul condizionamento delle elezioni del 2018 da parte della 'ndrangheta. E c'è anche un incontro tra l'ex governatore e un boss.

Il presidente della Regione Valle d’Aosta, Antonio Fosson, è indagato per scambio elettorale politico mafioso nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Dda di Torino sul condizionamento delle elezioni regionali 2018 in Valle d’Aosta da parte della ‘ndrangheta. Oltre a Fosson sono indagati, per lo stesso reato, anche alcuni assessori e consiglieri regionali. L’indagine è stata svolta dai carabinieri di Aosta.

SENATORE, ASSESSORE ALLA SANITÀ E POI PRESIDENTE

Sessantotto anni, medico chirurgo in pensione dal 2011 e noto anche come Sentinella in piedi, Fosson è stato senatore per il movimento autonomista di maggioranza Union valdotaine dal 2008 al 2013. Sposato e padre di quattro figli, è punto di riferimento per Comunione e liberazione. È stato assessore regionale alla Sanità dal 2003 al 2008 e dal 2013 al 2016. Dopo la fine di questa esperienza ha fondato il gruppo Pour Notre Vallée confluito, nel 2017, in Area Civica-Stella Alpina-Pour Notre Vallée. Lista autonomista di centro con cui è stato rieletto in Consiglio regionale il 20 maggio 2018, ottenendo 1.437 voti.

TRA LE SENTINELLI IN PIEDI

Presidente del Consiglio regionale per i primi sei mesi di legislatura con la giunta a trazione leghista guidata da Nicoletta Spelgatti, è arrivato al vertice dell’esecutivo un anno fa, il 10 dicembre 2018, quando le forze autonomiste sono tornate insieme al governo, relegando il Carroccio all‘opposizione. In Parlamento è stato, tra l’altro, segretario del gruppo Udc-Svp-Autonomie e segretario della Commissione parlamentare per le questioni regionali. Risale inoltre al luglio del 2014 la sua comparsa tra le 80 Sentinelle in piedi che in piazza Chanoux, il ‘salotto buono’ di Aosta, manifestavano contro il Ddl Scalfarotto sull’omofobia. In veste di presidente della Regione, oggi ha anche ha presenziato alla cerimonia di posa di una stele in ricordo del pretore Giovanni Selis, che 37 anni fa sopravvisse al primo attentato nella storia d’Italia contro un magistrato. E sull’inchiesta non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

L’INCONTRO (FOTOGRAFATO) TRA L’EX PRESIDENTE E IL BOSS

I carabinieri del Reparto operativo del Gruppo Aosta nell’annotazione dell’inchiesta sulle elezioni regionali del 2018 hanno anche documentato con fotografie un incontro a fini elettorali con un boss, durato un’ora circa. Il 4 maggio 2018 l’allora «presidente della Regione autonoma Valle d’Aosta» Laurent Viérin «nonché prefetto in carica, ha incontrato uno degli esponenti di vertice del ‘locale’ di Aosta», Roberto Di Donato, «presso l’abitazione di Alessandro Giachino» ad Aymavilles.

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Quali sono le tappe per la procedura di impeachment di Trump

Dopo l'ok della commissione Giustizia, settimana prossima la Camera (a maggioranza dem) dovrebbe mettere il presidente in stato d'accusa. A gennaio il processo in Senato, dove è previsto che la maggioranza repubblicana lo scagioni.

Dopo l’ok della commissione Giustizia al voto sull’impeachment, sarà l’aula della Camera la settimana prima di Natale a decidere se mettere o meno Donald Trump in stato di accusa. Alla House of Representatives è necessario il 50% più uno di voti favorevoli per far proseguire la procedura. Considerato che i dem hanno la maggioranza alla camera bassa, il via libera è quasi scontato.

AL SENATO UN VERO E PROPRIO PROCESSO

A quel punto la palla passa al Senato, dove l’impeachment si configura come un vero e proprio processo al presidente in parlamento. Alla fine del dibattimento, con tanto di testimonianze e arringhe, si avrà il voto finale. Per far decadere il capo di Stato sono necessari due terzi dei voti, ma visto che il Senato è a maggioranza repubblicana è altamente improbabile che Trump perda la battaglia finale. Il processo si terrà a gennaio, un mese prima dell’inizio delle primarie.

La Casa Bianca ha fatto sapere che non parteciperà ad un procedimento che ritiene «infondato e illegittimo». La strategia di Trump e del suo partito sembra chiara: negare ogni accusa e trasformare il processo in una zuffa politica montando un ring da pugilato al Senato per un contro processo ai Biden. Il presidente sta già preparando il terreno insieme al suo avvocato personale Rudy Giuliani, che è andato in Ucraina per raccogliere informazioni sull’ex vicepresidente e su suo figlio nonostante sia emerso nell’indagine di impeachment come l’uomo chiave incaricato dal tycoon della campagna di pressione su Kiev.

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Intesa tra Usa e Cina per una rimozione graduale dei dazi

Trump annuncia l'accordo con la Cina su twitter. Bloccate le tariffe che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre. Il vice ministro del Commercio Wang: rimozione per «fasi graduali». Wall street prima brinda, poi ci ripensa.

Il dazio, infine, è tratto. Donald Trump ha annunciato come di consueto via twitter il raggiungimento di un accordo tra Usa e Cina sulle tariffe commerciali. «Abbiamo raggiunto un’intesa sulla fase uno dell’accordo con la Cina», che ha dato il suo via libera «a molti cambi strutturali e ad acquisti massicci di prodotti agricoli, energetici e manifatturieri», ha sottolineato Trump, evidenziando che non scatteranno i dazi che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre.

«Rimarranno come sono i dazi del 25%», ha aggiunto il presidente Usa. Più tardi, il vice ministro del Commercio cinese, Wang Shouwen ha spiegato: l’accordo prevede la rimozione dei dazi per «fasi graduali».

Forniture di prodotti chimici stanno per essere caricate nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu ( JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

RAFFORZATO IL COPYRIGHT E MERCATO CINESE PIÙ APERTO

Wang, uno dei negoziatori di punta del team cinese per il ruolo di vice rappresentante per il Commercio internazionale, ha spiegato che l’accordo include il rafforzamento della tutela dei diritti sulla proprietà intellettuale, l’espansione dell’accesso al mercato domestico e la salvaguardia dei diritti delle compagnie estere in Cina, tra le questioni più contestate dalla parte americana a Pechino.

Merci in fase di carico nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu (JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

NOVE PUNTI PER L’INTESA

Il comunicato diffuso dalla Cina menziona nove punti sul raggiungimento dell’accordo: preambolo, proprietà intellettuale, trasferimento di tecnologia, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari, tassi di cambio, l’espansione del commercio, risoluzione delle controversie e clausole finali. I media Usa hanno menzionato impegni di spesa cinesi per 50 miliardi di beni agricoli Usa, ma nel corso della conferenza i numerosi sono stati accuratamente evitati. Wang ha parlato di «molto lavoro da fare», tra la revisione legale e la traduzione del testo nelle due lingue «da completare il prima possibile». Le parti dovranno «negoziare gli specifici accordi per la firma formale» in modo da dare attuazione alla ‘fase uno’.

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Come cambiano i tempi della Brexit dopo la vittoria di Johnson

BoJo promette il divorzio da Bruxelles il prima possibile. Voto a Westminster forse già prima di Natale. Dal primo febbraio via al periodo di transizione, con l'obiettivo di raggiungere un'intesa commerciale entro giugno. A quel punto la Brexit diventerebbe effettiva a partire da gennaio 2021.

Con la schiacciante e difficilmente prevedibile, almeno nelle proporzioni, vittoria del partito conservatore alla elezioni nel Regno Unito, il processo verso la Brexit è destinato a subire un’inevitabile accelerazione. Boris Johnson intende presentare al voto di Westminster l’accordo sul divorzio da Bruxelles il prima possibile, forse già entro Natale, vale a dire sabato 21 dicembre. Il via libera definitivo, in ogni caso, arriverebbe solo a gennaio. «Dalle urne è emerso un mandato per la Brexit, che noi onoreremo entro il 31 gennaio» ha detto Johnson di fronte a Downing Street nel discorso della vittoria, ringraziando gli elettori e impegnandosi a «lavorare senza risparmio» anche per una programma di politica interna su temi come sanità, sicurezza e «fine dell’austerità».

IL PERIODO DI TRANSIZIONE A PARTIRE DAL PRIMO FEBBRAIO

Dato per scontato che, avendo i Tory la maggioranza assoluta, l’intesa questa volta passerà, proprio il 31 gennaio, come promesso ripetutamente dal premier in campagna elettorale, sarà il Brexit day. Dal giorno dopo, infatti, inizierà il periodo di transizione che si protrarrà, con tutta probabilità, fino alla fine del 2020.

LA NUOVA INTESA COMMERCIALE GIÀ ENTRO LA FINE DI GIUGNO?

In questo lasso di tempo la situazione resterà identica all’attuale, rimarranno in vigore leggi e accordi tra l’Ue e il Regno Unito fino a quando non ne saranno negoziati altri. In particolare quelli commerciali. Secondo la Bbc, la nuova intesa commerciale tra Bruxelles e Londra dovrebbe essere pronta entro il 30 giugno 2020 e portata in parlamento entro dicembre dello stesso anno.

L’IPOTESI DI UN’ESTENSIONE DEL PERIODO DI TRANSIZIONE

Se sarà ratificata, dal primo gennaio 2021 la Brexit sarà davvero effettiva e tra Unione europea e Regno Unito sarà in vigore un nuovo accordo commerciale (e non solo). Se dovesse essere bocciata, il Regno Unito dovrà chiedere un’estensione del periodo di transizione oppure a gennaio 2021 lascerà del tutto l’Unione senza alcuna intesa. Con un largo sostegno alle spalle, in ogn caso, per Boris sarebbe più semplice perseguire una “hard Brexit” basata su un vago accordo di libero scambio, sull’esempio del modello canadese: una soluzione che allontanerebbe decisamente Londra dall’Europa e la spingerebbe verso l’anglosfera dominata dagli Stati Uniti.

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Chi è Dominic Cummings, lo spin doctor dietro la vittoria di Johnson

No euro da sempre, ex assistente di Gove, è l'uomo che ha inventato gli slogan Take Control e Get Brexit Done e che ha trasformato la campagna tory in perfetti meme.

Stratega e esperto social, inventore di slogan, ma anche di traiettorie politiche, creatore di video tormentoni e di nuovi consensi. Se c’è un uomo dietro al trionfo di Boris Johnson alle elezioni britanniche è lui: lo sconosciuto Dominic Cummings. Con cinque parole, Take control’ e ‘Get Brexit done‘, ha consacrato nel 2016 Johnson come leader della campagna pro-Leave e oggi ne ha fatto il vincitore assoluto della politica del Regno Unito. Cummings, è la mente dei nuovi Tory, inviso ai politici conservatori paludati che ha saputo parlare alla pancia della Gran Bretagna con messaggi semplici ma evidentemente efficaci.

PRIMO OBIETTIVO: ELIMINARE FARAGE

Ex consulente dei Tory, classe 1972, l’uomo con lo zainetto che stamani alle sette è stato ripreso dalla telecamere di mezzo mondo mentre bussava al numero 10 di Downing street come un cittadino qualsiasi ha puntato la sua strategia comunicativa, oggi come tre anni fa, su un uso massiccio dei social e un linguaggio aggressivo e non convenzionale. Aver sostituito Get changecon ‘Take control’ nello slogan per il referendum sulla Brexit impresse una virata netta alla campagna anti-Ue, mettendo in ombra persino il re dei brexiteer Nigel Farage che, non è un caso, è uscito da questa tornata elettorale senza neanche un seggio. Gli addetti ai lavori raccontano che uno degli obiettivi di Cummings era proprio silurare Farage e il suo Brexit Party. «Se vogliamo marginalizzare quel partito dobbiamo fare campagna elettorale sul concetto niente più ritardi, realizziamo la Brexit», scrisse Cummings ai suoi in un sms ad ottobre, svelando per la prima volta l’ormai storico ‘Get Brexit done‘.

DA SEMPRE ANTI EURO, IN COPPIA PERFETTA CON BOJO

Che fosse un tipo tosto a Westminster lo avevano capito già nel 2003, quando cominciò la sua crociata contro l‘euro. I suo avversari lo deridevano chiamandolo «adolescente brufoloso», nonostante avesse 31 anni. Lui tirava dritto e sentenziava: «Avere l’euro significherebbe perdere il controllo della nostra economia». Brexit ante-litteram. Nel 2010 diventò assistente di Michael Gove al ministero dell’Istruzione e la sua carriera nel partito conservatore iniziò a decollare fino a diventare il guru elettorale di Johnson. A «match made in heaven», una coppia perfetta che, almeno per quanto riguarda la comunicazione politica, ha dato il meglio di sé nelle ultime settimane prima del voto.

LA STRATEGIA CHE GENERA MEME HA FUNZIONATO

La parodia del popolarissimo film di Natale ‘Love Actually’ (‘Brexit Actually‘), che gli avversari hanno deriso e bollato come un becero tentativo di distrarre l’opinione pubblica dai temi veri, è stato un colpo da maestro. Ed effettivamente ha distolto l’attenzione dall’ultimo scivolone di Johnson, pescato ad ignorare la foto di un bambino malato di polmonite che dormiva sul pavimento di un ospedale. Una strategia che per i Tory più snob e tradizionalisti è roba da meme (‘meme-generating behaviour‘, l’ha definita il Guardian) ma che forse proprio per questo ha regalato il Regno a Boris Johnson con numeri che per i conservatori non si vedevano dai tempi di Margaret Thatcher.

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