Weinstein vicino al patteggiamento con le accusatrici

Secondo il New York Times il produttore cinematografico attualmente agli arresti è vicino a un accordo da 25 milioni di dollari con le presunte vittime delle molestie.

Harvey Weinstein e le sue accusatrici sono vicini a un patteggiamento extra-giudiziario da 25 milioni di dollari. L’accordo, che coinvolge il board dello studio cinematografico del produttore in bancarotta riguarderebbe decine di presunte vittime di molestie sessuali. Weinstein, riferiscono al New York Times, non dovrebbe pagare nulla di tasca propria né dovrebbe ammettere di essersi in alcun modo comportato male.

IN ATTESA DEL VIA LIBERA DEL TRIBUNALE

L’intesa richiede il via libera del tribunale e la firma finale di tutte le parti. A pagare sarebbero società di assicurazione che rappresentano la Weinstein Company, l’ex studio di produzione di Weinstein finito in bancarotta. I 25 milioni alle accusatrici sarebbero una parte di un totale di 47 milioni di dollari con cui la società chiuderebbe i conti con i creditori. Secondo gli avvocati di alcune delle vittime, lo stesso Weinstein potrebbe essere presto costretto a ricorrere personalmente alle protezioni del Chapter 11. Oggi intanto l‘ex boss di Miramax è comparso in tribunale camminando a fatica con l’aiuto di un “girello”: domani – hanno fatto sapere i suoi legali – sarà operato alla schiena. Al termine dell’udienza il giudice James Burke ha aumentato la cauzione da uno a cinque milioni di dollari per aver violato le condizioni dei domiciliari usando in modo improprio il braccialetto elettronico.

18,5 MILIONI PER PAGARE UNA CLASS ACTION

Weinstein dovrebbe tornare in corte ai primi di gennaio per rispondere alle accuse di due donne che sostengono di essere state aggredite sessualmente nel 2006 e nel 2013. Il processo penale nei confronti dell’ex produttore ha attirato il grosso dell’attenzione mentre le cause civili andavano avanti con trattative segrete che hanno coinvolto donne americane, ma anche canadesi, britanniche e irlandesi, le cui accuse in molti casi erano andate in prescrizione. Diciotto di loro si spartiranno un totale di 6,2 milioni di dollari con la condizione che nessuna riceverà più di mezzo milione a testa. Un’altro blocco di denaro, pari a 18,5 milioni andrà alle partecipanti in una class-action e a future accusatrici, col mandato a un incaricato del tribunale di stabilire l’entità dei pagamenti sulla base della gravita’ del danno subito. Tra le accusatrici di Weinstein ci sono anche attrici famose come Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow e Salma Hayek: nessuna di loro è parte delle denunce al centro del patteggiamento.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’impresa dell’Atalanta porta tre italiane agli ottavi di Champions league

Vittoria 3-0 in Ucraina contro lo Shakhtar Donetsk: dopo tre sconfitte nelle prime tre partite del girone arriva così il secondo posto e la qualificazione, così come Napoli e Juventus (passata da prima). Fuori solo gli altri nerazzurri dell'Inter.

Ci sono dei nerazzurri agli ottavi di finale di Champions league. Non quelli dell’Inter, guidati da un tecnico allergico all’Europa come Antonio Conte. Ma quelli dell’Atalanta, che hanno passato il turno in modo del tutto inaspettato.

DECISIVI CASTAGNE, PASALIC E GOSENS

La squadra di Gian Piero Gasperini ha infatti battuto 3-0 fuori casa gli ucraini dello Shakhtar Donetsk nell’ultima partita del girone grazie ai gol di Castagne, Pasalic e Gosens, classificandosi al secondo posto nel gruppo C, alle spalle del Manchester City che ha vinto 4-1 – successo che serviva per la qualificazione della Dea – in Croazia contro la Dinamo Zagabria dopo essere andato in svantaggio.

COME IL NEWCASTLE NEL 2002

Tutto perfetto insomma, all’opposto dell’esordio da incubo dei bergamaschi: tre sconfitte – due pesanti – nelle prime tre partite dell’avventura europea: 4-0, 2-1 e 5-1. Poi destino ribaltato come era riuscito solo al Newcastle nel 2002 dopo un triplice k.o. inziale. E così sono tre (su quattro) le italiane che proseguono la loro strada in Champions: Atalanta, Juventus e Napoli.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le conclusioni sul Mes del Consiglio europeo sono ancora da scrivere

Sparito nella bozza il riferimento all'accordo di principio. E il presidente Michel dichara: «Penso che si debba considerare la situazione interna dei Paesi».

«Sono al corrente del dibattito in Italia e prendo in considerazione la natura” della discussione. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel versa parole concilianti sull’arroventata giornata del premier Giuseppe Conte, che nonostante le difficoltà, ottiene il via libera del Parlamento sulla risoluzione di maggioranza del Mes. Un via libera quello delle Camere che – alla vigilia della due giorni del vertice dei leader Ue – evita la promessa di nuove divisioni nella famiglia europea. Divisioni che anche a Bruxelles si cerca con cura di evitare, sgomberando la strada da possibili intoppi. Ne è una dimostrazione anche l’ultima versione della bozza di conclusioni dell’Eurosummit di venerdì (edulcorata rispetto a quella circolata negli ultimi giorni), che attraverso l’uso del minor numero di dettagli, punta ad avere il maggior consenso dai Paesi, Italia compresa.

SPARISCE IL RIFERIMENTO ALL’ACCORDO

Nel documento europeo – soggetto a nuove variazioni – nella parte sul Mes sparisce infatti il paragrafo in cui si indicava: «Prendiamo nota dell’accordo di principio, soggetto alla conclusione delle procedure nazionali». Mentre resta solo: «diamo compito all’Eurogruppo di finalizzare il pacchetto di riforme del Mes e continuare a lavorare su tutti gli elementi di ulteriore rafforzamento dell’unione bancaria, su base consensuale, con l’obiettivo di completarla nel corso di questo ciclo istituzionale». Il testo delle conclusioni comunque resta aperto, e alla fine rispecchierà l’andamento della discussione di venerdì, alla quale prenderanno parte anche la leader della Bce Christine Lagarde ed il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno. Ma a giudicare dalle parole di Michel – «in linea generale penso che si debba considerare la situazione interna dei Paesi, perché so bene che quanto accade nei parlamenti nazionali ha un impatto sulle posizioni europee» – tutto, almeno per questa volta, potrebbe filare liscio».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Haftar risponde a Erdogan: «In Libia è l’ora delle armi»

Il generale della Cirenaica reagisce all'ipotesi di un sostegno militare turco ad al Sarraj: «Il tempo dei colloqui diplomatici è finito». La Marina libica ha l'ordine di affondare le navi di Ankara.

Alle ipotesi interventiste del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il generale Khalifa Haftar ha risposto affermando che per la Tripoli delle milizie che appoggiano il premier Fayez al-Sarraj non c’è soluzione politica, ma solo militare: visto che Ankara sta per inviare i suoi blindati, è l’ora delle armi e non delle conferenze diplomatiche, a Berlino o altrove. E qualsiasi nave turca dovesse passare davanti a Bengasi per portare soldati in Libia verrà affondata. Haftar ha mandato avanti per dirlo il portavoce del sedicente Esercito nazionale libico (Lna), di cui è comandante generale: «Il tempo dei colloqui diplomatici è finito, ora è il tempo dei fucili», ha scandito Ahmed al-Mismari al megafono panarabo della tv al-Arabiya.

LA CONFERENZA DI BERLINO VERSO IL NAUFRAGIO

Un nuovo siluro contro i pazienti sforzi che la cancelleria tedesca sta profondendo per mettere attorno a un tavolo la comunità internazionale e soprattutto i Paesi (l’Onu ne conta una decina) che ingeriscono nella crisi libica rendendola ormai una classica guerra per procura. Del resto, come ribadito più volte da Mismari, è dall’inizio dell’attacco a Tripoli dell’aprile scorso che il generale considera solo l’opzione militare contro le milizie filo-Sarraj, ai suoi occhi «terroriste» nonostante il premier sia riconosciuto dall’Onu.

IL PORTAVOCE DI HAFTAR: «LA TURCHIA INVIA I BLINDATI»

Il portavoce ha rivelato di avere informazioni secondo le quali la Turchia si appresta ad inviare altri blindati in Libia facendoli atterrare all’aeroporto tripolino Mitiga che riapre proprio nelle prossime ore. E alimentando il clima di tensione, il capo di stato maggiore della Marina militare libica, l’ammiraglio Farag El Mahdawi, ha reso noto di avere in tasca l’ordine di Haftar di «affondare qualsiasi nave turca si avvicini all’area». Il fuoco verbale di sbarramento è una diretta risposta a Erdogan, impegnato assieme al Qatar nell’appoggio a Tripoli estendendo così in Nord Africa la faglia che lo contrappone al fronte egitto-saudita-emiratino alleato di Haftar.

ERDOGAN PRONTO A MANDARE TRUPPE SUL TERRENO

Il presidente turco martedì aveva dichiarato che «se la Libia ce lo chiedesse, saremmo pronti a mandare» truppe, come del resto già apertamente auspicato da Sarraj. La base dell’invio sono le controverse intese di «cooperazione militare e di sicurezza» marittima firmate a fine novembre da Erdogan a Istanbul assieme a Sarraj. «Non abbiamo condiviso gli accordi con la Turchia che, a nostro parere, non sono legittimi perché hanno definito limiti marittimi senza coinvolgere la Grecia. La priorità in Libia resta quella della stabilità», ha detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. E anche i vertici Ue, secondo indiscrezioni, si preparerebbero a dichiarare l’accordo Ankara-Tripoli contrario alle leggi internazionali. Nel complesso dunque nuova instabilità in un Paese che è l’imbuto della migrazione africana e che, come ha appena segnalato un rapporto dell’Onu, l’Isis ha dichiarato «uno dei principali assi» delle proprie operazioni future.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il M5s si spacca sul Mes: tre senatori pronti a passare alla Lega

La risoluzione di maggioranza sul fondo salva Stati alla prova di Palazzo Madama. I numeri sono in bilico: almeno quattro pentastellati voteranno contro. A Montecitorio sono mancati 14 voti.

Sarebbero tre, forse quattro, i senatori del M5s pronti a lasciare il Movimento in occasione della presentazione della risoluzione di maggioranza sul Mes in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre. Per passare, probabilmente, alla Lega. Le voci su questa possibilità stanno circolando con insistenza in Transatlantico a palazzo Madama dove è cominciato il dibattito sul Salva-Stati.

NUMERI RISICATI A PALAZZO MADAMA

A palazzo Madama, hanno calcolato alcuni senatori del Movimento, la risoluzione di maggioranza passerebbe a maggioranza ma con un numero di voti ancora in ribasso: potrebbero essere infatti solo 157 i voti a favore. Tra i contrari, sembra ormai certo, i tre senatori M5s che hanno già votato contro la fiducia sul dl sisma: Stefano Lucidi, Francesco Urraro e Ugo Grassi. In molti prevedono il passaggio alla Lega per almeno due di loro. «Se passerò alla Lega? Non ho mai sentito di nessuno che sale sul carro del perdente», ha detto Lucidi intervistato da Tagadà.

SICURO IL VOTO CONTRARIO DI PARAGONE

A questi si aggiunge il voto contrario di Gianluigi Paragone che intende intervenire in dissenso rispetto al documento di maggioranza. Al contrario la maggioranza potrebbe contare sui voti di alcuni deputati del Misto, a partire dagli “esuli” M5s come il comandante Gregorio De Falco ed altri.

A MONTECITORIO MANCANO 14 VOTI

«Oggi 12 colleghi non hanno potuto partecipare alla votazione sulla risoluzione Mes ed hanno comunicato in anticipo al gruppo la loro impossibilità ad essere presenti alla votazione odierna. Fra i motivi delle loro assenze giustificate ci sono, ad esempio, la malattia e la maternità», è quanto affermano in una nota congiunta i tre delegati D’Aula del MoVimento 5 Stelle alla Camera, Cosimo Adelizzi, Daniele Del Grosso e Davide Zanichelli. Al momento del voto finale, tra i pentastellati, si erano registrati 14 non votanti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Si spegne l’Altoforno 2 dell’Ilva: 3.500 in cassa integrazione

Dopo la decisione dei giudici di Taranto, ArcelorMittal ha comunicato ai sindacati l'avvio della Cig straordinaria.

«L’azienda ha informato le organizzazioni sindacali che, in seguito al rigetto dell’istanza avanzata dai Commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria di proroga allo spegnimento dell’Altoforno 2, a breve invieranno alle stesse l’avvio della procedura di cassa integrazione straordinaria per 3.500 unità», ha annunciato la Fim Cisl Taranto-Brindisi, precisando che «nelle 3.500 unità sono compresi 1.273 che sarebbero stati collocati in Cigo».

I COMMISSARI STRAORDINARI VALUTANO IL RICORSO IN APPELLO

I commissari straordinari dell’Ilva in As stanno valutando il ricorso al Tribunale dell’appello contro la decisione del giudice Francesco Maccagnano, che ieri ha respinto l’istanza di proroga della facoltà d’uso che scadrà venerdì 13 dicembre. L’impianto fu sequestrato nel giugno del 2015 dopo l’incidente sul lavoro costato la cita all’operaio Alessandro Morricella, investito da una fiammata mista a ghisa incandescente mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’Altoforno 2.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Si spegne l’Altoforno 2 dell’Ilva: 3.500 in cassa integrazione

Dopo la decisione dei giudici di Taranto, ArcelorMittal ha comunicato ai sindacati l'avvio della Cig straordinaria.

«L’azienda ha informato le organizzazioni sindacali che, in seguito al rigetto dell’istanza avanzata dai Commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria di proroga allo spegnimento dell’Altoforno 2, a breve invieranno alle stesse l’avvio della procedura di cassa integrazione straordinaria per 3.500 unità», ha annunciato la Fim Cisl Taranto-Brindisi, precisando che «nelle 3.500 unità sono compresi 1.273 che sarebbero stati collocati in Cigo».

I COMMISSARI STRAORDINARI VALUTANO IL RICORSO IN APPELLO

I commissari straordinari dell’Ilva in As stanno valutando il ricorso al Tribunale dell’appello contro la decisione del giudice Francesco Maccagnano, che ieri ha respinto l’istanza di proroga della facoltà d’uso che scadrà venerdì 13 dicembre. L’impianto fu sequestrato nel giugno del 2015 dopo l’incidente sul lavoro costato la cita all’operaio Alessandro Morricella, investito da una fiammata mista a ghisa incandescente mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’Altoforno 2.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Rohingya: Suu Kyi difende la Birmania al tribunale dell’Aja

La leader del Myanmar, un tempo celebrata come paladino della democrazia, ha discolpato i militari - gli stessi che l'hanno reclusa ai domiciliari per anni- dalle accuse di genocidio nei confronti della minoranza musulmana.

La leader birmana Aung San Suu Kyi, un tempo celebrata dall’Occidente come paladino della democrazia, ha sostenuto oggi davanti alla Corte penale internazionale dell’Onu all’Aja che l’accusa di ‘genocidio‘ nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya è «incompleta ed errata». L’Onu ha apertamente accusato il Myanmar (Birmania) di pulizia etnica.

LA DIFESA DEI MILITARI DI SUU KYI

I problemi nello Stato di Rakhine, dove vivono molti Rohingya, risalgono a centinaia di anni fa, ha commentato Aung San Suu Kyi (Nobel per la pace nel 1991). La leader birmana, nella sua veste di testimone, ha poi riconosciuto che i militari del Paese (gli stessi che l’hanno tenuta ai domiciliari per anni) potrebbero avere usato una forza sproporzionata a volte, sottolineando che se hanno commesso crimini di guerra «verranno perseguiti».

LA PERSECUZIONE DEI ROHINGYA: MIGLIAIA DI MORTI E 700 MILA SFOLLATI

La Birmania è impegnata nel rimpatrio in sicurezza dei Rohingya che hanno lasciato Rakhine, ha proseguito Suu Kyi, esortando la Corte ad evitare di prendere qualsiasi misura che potrebbe aggravare il conflitto. Come è noto, migliaia di Rohingya sono stati uccisi e oltre 700 mila si sono rifugiati nel vicino Bangladesh durante la repressione del 2017 nel Paese a maggioranza buddhista.

AUNG SAN SUU KYI NON HA IL CONTROLLO DEI MILITARI

Il governo ha sempre sostenuto di dover far fronte alla minaccia di estremisti nello Stato di Rakhine e Suu Kyi ha appoggiato questa versione, definendo le violenze un «conflitto armato interno provocato da attacchi contro postazioni di polizia». La premio Nobel per la pace, che di fatto è la leader del Paese dall’aprile 2016, non ha il controllo sui militari ma è stata accusata dall’Onu di essere loro «complice».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Rohingya: Suu Kyi difende la Birmania al tribunale dell’Aja

La leader del Myanmar, un tempo celebrata come paladino della democrazia, ha discolpato i militari - gli stessi che l'hanno reclusa ai domiciliari per anni- dalle accuse di genocidio nei confronti della minoranza musulmana.

La leader birmana Aung San Suu Kyi, un tempo celebrata dall’Occidente come paladino della democrazia, ha sostenuto oggi davanti alla Corte penale internazionale dell’Onu all’Aja che l’accusa di ‘genocidio‘ nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya è «incompleta ed errata». L’Onu ha apertamente accusato il Myanmar (Birmania) di pulizia etnica.

LA DIFESA DEI MILITARI DI SUU KYI

I problemi nello Stato di Rakhine, dove vivono molti Rohingya, risalgono a centinaia di anni fa, ha commentato Aung San Suu Kyi (Nobel per la pace nel 1991). La leader birmana, nella sua veste di testimone, ha poi riconosciuto che i militari del Paese (gli stessi che l’hanno tenuta ai domiciliari per anni) potrebbero avere usato una forza sproporzionata a volte, sottolineando che se hanno commesso crimini di guerra «verranno perseguiti».

LA PERSECUZIONE DEI ROHINGYA: MIGLIAIA DI MORTI E 700 MILA SFOLLATI

La Birmania è impegnata nel rimpatrio in sicurezza dei Rohingya che hanno lasciato Rakhine, ha proseguito Suu Kyi, esortando la Corte ad evitare di prendere qualsiasi misura che potrebbe aggravare il conflitto. Come è noto, migliaia di Rohingya sono stati uccisi e oltre 700 mila si sono rifugiati nel vicino Bangladesh durante la repressione del 2017 nel Paese a maggioranza buddhista.

AUNG SAN SUU KYI NON HA IL CONTROLLO DEI MILITARI

Il governo ha sempre sostenuto di dover far fronte alla minaccia di estremisti nello Stato di Rakhine e Suu Kyi ha appoggiato questa versione, definendo le violenze un «conflitto armato interno provocato da attacchi contro postazioni di polizia». La premio Nobel per la pace, che di fatto è la leader del Paese dall’aprile 2016, non ha il controllo sui militari ma è stata accusata dall’Onu di essere loro «complice».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa è il Green deal dell’Unione europea

Per l'Europa è «il momento 'uomo sulla Luna'», ha detto la presidente von der Leyen.

Cento miliardi alle regioni europee per abbandonare definitivamente le miniere di carbone e la loro filiera. Questo è in sostanza il Green Deal presentato l’11 dicembre dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen di fronte al parlamento europeo come primo atto del suo esecutivo e della legislatura comunitaria. Il Green Deal è per l’Europa «il momento ‘uomo sulla Luna’», ha detto von der Leyen, annunciando il primo atto formale del collegio dei commissari.

OBIETTIVO: «RICONCILIARE L’ECONOMIA COL PIANETA»

«Il nostro obiettivo è riconciliare l’economia con il nostro pianeta», e quindi ‘tagliare emissioni ma creare occupazione e rafforzare l’innovazione’, ha detto parlando della ‘nuova strategia di crescita‘ che vuole rendere l’Ue ‘capofila’ nell’economia pulita. Mettendo in atto la “nuova strategia di crescita” del Green deal, «dobbiamo essere sicuri che nessuno resti indietro, perché o questa strategia funziona per tutti, o per nessuno». Perciò con il «Meccanismo per una transizione equa abbiamo l’ambizione di mobilitare 100 miliardi per le regioni e i settori più vulnerabili».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it