Dalla «riconversione produttiva» alla protezione dei cetacei, i 21 articoli del dl che punta a rilanciare la città.
Da un fondo da 50 milioni per i lavoratori ex Ilva a sgravi al 100% per chi assumerà gli esuberi del polo siderurgico, anche all’esito di nuovi accordi a partire da gennaio 2020. È di 21 articoli la bozza del decreto Taranto, che prevede la «riconversione produttiva» della città, un nuovo Sito di interesse nazionale che comprenda anche l’area di Statte e un nuovo commissario per la bonifica. Tra le misure anche la protezione dei cetacei e screening gratuiti, esenti anche dal ticket, per la diagnosi precoce di malattie legate all’inquinamento.
IL COSIDDETTO “CANTIERE TARTANTO”
Il pacchetto di misure per quello che è stato definito il “Cantiere Taranto” è ancora in fase di valutazione tecnica e politica, e non è detto che il varo del decreto arrivi già questa settimana, anche se l’intento del governo era quello di approvarlo prima di Natale. Per gestire il problema degli esuberi, a partire dai lavoratori che già sono rimasti in carico alla gestione commissariale dell’ex Ilva, si stanno studiando diverse ipotesi, compresa quella di incentivare, con un bonus, chi dovesse accettare un nuovo lavoro lontano da Taranto e quella di rafforzare gli incentivi per i lavoratori a usufruire dell’assegno di ricollocazione.
UN NUOVO POLO UNIVERSITARIO
Prevista anche la rivalsa dell’Iva per le imprese creditrici nei confronti dell’amministrazione straordinaria. Spuntano anche risorse (5 milioni in 2 anni) per aiutare il comune di Taranto nella demolizione delle strutture abusive della Città vecchia e un fondo per la valorizzazione delle bande e delle orchestre della città. Si prevede anche di destinare al Comune la quota dell’Imu sui capannoni di competenza statale. Nella bozza compare la creazione di un Polo universitario di Taranto per la sostenibilità ambientale e per la prevenzione delle malattie sul lavoro, con un finanziamento di 9 milioni l’anno per tre anni. Si valuta anche la proroga dell’Agenzia per la somministrazione del lavoro in porto e per la riqualificazione professionale fino al 2022, nella quale sono confluiti circa 530 lavoratori in esubero delle imprese per la movimentazione dei container.
COMPLETARE LE INFRASTRUTTURE
L’esecutivo punta quindi ad accelerare il completamento delle infrastrutture nelle Zone economiche speciali che hanno subito rallentamenti per problemi di autorizzazioni o sequestri. Si guarda anche alla green mobility, con un piano per la “mobilita’ dolce” da realizzare lungo linee ferroviarie dismesse. Per supportare le tradizioni del territorio danneggiate dalle crisi siderurgica potrebbe arrivare infine un finanziamento ad hoc.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Il gruppo franco indiano definisce il ricorso dei commissari contro la procedura di retrocessione dei rami d'azienda «intriso di considerazioni politiche». E le condotte delle autorità pubbliche «altalenanti e imprevedibili».
La difesa di Arcelor Mittal depositata dai legali della multinazionale è un attacco frontale allo Stato italiano e ai suoi rappresentanti commissari dell’ex Ilva. Il gruppo franco indiano ha chiesto di sciogliere il contratto di acquisizione degli stabilimenti. Secondo fonti vicine al dossier, più che una mossa ‘aggressiva’ l’iniziativa del gruppo franco-indiano sarebbe da interpretare come un passaggio procedurale obbligato visto che non c’è ancora un’intesa nelle trattative per arrivare ad un accordo di principio sui temi principali. Eppure, nelle 57 pagine della memoria depositata, i toni usati sono tutt’altro che concilianti.
«IL RICORSO? TUTTO POLITICA E PRESSIONE MEDIATICA»
Secondo la multinazionale, il ricorso dei commissari contro la procedura di retrocessione dei rami d’azienda, è «intriso di considerazioni politiche e demagogiche, tenta chiaramente di cavalcare l’onda della pressione mediatica e istituzionale che è montata negli ultimi mesi». Ed ancora riferendosi allo scudo penale rimosso: non si può «indurre una società a effettuare un enorme investimento perché ha confidato su un’apposita norma di legge e poi cambiare le ‘regole del gioco durante l’esecuzione del contratto». Dopo aver «investito 345 milioni di euro» e aver «dismesso rilevanti beni in conformità alle indicazioni della Commissione europea ed esattamente eseguito il contratto per oltre un anno», il gruppo franco-indiano sostiene di essersi trovato «in una situazione completamente diversa da quella concordata a causa di decisioni e condotte altalenanti e imprevedibili di autorità pubbliche e soggetti istituzionali»
IL RISCHIO DI SPEGNERE GLI ALTRI DUE ALTIFORNI
In più, «è vero che lo stabilimento Ilva è un bene di interesse strategico nazionale», «è altrettanto vero, però, che il rilievo strategico attribuito a uno stabilimento industriale non può essere strumentalizzato» per imporre a un investitore di «continuare a svolgere l’attività produttiva come se nulla fosse e di accettare assurdamente il rischio di responsabilità penali che erano state escluse al momento e proprio in funzione del suo investimento». Nell’atto si parla anche dell’altoforno 2, ritenuto «vitale per l’impianto di Taranto» sostenendo che il suo spegnimento imporrebbe «di spegnere anche gli altri due altiforni attivi perché hanno caratteristiche tecniche analoghe».
IL 30 DICEMBRE IL RIESAME SULL’ALTOFORNO
A. Mittal sottolinea che la magistratura penale ha stabilito «che l’omessa esecuzione delle prescrizioni non è imputabile» alla multinazionale ma «ad ‘anni di inadempimento colpevole‘ dei commissari dell’ex Ilva». Sulla vicenda di Afo2, si attende ora la fissazione dell’udienza da parte del Tribunale del riesame di Taranto. La prima data utile potrebbe essere il 30 dicembre. L’altra, il 7 gennaio 2020, sarebbe troppo ravvicinata all’ultima fase delle operazioni di spegnimento già avviate su disposizione del giudice Francesco Maccagnano, che ha respinto la proroga della facoltà d’uso. Intanto, prosegue la trattativa tra governo e azienda, ma c’è un punto non ancora risolto: la mancata definizione dell’entità, della misura e della modalità degli interventi degli eventuali soggetti pubblici e privati italiani che potrebbero entrare nell’operazione per rivitalizzare il polo siderurgico italiano.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Dopo il no solitario alla manovra del giornalista, sempre più senatori pentastellati chiedono le sue dimissioni.
«I
fuoriusciti dal M5s? Io non riesco a convincere nessuno, se una
persona cambia idea lo può fare»: allarga le braccia Beppe Grillo
prima di incontrare i gruppi parlamentari del Movimento. Dove
tuttavia risulta assente Gianluigi Paragone, unico senatore
pentastellato ad aver votato “no” alla manovra a Palazzo Madama.
Contro il giornalista sembra montare una nuova fronda tra i grillini,
e chiedono le sue dimissioni il vicepresidente del Gruppo alla
Camera, Riccardo Ricciardi e il deputato Michele Gubitosa.
«Paragone
dovrebbe dimettersi da parlamentare. Oltre a non aver votato la
fiducia alla manovra (…) continua ad attaccare Luigi Di Maio. Ci
chiediamo perché, invece di continuare a provocare, non si dimetta
da parlamentare visto che, ormai, non è più in linea con le
battaglie del Movimento?», è stato l’attacco diretto di Gubitosa.
«Sin
dal post voto delle elezioni europee, si è allontanato dalle
posizioni del MoVimento, e si è avvicinato sempre di più a quelle
dell’opposizione. Dai nostri iscritti abbiamo ricevuto il mandato
chiaro di sostenere questo esecutivo guidato da Giuseppe Conte.
Paragone non rispetta né loro, né tutti gli altri portavoce in
parlamento che lavorano per l’esclusivo interesse dei cittadini.
(…) Sia coerente, almeno per una volta e, come aveva annunciato di
fare quest’estate, lasci il parlamento», ha fatto sapere in una nota
il vicecapogruppo alla Camera Ricciardi.
«#ParagoneShow è in stato confusionale. Dategli un programma Tv da condurre o un giornale da guidare, sarà in crisi d’astinenza da palcoscenico. Ha buone esperienze come guida del quotidiano La Padania e come vice-direttore di Libero», ha scritto in un post il presidente della commissione Cultura M5s Luigi Gallo.
«Paragone può andare via se non si trova più bene nel M5S, ma sia chiaro: chi si dimette va a casa», ha detto il senatore M5 Gianluca Ferrara, lasciando la riunione con Beppe Grillo.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
La Federazione nazionale stampa italiana si dice pronta allo sciopero contro il piano di pre-pensionamenti previsto in manovra: «L'istituto previdenziale non può sostenere una nuova perdita».
La giunta esecutiva della Federazione nazionale stampa italiana «considera inaccettabile la decisione del governo, nella manovra di bilancio 2020, di permettere altre uscite anticipate dal mondo del lavoro senza la contestuale messa in sicurezza del bilancio dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani attraverso l’allargamento della platea degli iscritti a professioni affini a quella giornalistica». La Fnsi si è detta pronta a proclamare lo sciopero generale. Il motivo sono le risorse stanziate nella manovra appena passata al Senato per sostenere l’accesso anticipato alla pensione per i giornalisti professionisti iscritti all’Inpgi. Un emendamento ha garantito 7 milioni nel 2020 e 3 milioni l’anno dal 2021 al 2027. Nell’ambito di piani di ristrutturazione aziendale presentati dopo il 31 dicembre 2019, è prevista un’assunzione a tempo indeterminato ogni due prepensionamenti, di giovani sotto i 35 anni di età o di giornalisti che già collaborino con lo stesso gruppo.
«La
situazione dell’Inpgi», ha detto la presidente dell’Inpgi Marina
Macelloni, «è fortemente critica, con il rischio di avere un
commissario. Noi stiamo chiedendo da molto tempo che ci sia
consentito di allargare dal 2021 la platea degli iscritti facendo
arrivare all’istituto figure non giornalistiche ma vicine, come i
comunicatori o i lavoratori della rete. Questo non è ancora
avvenuto, ma nello stesso tempo purtroppo il governo ha stanziato
nuove risorse per i prepensionamenti». «Si tratta», ha rilevato,
«di risorse importanti che comporteranno una nuova perdita di
iscritti per l’istituto, e quindi di risorse. E l’istituto in questo
momento non può sostenere questa nuova perdita di contribuenti senza
avere un allargamento della platea». «Quindi», ha concluso, «noi
insistiamo a chiedere questa possibilità, la legge dice che possiamo
avere questa possibilità dal 2023, chiediamo che sia anticipata al
2021».
Secondo la Federazione nazionale della stampa italiana, dietro alla misura ci sarebbero pressioni del M5s. «La parte più oltranzista del Movimento 5 Stelle cerca di sferrare l’ennesimo attacco al pluralismo dell’informazione e all’autonomia dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani», affermava l’11 dicembre in una nota Raffaele Lorusso, segretario generale della Fnsi, «dopo aver escluso con una norma interpretativa ad hoc, inserita in un decreto del luglio scorso dall’allora sottosegretario Vito Crimi, la testata Italia Oggi dai contributi del fondo per il pluralismo dell’informazione, i parlamentari pentastellati si schierano adesso contro l’emendamento correttivo che riammetterebbe la testata ai contributi del fondo, incuranti del fatto che in caso contrario sarebbe costretta a chiudere e a licenziare 25 giornalisti. È un atteggiamento inaccettabile che richiede la reazione di tutte le forze politiche, a prescindere dagli schieramenti. Per questo è auspicabile che su questo tema, così come sugli emendamenti sulla messa in sicurezza e sull’autonomia dell’Inpgi, il governo si rimetta al voto dell’aula, esattamente com’è avvenuto nel recente passato per Radio Radicale».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Sentimento indipendentista della Catalogna contro la squadra del governo di Madrid. Da sempre, ma ancora di più ora dopo il referendum del 2017, gli arresti e le proteste di piazza che hanno fatto rinviare la partita a ottobre. Storia di una sfida mai normale.
La Spagna si ferma, col fiato sospeso, in uno strano mercoledì che non è di coppa come da abitudine, e nemmeno un turno infrasettimanale di campionato di quelli che vanno di moda negli ultimi anni. La Spagna si ferma, col fiato sospeso, per una partita che attende da 53 giorni. La partita. Il Clásico, nella sua versione più estrema e politicizzata di sempre, che doveva essere giocato il 26 ottobre ma saltò perché nella città catalana migliaia di persone protestavano contro il governo di Madrid.
GLI INCROCI DI FUOCO NEL 2014 E NEL 2017
Un match ancora più delicato di quello del dicembre del 2017, poco dopo il referendum in Catalognadichiarato illegale da Madrid, con i leader indipendentisti in carcere e il presidente Carles Puigdemont autoesiliato (o in fuga, a seconda dei punti di vista) in Belgio. Più di quello che si disputò il 26 ottobre del 2014, due settimane prima della consultazione simbolica convocata dal governo di Artur Mas dopo il no della Corte costituzionale a un referendum vero.
ALLERTA PER L’ORDINE PUBBLICO
Barcellona e Real Madrid arrivano alla sfida del Camp Nou appaiate in testa alla classifica della Liga, 35 punti ciascuna. Ma il calcio sembra passare del tutto in secondo piano. Dalla capitale temono per la tenuta dell’ordine pubblico e la sicurezza di giocatori, dirigenti e tifosi madridisti. Il movimento catalanista Tsunami Democrátic ha annunciato una mobilitazione. Si temono assalti al pullman del Real, a quello dell’arbitro, e invasioni di campo.
Contro l’Atletico, il Barça è tornato a indossare la maglia a strisce gialle e rosse che riprende i colori della senyera catalana
Il Camp Nou, secondo gli opinionisti dei quotidiani vicini al Madrid, è da anni rifugio per tutto ciò che è stato definito incostituzionale, di istanze indipendentiste e bandiere estreladas. Nella recente trasferta al Wanda Metropolitano contro l’Atletico, il Barça è tornato a indossare la maglia a strisce gialle e rosse che riprende i colori della senyera catalana.
Lionel Messi con la maglia “indipendentista” esibita contro l’Atletico Madrid. (Ansa)
MÉS QUE UN CLUB DAL 1968
Non può che essere così, il Barcellona è més que un club, più di un club, e lo è da ben prima che Narcís de Carreras pronunciasse, nel 1968, la frase che sarebbe finita stampata sulle maglie da gioco blaugrana e sugli spalti del Camp Nou. Il Barça ha scelto chiaramente da che parte stare un secolo fa, a 20 anni esatti dalla sua fondazione avvenuta nel 1899 a opera di un gruppo di commercianti stranieri trapiantati in Catalogna, e quella parte è quella del catalanismo indipendentista e repubblicano. È così dal 1919, quando l’allora presidente del club Ricard Graells organizzò la Diada (Festa nazionale) dell’11 settembre per commemorare il 205esimo anniversario della caduta di Barcellona nelle mani delle truppe borboniche di Filippo V di Spagna.
FISCHI ALL’INNO NAZIONALE SPAGNOLO
Ci sarebbero voluti soltanto altri sei anni perché si introducesse un nuovo rito catartico catalano e catalanista, quello dei fischi alla Marcha Real, l’inno nazionale spagnolo accompagnato dalla disapprovazione del pubblico blaugrana ogni volta che viene eseguito prima di una finale di Copa del Rey. Era il 24 giugno del 1925 e il Barça aveva organizzato nel campi di Les Corts una partita contro l’Fc Jupiter. Il generale Primo de Rivera aveva preso il potere in Spagna due anni prima, instaurando una dittatura militarista e di estrema destra.
VILIPENDIO ED ESPULSIONE DEL PRESIDENTE GAMPER
Ogni partita del Barcellona, già all’epoca, era vista come riunione sediziosa, e per questo aveva bisogno di un permesso speciale per essere giocata. Il nulla osta, quel giorno, arrivò in extremis, con il pubblico ammassato fuori dallo stadio in attesa di poter entrare. Quando l’orchestra della Marina militare britannica cominciò a suonare, i fischi dei tifosi del Barça coprirono le note della Marcha Real. Un vilipendio che il Barça avrebbe pagato con l’espulsione del presidente Gamper e la sospensione delle attività per sei mesi.
SOTTO I COLPI DELLA DITTATURA DI FRANCO
Il Barcellona aveva preso una strada che non avrebbe più abbandonato e che anzi si sarebbe rinforzata nei 39 anni di governo di Francisco Franco, sotto i colpi di un regime che cancellò le autonomie e la lingua catalana, imponendo il castigliano come unico idioma legale, cambiando il nome della società da Foot-Ball Club Barcelona in Club de Futbol Barcelona e rimuovendo dal suo stemma i riferimenti all’identità catalana. Un regime cui il Barcellona pagò un pegno salato con l’uccisione del suo presidente repubblicano e di sinistra Josep Sunyol i Garriga nell’agosto del 1936, vittima di un’imboscata falangista in piena Guerra civile.
MA LA VERA SQUADRA DEL REGIME È L’ATLETICO
Dall’altra parte il Madrid avrebbe iniziato a costruirsi la fama di club fascista per via della presenza sempre più frequente del Generalisimo sugli spalti del Chamartín e del Santiago Bernabéu poi. E poco importa se la realtà forse fu un po’ diversa, un po’ più sfumata, se il vero e autentico club del regime fu l’Atletico Madrid, squadra dell’aviazione, se persino un grande intellettuale come Javier Marías ha dedicato un pezzo importante della sua attività a cercare di raccontare e far emergere il lato repubblicano del Madrid.
LA “VISITA” FALANGISTA NELLO SPOGLIATOIO BLAUGRANA
Il mito, si sa, è più forte della storia. E quello del Barcellona antifascista contro il Real di Franco si alimentò ulteriormente di episodi e aneddoti eloquenti. Come quell’11-1 con cui il Real Madrid superò il Barça nel ritorno della semifinale di Copa del Generalisimo del 1943, un risultato che ribaltò il 3-0 dell’andata e – si narra – arrivò a seguito di una visita di poca cortesia da parte di un manipolo di bravi falangisti nello spogliatoio blaugrana.
Il Real Madrid. (Ansa)
UNA CONTESA DI MERCATO SU DI STEFANO
O come il caso di mercato che segnò gli Anni 50, col passaggio di Alfredo Di Stefano al Real Madrid al termine di una lunga querelle coi blaugrana, che ritenevano di aver acquisito i diritti del giocatore prima dei rivali. Un equivoco che in realtà sarebbe nato dalla particolare situazione contrattuale di Di Stefano, che giocava in Colombia coi Millonarios (con cui si accordò il Barcellona) ma era tesserato per il River Plate (col quale negoziò il Real), ma che in Catalogna viene ancora oggi addebitato alle ingerenze e preferenze calcistiche di Franco.
A PIEDI CONTRO I RINCARI DEI BIGLIETTI DEL TRAM
Negli Anni 70, mentre la dittatura andava a spegnersi con le condizioni di salute del Caudillo, Manuel Vázquez Montalbán coniò l’espressione “esercito disarmato della Catalogna” per descrivere il Barcellona. Lo stesso Barcellona i cui tifosi, nel 1951, tornarono a casa a piedi dopo una partita vinta contro il Santander, facendo chilometri sotto la pioggia battente, per non prendere i tram i cui biglietti avevano appena subito un forte rincaro per decisione del governo nazionale.
LAPORTA E IL RITORNO DEL SENTIMENTO CATALANO
Un ruolo che il Barça aveva rivestito, volente o nolente, nel corso della sua storia, e che sarebbe diventato di fatto inscindibile dai suoi colori, a prescindere dalle intenzioni e dai programmi dei suoi presidenti. Josep Lluìs Núñez, presidente per 22 anni tra il 1978 e il 2000, tentò di allontanare il club dalle influenze politiche indipendentiste e di sinistra, per trasformarlo semplicemente in una fortissima polisportiva. Ci riuscì, almeno in parte, diventando il presidente più vincente nella storia del Barcellona, ma fu travolto dal ritorno del sentimento catalano che portò nel 2003 all’elezione del suo grande oppositore Joan Laporta.
L’ORGOGLIO DI GUARDIOLA DOPO LA COPPA DEI CAMPIONI
Nei sette anni di Laporta il Barça è tornato a essere tutt’uno con la causa catalana, impersonata in campo da una squadra che aveva ritrovato nel suo settore giovanile la sua forza principale e nell’allenatore catalano e catalanista Pep Guardiola il suo alfiere. Nel 1992, quando da giocatore fu protagonista della prima Coppa dei Campioni vinta dal Barça, Guardiola si sporse dal balcone della Generalitat, la sede del sistema amministrativo-istituzionale del governo catalano, e disse: «Ciutadans de Catalunya, ja la tenim aquí» («Cittadini di Catalogna, finalmente l’abbiamo qui»). Non era una frase qualunque, ma una citazione dell’ex presidente catalano Josep Tarradellas, fuggito in Francia durante il franchismo. Tarradellas, che nel 1979 avrebbe messo la sua firma sull’Estatut che sanciva il ritorno dell’autonomia catalana, rientrando nel 1977 a Barcellona dopo un esilio lungo 38 anni, pronunciò dallo stesso balcone: «Ciutadans de Catalunya, ja sóc aquí» («Cittadini di Catalogna, sono finalmente qui»).
Pep Guardiola ai tempi in cui giocava col Barcellona. (Ansa)
BARTOMEU DECISAMENTE PIÙ TIEPIDO
Il clima non è cambiato nemmeno con la fine dell’era Laporta. Anzi, il precipitare della questione catalanista, coi due referendum già citati e una dichiarazione di indipendenza unilaterale, con l’incarceramento e la condanna dei leader indipendentisti e il commissariamento della Generalitat, ha finito per trascinare il club e la sua dirigenza sempre più dentro l’agone politico. Una posizione in cui, probabilmente, il presidente Josep Bartomeu, decisamente più tiepido di Laporta sulla causa indipendentista, avrebbe preferito non trovarsi, ma dalla quale non è potuto scappare. Quando nel 2014 fu convocato il primo referendum, contro il parere della Corte costituzionale, il Barça fu uno degli ultimi club ad appoggiare pubblicamente la causa, preceduto persino dai rivali cittadini che portano gli aggettivi Real ed Espanyol nel loro nome e che tradizionalmente sono identificati con la parte fedele alla monarchia della metropoli. Eppure il Barcellona è ancora lì, a rappresentare l’esercito disarmato della Catalogna, così come Vázquez de Montalbán l’aveva dipinto quasi mezzo secolo fa. Portatore di un’identità diventata più grande di ogni altra cosa, persino dei trofei vinti e dei reali programmi di chi lo dirige. Tutt’uno con la causa catalana e nemico di Madrid. Non solo sul campo.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Un'ex allieva ha denunciato un'università del Veneto e una straniera sostenendo di aver preso il virus mentre faceva esperimenti per la tesi di laurea.
Manipola alcuni ‘pezzi‘ di Hiv mentre prepara la tesi di laurea nel laboratorio di un’università straniera, e pochi mesi dopo scopre di aver contratto il virus. La vittima è un’ex studentessa, poi laureatasi in un’Università del Veneto. Ora – riporta il sito del Corriere – ha fatto causa a entrambi gli atenei, quello italiano di partenza e quello ospitante, chiedendo al Tribunale di Padova (competente per l’ateneo italiano) un risarcimento milionario. L’episodio risale a sette anni fa.
IL TIPO DI HIV IN QUESTIONE NON CIRCOLA TRA LA POPOLAZIONE
Un episodio, ha raccontato lei stessa, che le ha distrutto la vita. Ora la donna, assistita dall’avvocato Antonio Serpetti, del foro di Milano, si è sostanzialmente costruita una vita “parallela”, nascondendo la sua condizione alla maggior parte delle persone con cui entra in contatto. Stando alla sequenza genetica della perizia di parte, il virus che l’ha colpita non circola tra la popolazione, ma corrisponde a quelli costruiti in laboratorio. Quindi il contagio potrebbe essere avvenuto proprio durante l’attività di ricerca. La vicenda giudiziaria è nelle fasi preliminari, anche se i giudici hanno già fissato la prima udienza; per l’avvocato Serpetti, l’Hiv da laboratorio «è curabile ma con più difficoltà, perché i farmaci disponibili sono stati sviluppati sui virus circolanti».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Un'ex allieva ha denunciato un'università del Veneto e una straniera sostenendo di aver preso il virus mentre faceva esperimenti per la tesi di laurea.
Manipola alcuni ‘pezzi‘ di Hiv mentre prepara la tesi di laurea nel laboratorio di un’università straniera, e pochi mesi dopo scopre di aver contratto il virus. La vittima è un’ex studentessa, poi laureatasi in un’Università del Veneto. Ora – riporta il sito del Corriere – ha fatto causa a entrambi gli atenei, quello italiano di partenza e quello ospitante, chiedendo al Tribunale di Padova (competente per l’ateneo italiano) un risarcimento milionario. L’episodio risale a sette anni fa.
IL TIPO DI HIV IN QUESTIONE NON CIRCOLA TRA LA POPOLAZIONE
Un episodio, ha raccontato lei stessa, che le ha distrutto la vita. Ora la donna, assistita dall’avvocato Antonio Serpetti, del foro di Milano, si è sostanzialmente costruita una vita “parallela”, nascondendo la sua condizione alla maggior parte delle persone con cui entra in contatto. Stando alla sequenza genetica della perizia di parte, il virus che l’ha colpita non circola tra la popolazione, ma corrisponde a quelli costruiti in laboratorio. Quindi il contagio potrebbe essere avvenuto proprio durante l’attività di ricerca. La vicenda giudiziaria è nelle fasi preliminari, anche se i giudici hanno già fissato la prima udienza; per l’avvocato Serpetti, l’Hiv da laboratorio «è curabile ma con più difficoltà, perché i farmaci disponibili sono stati sviluppati sui virus circolanti».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Una legge discriminatoria nei confronti della minoranza musulmana ha fatto esplodere violente proteste in tutto il Paese. Con il suo continuo favorire la maggioranza Indu, il premier rischia di riportare il subcontinente al 1947.
Altissima tensione in India, dove le proteste contro la nuova legge sulla cittadinanza voluta dal premier, Narendra Modi, discriminatoria nei confronti dei musulmani (nel subcontinente sono 200 milioni), ha innescato duri scontri. Con un bilancio di almeno sei morti, centinaia di feriti e di arresti in cinque giorni, soprattutto nello stato nordorientale dell’Assam. La legge, il Citizens Amendment Act, prevede un percorso strutturato per concedere la cittadinanza ai migranti Indu, Sikh, Parsi, Buddhisti e Cristiani, escludendo solo quelli di religione islamica. Il governo si è giustificato dicendo che l’intenzione è quella di tutelare le minoranze storicamente più discriminate, ma la ratio della legge è quella di regolarizzare milioni di Indu immigrati dal Bangladesh e contemporaneamente avere carta bianca nell’espulsione dei musulmani irregolari. Il focolaio del malcontento che nel weekend ha visto gli studenti contrapporsi con la polizia nel campus Jamia Millia Islamia di Delhi, si è esteso a tutto il Paese. Con l’opposizione a fare da sponda ai manifestanti. La leader del Bengala occidentale, Mamata Banerjee è scesa in strada a Kolkata alla testa di un massiccio corteo mentre Priyanka e Sonia Gandhi, si sono sedute sotto l’India Gate in un sit-in pacifico. Il portavoce delle opposizioni in Parlamento, Ghulam Nabi Azad, ha detto che non solo il suo partito, il Congresso, ma tutte le opposizioni sono unite nella condanna alle azioni della polizia.
La norma voluta dal premier, rieletto a larga maggioranza a maggio del 2019, è l’ultima di una serie di misure altamente nazionalistiche che gli hanno permesso di ottenere i voti della grande maggioranza degli Indu. Una strategia che ha pagato in termini elettorali, ma che sta riaprendo la ferita della guerra civile tra Indu e musulmani che ha portato alla partizione del 1947.
L’intrusione violenta della polizia nel
campus della Jamia Millia Islamia, ha visto gli agenti lanciare
lacrimogeni, picchiare coi manganelli studenti e studentesse,
insultare le ragazze barricate nei bagni, dove era stata fatta
saltare la luce, e devastare una biblioteca e una sala adibita a
moschea. Almeno un centinaio di feriti sono stati ricoverati negli
ospedali, qualcuno anche ferito da pallottole, mentre una cinquantina
di arrestati non hanno potuto incontrare per ore i legali e gli
attivisti dei diritti civili. Fondata nel 1931 la Jamia è una delle
università più prestigiose del Paese. L’irruzione di ieri
pomeriggio documentata da video rilanciati immediatamente sui social,
è stata uno shock per il campus, con il vice rettore che oggi ha
denunciato la polizia, e per l’India intera. Se non è chiara la
dinamica dell’accaduto, che verrà discussa alla Corte Suprema, è
chiaro l’intento della polizia di reprimere la protesta a tutti i
costi.
La domenica nera della Jamia ha acceso
un fuoco che si è allargato alle università di tutto il Paese:
oggi, mentre i 50 fermati ieri venivano liberati, decine di migliaia
di altri studenti sono scesi in strada dall’IIS di Bengaluru, ai due
principali istituti di Mumbai, il Tiss e la Bombay University, ai
college di Chennai, Madurai, Pondicherry, in Tamil Nadu, a Hyderabad,
all’Università gemella della Jamia, in Uttar Pradesh. Il premier
Modi ha cercato di placare gli animi con un tweet in cui dice che
nessun indiano sarà toccato dalla nuova legge «che
riguarda solo i rifugiati perseguitati per motivi religiosi».
Ma gli studenti che contestano la cittadinanza basata
sull’appartenenza religiosa con l’esclusione dei musulmani, e gli
indiani del Nord Est (dell’Assam, Tripura e Meghalaya, che si sentono
minacciati nelle loro identità dagli immigrati dal Bangladesh), non
la pensano come lui. I più delusi dal premier e dal governo
nell’Asam dove continuano le manifestazioni e regna il coprifuoco,
con il governo che ha inviato alcune migliaia di agenti di sicurezza
ed ha sospeso internet fino a domani, creando un “Kashmir
dell’Est”.
«Il governo di Modi ha dichiarato guerra alla nostra gente», ha detto Sonia Gandhi sotto l’arco di trionfo di Delhi, circondata da migliaia di persone che hanno letto con lei il preambolo della Costituzione: «Da giorni gli studenti protestano contro l’aumento delle rette e l’attacco alla Costituzione, ma il premier e il ministro degli interni Shah», ha denunciato, «li attaccano come terroristi, secessionisti, rinnegati. Il loro è un attacco alla nostra anima».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Una legge discriminatoria nei confronti della minoranza musulmana ha fatto esplodere violente proteste in tutto il Paese. Con il suo continuo favorire la maggioranza Indu, il premier rischia di riportare il subcontinente al 1947.
Altissima tensione in India, dove le proteste contro la nuova legge sulla cittadinanza voluta dal premier, Narendra Modi, discriminatoria nei confronti dei musulmani (nel subcontinente sono 200 milioni), ha innescato duri scontri. Con un bilancio di almeno sei morti, centinaia di feriti e di arresti in cinque giorni, soprattutto nello stato nordorientale dell’Assam. La legge, il Citizens Amendment Act, prevede un percorso strutturato per concedere la cittadinanza ai migranti Indu, Sikh, Parsi, Buddhisti e Cristiani, escludendo solo quelli di religione islamica. Il governo si è giustificato dicendo che l’intenzione è quella di tutelare le minoranze storicamente più discriminate, ma la ratio della legge è quella di regolarizzare milioni di Indu immigrati dal Bangladesh e contemporaneamente avere carta bianca nell’espulsione dei musulmani irregolari. Il focolaio del malcontento che nel weekend ha visto gli studenti contrapporsi con la polizia nel campus Jamia Millia Islamia di Delhi, si è esteso a tutto il Paese. Con l’opposizione a fare da sponda ai manifestanti. La leader del Bengala occidentale, Mamata Banerjee è scesa in strada a Kolkata alla testa di un massiccio corteo mentre Priyanka e Sonia Gandhi, si sono sedute sotto l’India Gate in un sit-in pacifico. Il portavoce delle opposizioni in Parlamento, Ghulam Nabi Azad, ha detto che non solo il suo partito, il Congresso, ma tutte le opposizioni sono unite nella condanna alle azioni della polizia.
La norma voluta dal premier, rieletto a larga maggioranza a maggio del 2019, è l’ultima di una serie di misure altamente nazionalistiche che gli hanno permesso di ottenere i voti della grande maggioranza degli Indu. Una strategia che ha pagato in termini elettorali, ma che sta riaprendo la ferita della guerra civile tra Indu e musulmani che ha portato alla partizione del 1947.
L’intrusione violenta della polizia nel
campus della Jamia Millia Islamia, ha visto gli agenti lanciare
lacrimogeni, picchiare coi manganelli studenti e studentesse,
insultare le ragazze barricate nei bagni, dove era stata fatta
saltare la luce, e devastare una biblioteca e una sala adibita a
moschea. Almeno un centinaio di feriti sono stati ricoverati negli
ospedali, qualcuno anche ferito da pallottole, mentre una cinquantina
di arrestati non hanno potuto incontrare per ore i legali e gli
attivisti dei diritti civili. Fondata nel 1931 la Jamia è una delle
università più prestigiose del Paese. L’irruzione di ieri
pomeriggio documentata da video rilanciati immediatamente sui social,
è stata uno shock per il campus, con il vice rettore che oggi ha
denunciato la polizia, e per l’India intera. Se non è chiara la
dinamica dell’accaduto, che verrà discussa alla Corte Suprema, è
chiaro l’intento della polizia di reprimere la protesta a tutti i
costi.
La domenica nera della Jamia ha acceso
un fuoco che si è allargato alle università di tutto il Paese:
oggi, mentre i 50 fermati ieri venivano liberati, decine di migliaia
di altri studenti sono scesi in strada dall’IIS di Bengaluru, ai due
principali istituti di Mumbai, il Tiss e la Bombay University, ai
college di Chennai, Madurai, Pondicherry, in Tamil Nadu, a Hyderabad,
all’Università gemella della Jamia, in Uttar Pradesh. Il premier
Modi ha cercato di placare gli animi con un tweet in cui dice che
nessun indiano sarà toccato dalla nuova legge «che
riguarda solo i rifugiati perseguitati per motivi religiosi».
Ma gli studenti che contestano la cittadinanza basata
sull’appartenenza religiosa con l’esclusione dei musulmani, e gli
indiani del Nord Est (dell’Assam, Tripura e Meghalaya, che si sentono
minacciati nelle loro identità dagli immigrati dal Bangladesh), non
la pensano come lui. I più delusi dal premier e dal governo
nell’Asam dove continuano le manifestazioni e regna il coprifuoco,
con il governo che ha inviato alcune migliaia di agenti di sicurezza
ed ha sospeso internet fino a domani, creando un “Kashmir
dell’Est”.
«Il governo di Modi ha dichiarato guerra alla nostra gente», ha detto Sonia Gandhi sotto l’arco di trionfo di Delhi, circondata da migliaia di persone che hanno letto con lei il preambolo della Costituzione: «Da giorni gli studenti protestano contro l’aumento delle rette e l’attacco alla Costituzione, ma il premier e il ministro degli interni Shah», ha denunciato, «li attaccano come terroristi, secessionisti, rinnegati. Il loro è un attacco alla nostra anima».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
I post antisemiti e complottisti, il figlio assunto alla Popolare di Bari: perché il senatore M5s è diventato un impresentabile per presiedere le indagini sul settore del credito.
Come la volpe e l’uva, adesso che il suo nome è di fatto impresentabile, dice che lui alla Commissione banche nemmeno ci voleva andare. E però è stato solo il 17 dicembre quando è emerso che il figlio era stato assunto dalla popolare di Bari, cheElio Lannutti, il senatore M5s paladino dei consumatori divenuto noto per post antisemiti e complottisti, ha spiegato che non ambiva all’incarico. Ma, contemporaneamente, che non ha nessuna intenzione di farsi da parte.
«Alla commissione banche io non mi volevo neppure candidare: me lo hanno chiesto, io facevo il tifo per Paragone! Ma poi, con le procedure del M5S, mi hanno scelto. Dunque io sono il candidato del M5S e confermo che non farò nessun passo indietro», ha dichiarato spiegando che «chi spacca non sono io ma chi non voterà la mia persona».
Il senatore Elio Lannutti durante un dibattito parlmentare a Palazzo Madama. ANSA/ANGELO CARCONI
DI PIETRO A FARGLI DA AVVOCATO
«Non mi ritiro dalla corsa alla presidenza della commissione banche. Fin quando non mi chiederanno di lasciare io sono il candidato», ha ribadito Lannutti, dopo la notizia che suo figlio Alessio lavora alla Banca Popolare di Bari. «Io non ho mai voluto denunciare nessun collega, ma ora ho affidato la tutela del mio onore ad Antonio Di Pietro e ad Antonio Tanza, presidente dell’Adusbef», ha spiegato. «Cosa significa che mio figlio lavora in banca? Dov’è il conflitto di interesse? Andate a vedere il conflitto di interesse di coloro che hanno fatto i crack e non di uno che lavora onestamente. Vi dovete vergognare! Di Pietro mi difenda anche da questo!», ha detto dopo aver incontrato a Roma sia il fondatore del Movimento Cinque stelle Beppe Grillo che l’ex leader di Italia dei valori Antonio Di Pietro.
Antonio Di Pietro e Elio Lannutti escono dall’hotel Forum, dopo aver incontrato Beppe Grillo, Roma 17 dicembre 2019. ANSA / ALESSANDRO DI MEO
«QUESTA È MACCHINA DEL FANGO»
Questa si chiama macchina del fango, Alessio è il più giovane giornalista professionista, è stato giornalista parlamentare, si è laureato con 110 e lode, è stato licenziato, gli ho sconsigliato di continuare a fare il giornalista e ha trovato lavoro come impiegato”. Lei si deve occupare di banche quando suo figlio lavora alla Popolare di Bari: non c’è conflitto di interessi? “Ma lui lavora come impiegato”. Lei potrebbe avere un occhio di favore nei confronti della popolare di Bari anche per il fatto che suo figlio lavora come impiegato. “E dov’è il conflitto di interessi? Non esiste, è l’ennesima macchina del fango. Con grande rammarico ma ora ci saranno denunce penali e civili nei confronti di colleghi per questa campagna diffamatoria»”, conclude
MORANI: «SI RITIRI E CI TOLGA DALL’IMBARAZZO»
Contro la sua candidatura si erano espressi sia esponenti di ItaliaViva come Luigi Marattin che del Partito democratico Alessia Morani. «Dovrebbe essere Lannutti a ritirarsi dalla candidatura per la presidenza della commissione banche. Mi auguro che abbia la sensibilità di togliere la maggioranza da questo grande, gigantesco imbarazzo», ha dichiarato pubblicamente l’esponente dem.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it