Il futuro del centrodestra e il bivio della Lega nell’era Vannacci

Grande è la confusione sotto il cielo leghista. L’onda Vannacci si gonfia nei sondaggi e con nuove reclute. E dopo il sorpasso di Vigevano, assurta a Caporetto pavese, e il conseguente commissariamento dei vertici locali, si cerca di reagire.

I leghisti rischiano di dover ingoiare il rospo Vannacci

I numeri però non permettono slanci. La Lega, stando ai sondaggi più ottimistici, veleggia intorno al 7 per cento, ma il trend è in calo, mentre Futuro Nazionale supera il 4 ed è in crescita. Se la tendenza fosse confermata, sarebbe difficile per il centrodestra chiudere la porta al generale, come pare chiedere Marina Berlusconi. Soprattutto davanti allo spauracchio di un pareggio nel 2027. L’opzione Calenda resta sul tavolo, ma Azione non si sposta dal 3 per cento, virgola più virgola meno. Sì, potrebbe essere una carta da giocare a Milano o Roma, ma da qui alle Politiche tutto può cambiare. E i leghisti traditi potrebbero essere costretti a ingoiare il rospo, scendendo a patti con colui che, dopo aver scalato il partito con la benedizione di un incauto Salvini, se ne è andato sbattendo la porta.

Il futuro del centrodestra e il bivio della Lega nell’era Vannacci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

I venti delle destre in Europa

Poi c’è Giorgia Meloni, a cui molti riconoscono il talento di fiutare gli umori politici. Il prossimo anno si vota anche in Francia, Spagna e Polonia, e l’estrema destra potrebbe avere la meglio. In Germania il cancelliere Friedrich Merz e la Große Koalition sono in evidente difficoltà, tallonati dall’AfD, ormai primo partito in molti Länder. Se nel Vecchio Continente a prevalere fossero le sfumature di nero, allora anche Meloni potrebbe decidere di abbandonare ogni velleità moderata per aggrapparsi alla vecchia e sempre cara Fiamma, procedendo a una vannaccizzazione della coalizione. Sempre che il generalissimo abbia intenzione di salire sul carro e abbandonare la comfort zone dell’opposizione, che garantisce campagne elettorali permanenti e massima libertà d’azione (e questo Meloni lo sa bene).

Il futuro del centrodestra e il bivio della Lega nell’era Vannacci
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La carta governatori potrebbe non essere spendibile

La Lega in questo gioco rischia di farsi male. Salvini si è infilato in un cul-de-sac. Superato costantemente a destra da Vannacci (le reazioni ai fatti di Modena sono lì a dimostrarlo), sulla carta non ha né i numeri né il tempo per un nuovo Papeete e, al contempo, non è intenzionato a mollare la leadership. Ma serve un coniglio per il cilindro. L’idea di candidare alle Politiche i cosiddetti governatoriLuca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti – per riallacciare il rapporto con il Nord per molti è impercorribile. L’ex Doge difficilmente accetterebbe di scendere a Roma, abbandonando il suo Veneto, per fare il gregario. Fontana, classe 1952, sarebbe costretto a lasciare la guida della Lombardia un anno prima della scadenza naturale della consiliatura (2028). Mentre Fedriga pare stia giocando una partita sua, cercando di ottenere lo sblocco del terzo mandato in Friuli-Venezia Giulia grazie ai buoni rapporti che ha costruito con Meloni.

Il futuro del centrodestra e il bivio della Lega nell’era Vannacci
Attilio Fontana, Luca Zaia, Maurizio Fugatti e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).

Torna l’idea di una Lega nella Lega

Per questo in ambienti leghisti c’è chi è pronto a scommettere che Zaia & co. potrebbero avere un ruolo chiave nel salvataggio, ma solo fuori dalla Lega. Siamo nei dintorni della fantapolitica, sia chiaro. Forse però, si ragiona, è arrivato il momento di rispolverare il progetto più volte scartato da Salvini di una Lega settentrionale, sul modello della Csu bavarese. Una costola del partito capace di dialogare con le imprese e il tessuto produttivo in modo meno ideologico e più pragmatico. Una corrente che tra l’altro incontrerebbe i favori di una Forza Italia a trazione milanese. Non siamo ancora alla vigilia di una nuova notte delle scope. A quel punto forse non si arriverà mai. Ma nel 2012, quando Roberto Maroni capì che a rischio oltre al suo futuro politico c’era quello del partito, uscì allo scoperto beccandosi l’accusa di parricidio. Alle Regionali lombarde dell’anno successivo la lista Maroni Presidente conquistò più del 10 per cento, dietro la Lega Nord al 12,96. Che i tempi per una “Lista Nord” siano maturi?

Alla Pennicanza non si rinuncia. Fiorello rilancia il programma radio

AGI - Il ritorno in radio de La Pennicanza è confermato per la prossima stagione. A blindare il futuro della trasmissione è lo stesso Rosario Fiorello, che smentisce le recenti indiscrezioni su una possibile chiusura. Lo showman ha rilasciato la dichiarazione all’AGI a margine dell’evento "L'Universo femminile tra mito e diritto", svoltosi questo pomeriggio presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio.

Interpellato sul destino del programma, Fiorello ha risposto con netta chiarezza: "Ma chi l'ha detto che non è stato confermato? Quelle sono le mie boutade, lo dico apposta per creare un po' di scompiglio. Certo che torniamo".

 

 

Un evento tra istituzioni e scuola

L'iniziativa, promossa dal Polo Liceale "Alighieri-Caravillani" di Roma alla presenza del sindaco Roberto Gualtieri, ha avuto come nucleo centrale il ruolo delle donne tra passato e presente, analizzato attraverso lo studio e la riflessione degli studenti sui temi dei diritti e della parità di genere.

Per Fiorello si è trattato di un appuntamento speciale. Lo showman ha partecipato all'incontro in veste di padre, per sostenere la figlia Angelica, tra le allieve protagoniste del progetto scolastico. "Seguo tutte le cose che fanno, è un modo per tornare indietro nel tempo", ha commentato in platea.

Il messaggio ai giovani: unire scuola e vita

Nel rievocare il proprio passato tra i banchi, lo showman ha condiviso una riflessione sul percorso di crescita dei ragazzi: "Quando vedi questi ragazzi ti rivedi studente e pensi ai sogni che avevi. I miei erano sportivi, sognavo di fare il calciatore, poi la vita mi ha portato altrove. La scuola è importantissima, ma la scuola della vita lo è altrettanto: bisogna unire le due cose".

Fiorello ha infine rivolto un monito ai giovani presenti, focalizzandosi sui rischi legati all'isolamento digitale e alla contrazione dei rapporti interpersonali: "Oggi si comunica sempre meno tra esseri umani, o perlomeno lo si fa senza guardarsi negli occhi. Auspico che in futuro ci si guardi di più e ci si scambino opinioni in modo più umano". Ai ragazzi della platea del Campidoglio è andato anche un invito alla serenità nell'affrontare gli impegni scolastici: il consiglio del conduttore è stato quello "di prenderla alla leggera, di non farsi sopraffare dall'ansia e di sentire dieci volte la canzone di Antonello Venditti".

 

Informazione: la sfida dell’Ue contro la guerra ibrida e cognitiva

AGI - La difesa delle democrazie occidentali non si gioca più soltanto sui confini geografici, ma anche - e soprattutto - nello spazio cibernetico e mediatico. Questo il tema centrale del convegno "Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell'informazione", svoltosi a Roma presso la sede del Parlamento europeo. L'incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali, giornalisti, accademici ed esperti di sicurezza e innovazione, tra cui Rita Lofano, direttore dell'AGI, Andrea Malaguti, direttore de La Stampa e Giorgio Rutelli, vicedirettore di Adnkronos, per riflettere sulle strategie necessarie a rafforzare la resilienza democratica e il pluralismo.

Le guerre ibride odierne sfruttano un mix letale di strumenti tecnologici, piattaforme social, intelligenza artificiale, propaganda e cyberattacchi con un obiettivo preciso: influenzare le opinioni pubbliche, manipolare i processi elettorali e minare la stabilita' internazionale. In questo contesto, il giornalismo, le istituzioni e il mondo della ricerca sono chiamati a ridefinire con urgenza regole, responsabilita' e modelli di tutela della qualità informativa.

A tracciare i confini di questa minaccia è stato Derrick de Kerckhove, direttore scientifico dell'Osservatorio TuttiMedia, che ha offerto una lucida analisi dell'attuale scenario: "Il punto di svolta delle guerre ibride è cognitivo: le fake news non cercano più solo di ingannare, ma di rompere l'orientamento. Quando una società non sa più a cosa credere, diventa governabile per shock, paura, appartenenza. In questo senso, la guerra si è spostata. Ormai riguarda il modo in cui percepiamo il reale".

I dati sui canali di disinformazione russa in Italia

A conferma della capillarità di questa minaccia, sempre nel corso del convegno, l'allarme è stato rilanciato da Diego Ciulli, head of government affairs and public policy di Google per Italia, Grecia, Cipro e Malta, che ha integrato l'analisi con dati numerici precisi sulle offensive in atto nel nostro Paese: "Ogni giorno il nostro team specializzato di intelligence monitora 270 gruppi che riteniamo affiliati a Governi, controllando le loro attività di attacco. Tra questi ci sono vari tipi di offensive, ma quelle relative al tema della guerra ibrida legata alla disinformazione sono davvero molto significative.

Diamo periodicamente dei numeri su questo: nell'ultimo trimestre, solo su YouTube, abbiamo bloccato 1.256 canali di disinformazione russa in lingua russa, che sono probabilmente solo la punta dell'iceberg. Abbiamo bloccato una quarantina di canali indicizzati su Google News e su Discover che erano targettizzati sull'Italia; non erano in russo, erano in italiano, ma venivano organizzati e gestiti dalle stesse centrali operative".

Come la tecnologia contrasta le fake news e l'IA

Quali contromisure stanno adottando i colossi del web contro la disinformazione?Partendo dal presupposto che il vero problema risiede nel modo in cui percepiamo la realtà, la tecnologia non può essere solo la causa del danno, ma deve diventare la prima soluzione. Un esempio concreto di questa nuova assunzione di responsabilità arriva direttamente dai colossi del web. In concomitanza con il dibattito sulle tutele informative, YouTube ha annunciato una svolta cruciale: la piattaforma rileverà e segnalerà automaticamente i contenuti creati con l'intelligenza artificiale. Fino a oggi, il servizio di streaming si era basato esclusivamente sulle dichiarazioni spontanee dei creators per etichettare i video generati da algoritmi.

In una nota ufficiale, l'azienda americana ha peroò chiarito il cambio di passo per garantire la massima trasparenza agli utenti: "Se un creatore non indica se ha usato l'IA o meno, ma i nostri sistemi rilevano un uso significativo di IA realistica, apporremo automaticamente un'etichetta". I creatori avranno comunque la possibilità di contestare l'etichettatura in caso di errore da parte dei sistemi di monitoraggio. L'azienda ha inoltre precisato che questo meccanismo di controllo e classificazione non influenzerà in alcun modo le scelte dell'algoritmo di raccomandazione dei video. 

Terna, un fedelissimo di Monti a capo di Relazioni istituzionali e Comunicazione

Con la partenza del nuovo corso di Terna si riempiono anche le varie caselle di comando. Con nomi non certo casuali, anzi. L’era dell’amministratore delegato Pasqualino Monti è appena iniziata, una volta sciolto il groviglio della buonuscita dell’ex ad Giuseppina Di Foggia, e adesso prende forma l’organigramma aziendale con la nomina di un fedelissimo come Giovannantonio Macchiarola, scelto per il ruolo di direttore Relazioni istituzionali e Comunicazione.

Terna, un fedelissimo di Monti a capo di Relazioni istituzionali e Comunicazione
Pasqualino Monti (Imagoeconomica).

Del resto il manager, che ha già preso servizio, arriva da Enav, cioè proprio l’ex società in cui Monti è stato ceo, quotata in Borsa e leader nella gestione del traffico aereo e delle infrastrutture aeronautiche. Lì Macchiarola ha ricoperto l’incarico di Head of Public Affairs, Communication, International Affairs and Brand Identity. Da gennaio 2024 è anche componente del consiglio di amministrazione di D-Flight. In passato era stato in Eni per cinque anni, tra il 2017 e il 2023, mentre nel 2016 ha svolto l’attività di avvocato in Deloitte Legal.

Terna, un fedelissimo di Monti a capo di Relazioni istituzionali e Comunicazione
Angelino Alfano e Giovannantonio Macchiarola nel 2010 (foto Imagoeconomica).

È laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo, e soprattutto ha un passato nel mondo della politica: è stato per anni uno dei più fidati collaboratori di Angelino Alfano, proprio lui, il “delfino” mancato di Silvio Berlusconi per mancanza di quid. Lo ha seguito sia al ministero della Giustizia sia al Viminale. Ora invece Macchiarola viene dato in quota Francesco Lollobrigida.

Ruby ter: domani il ritorno in aula a 16 anni dalla “notte di Kharima”

AGI - "La sentenza di primo grado arriva dopo 8 anni, vuol dire che il sistema ha fallito". Lo diceva l'allora pm Tiziana Siciliano, adesso in pensione, il 18 maggio 2022, cominciando la requisitoria del processo Ruby ter a carico di Silvio Berlusconi e di altre 28 persone concluso con le assoluzioni. E quanto a lentezza della macchina giudiziaria quella considerazione è ancora attuale.

16 anni fa la notte di Karima in questura, domani si apre un nuovo capitolo

Esattamente 16 anni fa, nella notte tra il 27 e il 28 maggio del 2010, Kharima El Mahroug venne portata in Questura a Milano per un furto e indicata da Silvio Berlusconi come "la nipote di Mubarak". Domani con inizio alle 9 e 30 nell'aula della seconda sezione penale della Corte d'Appello, in molti sentiranno il peso degli anni passati quando suonerà la campanella che aprirà un nuovo capitolo della saga giudiziaria nata dalle rivelazioni di 'Ruby Rubacuori' nel primo decennio del millennio. Ventidue gli imputati nell'appello deciso dalla Cassazione tre anni fa per chiarire il nodo giuridico della presunta corruzione in atti giudiziari dopo che la falsa testimonianza si è prescritta. Manca la figura attorno alla quale è ruotata tutta la vicenda, Silvio Berlusconi, assolto dall'accusa di avere corrotto i testimoni, il cui ruolo sarà comunque al centro delle ricostruzioni di accusa e difesa. 

Assente Ruby in aula

E non ci sarà nemmeno Ruby mentre è in dubbio la partecipazione di qualcuna delle donne che frequentavano il 'Bunga Bunga' ad Arcore e vivevano nelle residenze di via Olgettina messe a disposizione dal premier. La relazione scritta che sintetizza i passaggi principali di inchieste e processi è già stata depositata dal pm Luca Gaglio e dal sostituto procuratore generale Luca Poniz e non sarà dunque letta in aula.

Due le questioni di costituzionalità in campo

I rappresentanti dell'accusa esporranno le loro richieste già domani a meno che il collegio non accolga o si prenda del tempo per valutare le eccezioni annunciate da parte delle difese. Due in particolare saranno delle questioni di costituzionalità. Una riguarderà il fatto che ai testimoni non viene spiegato che non sono pubblici ufficiali, la seconda che gli imputati non possono proporre un eventuale patteggiamento in appello perché sono stati assolti.

Il Tribunale li scagionò perché gli imputati per falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari avrebbero dovuto essere ascoltati come indagati dal momento che esistevano degli indizi di colpevolezza e quindi affiancati da un difensore. La Procura ricorse direttamente in Cassazione saltando l'appello, una scelta che si rivelo' vincente perché gli ermellini, nel 2023, hanno rimandato gli atti a Milano.

E la Suprema Corte ha stabilito che i testimoni non avevano un 'diritto al silenzio' accogliendo la tesi del procuratore Roberto Aniello: "I requisiti formali della testimonianza risultavano tutti sussistenti: ammissione dei testi, citazione degli stessi, dichiarazioni rese previo impegno a dire la verità. La valutazione, successivamente intervenuta, della erroneità dell'audizione in qualità di testimoni degli attuali imputati non determina l'inesistenza giuridica della qualificazione come testimoni di soggetti che non erano nelle condizioni per acquisire tale qualità, né l'inesistenza giuridica dell'atto compiuto, cioè la testimonianza".

L'accusa, i regali di Berlusconi per indurre le testimoni alla menzogna

Nella discussione dell'accusa si torneranno a evocare i 4,1 milioni in bonifici, case e auto a una ventina di giovani donne da parte di Berlusconi per indurle, secondo l'accusa, a dire menzogne nel processo al Cavaliere. Il remake dovrebbe essere breve, massimo due-tre udienze, lontanissimi quegli anni in cui il Palazzo di Giustizia era assediato dai cronisti di tutto il mondo che vedevano sfilare giovani, bellissime donne in aula nel processo all'uomo più potente d'Italia per il quale il verdetto definitivo, dopo la condanna di primo grado, resterà per sempre quello di un'assoluzione definitiva dalle accuse di prostituzione minorile per Ruby, di concussione per presunte pressioni sulla Questura in quella notte di cui ricorre l'anniversario e di corruzione in atti giudiziari per i fatti di cui si ridiscuterà domani.

 

La legge elettorale approda alla Camera il 26 giugno

La legge elettorale approderà in Aula alla Camera dei deputati per la discussione generale il 26 giugno. I capigruppo di centrodestra hanno chiesto alla riunione dei presidenti dei gruppi di Montecitorio di poterla inserire a giugno nell’ordine del giorno. La calendarizzazione è stata aspramente criticata dalle opposizioni. Riccardo Ricciardi del M5s ha parlato di «prima legge elettorale fatta con comunicati stampa». Così Riccardo Magi, segretario di +Europa: «La trattano come fosse un decreto per poter contingentare i tempi, non è accettabile». Per Chiara Braga del Pd, la calendarizzazione è «l’ennesima forzatura di una maggioranza ossessionata dal cambiare le regole del gioco». Questo il commento di Marco Grimaldi di Avs: «Nelle prossime settimane continueremo a chiedere a tutte le istituzioni, comprese le presidenze, di non oltrepassare il segno».

Melnyk e Bandera: le ombre della storia ucraina

Di Andrii Melnyk, storico leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), succeduto nel 1939 al fondatore del movimento, Yevhen Konovalets, si è tornato a parlare in questi giorni perché, con una cerimonia ufficiale, lunedì 25 maggio, i suoi resti, insieme a quelli della moglie Sofiia sono stati riportati in Ucraina dal Lussemburgo, dove giacevano da metà degli Anni 60, e sepolti nel memoriale militare nazionale (dedicato ai soldati uccisi durante le invasioni russe dell’Ucraina), inaugurato lo scorso anno nella regione di Kyiv. Presente alla cerimonia anche il presidente Volodymyr Zelensky, che, sottolineando il valore simbolico del ritorno in patria di Melnyk, ha dichiarato: «Ora che siamo sulla terra ucraina, sotto la nostra bandiera ucraina, al suono dell’inno nazionale ucraino, rendendo il dovuto tributo ai nostri eroi ucraini, sentiamo nel cuore tutto ciò che gli ucraini sono stati costretti a vivere». Concetto ribadito poi con un post su X.

Tra lotta per l’indipendenza e collaborazionismo

L’iniziativa non è passata inosservata e ha procurato qualche mal di pancia alla comunità internazionale (in Israele in primis), dato che la figura di Andrii Melnyk è ancora oggi considerata tra le più ambigue, per usare un eufemismo, di quel nazionalismo ucraino che, tra le due Guerre, non esitò a schierarsi con i nazisti, illudendosi che il Reich hitleriano avrebbe sostenuto il Paese nella liberazione dal giogo polacco prima e da quello sovietico poi, e quindi a riconquistare la piena indipendenza. Quell’alleanza, però, e questo è il motivo che ammanta di criticità quell’evento storico, andò ben oltre i motivi di ordine tattico e sfociò in una convinta adesione anche ideologica, che portò i nazionalisti ucraini a rendersi complici della Germania nazista in svariati atti criminali, compresi stermini di polacchi e ebrei.

Melnyk e Bandera: le ombre della storia ucraina
Zelensky ricorda Andii Melnyk (dal video postato su X).

Melnyk vs Bandera

Generalmente, Melnyk è sempre stato considerato più “moderato” rispetto a un altro controverso eroe nazionale, Stepan Bandera, che, proprio in contrapposizione a Melnyk, provocò, nel 1940, una vera e propria scissione nell’Organizzazione, ponendosi alla guida dell’ala più estremista degli indipendentisti. Il nome di Bandera (da sempre considerato divisivo – partigiano, patriota della Seconda Guerra mondiale ed eroe nazionale per alcuni, criminale di guerra, filonazista, sterminatore di polacchi ed ebrei per altri), morto cinquantenne a Monaco di Baviera nel 1959 avvelenato da un sicario del KGB, è tornato in auge durante la famosa Rivoluzione di Maidan del 2014 a opera delle due più famose formazioni di estrema destra ucraine, Svoboda e Pravyj Sector (i cui militanti si definivano, e si definiscono tuttora, legittimi eredi di Bandera) ed è stato rilanciato dal Battaglione Azov, dopo l’occupazione russa del 2022, come eroe carismatico e mito fondativo dell’indipendenza ucraina.

Melnyk e Bandera: le ombre della storia ucraina
Un corteo in memoria di Bandera dei nazionalisti ucraini nel 2020 (Ansa).

Le generazioni del nazionalismo ucraino

Dal punto di vista formale, non vi è dubbio che Melnyk si possa qualificare come meno estremista di Bandera. Qualcuno sostiene, per esempio, che ciò fosse dovuto anche a un fattore generazionale: Melnyk, il suo predecessore e mentore Konovalets e gli altri indipendentisti della prima ora, i padri dell’Organizzazione Militare Ucraina (UVO) e quindi dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, erano nati a fine 800, avevano sperimentato sulla loro pelle la violenza e le atrocità della Prima Guerra mondiale, e avevano quindi una visione meno romantica del bellicismo e una minore propensione alla violenza rispetto alle generazioni più giovani. Senza contare che erano quasi tutti emigrati in altri Paesi, dagli Usa alla Germania, dove conducevano spesso una vita borghese se non addirittura agiata. In realtà le cose non stavano proprio così, se è vero che l’obiettivo della protezione delle minoranze ucraine e della lotta per l’indipendenza formalmente dichiarati dall’Organizzazione furono perseguiti, sin dall’inizio, attraverso l’uso sistematico della violenza e del terrorismo.

Melnyk e Bandera: le ombre della storia ucraina
Un momento della cerimonia per il ritorno dei resti di Andrii Melnyk e della moglie a Kyiv (da X).

Le lettere di Melnyk a Hitler e von Ribbentrop

E poi c’è il capitolo del collaborazionismo. Anche in questo caso, al di là di piccoli dettagli, le fazioni guidate da Melnyk e da Bandera operarono pressoché in maniera identica. Di più, i nazisti nutrirono sempre molta diffidenza nei confronti di Bandera, considerato poco affidabile in quanto ipernazionalista, tanto da costringerlo all’esilio forzato, preferendo puntare su Melnyk, ritenuto più leale. Tant’è vero che nel giugno del 1941, quando l’OUN di Bandera, con un colpo di mano, dopo l’occupazione di Leopoli da parte dei tedeschi, proclamò lo Stato nazionale indipendente di Ucraina (Stato che i nazisti smantellarono nel giro di pochi mesi), Melnyk si guardò bene dal collaborare con il pur effimero nuovo Stato, scrivendo, per l’occasione, una lettera a Hitler per chiedere di poter arruolare nelle unità militari altri volontari ucraini perché potessero «prendere parte alla lotta contro il bolscevismo barbaro e marciare fianco a fianco con le legioni europee e con la nostra liberatrice, la Wehrmacht tedesca». Di qualche anno prima (1938), era poi una lettera dello stesso Melnyk a Joachim von Ribbentrop, il potente ministro deli Esteri tedesco, in cui sosteneva che l’Organizzazione da lui guidata si poteva considerare, dal punto di vista ideologico, totalmente connessa ad altre realtà simili che erano sorte in Europa, in particolare il nazionalsocialismo tedesco e il fascismo italiano. Ma di tutto ciò, al memoriale militare nazionale di Kyiv non si è ovviamente parlato.

Iran-Usa, accordo più vicino: cosa prevede il memorandum d’intesa

La tv di Stato iraniana Irib ha illustrato l’ultima bozza del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran. Il testo prevede la revoca del blocco navale statunitense sui porti iraniani e l’impegno, da parte della Repubblica Islamica, al ripristinare del traffico marittimo commerciale nello stretto di Hormuz ai livelli prebellici. Questo entro un mese: la navigazione sarà gestita congiuntamente da Iran e Oman. Il “Memorandum di Islamabad”, così è stato chiamato il documento, prevede poi il ritiro delle forze militari Usa vicine al territorio iraniano (non è chiaro se riguardi solo le forze schierate adesso nella regione o anche quelle di stanza nelle basi). In caso di accordo definivo, entro 60 giorni l’intesa dovrà essere approvata come una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Chat antisemite di FdI a Trento, le opposizioni chiedono un’informativa di Meloni

Pd, M5s e Avs hanno chiesto alla Camera un’informativa di Giorgia Meloni dopo la pubblicazione da parte del Domani di alcuni screenshot di una chat di Whatsapp tra dirigenti trentini di Fratelli d’Italia (ex e attuali), in cui si leggono pesanti espressioni antisemite.

I messaggi incriminati scritti in chat

Come spiega il Domani, tutto è nato da una storia pubblicata su Instagram dal giornalista e militante di FdI Francesco Barone, in cui lo si vedeva assieme a David Parenzo, arrivato a Trento per il Festival dell’Economia. «Tra minchioni si intendono bene», scrive Daniele Demattè, consigliere comunale meloniano. Poco dopo il messaggio di dell’ex consigliere comunale Cristian Zanetti: «Peggio degli ebrei non so cosa possa esserci». Una cosa sì, almeno per Antonio Manara, cioè «i leccaculo dei giudei». Via della Scrofa già ieri aveva preso le distanze dal contenuto della chat, spiegando che «qualsiasi forma di antisemitismo è incompatibile con Fratelli d’Italia» e annunciando, se necessario, provvedimenti.

Chat antisemite di FdI a Trento, le opposizioni chiedono un’informativa di Meloni
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Schlein: «Meloni prenda provvedimenti»

«I messaggi di odio antisemita emersi dall’inchiesta del Domani nelle chat territoriali di Fratelli d’Italia di Trento sono gravissimi e inquietanti», ha dichiarato Elly Schlein, segretaria del Pd: «Parliamo di dirigenti ed ex rappresentanti istituzionali del partito di Meloni: per questo è necessario e urgente che lei, in prima persona, condanni con fermezza questi fatti e prenda provvedimenti». E poi: «L’odio antisemita rivolto contro gli ebrei non può trovare alcuno spazio. Non può esserci neppure il minimo dubbio che posizioni come quelle emerse nelle chat possano essere tollerate o derubricate». Dura condanna anche da parte della deputata Debora Serracchiani: «Ci domandiamo come possa la presidente del Consiglio tollerare che possano essere presenti ancora e ricoprire dei ruoli istituzionali importanti ed essere presenti nel coordinamento di FdI alcune persone che hanno in una chat utilizzato dei termini che sono a dir poco antisemiti». Così Francesco Boccia, capogruppo dem al Senato: «Chi guida FdI prenderà provvedimenti contro chi ha espresso questi giudizi? Oppure anche stavolta farà finta di nulla, mettendo come sempre la polvere sotto il tappeto?».

Gli attacchi di M5s e Avs alla premier

Per la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti «non è tollerabile che il partito di maggioranza di questo Paese e quello che esprime la presidente del Consiglio accolga tra le sue fila esponenti che si esprimono come abbiamo letto». Così Riccardo Ricciardi, capogruppo del M5s alla Camera: «Scandalosa e schifosa ipocrisia, avete bollato per mesi tanti di noi come antisemiti e gli antisemiti ce l’avete nel vostro partito».

Mario Sechi sotto tutela per le minacce degli anarchici

AGI - Il direttore di Libero ed ex direttore dell'AGI, Mario Sechi, è sotto tutela dopo alcune minacce provenienti dall'area anarco-insurrezionalista. Le intimidazioni, secondo quanto si apprende, sono arrivate in relazione ad alcuni editoriali scritti da Sechi sulla morte - avvenuta a Roma il 20 marzo scorso -, di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici che hanno perso la vita per l'esplosione di un ordigno che stavano confezionando. L'inchiesta sull'esplosione è delegata ai poliziotti della Questura di Roma.

La solidarietà di Fazzolari

 "Piena solidarietà al direttore di Libero, Mario Sechi, per le minacce ricevute". Cosi' Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all'attuazione del programma di governo. Fazzolari esprime "grande apprezzamento per il lavoro che svolge" Sechi "con libertà e coraggio, tali da averlo reso bersaglio di ambienti anarchici con conseguente attivazione della tutela. Chi pensa di fermare la sua penna con questi metodi sbaglia: conosco Mario Sechi e so per certo che non è tipo da farsi intimidire".

Donzelli, condanna sia unanime

"Solidarietà al direttore di Libero, Mario Sechi, sotto tutela a causa delle minacce ricevute dagli anarchici. Condanniamo la viltà di chi, attraverso la violenza, tenta di condizionare il lavoro della stampa e dei giornalisti. Siamo certi che il direttore Sechi non si farà intimorire da personaggi che odiano la democrazia e la libertà. Ci auguriamo una condanna unanime: le istituzioni devono rimanere unite contro chi vorrebbe provare in questo modo a sovvertire lo Stato". Lo afferma in una nota il deputato e responsabile organizzazione di Fratelli d'Italia, Giovanni Donzelli.