Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso

C’è un nuovo movimento migratorio in corso. No, non riguarda le rotte del Mediterraneo, ma quelle del parlamento e delle amministrazioni locali. Le cronache del Corriere della Sera ci informano che un nugolo di Noi Moderati, la creatura politica di Maurizio Lupi, già fragile all’anagrafe, ha deciso di spiccare il volo verso Forza Italia. Un ritorno alla casa madre, direbbero i più indulgenti. Una diserzione con tanto di trolley blu elettrico, commenterebbero i più sinceri.

Fuga da Noi Moderati: perché il partitino centrista di Lupi non ha più senso
Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).

Osservato da vicino, il fenomeno ricorda certe colonie di farfalle che, quando la stagione cambia, si spostano in cerca di un clima più mite. In questo caso, la stagione che avanza è elettorale, e il clima più mite è quello azzurro: sempre temperato, mai estremo, protetto dal simbolo di Silvio Berlusconi come da un sole che non tramonta mai.

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Antonio Tajani con alle spalle una gigantografia di Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).

“Noi Moderati”: come se Tajani fosse invece campione d’estremismo

Lupi tenta di spiegare la diaspora con la serenità del capo scout che vede i suoi ragazzi scegliere un altro campo estivo. Il problema è che di campo in campo, fuori da Forza Italia la tenda del centro moderato si sta sfilacciando come un vecchio telone da parrocchia. La verità è che in un’epoca in cui i partiti per sopravvivere devono accentuare la loro natura identitaria, Noi Moderati non ha senso. È un’espressione verbale sospesa, mai coniugata al futuro. Il nome stesso pare un esercizio di understatement politico: “Noi Moderati”, ossia: non esageriamo, non disturbiamo, non contiamo troppo. Come se Antonio Tajani e i suoi fossero invece campioni d’estremismo. Una postura perfetta per il parlamento dei silenzi, ma letale quando si tratta di sopravvivere alla giungla elettorale. Un mero ticket per portare a casa un selfie nei comizi con gli altri leader della maggioranza i cui voti pesano e si contano.

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Da sinistra Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).
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Maurizio Lupi e Angelino Alfano ai tempi di Alternativa popolare (foto Imagoeconomica).

Chi resta è pronto ad andarsene: occhio a Carfagna e Gelmini

Non stupisce quindi che gli esemplari più agili abbiano già spiccato il salto evolutivo. E chi resta è pronto a farlo. Come Mara Carfagna, che negli anni ha affinato la tecnica del volo trasversale. O Mariastella Gelmini, che ha perfezionato l’arte dell’atterraggio morbido, con tanto di dichiarazione programmatica sulla “responsabilità”, paracadute semantico che si apre sempre in tempo per evitare i capitomboli più duri.

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Un luogo che tutti dicono di cercare, ma che nessuno riesce ad abitare

Lupi, intanto, resta sul ciglio del sentiero con la lanterna del moderatismo accesa. Ma la fiamma vacilla. Perché il centro, in Italia, è un luogo che tutti dicono di cercare ma che nessuno – vedi il duello infinito tra Matteo Renzi e Carlo Calenda (il primo oggi che ci riprova nella versione Casa riformista) – riesce davvero ad abitare. È come un agriturismo fuori stagione: rassicurante, silenzioso, ma sempre con poche prenotazioni.

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Carlo Calenda con Matteo Renzi (foto Ansa).

Resta solo una domanda: chi rimarrà a custodire il centrino del centro?

Un entomologo, guardando diaspore e migrazioni, prenderebbe appunti con curiosità e un filo di tenerezza. Poi annoterebbe sospirando sul suo taccuino: «Specie in declino. Non aggressiva. Inoffensiva. Destinata a sparire tra una legislatura e l’altra». E così, mentre i più scafati si muovono verso lidi più sicuri, resta solo una domanda: chi rimarrà a custodire il centrino del centro? Forse un usciere distratto, incaricato di spegnere la luce. Mentre gli abitanti del palazzo stanno prendendo alla chetichella il largo, con indosso il salvagente azzurro di Forza Italia e lo sguardo fisso al prossimo giro di poltrone.