Israele e Hamas approvano la prima fase del piano Usa: cosa succede ora

Israele e Hamas hanno sottoscritto la «prima fase» dell’accordo di cessate il fuoco promosso dagli Stati Uniti. L’annuncio è arrivato da Donald Trump, che ha definito l’intesa «un evento storico e senza precedenti», ringraziando Qatar, Egitto e Turchia per la mediazione. Secondo l’Afp, la fase concordata prevede lo scambio dei 20 ostaggi israeliani ancora vivi con 1950 prigionieri palestinesi, tra cui 250 ergastolani, da effettuarsi entro 72 ore. Nel frattempo, scrive il quotidiano israeliano Haaretz, l’esercito dovrà lasciare la maggior parte delle città della Striscia, compresa Gaza City, mentre Rafah resta esclusa dalla mappa del ritiro delle Idf. Trattandosi della prima fase del piano, restano da negoziare i punti più controversi della fine del conflitto, ovvero il disarmo di Hamas e la futura governance della Striscia di Gaza. Il gruppo palestinese, secondo l’agenzia Efe, è aperto a «consegnare le sue armi a un comitato egiziano-palestinese», mentre «propone di negoziare la gestione di Gaza con l’Autorità Nazionale Palestinese» e «rifiuta la presenza di Tony Blair come governatore di Gaza». 

Il piano non prevede la nascita di uno Stato palestinese

Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, ha accolto con favore l’accordo sulla prima fase del cessate il fuoco, definendolo «un passo verso la soluzione dei due Stati». Come riferisce l’agenzia Wafa, Abbas ha ringraziato Donald Trump e i mediatori di Qatar, Egitto e Turchia, ribadendo che «la sovranità su Gaza appartiene allo Stato di Palestina» e che sarà necessario ristabilire il legame con la Cisgiordania attraverso l’applicazione delle leggi e delle istituzioni palestinesi. Tuttavia, nonostante la crescente pressione internazionale per il riconoscimento di uno Stato palestinese, con 11 Paesi occidentali che a settembre lo hanno riconosciuto all’Onu, Donald Trump non ha menzionato il tema e il governo Netanyahu ha sempre respinto questa prospettiva.

Israele e Hamas approvano la prima fase del piano Usa: cosa succede ora
Una donna a Khan Younis attende l’annuncio del cessate il fuoco (Ansa).

I dubbi sul ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza

Secondo le prime analisi del piano, l’effettiva attuazione dell’accordo resta incerta. Il piano di Trump prevede una governance internazionale presieduta da lui stesso e da privati come Tony Blair, ma finora non si è parlato del coinvolgimenti di forze di peacekeeping dell’Onu come forma di garanzia per l’accordo e la sicurezza dei civili. È un nodo che sarà affrontato nella seconda fase dei negoziati, ma che per ora lascia intendere la permanenza delle forze israeliane all’interno dell’enclave. H. A. Hellyer, analista del Royal United Services Institute, ha spiegato ad Al Jazeera che le fasi del ritiro israeliano da Gaza sono «cruciali», ma difficili da conciliare con la posizione di Israele, che intende «mantenere il controllo della sicurezza dal fiume al mare» e si è finora opposto a un ruolo dell’Anp nella governance della Striscia. Michael Schaeffer Omer-Man, direttore per Israele-Palestina del gruppo per i diritti Dawn, ha inoltre ricordato che «Israele ha deliberatamente e apertamente violato ogni tregua finora raggiunta», e che la priorità dovrà essere garantire l’ingresso di aiuti, beni commerciali e persone a Gaza, senza un ritorno a forme di occupazione o al conflitto.