C’è un momento preciso in cui molti italiani smettono di amare i propri eroi, ed è quando lo diventano davvero. Jannik Sinner, il ragazzo che gioca a tennis come fosse un’equazione di fisica quantistica, ha deciso di saltare la Coppa Davis per preservarsi dopo una stagione da numero uno morale e numero due reale. Tanto è bastato perché, da Bruno Vespa al Codacons passando per un nutrito drappello di odiatori, si aprisse la caccia al traditore della patria.
Vespa crede che l’identità nazionale sia incompatibile col bilinguismo
Il conduttore di Porta a porta, supremo custode del galateo patriottico, con un tweet (e se nel farli non sbagliasse i nomi non sarebbe disdicevole) gli ha rimproverato di non essere abbastanza italiano. Colpa del tedesco che Sinner parla con naturalezza, essendo nato in Alto Adige, a un tiro di fucile dai confini austriaci. Evidentemente Vespa deve essersi convinto che l’identità nazionale sia incompatibile col bilinguismo.
Poi è arrivato il Codacons, la sentinella del populismo etico, che ha chiesto il ritiro delle onorificenze perché un atleta che rinuncia alla Davis non è degno della Repubblica. È il ritorno di un’antica malattia italiana: confondere il servizio con il servilismo. Non basta vincere, bisogna anche inginocchiarsi davanti alla platea che ti spia ogni mossa.
Un atleta che eccelle senza diventare carne da macello per la tivù è da punire
Sinner del resto si è macchiato – e non da oggi – di una colpa imperdonabile: rappresenta l’Italia che funziona. Quella che non chiede scuse, che non ha bisogno di un endorsement ministeriale per esistere ed è refrattaria alla piaggeria. È educato, riservato, lavora duro, non urla, non litiga con gli arbitri. In un Paese dove la modestia è sospetta e il successo dev’essere giustificato, un atleta che eccelle senza diventare carne da macello per i palinsesti televisivi diventa un’anomalia da punire.

C’è un riflesso pavloviano nel dibattito pubblico: appena qualcuno spicca il volo, bisogna ricordargli che è uno di noi. E se non lo è abbastanza, se non parla con un accento sufficientemente popolare o non si presta alla melassa patriottica, allora ecco che diventa arrogante, freddo, ingrato. Non serve neppure la sconfitta: basta non mostrarsi riconoscente verso la mediocrità.
Sinner colpevole del gran rifiuto del Quirinale e di Sanremo
Dietro le accuse di Vespa, del Codacons e dei patrioti d’occasione che vi si sono accodati c’è un’idea distorta di italianità, tutta televisiva: il Paese come talk show permanente, dove l’unico vero peccato è sottrarsi alla chiacchiera. Sinner, colpevole del gran rifiuto di salire al Quirinale e di aver bellamente rimbalzato Sanremo, è uno che comunica poco, pensa molto, e soprattutto è refrattario ad annegare le sue vittorie in un profluvio di parole. Così facendo, diventa automaticamente un anti-italiano.

Mentre nel resto del mondo il successo di uno sportivo è simbolo d’orgoglio nazionale, da noi si trasforma in un referendum morale. Non importa che Sinner rappresenti l’Italia meglio di mille inni cantati: ciò che conta è l’atto di fedeltà pubblica, la prostrazione rituale. L’atleta moderno, secondo il nostro codice patriottico, dev’essere bravo non solo sul campo, ma anche fedele interprete del carattere nazionale.
Jannik salta la Davis e non ha bisogno del nostro perdono per farlo
Il suo caso racconta qualcosa di più generale, ossia la nostra difficoltà a convivere con l’eccellenza individuale. In Italia la competenza è sempre sospetta, l’autonomia è arroganza, la disciplina è freddezza. Il successo, quando non è fortuito, va punito. Nel profondo, non ce l’abbiamo con Sinner perché salta la Davis, ma perché non ha bisogno del nostro perdono per farlo. È l’indipendenza che irrita, non l’assenza.

In un ecosistema dove tutto è negoziabile – carriere, fedeltà, convinzioni – un ragazzo che decide da solo è un corpo estraneo. E quando qualcuno osa farlo, ci vuole poco a precipitarlo dall’altare alla polvere. È un tratto fondativo dell’indole nazionale: amare i propri talenti finché restano accessibili, poi demolirli quando diventano modelli. Chi vola troppo alto, da noi, prima o poi viene invitato a tornare giù. Magari per un’intervista nel salotto di Bruno Vespa.















