C’è un momento, nella parabola del potere italiano, in cui la carriera non finisce: semplicemente cambia di casa. Si passa dal partito all’Authority, dal comizio alla delibera, dalla mozione alla sanzione. Eternamente sulla bocca di tutti, il termine indipendenza diventa sinonimo elegante di sistemazione.

Ghiglia, ex missino e coordinatore piemontese di Fratelli d’Italia
Prendiamo Agostino Ghiglia. Ex deputato missino, ex coordinatore piemontese di Fratelli d’Italia, oggi membro del collegio che dovrebbe vigilare sulla privacy di tutti noi. L’arbitro dei dati, insomma. Ma pochi giorni prima che l’Authority multasse Report per 150 mila euro, Ghiglia è stato fotografato mentre entrava nella sede del partito di Giorgia e Arianna Meloni. Nulla di penalmente rilevante, certo. Ma l’immagine è di quelle che restano: l’arbitro che passa dagli spogliatoi di una delle due squadre prima del fischio d’inizio.
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Il punto però non è Ghiglia, è il sistema. Le “autorità indipendenti”, nate per garantire distanza dalla politica, in molti casi si sono trasformate nel suo parcheggio dorato. L’ultima spiaggia dei fedelissimi, la clinica di riabilitazione dei reduci. Dovrebbero vigilare, ma troppo spesso si adagiano ubbidienti: cani da guardia con il pedigree di partito.

Il ricambio non esiste: c’è solo il riciclo. E la riconoscenza dei nominati
Non è un’eccezione: all’Antitrust siedono ex parlamentari, all’Agcom ex portavoce, all’Anac ex consiglieri ministeriali. In teoria tutelano il cittadino, in pratica perpetuano la filiera del potere. La politica non si ritira: si traveste da autorità. La maggioranza nomina, l’opposizione si indigna finché non tocca a lei fare lo stesso. Tutti scandalizzati a turno, tutti complici a rotazione. Il ricambio non esiste: c’è solo il riciclo. E la riconoscenza dei nominati, felici di essere entrati a far parte del museo delle cere: ex ministri, ex portavoce, ex coordinatori regionali imbalsamati con la formaldeide dell’autonomia. Parlano di imparzialità con la stessa passione con cui un tifoso ultrà cita il regolamento.

Ci si abitua a tutto, anche all’idea che i controllori siano i controllati
Per continuare a governare anche quando non governa, la politica si è inventata la governance: il potere senza voto, il potere che non risponde a nessuno. E il bello è che non fa più scandalo. Ci si abitua a tutto, anche all’idea che i controllori siano i controllati. Così la fiducia evapora, la trasparenza si scolora, e la parola garante perde la maiuscola per diventare un’etichetta come un’altra. Mentre la carriera pubblica non finisce mai: cambia solo forma. Da onorevole a commissario, da sottosegretario a garante, da spin doctor a vigilante della privacy. Ogni sconfitta elettorale è una candidatura alla resurrezione istituzionale. E quando il riciclo è così perfetto, il problema non è la politica che occupa tutto: è che non se ne va mai.
