C’è qualcosa che suscita simpatia e umana comprensione nel vedere Giorgia Meloni corteggiare Carlo Calenda con la neanche tanto recondita idea di imbarcarlo nella maggioranza sbarazzandosi di Matteo Salvini. È come se la premier, dopo anni di convivenza tossica con l’uomo del Papeete, avesse deciso di cambiare compagno di viaggio: meno testosterone da comizio, più narcisismo da talk show. Meno ruspe, più numeri e tabelle.

Meloni è alla ricerca di un assetto più europeo
Il primo esperimento in Toscana, con Azione che entra nella Giunta di centrodestra a Lucca. Un episodio apparentemente marginale, ma che in Italia anticipa sempre una mutazione genetica. Da lì al governo il passo può essere breve. Perché Meloni, stanca di farsi logorare dal suo rissoso vicepremier, punta a ristrutturare la sua compagnia. Prima mossa: fuori Salvini, dentro Calenda. Seconda: elezioni anticipate nel 2026 come colpo di teatro e ricerca di un assetto più “europeo”, ritagliato su di lei e sul suo funambolico equilibrio tra Washington e Bruxelles. La miccia l’ha accesa Viktor Orbán. Il premier ungherese è venuto in Italia a ricordarle chi sia il vero amico sovranista di un tempo. Il leader leghista lo ha accolto come un vecchio compagno di militanza. Meloni, irritata, ha alzato il sopracciglio. Un déjà vu di famiglia: lui che gioca a fare l’anti-sistema, lei che si veste da statista. Scontro silenzioso, a denti stretti, ma eloquente. Ed è lì che Giorgia ha capito che la Lega è un non più tollerabile impiccio: troppo populista per Bruxelles, troppo sfiatata per l’Italia.

Calenda più parla, meno voti prende, più viene invitato
E così, mentre Salvini promette di vendere cara la pelle, lei si guarda intorno. E trova Calenda. L’uomo perfetto per sostituire Salvini, se non fosse per un piccolo dettaglio: il capo di Azione è talmente innamorato di sé che l’autostima da tratto caratteriale si trasforma in un palinsesto quotidiano. Basta uno specchio e parte la diretta sui social e poi la sera nei vacui salotti della chiacchiera televisiva. Assieme a Matteo Renzi, è l’unico politico italiano capace di ottenere una visibilità inversamente proporzionale al suo peso elettorale. Più parla, meno voti prende. Ma più viene invitato. Una performance strabiliante, a metà tra coaching motivazionale e soliloquio aristotelico.

Obiettivo Quirinale
Meloni, che il narcisismo lo riconosce al volo, lo corteggia con astuzia: sa che a Calenda basta sentirsi “interlocutore istituzionale” per considerarsi copremier. In vista della fatidica chiamata, lui recita il solito copione: «Non si tratta di alleanze ma di convergenze programmatiche», che in politichese significa: mi sto sistemando la giacca prima di dire sì. Nel frattempo Meloni marcia con determinazione sull’obiettivo: disfarsi del fardello leghista prima che diventi una zavorra elettorale. Sostituire l’estremismo con la rispettabilità, il Papeete con Palazzo Koch. In sostanza, europeizzare la destra italiana per garantirsi un altro giro di giostra a Bruxelles e, in futuro, il trionfale ingresso da prima donna (realtà e metafora coincidono) al Quirinale. Salvini è il passato. Calenda, per quanto insopportabilmente autoreferenziale, è il futuro utile. Anche se parlando di utilità, il compagno Lenin l’avrebbe definita in un altro modo.

