Non c’è nemmeno bisogno di aspettare la fine delle elezioni regionali – Veneto, Campania, Puglia – per capire che la campagna elettorale per le Politiche è già iniziata. Ed è iniziata con il duello referendario sulla separazione delle carriere dei magistrati. Una modifica costituzionale, approvata dal Parlamento senza neanche un emendamento, che avrà bisogno del referendum confermativo – senza quorum dunque – che si terrà nella primavera del 2026.
Meloni cerca di depoliticizzare e spersonalizzare la riforma
Le insidie sono dappertutto e per entrambi gli schieramenti. Il governo Meloni cercherà soprattutto di evitare di personalizzare lo scontro come accadde ai tempi di Matteo Renzi per il referendum costituzionale del 2016. La maggioranza sta infatti tentando di depoliticizzare e spersonalizzare la riforma, spiegando che non è un referendum su Meloni o sul governo in quanto tale. È quello che va ripetendo per esempio il ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Auspico che la campagna referendaria si svolga sui contenuti, sugli aspetti tecnici» della riforma e «non divenga un Meloni sì, Meloni no, come fu per Renzi», anche perché «la riforma non è rivoluzionaria come si dice», ha spiegato Nordio conversando con i cronisti in Senato nei giorni scorsi. «La separazione delle carriere», ha aggiunto il Guardasigilli, «conclude il percorso iniziato nel 1983 con l’introduzione del processo accusatorio. Nella Costituzione del 1948 c’era un’unica carriera perché in Italia vigeva il processo inquisitorio ereditato dal fascismo, come il codice penale. In tutti i Paesi in cui esiste il processo accusatorio c’è anche la separazione delle carriere, che quindi è una riforma meno rivoluzionaria di come si dice».

Forza Italia punta sull’effetto nostalgia (di B)
La maggioranza sembra dunque non voler drammatizzare lo scontro, eppure la scarsa conoscenza della materia da parte dei cittadini necessiterebbe di un maggior coinvolgimento emotivo, quantomeno per attirare l’interesse degli italiani forse presi da altro. C’è da dire però che Forza Italia sta puntando parecchio sulla nostalgia e sull’emotività berlusconiana, come si evince anche dalle parole della ministra dell’Università Anna Maria Bernini: «La riforma della giustizia è una delle battaglie storiche di Forza Italia. Da sempre crediamo in un sistema davvero imparziale, capace di tutelare i diritti dei cittadini e garantire la piena indipendenza dei giudici. Il voto di oggi al Senato segna un passo importante in questa direzione: una vittoria che vogliamo dedicare al nostro Presidente, Silvio Berlusconi, che per primo ha creduto in questa sfida». Resta da capire un fatto politicamente non secondario: se fossero stati permessi gli emendamenti, le modifiche alla riforma, tutto il centrodestra sarebbe stato compatto o sarebbero emersi notevoli distinguo? Domanda che ci poniamo. Forse le correzioni non sarebbero state poche ed è il motivo per cui Meloni e i suoi non hanno voluto che ci fossero. È anche per questo che Matteo Renzi va ripetendo che in caso di sconfitta Giorgia Meloni si dovrebbe dimettere, ma difficilmente lo farà. Anche perché, a differenza di Renzi quasi 10 anni fa, non ha mai promesso la propria testa all’elettorato.

Tra M5S e Pd è duello sulla primogenitura del No
Sembra avere dunque più problemi l’opposizione, dove ancora una volta è in corso una sontuosa competizione fra il M5S e il Pd sulla primogenitura del No. Per Giuseppe Conte sarà semplice intestarsi l’eventuale vittoria nel referendum, con tutto quell’eloquio antimeloniano che rispolvera, per non farsi mancare niente, il repertorio su P2 e Licio Gelli e la prosecuzione della massoneria con altri, sovranisti, mezzi. Elly Schlein rischia di ritrovarsi in mezzo al duello privilegiato fra Conte e Meloni, facendo la parte di quella che vince per aggregazione e non per protagonismo.

Le divisioni interne ai dem
Anche perché dalle parti del M5S incertezze interne non ve ne sono; nel Pd invece non mancano i favorevoli alla riforma. Persino tra gli amici di Schlein, come Goffredo Bettini, che poco più di un mese fa al Congresso delle Camere Penali in corso a Catania ha detto: «Se la separazione delle carriere è un segnale verso la terzietà del giudizio per me ben venga. Se c’è l’imputato e due giudici è meglio che i giudici non si sommino ma, al contrario, si distinguano. Non due contro uno. Ma uno e uno. E se c’è un modo per evitare che qualche tipo di sentenza sia al riparo, di reciproche convenienze, di scambio di favori, di un clima politicamente intossicato ben venga il superamento delle correnti di potere nella magistratura, affidandosi ad altre vie per la costituzione del Csm. Ed evitando che i Pm rispondessero al potere politico che in quel momento comandava». Forse per il Pd sarebbe meglio garantire la libertà di coscienza e puntare sugli argomenti migliori per mobilitare l’elettorato.

