Il cortocircuito su Meloni, un modello per l’estero ma bocciata in casa sulla manovra

C’è una strana distorsione in questi giorni tra l’immagine internazionale di Giorgia Meloni e come viene percepita a casa sua. All’estero la premier è diventata un modello: il Financial Times l’ha di fatto incoronata leader più solida d’Europa, esempio di pragmatismo in un continente che sbandiera austerità e pratica il deficit, e che gli altri grandi azionisti dell’Unione dovrebbero seguire. A Roma, però, la musica cambia e introduce note dissonanti. Qui non è il Financial Times a parlare, ma Bankitalia, Istat e l’Ufficio parlamentare di bilancio: tre entità refrattarie alla retorica, le uniche che non si lasciano smuovere dai selfie di Palazzo Chigi. E il loro giudizio sulla manovra economica appena varata è una bocciatura senza appello: favorisce i ricchi o, per essere precisi, la parte ricca del ceto medio, e non riduce le disuguaglianze. È una legge di bilancio pensata non per redistribuire, ma per rassicurare. Tradotto in linguaggio politico: una manovra più da campagna elettorale che da economia reale.

Panetta, il governatore di Bankitalia a suo tempo caldeggiato da Palazzo Chigi

Così nasce un corto circuito interessante: la Meloni che il più autorevole dei giornali economici descrive come regina d’Europa viene rimessa in riga da chi, in Italia, i conti li fa per mestiere. E in un Paese dove le manovre si scrivono più col rosario che con la calcolatrice, il fatto che a dubitare siano proprio i custodi dei numeri – in primis Fabio Panetta, il governatore di Bankitalia a suo tempo caldeggiato da Palazzo Chigi – è una piccola rivoluzione copernicana.

Il cortocircuito su Meloni, un modello per l’estero ma bocciata in casa sulla manovra
Fabio Panetta, n.1 di Bankitalia (foto Imagoeconomica).

Il Giubileo fiscale, un condono travestito da gesto di equità

Nel mirino, oltre al taglio dell’Irpef, c’è la solita rottamazione delle cartelle: un condono travestito da gesto di equità. Ogni governo, quando la cassa piange, apre una porta santa per gli evasori. È il Giubileo fiscale, il rito più longevo della politica italiana: perdona e incassa. Si chiama rottamazione, ma è sempre la stessa carezza della clemenza all’elettorato, quello che ha più paura del commercialista che del governo.

Si chiamano misure per la crescita, ma somigliano a cerotti sulla stagnazione

Dietro le critiche dei santuari economici non c’è solo un dissenso contabile, ma un sospetto più profondo: che la manovra non abbia un disegno, né un’anima. Che si limiti a distribuire bonus e sconti come coriandoli, sperando che l’effetto ottico somigli a una visione strategica. Si chiamano misure per la crescita, ma somigliano a cerotti sulla stagnazione. È la vecchia arte italiana di chiamare riforma ciò che evita di cambiare, e di confondere il movimento con il progresso.

Il cortocircuito su Meloni, un modello per l’estero ma bocciata in casa sulla manovra
La premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Il paradosso di sempre: l’Italia piace quando sembra tedesca

Il fatto che fuori dai confini l’immagine di Meloni continui a riscuotere credito (l’Europa e l’alleato americano la vedono pragmatica, disciplinata, rassicurante) è il paradosso di sempre: l’Italia piace quando sembra tedesca, anche se, viste le condizioni in cui oggi versa Berlino, la metafora è obsoleta. Ma dietro il profumo di stabilità resta l’aroma acre della disuguaglianza, e la sensazione che la premier «modello di stabilità e disciplina per l’Unione europea» abbia costruito la sua solidità più sulla sabbia del consenso che sul cemento della crescita.