Erano in due, ma sembravano infinite. Alice ed Ellen Kessler: gambe chilometriche, sorriso sincronizzato, l’arte di essere identiche eppure inconfondibili. Sono morte insieme, come hanno vissuto: speculari, disciplinate, inseparabili fino all’idea che l’una non potesse esistere senza l’altra. Si portano via un’epoca della televisione dove regnava l’illusione che il piccolo schermo potesse essere il contenitore ideale per esprimere un esercizio di aggraziato divertimento serale. Sebbene promettessero di spingersi oltre, in quella notte troppo piccolina dove c’è poco tempo per ballar e per cantar. Le Kessler non furono solo due ragazze tedesche con un passo elegante. Furono la prima fabbrica dell’immaginario televisivo italiano. In Studio Uno divennero la sigla vivente di un Paese che si affacciava, tra una timida trasgressione e una censura, all’età dell’immagine: «Hello boys/ Traversando tutto l’Illinois/ Valicando il Tennessee/ Senza scalo fino a qui/ È arrivato il da-da-um-pa». Quattro sillabe per far partire ovunque il tormentone, e trasformarle in mito.
Le loro gambe disegnavano geometrie tali da far tremare la pruderie democristiana
Le loro gambe, celebrate e sorvegliate, disegnavano geometrie tali da far tremare la pruderie democristiana e spalancare una finestra su un’Italia che voleva sognare anche solo guardando. Il mito nacque così: una modernità importata, filtrata, coreografata, resa accessibile dal loro incedere che catalizzava la scena. Gambe come un compasso che misurava l’ampiezza del desiderio nazionale. Truffaut, nell’Uomo che amava le donne, fece dire al suo protagonista che le gambe delle donne servono a misurare la circonferenza del mondo. Le Kessler, senza saperlo, la tracciavano in diretta. La loro grandezza stava nell’ambiguità. Erano due, ma per sintonia una soltanto: pensavano, respiravano, si muovevano come un unico meccanismo perfetto. Libere, ma dentro una gabbia estetica che contemplava il sogno dell’ordine in un Paese appena affacciatosi al disordine televisivo. In quel bianco e nero di luci sparate e fondali di cartone, la Rai sembrava imparare a parlare osservandole mentre danzavano: simmetria, ritmo, ripetizione. La grammatica del varietà nasceva lì.
La loro doppiezza da trucco scenico è diventata metafora culturale
Le Kessler furono il prototipo di tutto ciò che sarebbe venuto poco dopo: la soubrette esotica e via via più conturbante, la bellezza funzionale a trasformarla puntata dopo puntata in telediva. Non era solo spettacolo: era una dichiarazione d’intenti. La televisione italiana, ancora pudica e moralista, trovò nei passetti del Da-da-un-pa un compromesso alto tra desiderio e decoro. Movenze sinuose ma mai sfrontate, sensualità filtrata dalla regia di Antonello Falqui e dalla voce di Mina. Insomma, tutto l’erotismo che si poteva mandare in onda alle 21. Poi arrivò il colore, e la fine dell’incanto bidimensionale. Le Kessler continuarono a ballare, recitare, cantare, ma il mondo cambiò ritmo. Il varietà diventò talk, l’applauso si fece audience, la scena cedette il posto al format. Alice ed Ellen restarono impeccabili, pur nel loro evidente anacronismo. Anche quando la televisione cominciò a sgualcirsi, cercarono fino all’ultimo di stirarla.
Il paradosso è che la loro doppiezza da trucco scenico è diventata metafora culturale. Erano il riflesso di un Paese che cominciava a guardarsi allo specchio: voleva la liberazione sessuale ma restava cattolico, inseguiva la modernità ma temeva lo scandalo, amava la libertà purché vestita da coreografia. Le Kessler hanno vissuto oltre la fine di quella televisione che le rese possibili: lenta, elegante, orchestrale, dove il tempo di un inchino valeva più di mille parole. Ora la chiusura del cerchio, la morte in coppia con la sincronia di un colpo di teatro perfettamente riuscito. Come volessero concedersi (e concederci) l’ultimo ballo insieme, ma senza più sipario né applausi.










