Urla «Palestina libera» e viene licenziata: la Scala dovrà risarcirla

La maschera licenziata dal Teatro alla Scala per aver gridato «Palestina Libera» lo scorso 4 maggio, prima di un concerto con presente la premier Giorgia Meloni, dovrà essere risarcita. È stato il Tribunale del Lavoro a stabilirlo con una sentenza con cui ha dato ragione alla lavoratrice. La 24enne, prima del meeting annuale dell’Asian Development Bank, ha tentato di srotolare uno striscione e gridato la frase che le è poi costata il posto di lavoro. Per i giudici il Teatro dovrà risarcirla delle mensilità maturate e coprire le spese di lite. La Scala aveva contestato alla maschera di aver tradito la fiducia disobbedendo agli ordini di servizio. La giovane donna, infatti, aveva lasciato i palchi, dov’era stata assegnata, per andare in galleria.

Cub chiede anche il reintegro

Il sindacato Cub, che ha assistito la 24enne, ha spiegato: «Gridare “Palestina libera” non è reato e i lavoratori non possono essere sanzionati per le loro opinioni politiche. Con l’assistenza dell’avvocato Alessandro Villari, la lavoratrice, che aveva un contratto a termine a settembre, sarà risarcita di tutte le mensilità che intercorrono dal licenziamento alla scadenza naturale del contratto. Il Teatro dovrà anche coprire le spese di lite». Cub, però, chiede anche il reintegro: «Qualsiasi altro sovrintendente non avrebbe optato per il licenziamento ma nemmeno per un rimprovero scritto. È stata fatta solo una figuraccia internazionale e ce la potevamo evitare perché si è trattato di un licenziamento politico. L’atteggiamento del sovrintendente Fortunato Ortombina è stato quello di punirne uno per educarne altri cento. Di fronte a questa sentenza chiediamo il reintegro della giovane studentessa».