Il Donald Trump di The Apprentice sembra scomparso. Il celebre «You’re fired!», «sei licenziato», marchio distintivo del reality trasmesso dalla NBC, ma anche del suo primo mandato alla Casa Bianca, pare non trovare posto in questa amministrazione. I fatti di Minneapolis hanno segnato profondamente la presidenza. Al netto della sicumera ostentata da The Donald, le morti di Renee Good e Alex Pretti lo hanno costretto a correre ai ripari. E così, in poco meno di 24 ore, è stata scavalcata la segretaria per l’Homeland Security, Kristi Noem, che gestiva il dossier ed è stato rispedito in California il capo dell’operazione Metro Surge a Minneapolis, Greg Bovino. Ma nessuno dei due ha seriamente rischiato il posto. Nemmeno la poltrona di Stephen Miller, consigliere ombra responsabile di moltissime policy repressive dell’amministrazione e ispiratore della stessa Noem, traballa. Insomma, nonostante il flop dei suoi fedelissimi e i sondaggi a picco, Trump non sembra intenzionato a licenziare proprio nessuno.

Da Pam Bondi a Waltz, Trump ha perdonato tutti
Il dossier Minnesota è solo l’ultimo esempio. Nel suo primo anno di mandato spesso e volentieri ha graziato chi lo aveva ‘deluso’. Eppure le occasioni per far rotolare teste non sono mancate. A partire dalla segretaria alla Giustizia Pam Bondi che ha pasticciato non poco sulla questione Epstein. Per settimane il fantasma del miliardario pedofilo ha perseguitato Trump proprio a causa delle mosse del dipartimento che prima ha fatto credere che milioni di file sarebbero stati pubblicati, poi ha ingranato la retromarcia e infine ha smentito di nuovo. Un tira e molla che ha offerto munizioni ai democratici e fatto infuriare la base più oltranzista del popolo MAGA.

Discorsi analoghi valgono anche per altri pezzi dell’amministrazione. Come nel caso di Susie Wiles, potentissima capa del gabinetto. In un suo profilo pubblicato lo scorso dicembre da Vanity Fair le sono state attribuite frasi choc su JD Vance definito un «complottista» e pure su Trump, un essere vendicativo con una «personalità da alcolizzato ad alto funzionamento». Una bomba che si è auto disinnescata senza conseguenze.

Persino chi ha davvero commesso errori, come Mike Waltz, è stato semplicemente ricollocato. Il consigliere per la sicurezza nazionale è finito nel cosiddetto Signalgate, ovvero la diffusione di dati sensibili sulle operazioni speciali Usa ai giornalisti attraverso l’app di messaggistica Signal. Trump lo ha rimosso ma solo per “promuoverlo” ambasciatore presso le Nazioni Unite. Pure Elon Musk è uscito di scena senza lo stigma di un vero licenziamento. Accolto in pompa magna nell’amministrazione come uomo “taglia sprechi” del DOGE, si è via via scontrato con Trump su dossier come i dazi o i visti negati ai lavoratori qualificati. Eppure tra i due non si è mai consumata davvero una rottura. Certo, è volata qualche parola forte sui social, ma nessun «You’re fired!». Mr Tesla si è allontanato senza particolari scossoni.

Cos’è cambiato dal Trump I al Trump II?
Eppure il primo mandato di Trump era stato molto simile a una stagione extra di The Apprentice. Come scrive Axios, solo nei primi 12 mesi le epurazioni si sono sprecate: via il capo gabinetto Reince Priebus (a fine mandato The Donald ne ha cambiati quattro) e il suo vice, via il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn (anche qui altri quattro cambi), via il capo stratega Steve Bannon (rimasto in carica solo sette mesi) e via ben tre capi della comunicazione tra cui Anthony Scaramucci, cacciato dopo appena 10 giorni. Cos’è cambiato dal primo e secondo mandato? Come mai Mr Apprentice sembra aver perso uno dei suoi tratti distintivi?

I rimpasti sono sintomo di instabilità
La prima ragione, nota Axios, ha a che fare con l’idea che sia necessario esprimere stabilità. Il primo mandato del tycoon viene ricordato per l’enorme caos. Lo staff della Casa Bianca sempre in subbuglio, mancanza di chiarezza sulla catena di comando e un’immagine di presidenza instabile. Ora Trump vuole evitare di ripetere quella stagione cercando di mantenere un gabinetto solido. Non solo. Il presidente, evitando di cedere alla pressione dell’opinione pubblica, degli alleati e degli avversari politici, è convinto di apparire come un leader sicuro di sé e forte.
Alcune nomine devono passare dal Senato dove i numeri ballano
Ma al di là di questioni simboliche, ci sono altre ragioni. La prima è che ogni licenziamento ha delle conseguenze. Escludendo i consiglieri come Waltz e Miller che sono di diretta nomina presidenziale, gli altri hanno un vincolo rispetto al Senato. Se Trump dovesse licenziare Noem o Bondi, il sostituto dovrebbe passare attraverso un voto di conferma. E in questa delicatissima fase politica potrebbero mancare i numeri. La maggioranza è risicata, ma soprattutto ci si trova in un anno elettorale. Seppur limitata, c’è una fronda di senatori repubblicani critica nei confronti delle ultime mosse dell’amministrazione. Come Thom Tillis della Carolina del Nord che proprio sui fatti di Minneapolis ha attaccato Trump. Imbarcarsi in una nomina al Senato con audizioni fiume rischia di trasformarsi in un boomerang sul piano della comunicazione e del ciclo delle news.

È sempre più difficile trovare dei fedelissimi con il cv giusto
Trump cerca sempre di circondarsi di fedelissimi. La lealtà è l’unico requisito richiesto. In questa fase, poi, contare su adepti che condividono al 100 per cento la visione trumpiana e per di più dotati di un profilo nazionale (in fondo Noem è stata una governatrice) è sempre più difficile. Dopo il 2021 e i fatti del 6 gennaio, grosse fette dell’establishment repubblicano si sono allontanate e quindi gli “esperti” della macchina pubblica a disposizione sono sempre meno.
Le voci di declino cognitivo
Ma il guanto di velluto del presidente potrebbe avere anche altre spiegazioni. Da qualche settimana nei corridoi di Washington si rincorrono voci sul declino cognitivo del presidente. Michael Wolff, giornalista e autore di saggi sulla prima presidenza Trump, in un’intervista al Daily Beast è arrivato a parlare di demenza: «Sembra sempre più squilibrato e disinibito. E l’altro sintomo che spesso appare con la demenza è la megalomania. Non posso fare a meno di pensare che la determinazione di Trump di apporre il suo nome su ogni singolo monumento sia slegata dalla realtà» Sorge quindi il dubbio che anche Trump si trovi in una situazione simile a quella di Joe Biden, con lo staff costretto a sopperire alle carenze del presidente dovute all’età.

In questo scenario il cerchio magico di consiglieri e segretari avrebbe quindi un peso decisionale maggiore, inclusa la possibilità di preservare il proprio ruolo evitando licenziamenti. Con ogni probabilità, nei prossimi mesi si tornerà a parlare della salute di The Donald visto che anche in Europa c’è chi comincia a nutrire qualche sospetto. Come ha scritto Politico Europe, il primo ministro slovacco Robert Fico avrebbe raccontato ad altri leader Ue di aver avuto un incontro strano con Trump a Mar-a-Lago. Stando ad alcuni funzionari, il premier sarebbe rimasto scioccato dallo stato in cui ha trovato il tycoon apparso «pericoloso» e «fuori di testa». Fico dal canto suo ha smentito la ricostruzione, ma il dubbio rimane.




