La posizione di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia indagato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo a Milano, si sta aggravando sempre di più. Secondo le versioni rese negli interrogatori da quattro colleghi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, il 42enne avrebbe gestito da solo e in maniera a dir poco opaca i concitati momenti dopo il colpo sparato. Ecco cosa sta emergendo.
Avrebbe mentito sulla chiamata ai soccorsi
Innanzitutto, Cinturrino avrebbe mentito agli altri agenti dicendo di aver chiamato i soccorsi dopo aver sparato a Mansouri, quando in realtà non l’aveva fatto. La chiamata, col pusher agonizzante a terra, sarebbe infatti partita più di 20 minuti dopo.
La possibile messinscena della pistola
C’è poi l’ipotesi della messinscena della pistola. Cinturrino aveva raccontato di aver agito per legittima difesa, dopo che Mansouri gli aveva puntato contro un’arma (rivelatasi poi finta). Ma il collega che era più vicino a lui (unico teste oculare dell’omicidio), prima che venissero effettivamente chiamati i soccorsi si sarebbe recato al commissariato Mecenate, per tornare sul posto con una borsa. Gli altri colleghi hanno detto di non sapere cosa ci fosse dentro. Insomma, l’ipotesi è che pistola a salve sia stata messa successivamente sulla scena e che Mansouri non l’abbia mai impugnata.
La gestione borderline di alcune operazioni precedenti
Cinturrino avrebbe gestito in prima persona la situazione e i colleghi, più giovani e dunque meno esperti, avrebbero sostanzialmente solo assistito. Sempre dai verbali, stando a quanto filtra, è venuta alla luce una gestione borderline da parte di Cinturrino di alcune operazioni precedenti. In alcune occasioni, infatti, avrebbe anche malmenato tossici e piccoli spacciatori presenti nella zona.
