Daniela Santanchè, dopo l’avviso di sfratto di Giorgia Meloni, ha puntato i tacchi 12. La ministra ha ingaggiato con la premier un inedito braccio di ferro per non mollare il Turismo nonostante, ormai, abbia tutti contro. Ma il diktat meloniano è implacabile, tanto che nei Palazzi ha ripreso vita il totoministro. E il nome sulla bocca di tutti è quello di Giovanni Malagò. Già presidente del Coni e patron delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, Malagò ha lavorato a stretto contatto con Luca Zaia (di cui è amico) e Attilio Fontana.

Certo, in caso di chiamata dovrebbe mettere definitivamente una pietra sopra ai trascorsi burrascosi con Giancarlo Giorgetti, autore dell'”odiata” riforma dello Sport. Ma sono altri tempi. E, si sussurra, a Giorgia Meloni «uno come Malagò serve come il pane, anche perché ha capito che è meglio avere buoni rapporti con i salotti romani se vuole continuare il suo percorso politico». E poi Giovanni «avrebbe anche la funzione di ‘diversivo’, è un piacione nonostante il passare degli anni, ha agganci importanti a livello internazionale e non solo nel mondo dello sport, sa gestire diplomaticamente situazioni difficili e quando sfodera il suo baciamano è imbattibile».

Per questo ii bookmaker capitolini indicano lui per il dopo Santanchè: già tutti immaginano che il ministero si trasferirà al Circolo Canottieri Aniene, tra partite di padel, cene estive all’aperto nel magnifico verde del club dove i soci «sono quelli che contano a Roma». Magari ai “duri e puri” della destra romana non piacerà, ma quella di Malagò è una scommessa che vale la pena giocare. E poi, diciamolo, l’ex numero uno del Coni è uno che ti risponde “al volo” su WhatsApp, e quando lo cerchi al cellulare e non risponde, dopo cinque minuti al massimo ti richiama scusandosi. Un dettaglio che conta molto.
Il taglio Delmastro
«Dovevamo farlo fuori prima». «Ci abbiamo messo troppo tempo a mandarlo via». «Uno così non doveva nemmeno fare il sottosegretario». Su Andrea Delmastro, costretto a dimettersi per volere diretto di Giorgia Meloni, i commenti si sprecano: ed è tutto “fuoco amico”, ovvero proveniente da Fratelli d’Italia, per non parlare dei leghisti e dei forzisti. «Certo, se vincevamo il referendum magari restava lì a via Arenula», spiffera un altro. Alla fine è arrivato il taglio Delmastro.
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Comunque, di primissima mattina, mercoledì il viceministro Francesco Paolo Sisto già diceva la sua in diretta su RaiNews24. È lui il vero vincitore della partita ministeriale, con Carlo Nordio autoazzoppato dal referendum e dall’uscita del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, è lui, il pugliese principe del foro di Bari, l’insigne penalista che attende ormai da 10 anni di diventare giudice della Corte Costituzionale.

Elezioni, dite a Conte che Ruffini è già pronto
Ernesto Maria Ruffini si è detto pronto a partecipare alle primarie per guidare la coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni politiche: qualcuno dovrà dirlo, e soprattutto farlo capire, a Giuseppe Conte, «uno che ogni volta che parla si autoproclama prossimo presidente del Consiglio facendo incazzare tutto il Pd», borbottano al Nazareno. Potrebbe essere Ruffini il Papa straniero che molti al centro evocano per battere Meloni? Tutto può essere. Colpisce invece che il suo nome non compaia nel programma della giornata dedicata alle celebrazioni per i 25 anni dell’Agenzia delle Entrate. E dire che Ruffini ne è stato direttore per anni, fino alla nomina di Vincenzo Carbone. A parte i saluti istituzionali di Giancarlo Giorgetti e del suo viceministro Maurizio Leo, alla giornata interverranno Luca Antonini, vicepresidente della Corte Costituzionale, Paola Severino, presidente della Scuola nazionale dell’Amministrazione, Giuseppe Arbore, Capo di Stato Maggiore del Comando generale della Guardia di finanza, Nicola Rossi, professore di Economia politica e persino il direttore del Museo egizio di Torino, Christian Greco. Ruffini invece niente, non pervenuto.

Per Pomicino le omelie di Zuppi e Damilano
Paolo Cirino Pomicino lo aveva detto: al referendum della giustizia avrebbe votato No. All’appuntamento elettorale però non ci è arrivato, come è stato ricordato al suo funerale nella basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria. C’era la famiglia, la sua Lucia, le figlie Claudia e Ilaria. Presenti il presidente della Camera Lorenzo Fontana, il capogruppo al Senato di Forza Italia Maurizio Gasparri, l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema, Pier Ferdinando Casini e molti altri. Ma l’attenzione era tutta per il cardinale Matteo Maria Zuppi che nell’omelia ha ricordato la passione per la politica e le doti di grande mediatore di Pomicino: «Aveva una passione totale per la politica, nel senso del bene della comunità, sempre pronto a mettersi in gioco, a contatto con la gente, facendosi voler bene», un uomo che «ha vissuto il suo impegno con una particolare passione che condivideva con tante personalità diverse, ma con un’appartenenza che le teneva unite, un’appartenenza a qualcosa di superiore». E ha parlato anche Marco Damilano: pure nella chiesa ha risuonato il suo classico “spiegone”.













