Giorgia Meloni arriva al vertice dei Volenterosi dopo lo strappo con Trump – che sta tentando timidamente di ricucire definendo «un’eccellente notizia» il cessate il fuoco tra Libano e Israele grazie all’intervento Usa – con la preoccupazione di un’imminente recessione e il rischio di isolamento commerciale. Mentre le delegazioni si riuniscono all’Eliseo, l’aria che si respira fuori non è quella della diplomazia, ma quella di una tempesta imminente. Il vertice di venerdì, a cui partecipa la Presidente del Consiglio insieme ai leader di Francia, Regno Unito e Germania, non è una semplice passerella politica. È, a tutti gli effetti, un tentativo disperato di evitare che lo Stretto di Hormuz diventi la tomba della stabilità economica globale. E Meloni è costretta a rincorrere, dopo i numerosi episodi di frizione, soprattutto con Emmanuel Macron, degli ultimi anni.

I rischi di una chiusura prolungata di Hormuz
Ma cosa succederebbe se il comunicato finale parlasse di un “nulla di fatto”? Se le divergenze tra i Volenterosi – già a loro volta divisi con la Francia intenzionata a dare il via a un’operazione difensiva senza gli Usa (grandi assenti al vertice) – e la linea dura di Donald Trump, unite all’intransigenza di Teheran, facessero fallire i negoziati? La risposta sta nei terminali di Bloomberg e nei portafogli delle famiglie italiane: sarebbe l’inizio di un “inverno economico” senza precedenti. Solo un anno fa Meloni snobbava i Volenterosi sull’Ucraina, oggi è costretta a rincorrere per non rimanere isolata. La domanda allora era diversa ma la risposta oggi è la stessa: la sicurezza dell’alleanza transatlantica. Dallo Stretto di Hormuz ogni giorno passano 21 milioni di barili di petrolio e il 20 per cento del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale. Se il blocco navale fosse prolungato la situazione precipiterebbe. Goldman Sachs ha già lanciato l’allarme: in assenza di un corridoio di sicurezza garantito, il prezzo del Brent schizzerebbe oltre i 130 dollari al barile in pochi giorni. Per l’Europa, già provata da anni di crisi energetiche, l’impatto sul gas sarebbe ancora più devastante, con rincari stimati fino al 130 per cento rispetto ai livelli pre-crisi.

Il prezzo della guerra ricade sulle famiglie: 950 euro in più tra bollette e benzina
La CGIA di Mestre ha già calcolato il “prezzo della guerra“: un aggravio di quasi 10 miliardi di euro per il sistema produttivo nel solo 2026. Le prime stime parlano di batosta da 950 euro a famiglia tra rincari delle bollette elettriche e, inevitabilmente, dei prezzi alla pompa. L‘inflazione, che sembrava domata, tornerebbe a ruggire verso il 2,6 – 3 per cento, erodendo i risparmi e frenando i consumi. Il Made in Italy rischierebbe poi di pagare il prezzo più alto. I distretti industriali energivori, orgoglio del nostro export, si trovano davanti a un bivio drammatico. Il fallimento diplomatico aprirebbe le porte alla stagflazione. Il Pil italiano rischierebbe un’ulteriore contrazione mentre i prezzi continuano a salire.
La tentazione del gas russo
Ma c’è anche un altro rischio. La “tentazione del gas russo“, che sta tornando a serpeggiare in alcuni ambienti politici europei – compresa l’Italia – come soluzione d’emergenza, evidenzia quanto la disperazione energetica possa minare l’unità dell’Occidente. Se Parigi fallisce, la coesione europea potrebbe essere la prossima vittima, con i singoli Stati che corrono a cercare accordi bilaterali per assicurarsi le ultime gocce di energia rimaste sul mercato. Per Meloni, la sfida è doppia. Da un lato deve garantire che l’Italia non rimanga isolata in un Mediterraneo che rischia di diventare un vicolo cieco commerciale; dall’altro deve mediare tra l’alleato americano, che vede nel blocco uno strumento di pressione geopolitica, e le necessità vitali di un’economia manifatturiera come quella italiana. Il vertice di Parigi è l’ultimo argine prima che il conflitto iraniano travolga le economie di mezzo mondo. E anche un’occasione per l’Europa, rimasta ai margini anche sul conflitto israelo-palestinese, di non essere espulsa da un nodo strategico.
