AGI - A Napoli l'ultimo saluto a Fabio Ascione nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Ponticelli. I funerali del ventenne incensurato ucciso all’alba dello scorso 7 aprile da un proiettile esploso accidentalmente, dovevano essere in forma privata, per motivi di ordine pubblico, secondo una prima valutazione della Questura di Napoli, che ha poi autorizzato la celebrazione pubblica, vietando tuttavia lo svolgimento del corteo funebre.
La svolta nelle indagini è giunta con il fermo di due sospettati, entrambi ritenuti vicini al clan De Micco: Francesco Pio Autiero, 23 anni, già noto alle forze dell'ordine, e un diciassettenne. Autiero si è costituito presso le autorità accompagnato dal proprio legale, rendendo ammissioni che hanno portato all'individuazione del complice minorenne.
La dinamica: una "stesa" terminata in tragedia
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, supportata dalle immagini delle telecamere di sorveglianza, la morte di Ascione sarebbe l'epilogo di una sequenza criminale iniziata poco prima del delitto. Autiero, in sella a uno scooter condotto dal diciassettenne, avrebbe preso parte a uno scontro a fuoco in via Carlo Miranda a Napoli contro esponenti del gruppo Veneruso-Rea di Volla, che viaggiavano a bordo di un'auto. Successivamente, i due si sono avvicinati a un bar del quartiere dove Ascione si trovava con alcuni amici per fare colazione, dopo aver terminato il turno di lavoro in una sala bingo. In quel frangente, Autiero avrebbe brandito la pistola e, forse nell'atto di mostrare l'arma, ha esploso inavvertitamente un colpo che ha centrato il ventenne al torace, uccidendolo. I reati contestati ai due fermati sono, a vario titolo, omicidio, porto e detenzione illegale di armi e pubblica intimidazione con uso di armi; tutte fattispecie aggravate dal metodo e dalle finalità mafiose. Il maggiorenne è stato trasferito nel carcere di Secondigliano, mentre il minore si trova nel centro di prima accoglienza dei Colli Aminei di Napoli.
L'addio della città
La comunità di Ponticelli e le associazioni locali si sono strette attorno alla famiglia di Fabio, rivendicando con forza l'estraneità del giovane a contesti malavitosi. Alla cerimonia funebre, officiata dall'arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, è prevista la partecipazione del vicesindaco Laura Lieto e di una delegazione del comitato anticamorra. All'interno della chiesa, la bara bianca è stata accolta dal pianto della madre Rita e dalla presenza dei colleghi di lavoro del ragazzo, che hanno indossato la maglia azzurra della sala bingo in segno di omaggio. Sulla bara, accanto a una corona di fiori e rose bianche, è stata posta la foto del ventenne, simbolo di una vita spezzata da una violenza a cui era totalmente estraneo.
Ventuno ore di negoziati, una sala sfarzosa a Islamabad, un vicepresidente americano che sale sul podio e annuncia il fallimento. JD Vance lascia il Pakistan con un’«offerta finale e migliore» che gli iraniani non avrebbero mai potuto accettare. Non perché siano irragionevoli, ma perché non era un’offerta: era un diktat. Una «classic walk-out move» dal manuale di Trump, come l’ha definita Kamran Bokhari del Middle East Policy Council. Un copione già scritto.
La conferenza stampa di JD Vance dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).
Perché quello tra Usa e Iran non è stato un negoziato
Chiunque abbia dimestichezza con la diplomazia sa come funziona un negoziato reale. Settimane prima del tavolo, gli sherpa delle delegazioni si scambiano documenti, posizioni, linee rosse. Viene costruita una mappa dei punti negoziabili e di quelli inderogabili. A Islamabad non è successo nulla di tutto questo. Washington ha presentato una lista di richieste massimaliste – rinuncia totale al nucleare, smantellamento degli impianti, apertura incondizionata di Hormuz, abbandono dei proxy, restituzione niente – sapendo che Teheran non le avrebbe mai accettate. La delegazione iraniana contava 70 esperti; quella americana si reggeva su Vance e pochi collaboratori. Non è un tavolo, è un’asimmetria progettuale. Trump lo ha detto con la consueta brutalità: «Voglio tutto. Non il 90 per cento, non il 95. Voglio tutto». Non è una posizione negoziale. È la voce del più inaffidabile interlocutore che la comunità internazionale ricordi, un uomo che usa le trattative come copertura logistica mentre i suoi C-17 scaricano marines e armamenti nel Golfo.
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).
Il sospetto di un’invasione di terra imminente
Perché il punto è esattamente questo. La trattativa non è mai stata una trattativa. È diplomazia coercitiva allo stato puro: costruisci un’apparenza di negoziato per guadagnare tempo, riposizioni le forze sul terreno, poi chiudi il teatrino e colpisci. L’analista Claudio Verzola, su Difesa Online, lo ha scritto il 30 marzo scorso con una precisione che oggi suona profetica: incrociando la deadline politica, le fasi lunari, le maree sizigiali e le condizioni meteo, la finestra ottimale per un raid anfibio su Kharg Island – il nodo da cui transita il 90 per cento dell’export petrolifero iraniano – cade nella notte tra il 16 e il 17 aprile. Luna nuova, oscurità totale, alta marea che favorisce i mezzi da sbarco. La USS Tripoli è in teatro con 3.500 marines, la 82ª Aviotrasportata è dispiegata, un secondo gruppo anfibio è in avvicinamento.
Un’immagine satellitare di Kharg island in Iran (Ansa).
Lunedì il CENTCOM ha reso operativo il blocco navaledei porti iraniani e ha chiuso lo Stretto di Hormuz. La luna non mente, le maree non negoziano, e i movimenti di truppe parlano più di qualsiasi conferenza stampa. Quello che Trump non capisce – o finge di non capire, troppo impegnato a trattare le relazioni internazionali come un racket immobiliare – è un principio elementare che il politologo Ted Robert Gurr ha codificato mezzo secolo fa: le popolazioni possono sopportare la privazione più estrema, la miseria, la guerra, ma ciò che le fa rivoltare è la percezione dell’ingiustizia. Non è la sofferenza assoluta a generare resistenza, è lo scarto tra ciò che un popolo crede di meritare e ciò che gli viene imposto. Bombardi per 40 giorni, poi chiedi la resa incondizionata: non stai negoziando, stai cementando il consenso attorno al regime avversario.
Donald Trump (Ansa).
L’arsenale ancora intatto di Teheran
E difatti la maggior parte del mondo islamico – con la parziale eccezione delle monarchie del Golfo, che hanno le loro ragioni per stare zitte – è compatto dietro l’Iran. Anche perché con cosa pretende di negoziare, Washington? L’Iran, nonostante cinque settimane di bombardamenti, dispone ancora di un arsenale che l’intelligence americana stessa, secondo il Wall Street Journal, definisce composto da migliaia di missili balistici nascosti in basi sotterranee a 500 metri di profondità, impenetrabili persino al GBU-57, la bomba anti-bunker più potente dell’arsenale Usa. Il rapporto JINSA del 6 marzo stima che Teheran sia entrata in guerra con circa 2.000 missili a medio raggio e tra 6.000 e 8.000 a corto raggio, cui vanno sommati razzi d’artiglieria, missili cruise e anti-nave, droni per un arsenale complessivo che supera ampiamente le diecimila unità. Israele calcola ancora oltre 1.000 MRBM operativi. E la Cina, secondo indiscrezioni, si preparerebbe a inviare sistemi di difesa aerea. Non è il profilo di un avversario prossimo alla resa.
Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).
L’Europa resta alla finestra nonostante i venti di recessione
E l’Europa? L’Europa sta a guardare mentre la sua economia va in pezzi. Il Brent è schizzato il 13 aprile a 102 dollari con un balzo dell’8 per cento, il WTI ha superato i 104, il gas europeo è salito del 17 per cento. Goldman Sachs avverte che se Hormuz resta chiuso un altro mese, il Brent medierà sopra i 100 dollari per tutto il 2026. La Bce ha già congelato i tagli dei tassi e rivisto al rialzo le stime d’inflazione. La Germania va verso la recessione tecnica, l’Italia la segue. Shell ha avvertito che l’Europa potrebbe restare a corto di carburante già in aprile. Intanto Giorgia Meloni telefona ad Al Sisi per esprimere «sostegno ai negoziati». Pigola. L’Italia avrebbe bisogno di una voce che pesi sui tavoli che contano, non di comunicati stampa da Palazzo Chigi che sembrano esercizi di calligrafia diplomatica.
Lo scontro con Papa Leone XIV
L’unico che ruggisce davvero è il Papa, che di nome fa Leone e di fatto lo dimostra. Ha definito «inaccettabile» la minaccia di Trump di cancellare una civiltà intera. Ha denunciato il «delirio di onnipotenza» durante la veglia per la pace in San Pietro. Ha detto ai fedeli americani di alzare il telefono e chiamare i loro congressisti per chiedere la fine della guerra. E così Trump lo ha attaccato, definendolo «debole e pessimo in politica estera», preferendogli il fratello Louis perché «totalmente MAGA». ». La risposta più bruciante non è arrivata dal Vaticano, ma da Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che insultare Papa Leone «non è solo anticristiano, ma è un attacco sfacciato a un responsabile impegno per la pace, la giustizia e l’umanità», citando le Beatitudini del Vangelo.
In an era when the thunder of bombs and the clamor of warlords and aggressors weigh heavily on the world’s conscience, the words of Pope Leo XIV echo the profound call of the Gospel: “Blessed are the peacemakers.”
Siamo al paradosso finale: la Repubblica islamica difende il Papa dalle aggressioni del presidente degli Stati Uniti. Ecco il livello: il presidente degli Stati Uniti insulta il Papa perché osa chiedere la pace.
Papa Leone XIV (Ansa).
Gli scenari possibili
E chi gli dà retta? La matrice degli scenari è nera in ogni declinazione. Raid su Kharg a mercati chiusi: Brent verso 130-140 dollari, recessione europea entro il terzo trimestre. Blocco prolungato: inflazione al 5 per cento in Europa, recessione in Germania e Italia. Accordo parziale: Brent a 85-90, ma rischio geopolitico strutturale. Escalation verticale: Brent oltre 150, crisi alimentare nel Golfo, contagio ai mercati emergenti asiatici. Come scrive Verzola, questa non è la fine della crisi: è un «momento transitorio e cinetico». Tradotto: la pausa prima dell’impatto.
Il post di Donald Trump in versione Gesù pubblicato su Truth e poi cancellato.
AGI - Una fusione anomala tra due geni, che non è presente nei genitori ma può avvenire durante lo sviluppo fetale, è all'origine di un'alterazione genetica che blocca la crescita di cellule potenzialmente tumorali. Tale blocco rende al contempo tali cellule più resistenti al normale ricambio e rinnovamento dei precursori dei linfociti, creando di fatto una lunga fase pre-leucemica silente. È quanto emerge dai risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Cell Death Discovery, di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori di Fondazione Tettamanti e Università di Milano-Bicocca, con la collaborazione dell'Università di Padova.
L'attività di ricerca della Fondazione Tettamanti e del suo Centro di ricerca, oggetto di questo studio, è stata svolta nel contesto della convenzione con la Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori per lo svolgimento di progetti di ricerca congiunti. I risultati aprono la strada a possibili strategie per colpire queste cellule prima che evolvano in leucemia conclamata o causino recidive. In molti casi la leucemia linfoblastica acuta a precursori B è associata a un'alterazione cromosomica che porta due geni, normalmente separati, a unirsi. Il risultato è una proteina anomala che altera il funzionamento delle cellule del sangue, non ancora tumorali, e per questo rappresenta uno dei primi eventi molecolari nella storia naturale della malattia.
Persistenza nel midollo osseo e rischio leucemia
Le cellule non proliferano rapidamente, ma riescono a persistere nel midollo osseo per periodi più lunghi del normale. Aumentano così nel tempo le probabilità che tali cellule acquisiscano ulteriori alterazioni genetiche in grado di portare alla leucemia. Inoltre, diventano un potenziale serbatoio biologico di cellule potenzialmente tumorali anche dopo una diagnosi e i trattamenti terapeutici, contribuendo alla comparsa di recidive. Denise Acunzo e Mayla Bertagna, ricercatrici presso la Fondazione Tettamanti, sono entrambe autrici dell'articolo pubblicato. Acunzo osserva: "Quest'alterazione cromosomica è presente nel 2-5% dei neonati sani, ma solo una piccola parte dei portatori (circa l'1%) sviluppa effettivamente la leucemia prima dell'età adulta".
La fase di latenza e la senescenza indotta
Continua Bertagna: "Questo studio ci aiuta a comprendere meglio come le cellule pre-leucemiche riescano a sopravvivere per anni nel midollo osseo prima della comparsa della malattia". Chiara Palmi, project leader di Fondazione Tettamanti, aggiunge: "Si tratta di capire come fanno queste cellule a resistere e nascondersi nel midollo osseo". Giovanni Cazzaniga, professore associato di Genetica medica presso l'Università di Milano-Bicocca, commenta: "Questo studio si inserisce nel contesto dello studio della pre-leucemia, ovvero di cosa succede nella fase di latenza tra i primi eventi molecolari e la manifestazione clinica della malattia". Per studiare cosa accade nelle primissime fasi, i ricercatori hanno analizzato cellule murine in cui l'alterazione genetica attiva uno stato noto come senescenza indotta da oncogene.
Meccanismi di resistenza e farmaci senolitici
Generalmente tale stato è considerato un meccanismo di difesa dell'organismo, perché blocca la proliferazione cellulare. In questo contesto, tuttavia, la senescenza assume un ruolo opposto: le cellule preleucemiche smettono di dividersi, ma acquisiscono una maggiore resistenza all'apoptosi, il processo di morte cellulare programmata. Riescono così a sopravvivere anche in presenza di stress genetici. I ricercatori hanno esplorato possibili strategie per eliminare le cellule pre-leucemiche: in particolare hanno valutato l'efficacia di alcune molecole chiamate senolitiche, ossia farmaci in grado di colpire selettivamente cellule in stato di senescenza. Lo studio è stato sostenuto da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, Fondazione Cariplo e Fondazione Maria Letizia Verga.
Alla vigilia dell’assemblea che mercoledì 15 aprile dovrà rinnovare il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi, spunta un’indiscrezione che sa di mossa tattica più che di notizia: BlackRock avrebbe deciso di votare a favore della lista promossa da Plt Holding che candida l’ex ad Luigi Lovaglio. Fonti anonime, si precisa. Nessuna conferma dalla società americana.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Più di una fuga di notizie, sembra un’operazione di influenza
Il problema è esattamente questo. BlackRock non anticipa mai il proprio orientamento di voto prima delle assemblee. È prassi consolidata, non un’abitudine. Il fatto che la notizia circoli ora, alimentata da fonti che non si identificano, puzza di operazione d’influenza più che di fuga di notizie. Qualcuno vuole orientare il voto. O almeno provarci. Che serva a poco è probabile. Il mercato ha già dato il suo verdetto: ISS e Glass Lewis, i due principali proxy advisor mondiali, si sono già espressi entrambi a favore della lista del board che candida Fabrizio Palermo al ruolo di ad.
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).
I dubbi sul peso reale di BlackRock
Ma c’è un altro dettaglio che rende l’episodio ancora più curioso. Secondo quanto risulta, potrebbe esserci una differenza sostanziale tra il pacchetto azionario complessivamente disponibile del fondo e le azioni effettivamente depositate in assemblea. Il che significa che, anche ammettendo che l’indicazione fosse vera e confermata, il peso reale del voto di BlackRock potrebbe essere inferiore a quello suggerito dalla notizia. Due anomalie in una: una fonte anonima che rivela un orientamento che BlackRock non ha mai anticipato, su un pacchetto che potrebbe essere più leggero di quanto sembri.
Paolo Barelli lascia l’incarico di presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati. Lo ha reso noto lo stesso esponente azzurro, spiegando di aver convocato l’assemblea del gruppo parlamentare forzista a Montecitorio per la serata di martedì 14 aprile: «In quella sede, considerando conclusa la mia esperienza di presidente, formulerò una proposta per la successione a questo incarico. È mia ferma intenzione continuare con la stessa intensità il mio impegno politico e il mio sostegno al governo guidato da Giorgia Meloni». Proprio oggi Barelli si era recato a Palazzo Chigi, ufficialmente per incontrare alcuni funzionari e discutere di provvedimenti legati alla sanità, smentendo con i cronisti all’esterno della sede del governo l’ipotesi di dimissioni. Per Forza Italia si tratta del cambio di capogruppo in Parlamento nel giro di poco tempo:Stefania Craxi aveva infatti già sostituito Maurizio Gasparri al Senato.
Crédit Agricole Italia e i Giovani imprenditori di Confindustria hanno avviato una collaborazione triennale finalizzata a sostenere la crescita del nuovo tessuto imprenditoriale italiano. L’accordo ha preso il via a Borgo Egnazia, in occasione del convegno nazionale Voci, e mira a rafforzare il patrimonio di competenze delle giovani imprese, con particolare attenzione a internazionalizzazione, transizione tecnologica e sostenibilità. L’istituto bancario guidato dall’amministratore delegato e senior country officer Hugues Brasseur affiancherà il movimento prendendo parte ai principali appuntamenti associativi, tra cui i tradizionali convegni di Rapallo e Capri, oltre all’incontro pugliese. Sul piano operativo, la collaborazione metterà a disposizione strumenti finanziari, servizi di consulenza e l’accesso al network internazionale del gruppo, con l’obiettivo di consolidare le competenze industriali e manageriali e di accompagnare le iniziative imprenditoriali verso percorsi di crescita più strutturati, rafforzando così la competitività delle aziende guidate dalle nuove leve dell’impresa.
AGI - Sono in totale sei i casi di decesso di anziani che la procura di Forlì attribuisce a Luca Spada, l'autista di ambulanza 27enne originario di Meldola arrestato sabato con l'accusa di aver provocato la morte dell'85enne Deanna Mambelli, deceduta il 25 novembre 2025 dopo quella che gli inquirenti ritengono un'iniezione d'aria tramite accesso venoso.
Secondo gli inquirenti, l'ex operatore della Croce Rossa avrebbe agito approfittando della vulnerabilità delle vittime, in violazione dei doveri legati al servizio svolto, ai danni di pazienti e con modalità ritenute insidiose. Per il primo episodio oggetto della misura cautelare, la procura ipotizza anche la premeditazione, circostanza che la gip Ilaria Rosati non ha però riconosciuto.
Le indagini sulla pianificazione e i messaggi
Per l'accusa, un possibile indice della pianificazione è in un messaggio inviato il 17 novembre a un collega, nel quale Spada prospettava l'intenzione di "fare una lunga" per "far fuori qualcuno". Un elemento che, secondo il giudice, non prova in modo univoco una scelta anticipata, risultando compatibile anche con un proposito maturato sul momento o con una semplice preparazione del gesto. Nell'ordinanza emergono inoltre intercettazioni dai toni cinici, con frasi sugli anziani ritenuti "destinati a morire" e riferimenti a decessi durante i turni. Gli investigatori segnalano anche contatti con ambienti di onoranze funebri. Tra gli elementi a carico figura infine la testimonianza di una collega, che ha riferito dell'uso anomalo in ambulanza di strumenti come siringhe e bisturi, ipotizzando che l'indagato potesse introdurre aria nei cateteri dei pazienti durante i trasporti.
I sistemi di videosorveglianza e le segnalazioni
Incontrando la stampa, il procuratore Enrico Cieri ha spiegato che sull'ambulanza erano stati installati sistemi di videosorveglianza dopo segnalazioni riservate dei carabinieri su "un'abnorme mortalità nei trasporti secondari affidati a questo signore". Tuttavia, proprio nel caso Mambelli, "ahinoi la telecamera non ha funzionato" e, nonostante i servizi degli investigatori, "i carabinieri hanno pedinato questa ambulanza senza essere in grado di capire cosa era successo all'interno".
Il movente e i legami con il settore funebre
La Procura ha chiarito che "c'è un solo indagato, non ci sono altre persone"; quanto al movente "non lo sappiamo, costituirà oggetto di successivi accertamenti", ha sottolineato Cieri. Tra gli elementi al vaglio anche i presunti legami dell'indagato con il settore funebre: "Aveva rapporti con imprese, ne fa menzione anche lui". Dopo l'arresto è stata sequestrata una divisa in un'agenzia, che però "non ha trattato nessuno dei morti contestati", è stato sottolineato.
Profilo psicologico e ipotesi di serialità
Gli inquirenti stanno inoltre approfondendo il quadro complessivo: "stiamo lavorando ad un profilo psicologico", ha detto Cieri, aggiungendo che le verifiche procedono "ad ampio spettro, anche sul fronte patrimoniale", mentre resta sullo sfondo l'ipotesi investigativa di una possibile serialità nei decessi. L'ipotesi è che gli anziani venissero uccisi tramite iniezioni d'aria. Una modalità questa che potrebbe rendere difficoltosa la raccolta di elementi di prova concreti specialmente negli altri cinque casi oggetto di sospetto da parte degli inquirenti.
AGI - Il maltempo provoca una vittima in Puglia. Poco dopo le 14, Alicia Amoruso, 12 anni è deceduta per un trauma da schiacciamento per la caduta di un albero a Bisceglie tra via Cosmai e via Veneziano. La vittima era stata soccorsa da mezzi del 118, ma è giunta in ospedale già morta. A darne conferma una nota dell'Azienda Sanitaria Locale.
Maltempo esteso ma da giovedì torna l'alta pressione
Lunedì di tempo instabile sulle regioni del Nord Italia con piogge e acquazzoni sparsi, fenomeni in arrivo anche al Centro entro la sera, specie sui settori tirrenici. Tra domani, martedì, ancora condizioni di tempo instabile prima su Nord-Est e zone interne del Centro e poi al Sud.
Nella seconda parte della settimana un campo di alta pressione dovrebbe rimontare sui settori occidentali del continente. Ancora instabilità pomeridiana soprattutto sulle zone interne del Centro-Sud, migliora altrove. Gli ultimi aggiornamenti del Centro Meteo Italiano al momento vedono prevalente stabilita' in vista del prossimo weekend.
La guerra del Golfo sta dimostrando quanto in materia energetica l’Europa sia un po’ schizofrenica: se Bruxelles aveva deciso nel 2025 l’abbandono definitivo dell’import di gas dalla Russia entro la fine del 2027, i primi mesi del 2026 hanno segnato al contrario un’accelerazione delle importazioni, soprattutto di Gnl (gas naturale liquefatto) attraverso le navi cisterna, ma anche di quelle tramite gasdotti, come Turkstream.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan con Vladimir Putin (foto Ansa).
Nel 2026 già aumentate del 17 per cento le importazioni di Gnl
Il nuovo conflitto ha rilanciato ulteriormente le forniture russe, tanto che nel primo trimestre del 2026 i Paesi europei hanno aumentato del 17 per cento le importazioni di Gnl rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo quota 5 milioni di tonnellate. E 1,5 milioni di queste sono state acquistate a marzo, periodo in cui Stati Uniti e Israele hanno iniziato ad attaccare l’Iran, che ha risposto con la chiusura dello Stretto di Hormuz, provocando la crisi che sta allarmando mezzo mondo.
È stato calcolato che gli Stati dell’Unione europea hanno speso circa 2,88 miliardi di dollari per il Gnl russo nei primi tre mesi dell’anno. E alla luce degli sviluppi in corso c’è da aspettarsi che le casse del Cremlino continueranno a ricevere quei soldi, nonostante i vecchi propositi che però davanti al rischio di shock energetico stanno andando a farsi benedire.
Bruxelles aveva previsto delle clausole di salvaguardia
In realtà la decisione presa a Bruxelles nel 2025 ha lasciato anche la porta aperta per le retromarce in momenti di difficoltà, con il regolamento europeo sul blocco dell’import che contiene una sorta di clausola di salvaguardia nel caso in cui la sicurezza dell’approvvigionamento di uno o più Stati membri dovesse essere seriamente minacciata. In tali circostanze, la Commissione europea potrebbe consentire infatti ai Paesi interessati di sospendere i divieti di importazione di gas.
Ursula von der Leyen (Imagoeconomica).
L’Ue nel 2025 ha importato comunque da Mosca Gnl per un valore di circa 7,4 miliardi di euro, circa il 3 per cento in meno del 2024. In compenso è cresciuto l’import dagli Stati Uniti, per un valore di circa 24,2 miliardi di euro nel 2025, oltre la metà di quello complessivo di 46 miliardi.
Il cambio di rotta era stato deciso per emanciparsi da Mosca
Il cambiamento di rotta dei Paesi Ue, iniziato nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, è stato motivato appunto con la necessità di emanciparsi da Mosca, diventando teoricamente meno vulnerabili, e di mettere quindi i bastoni tra le ruote alla Russia, rendendo difficoltoso il finanziamento della guerra attraverso la riduzione dell’esportazione di idrocarburi.
Putin ha subito ridiretto i flussi verso Oriente
Alla prova dei fatti, il piano di Bruxelles non sta funzionando granché, sia perché il Cremlino dopo il blocco europeo, cominciato con il sabotaggio del gasdotto Nord Stream nel 2022 a opera di un commando ucraino, ha ridiretto i flussi verso Oriente e ha accresciuto la quota di export di Gnl verso l’Europa; sia perché la crisi del Golfo, non proprio imprevedibile dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca che poi si è unito in tandem bellico con Israele, ha messo in evidenza quanto il mercato conti in realtà più della geopolitica: e non è un caso, con mezza Europa adesso alla canna del gas, che si moltiplichino le voci di chi vuole riaprire all’import russo.
Sabotaggio ai gasdotti Nord Stream.
Se da un lato la posizione dogmatica dell’Ue è controproducente, dall’altro è altrettanto evidente che la soluzione di sostituire il gas russo, per così dire “sporco di sangue”, con quello non certo lindo di altri Paesi non proprio conosciuti per essere modelli di democrazia e diritti civili, dal Qatar all’Azerbaigian, passando per l’Algeria, è frutto di doppi standard discutibili.
In Germania aumentano le voci pro apertura, non solo a destra
Ecco dunque che in Germania, il Paese che con le bombe ucraine nel Baltico ha subito un attacco senza precedenti proprio da un alleato, non solo l’opposizione di estrema destra dell’Alternative für Deutschland chiede la fine delle sanzioni contro Mosca, ma vogliono la riapertura di Nord Stream a guerra finita anche alcuni alleati del cancelliere Friedrich Merz, come il governatore della Sassonia e compagno di partito Michael Kretschmer.
Friedrich Merz (Ansa).
In Italia si è fatto sentire anche Descalzi di Eni
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con Claudio Descalzi (foto Imagoeconomica).
Rimangono ancora le resistenze di Commissione e governi volenterosi
Paesi come Belgio e Spagna, con governi conservatori e progressisti, rimangono i maggiori importatori di Gnl russo, insieme a quelli della Mitteleuropa, tipo Ungheria (anche se da ora in poi non ci sarà più Viktor Orbán) e Slovacchia. La rimessa in sesto di Nordstream, con la parallela riattivazione dei gasdotti che attraversano Polonia e Ucraina, consentirebbe all’Unione europea una maggiore diversificazione e potrebbe favorire la stabilizzazione dei prezzi in un mercato internazionale condizionato comunque dai conflitti in corso. Facile più a dirsi che a farsi, viste le resistenze di Commissione e governi volenterosi, in primis Berlino e Parigi. Almeno fino a contrordine.
Donald Trump è tornato a minacciare di affondare le navi iraniane che tentano di violare il blocco navale nello Stretto di Hormuz, imposto dagli Stati Uniti a partire dalle 16 del 13 aprile. «La Marina iraniana giace sul fondo del mare, completamente annientata: 158 navi. Non abbiamo colpito il loro piccolo numero di quelle che chiamano “navi d’attacco veloci”, perché non le consideravamo una grande minaccia», ha scritto il presidente americano su Truth. «Attenzione: se una qualsiasi di queste navi si avvicina al nostro blocco, verrà immediatamente eliminata, usando lo stesso sistema di sterminio che usiamo contro i narcotrafficanti sulle imbarcazioni in mare. È rapido e brutale». Poi il post scriptum: «Il 98,2 per cento del traffico di droga verso gli Stati Uniti via mare è stato fermato».