Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump

Ventuno ore di negoziati, una sala sfarzosa a Islamabad, un vicepresidente americano che sale sul podio e annuncia il fallimento. JD Vance lascia il Pakistan con un’«offerta finale e migliore» che gli iraniani non avrebbero mai potuto accettare. Non perché siano irragionevoli, ma perché non era un’offerta: era un diktat. Una «classic walk-out move» dal manuale di Trump, come l’ha definita Kamran Bokhari del Middle East Policy Council. Un copione già scritto.

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La conferenza stampa di JD Vance dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).

Perché quello tra Usa e Iran non è stato un negoziato

Chiunque abbia dimestichezza con la diplomazia sa come funziona un negoziato reale. Settimane prima del tavolo, gli sherpa delle delegazioni si scambiano documenti, posizioni, linee rosse. Viene costruita una mappa dei punti negoziabili e di quelli inderogabili. A Islamabad non è successo nulla di tutto questo. Washington ha presentato una lista di richieste massimaliste – rinuncia totale al nucleare, smantellamento degli impianti, apertura incondizionata di Hormuz, abbandono dei proxy, restituzione niente – sapendo che Teheran non le avrebbe mai accettate. La delegazione iraniana contava 70 esperti; quella americana si reggeva su Vance e pochi collaboratori. Non è un tavolo, è un’asimmetria progettuale. Trump lo ha detto con la consueta brutalità: «Voglio tutto. Non il 90 per cento, non il 95. Voglio tutto». Non è una posizione negoziale. È la voce del più inaffidabile interlocutore che la comunità internazionale ricordi, un uomo che usa le trattative come copertura logistica mentre i suoi C-17 scaricano marines e armamenti nel Golfo.

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Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).

Il sospetto di un’invasione di terra imminente

Perché il punto è esattamente questo. La trattativa non è mai stata una trattativa. È diplomazia coercitiva allo stato puro: costruisci un’apparenza di negoziato per guadagnare tempo, riposizioni le forze sul terreno, poi chiudi il teatrino e colpisci. L’analista Claudio Verzola, su Difesa Online, lo ha scritto il 30 marzo scorso con una precisione che oggi suona profetica: incrociando la deadline politica, le fasi lunari, le maree sizigiali e le condizioni meteo, la finestra ottimale per un raid anfibio su Kharg Island – il nodo da cui transita il 90 per cento dell’export petrolifero iraniano – cade nella notte tra il 16 e il 17 aprile. Luna nuova, oscurità totale, alta marea che favorisce i mezzi da sbarco. La USS Tripoli è in teatro con 3.500 marines, la 82ª Aviotrasportata è dispiegata, un secondo gruppo anfibio è in avvicinamento.

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Un’immagine satellitare di Kharg island in Iran (Ansa).

Lunedì il CENTCOM ha reso operativo il blocco navale dei porti iraniani e ha chiuso lo Stretto di Hormuz. La luna non mente, le maree non negoziano, e i movimenti di truppe parlano più di qualsiasi conferenza stampa. Quello che Trump non capisce – o finge di non capire, troppo impegnato a trattare le relazioni internazionali come un racket immobiliare – è un principio elementare che il politologo Ted Robert Gurr ha codificato mezzo secolo fa: le popolazioni possono sopportare la privazione più estrema, la miseria, la guerra, ma ciò che le fa rivoltare è la percezione dell’ingiustizia. Non è la sofferenza assoluta a generare resistenza, è lo scarto tra ciò che un popolo crede di meritare e ciò che gli viene imposto. Bombardi per 40 giorni, poi chiedi la resa incondizionata: non stai negoziando, stai cementando il consenso attorno al regime avversario.

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Donald Trump (Ansa).

L’arsenale ancora intatto di Teheran

E difatti la maggior parte del mondo islamico – con la parziale eccezione delle monarchie del Golfo, che hanno le loro ragioni per stare zitte – è compatto dietro l’Iran. Anche perché con cosa pretende di negoziare, Washington? L’Iran, nonostante cinque settimane di bombardamenti, dispone ancora di un arsenale che l’intelligence americana stessa, secondo il Wall Street Journal, definisce composto da migliaia di missili balistici nascosti in basi sotterranee a 500 metri di profondità, impenetrabili persino al GBU-57, la bomba anti-bunker più potente dell’arsenale Usa. Il rapporto JINSA del 6 marzo stima che Teheran sia entrata in guerra con circa 2.000 missili a medio raggio e tra 6.000 e 8.000 a corto raggio, cui vanno sommati razzi d’artiglieria, missili cruise e anti-nave, droni per un arsenale complessivo che supera ampiamente le diecimila unità. Israele calcola ancora oltre 1.000 MRBM operativi. E la Cina, secondo indiscrezioni, si preparerebbe a inviare sistemi di difesa aerea. Non è il profilo di un avversario prossimo alla resa.

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Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).

L’Europa resta alla finestra nonostante i venti di recessione

E l’Europa? L’Europa sta a guardare mentre la sua economia va in pezzi. Il Brent è schizzato il 13 aprile a 102 dollari con un balzo dell’8 per cento, il WTI ha superato i 104, il gas europeo è salito del 17 per cento. Goldman Sachs avverte che se Hormuz resta chiuso un altro mese, il Brent medierà sopra i 100 dollari per tutto il 2026. La Bce ha già congelato i tagli dei tassi e rivisto al rialzo le stime d’inflazione. La Germania va verso la recessione tecnica, l’Italia la segue. Shell ha avvertito che l’Europa potrebbe restare a corto di carburante già in aprile. Intanto Giorgia Meloni telefona ad Al Sisi per esprimere «sostegno ai negoziati». Pigola. L’Italia avrebbe bisogno di una voce che pesi sui tavoli che contano, non di comunicati stampa da Palazzo Chigi che sembrano esercizi di calligrafia diplomatica.

Lo scontro con Papa Leone XIV

L’unico che ruggisce davvero è il Papa, che di nome fa Leone e di fatto lo dimostra. Ha definito «inaccettabile» la minaccia di Trump di cancellare una civiltà intera. Ha denunciato il «delirio di onnipotenza» durante la veglia per la pace in San Pietro. Ha detto ai fedeli americani di alzare il telefono e chiamare i loro congressisti per chiedere la fine della guerra. E così Trump lo ha attaccato, definendolo «debole e pessimo in politica estera», preferendogli il fratello Louis perché «totalmente MAGA». ». La risposta più bruciante non è arrivata dal Vaticano, ma da Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che insultare Papa Leone «non è solo anticristiano, ma è un attacco sfacciato a un responsabile impegno per la pace, la giustizia e l’umanità», citando le Beatitudini del Vangelo.

Siamo al paradosso finale: la Repubblica islamica difende il Papa dalle aggressioni del presidente degli Stati Uniti. Ecco il livello: il presidente degli Stati Uniti insulta il Papa perché osa chiedere la pace.

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Papa Leone XIV (Ansa).

Gli scenari possibili

E chi gli dà retta? La matrice degli scenari è nera in ogni declinazione. Raid su Kharg a mercati chiusi: Brent verso 130-140 dollari, recessione europea entro il terzo trimestre. Blocco prolungato: inflazione al 5 per cento in Europa, recessione in Germania e Italia. Accordo parziale: Brent a 85-90, ma rischio geopolitico strutturale. Escalation verticale: Brent oltre 150, crisi alimentare nel Golfo, contagio ai mercati emergenti asiatici. Come scrive Verzola, questa non è la fine della crisi: è un «momento transitorio e cinetico». Tradotto: la pausa prima dell’impatto.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Il post di Donald Trump in versione Gesù pubblicato su Truth e poi cancellato.