Tra i funzionari c’è chi scherza e liquida l’idiosincrasia con una battuta: «È arrivata Jackie Kennedy a Montecitorio». Lorenzo Fontana non ha ideato per il Palazzo che ospita la Camera un piano di restauro conservativo così elaborato come quello ambizioso che avviò la first lady statunitense per la Casa Bianca a partire dal 1961. Per lo meno, non ha riunito un comitato composto da famosi collezionisti e decoratori e direttori di musei. Allergico a quasi ogni forma d’arte realizzata dopo il 1800, la terza carica dello Stato nel tempo ha semplicemente proceduto a una sorta di restaurazione conservativa che ha portato a un restylingsenza clamore del Palazzo, con lo spostamento di quadri e opere contemporanee, anche molto belli, che ora sono meno visibili.
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).
Il quinto Stato di Ceroli e Orme di leggi di Lai trasferiti ai piani ‘bassi’
L’operazione ha riguardato in primo luogo l’ala berniniana di Montecitorio dove si trovano lo studio, la Biblioteca del presidente e la sala arredata come un salottino utilizzato per accogliere i suoi ospiti in occasione di brevi incontri. La maggior parte dei quadri di queste sale rispecchia il gusto dell’ospite e sono rimaste pochissime opere contemporanee, per lo più sistemate in posizioni poco visibili. Ma negli anni l’operazione si è allargata ad altre aree della Camera. Per esempio Il quinto Stato di Mario Ceroli (1984) è stato fatto traslocare ai piani ‘bassi’. L’opera si trovava in uno dei corridoi più ‘battuti’ del palazzo, quello che collega il Transatlantico e la galleria dei presidenti con l’ingresso principale, a pochi passi dall’accesso alle toilette e al barbiere, tra le poste, le spedizioni e il tabaccaio.
Il Transatlantico di Montecitorio (Imagoeconomica).
Ora, certamente parte di un progetto più ampio, il quadro è stato trasferito nell’auletta, assai meno frequentata, al piano terra del Palazzo dei gruppi parlamentari. L’opera è proposta insieme ad altre contemporanee, Orme di leggi di Maria Lai e Macchina tessile di Gino Severini. Forse valorizzata per chi frequenta occasionalmente l’auletta per convegni e riunioni, certamente tolta dalla vista quotidiana di deputati, dipendenti e assistenti di Montecitorio che amavano ammirare l’enorme tela (4×7 metri e mezzo) che ritrae sagome umane in movimento, a richiamare la marcia dei lavoratori del capolavoro di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto Stato.
Il quinto Stato di Mario Ceroli (Ansa).
“Risparmiata” Look down di Jago
Macroscopica invece è stata la tolleranza del presidente nei confronti di un’opera che dallo scorso giugno è sistemata nel cortile d’onore del Palazzo, Look down di Jago. È stato l’autore a offrire la scultura dal valore milionario in prestito a Montecitorio. L’opera in marmo ritrae un neonato nudo, raggomitolato a terra e, nelle intenzioni dell’artista, rappresenta «un invito a guardare in basso ai problemi che affliggono la società e alla paura di una situazione di povertà diffusa che si prospetta essere molto preoccupante, soprattutto per i più fragili». Il presidente l’ha accolta con gentilezza. Non che gradisca la scultura – si commenta nei corridoi, con rassegnazione – ma in questo caso, da buon cattolico, non poteva rifiutare.
Lorenzo Fontana con l’artista Jago, alla cerimonia d’inaugurazione dell’opera Look Down nel cortile di Montecitorio (Ansa).
AGI - Sottoposta a fermo dalle autorità italiane il natante veloce della Sea-Watch Aurora che, nei giorni scorsi, aveva salvato 44 migranti, bloccati per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata, e li aveva condotti a Lampedusa sabato scorso. La ong tedesca ora rischia una multa fino a 10 mila euro. La motivazione addotta è che il team non avrebbe informato le milizie libiche dei piani di salvataggio.
"Ma noi chiediamo - è la replica - perché mai avremmo dovuto informare delle milizie che abusano, torturano e rapiscono persone in cerca di rifugio? L'Italia trattiene la nostra nave di soccorso Aurora nonostante 71 persone risultino disperse dal terribile naufragio di Pasqua nel Mediterraneo". Alarm Phone aveva allertato le autorità europee in merito alle persone bloccate già dall'1 aprile, "eppure non è arrivato alcun aiuto per soccorrere i sopravvissuti". Venerdì, l'unità veloce Aurora era così salpata verso la piattaforma petrolifera e ha portato tutti a Lampedusa sabato mattina.
Oltre al trattenimento dell'imbarcazione di soccorso, l'organizzazione umanitaria tedesca rischia una multa tra i 2 mila e i 10 mila euro. La durata esatta del fermo e l'importo della multa saranno comunicati nei prossimi giorni. Secondo quanto dichiarato, i superstiti erano bloccati sulla piattaforma dal lunedì precedente. Secondo quanto ricostruito, dopo che Alarm Phone aveva allertato le autorità europee sulla presenza di persone in difficoltà già l'1 aprile, l'equipaggio della nave di soccorso Aurora era salpato verso la piattaforma petrolifera il 3 aprile. L'equipaggio ha tratto in salvo tutti i 44 migranti e li aveva portati a Lampedusa la mattina del 4 aprile.
Il fermo della nave e il decreto Piantedosi
Le autorità italiane hanno ora fermato la nave di soccorso in base al cosiddetto Decreto Piantedosi, affermando che l'organizzazione non aveva informato le autorità libiche delle sue operazioni. Poco più di una settimana fa, le autorità italiane hanno fermato anche la seconda nave di soccorso di Sea-Watch, la Sea-Watch 5.
Il commento di Sea-Watch sulla situazione nel Mediterraneo
Commenta Giulia Messmer, portavoce della ong tedesca: "Mentre centinaia di persone stanno annegando nel Mediterraneo, l'Italia blocca le navi che potrebbero salvarle. 44 persone sono rimaste bloccate su una piattaforma petrolifera per cinque giorni e nessuno Stato europeo è venuto in loro aiuto. Chiunque criminalizzi il salvataggio sceglie consapevolmente la morte al posto della vita umana". E ancora: "Negli ultimi 10 anni, nel Mediterraneo sono stati documentati oltre 70 episodi di estrema violenza perpetrati da soggetti libici, tra cui sparatorie contro navi di soccorso e persone in fuga, la maggior parte dei quali attribuiti alla cosiddetta Guardia costiera libica. Solo nel 2025, sono stati registrati oltre 20 di questi episodi".
L'alleanza Justice Fleet e le sentenze dei tribunali italiani
Il 5 novembre scorso, 13 organizzazioni di ricerca e soccorso hanno quindi formato l'alleanza Justice Fleet e interrotto le comunicazioni operative con le autorità libiche. In due casi, i tribunali italiani si sono già pronunciati a loro favore. Negli ultimi anni, i tribunali italiani hanno ripetutamente sottolineato il ruolo fondamentale della ricerca e del soccorso civile e hanno chiarito che la Guardia costiera libica e il Centro di coordinamento del soccorso marittimo libico non sono soggetti di soccorso legittimi "e che obbedire alle loro istruzioni viola il diritto internazionale".
Il tragico bilancio dei naufragi nel Mediterraneo
Il nuovo fermo è scattato dopo un tragico fine settimana, segnato dalla tragedia di Pasqua con "71 persone - ricorda Sea-Watch - che risultano disperse a causa del naufragio nel Mediterraneo centrale. Nei giorni precedenti, almeno 104 persone avevano perso la vita nel tentativo di attraversare il mare. Il primo aprile, la Guardia Costiera italiana ha recuperato 19 corpi".
AGI - Agguato a Napoli con una giovane vittima. Questa mattina, intorno alle 5.10, i carabinieri del nucleo radiomobile di Napoli e del nucleo operativo di Poggioreale sono intervenuti in via Carlo Miranda, nei pressi del bar Lively. Sconosciuti in scooter hanno esploso alcuni proiettili, colpendo al torace Fabio Ascione, 20 anni compiuti il 26 marzo scorso.
Il ragazzo è stato trasportato al pronto soccorso di Villa Betania, ma è morto in ospedale. Indagini in corso per ricostruire dinamica e matrice dell'omicidio.
A Crema 20enne muore in ospedale dopo un'aggressione
A Crema un ventenne è morto in ospedale dopo aver subito un'aggressione. È quanto avvenuto nel quartiere San Bernardino di Crema, in provincia di Cremona. Il ragazzo, un nordafricano, sarebbe stato colpito con un'arma da taglio, presumibilmente un coltello, e da una spranga. L'allarme è scattato poco dopo le 22.30. L'aggressore, anche lui straniero, è un 17enne che è scappato a piedi ma i carabinieri di Crema e del Nucleo investigativo di Cremona, coordinati dalla procura, lo hanno rintracciato.
Le donne stanno imparando a usare l’intelligenza artificiale più velocemente degli uomini. Fin qui, tutto bene. Poi però si scopre che sono anche più esposte ai lavori che l’intelligenza artificiale può automatizzare. Non è una provocazione, è quello che emerge da un’analisi del World Economic Forum. La sintesi è semplice, quasi brutale.
I lavori svolti dalle donne sono quelli più esposti all’automazione (foto di Wocintechchat via Unsplash).
I lavori svolti dalle donne sono quelli più a rischio automazione
Le donne si aggiornano più in fretta proprio in quei settori che rischiano di sparire prima. Il paradosso è tutto qui. Il divario nelle competenze collegate all’uso dell’intelligenza artificiale si restringe in 74 Paesi su 75. Ma la distribuzione del rischio resta sbilanciata. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il 29 per cento delle occupazioni a prevalenza femminile è esposto all’intelligenza artificiale generativa, contro il 16 per cento di quelle maschili. Non solo. La fascia di rischio più alta è molto più popolata da lavori femminili. Studiare non basta se la struttura del mercato resta quella. Il problema, infatti, non è nell’intelligenza artificiale. È nei lavori. Non quelli del futuro, sviluppatori, ingegneri, gente con hoodie e stock option, ma quelli che tengono insieme il nostro presente: amministrazione, back office, assistenza, gestione. Insomma, tutto ciò che è ripetitivo, standardizzabile, prevedibile. Esattamente quello che un algoritmo fa meglio.
Lavoro di back office (foto di Mimi Thian via Unsplash).
L’IA ottimizza i processi ma non decide chi sparecchia
Poi c’è un dettaglio che non è un dettaglio. Il lavoro di cura. Non retribuito, invisibile, ma decisivo. Le donne continuano a farsene carico in misura oltre tre volte superiore rispetto agli uomini. È un dato noto, e proprio per questo quasi ignorato. Qui l’automazione non sostituisce, ma amplifica. Perché ridisegna il lavoro senza ridisegnare il tempo. E se il tempo resta squilibrato, anche le opportunità lo restano. L’intelligenza artificiale ottimizza processi, ma non decide chi sparecchia.
La tecnologia rende operativa una gerarchia già esistente
C’è poi un altro numero che mette ordine. Secondo la Brookings Institution, tra i lavoratori più esposti e con minori capacità di adattamento, circa l’86 per cento sono donne. Non è un’anomalia. È una distribuzione. E questa distribuzione del rischio non è nuova, ma il riflesso di una segmentazione del lavoro che precede l’intelligenza artificiale e che l’intelligenza artificiale ha reso semplicemente più visibile. I lavori più esposti sono spesso quelli meno riconosciuti, meno protetti, meno negoziabili. Non perché siano meno importanti, ma perché sono stati storicamente considerati più facilmente sostituibili. L’automazione, in questo senso, non inventa nulla. Si limita a rendere operativa una gerarchia già esistente.
In Europa scende la presenza femminile nel tech
Eppure i dati, presi singolarmente, sembrano raccontare un’altra storia. Il gender gap globale è stato colmato per il 68,8 per cento. Un miglioramento. Ma al ritmo attuale serviranno ancora 123 anni per arrivare alla parità. Un tempo sufficientemente lungo da rendere la previsione quasi teorica. Nel frattempo, la struttura resta. Le donne sono il 41 per cento della forza lavoro globale, ma solo il 29 per cento dei ruoli apicali. E mentre il discorso pubblico insiste su inclusione e diversità, alcuni indicatori vanno nella direzione opposta. In Europa, ad esempio, la presenza femminile nel tech scende: secondo McKinsey & Company, dal 22 al 19 per cento in pochi anni. Il progresso, a volte, è una linea che arretra lentamente.
Il simbolo del gender gap (foto di Pea via Unsplash).
Nei Paesi a basso e medio reddito l’accesso al digitale non è per tutti
Il punto cieco, come spesso accade, è altrove, cioè nei Paesi a basso e medio reddito, dove l’accesso alla tecnologia non è dibattito, ma una soglia che non tutti superano. Le donne hanno meno telefoni, meno accesso a internet, meno lavoro retribuito. In India lavora meno di una donna su cinque tra i 20 e i 29 anni. In Pakistan poco più di una su quattro. Così, mentre nei Paesi avanzati si discute di prompt e automazione, altrove manca ancora il dispositivo con cui iniziare. È come chiedere a qualcuno di usare l’intelligenza artificiale senza aver mai avuto accesso al digitale. Esistono eccezioni, naturalmente. Paesi piccoli e ricchi. Islanda, Lussemburgo, Nuova Zelanda. Contesti in cui partecipazione al lavoro, politiche pubbliche e infrastrutture si tengono. Lì la tecnologia non corregge automaticamente le disuguaglianze, ma almeno non le amplifica. Altrove, le accelera. La questione, in fondo, è meno tecnica di quanto sembri.
Donne indiane al lavoro (Ansa).
Le donne imparano più velocemente degli uomini ma potrebbe non bastare
L’intelligenza artificiale non è neutrale. Non succede. Viene implementata. E ogni implementazione incorpora delle scelte. Anche quella di non scegliere, tipo lasciare fare al mercato, è una scelta precisa. Intanto, le donne continuano a imparare. Più velocemente e meglio degli uomini. Non è detto che basti.
AGI - Miracolo di Pasqua: Adamo ed Eva hanno lasciato gli inferi e sono tornati in paradiso. Per i due birbanti per eccellenza del genere umano il tormento è finito. Secondo il catechismo della Chiesa cattolica, la loro pena è terminata il giorno successivo alla crocifissione di Cristo, precedente a quello della sua risurrezione (domenica): il sabato santo.
Ora gli archeo-genitori sono liberi. Il Cielo ha spezzato le catene che li legavano al loro peccato originale: “Da noi contratto e non commesso – spiega la dottrina riassunta nel Compendio del 2005 dell’allora presidente della Commissione speciale, il cardinale Joseph Ratzinger - trasmesso non per imitazione, ma per propagazione”.
Il merito del prodigio
Il merito del prodigio va tutto a Gesù: nome che “significa ‘Dio salva’”, specifica sempre la dottrina. Meraviglia sulla quale lo stesso catechismo si sofferma nella parte prima della “Professione di fede”.
Gesù Cristo fu sepolto
Al paragrafo 3, sotto al titolo “Gesù Cristo fu sepolto” è scritto: “Per la grazia di Dio, egli [il Salvatore] ‘ha provato la morte a vantaggio di tutti’. Dio – continua il catechismo - ha disposto che il Figlio suo non solamente morisse ‘per i nostri peccati’ (1 Cor 15,3), ma anche ‘provasse la morte’… per il tempo compreso tra il momento in cui egli è spirato sulla croce e il momento in cui è risuscitato. Questo stato di Cristo morto – conclude - è il mistero del sepolcro e della discesa agli inferi’”.
L'ora della madre
Come riportano fonti vaticane, per tradizione il sabato santo viene definito l'“Ora della Madre”, “spazio liturgico in cui tutto tace, è fermo. In questo giorno – si aggiunge - la Madre di Cristo rappresenta l'intera Chiesa che si stringe intorno a lei, diventando ponte tra la morte e la vita”.
Il cielo di mezzo
Però, è pure la data in cui viene citato un particolare “cielo di mezzo”. Infatti, gli inferi – spiega la dottrina cattolica – “non sono l’inferno della dannazione. Costituivano lo stato di tutti coloro, giusti e cattivi, che sono morti prima di Cristo”.
L'antica omelia sul sabato santo
Dunque, cosa accadrà adesso? Chi dice qualcosa in più su quello che sarebbe successo è il testo di un’antica “Omelia sul sabato santo, curata dall'Istituto di Spiritualità: Pontificia Università S. Tommaso d'Aquino e conservata negli archivi web della Santa Sede.
La discesa agli inferi del Signore
Intestazione: “La discesa agli inferi del Signore”. Testo: “Il Dio fatto carne – inizia - si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne – esclama - ed è sceso a scuotere il regno degli inferi”. Motivo? “Va a liberare Adamo ed Eva che si trovano in prigione”.
Il Signore risorto è il nuovo Adamo
Morale: il Signore risorto è il nuovo Adamo e da lui discenderà la nuova umanità.
I dialoghi nel nonluogo
Il sermone menziona anche i dialoghi che sarebbero avvenuti in questo nonluogo: “Appena Adamo, il progenitore, lo vide [Gesù], percuotendosi il petto per la meraviglia – recita la scena - gridò a tutti e disse: ‘Sia con tutti il mio Signore’. E Cristo presolo per mano, lo scosse, dicendo: ‘Svegliati, tu che dormi”’.
Il Nazareno racconta ad Adamo
Il Nazareno non si ferma. Racconta ad Adamo quello che è successo agli uomini (e al Salvatore), a causa sua, mentre lui era lì a patire e senza poter vedere.
La debolezza umana
“Per te uomo – gli dice - ho condiviso la debolezza umana”. Cioè – elenca il catechismo - una “natura umana ferita nelle sue forze naturali, sottoposta all’ignoranza, alla sofferenza, al potere della morte e incline al peccato, inclinazione chiamata concupiscenza”.
Il tradimento nel giardino
“Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre – gli rammenta ancora il Messia - sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce”.
Le sofferenze di Cristo per Adamo
Poi Cristo lo incalza: “Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te – insiste - che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te – torna ai tempi dell’Eden - che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco”.
Il futuro di Adamo
Infine, dopo le colpe del passato, i sollievi del futuro di Adamo. “Il nemico (il diavolo-serpente, ndr) ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece – assicura - non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io – anticipa Gesù - faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio”.
AGI - A diciassette anni dal terremoto del 6 aprile 2009, L'Aquila non dimentica la devastante scossa che trasformerà per sempre il suo volto e che segnerà l'animo delle migliaia di persone sopravvissute che hanno avuto questa terribile esperienza. Nonostante il tempo sia passato e la città capoluogo di regione sia in gran parte ricostruita, la memoria di quella notte è indelebile.
Alle 3:32 di 17 anni fa il tempo si ferma e un boato profondo sale dalle viscere della terra. Per 23 interminabili secondi, L'Aquila non è più una città, ma un organismo che sussulta e si sbriciola. Subito dopo la scossa: magnitudo 6,3 della scala Richter. Lentamente iniziano a emergere le voci: grida soffocate, richiami di nomi, il pianto dei bambini. Una nuvola densa di polvere bianca, acre, fatta di intonaco e storia polverizzata, si alza e avvolge le strade, rendendo l'aria irrespirabile e la luce delle torce inutilizzabili.
Il risveglio tra le macerie
Chi era riuscito a uscire di casa si è ritrovato in pigiama, scalzo, in mezzo a macerie che fino a un attimo prima erano archi medievali o pareti domestiche. Mentre i primi soccorritori e i cittadini scavavano a mani nude, guidati dai lamenti che provenivano dai cumuli di pietre. Solo l'alba rivelerà il vero volto dello sfregio.
I luoghi simbolo del sisma
In via XX Settembre, La Casa dello Studente diventa il simbolo del dolore, un cumulo di cemento dove si cercano freneticamente giovani vite: 8 gli studenti universitari morti e numerosi quelli feriti. Poco fuori città, la frazione di Onna letteralmente rasa al suolo e conta un tragico bilancio: 40 morti. In questo piccolo centro non resta un muro in piedi, solo un cumulo di macerie livellate dal destino.
La corsa contro il tempo e i primi soccorsi
Le ore successive sono state una corsa contro il tempo. Mentre la terra continua a tremare con scosse di assestamento che terrorizzano i sopravvissuti, si formavano le prime catene umane per passare secchi di detriti. L'ospedale 'San Salvatore' dell'Aquila, a sua volta danneggiato, si era organizzato in un centro di primo soccorso all'aperto. Verso mezzogiorno, la città era un viavai di elicotteri e sirene. Migliaia di persone, con lo sguardo perso nel vuoto, hanno iniziato a radunarsi nei parchi e nelle piazze, lontano dagli edifici, portando con sé solo coperte o ciò che erano riusciti a recuperare.
Il bilancio del disastro
Solo i primi passi di un esodo che avrebbe portato 70.000 persone lontano dalle proprie case, (trovando ospitalità nelle strutture ricettive della costa di Teramo e Pescara) lasciando dietro di sé309 morti e 1.500 feriti. I danni agli edifici pubblici e privati stimati all'inizio avevano raggiunto la somma di 10 miliardi di euro. Ben 57 i Comuni del 'cratere' (anche della provincia di Teramo e Pescara) risultati danneggiati, per una superficie pari al 22% della regione Abruzzo.
Il ricordo del ministro Piantedosi
In occasione della triste commemorazione, il mondo politico e le sue istituzioni dedicano un pensiero a quella tragedia. "Il 6 aprile resta una ferita aperta nel cuore del nostro Paese", dice il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, spiegando che "oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l'Abruzzo". "Il mio pensiero - riprende - va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma". "Rinnovo la mia gratitudine - dice ancora il ministro dell'Interno - alle Forze dell'ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita". "Insieme al ricordo di quanto accaduto - conclude Piantedosi - rinnoviamo l'impegno a proseguire lungo la strada che abbiamo intrapreso, per garantire sempre più sicurezza ai nostri territori".
Le parole del ministro Crosetto
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ricorda invece quel terremoto ripercorrendo i momenti più drammatici. "6 aprile 2009, ore 3:32. L'Aquila. Il silenzio della notte si spezza. Una scossa violenta, improvvisa, cambia per sempre il destino di una città e di un intero territorio. La terra libera una forza devastante: case crollano, strade si interrompono, vite si spezzano. 309 persone non tornano mai più, oltre 1500 sono i feriti, migliaia restano senza casa. Interi quartieri vengono cancellati, comunità ferite nel profondo. Eppure, in mezzo alle macerie, qualcosa resiste: il coraggio. Le mani che scavano, gli sguardi che cercano, il silenzio carico di speranza tra una scossa e l'altra". Guido Crosetto lo ricorda in un messaggio sul sito del ministero della Difesa. "Ogni voce sotto le pietre diventa un motivo per non fermarsi. Ogni vita salvata è una luce accesa nel buio. Il ricordo di quei giorni - riprende - è una ferita nella memoria collettiva del Paese. Così come resta indelebile la straordinaria solidarietà che unisce l'Italia intera".
Il ruolo della Difesa e la speranza
Tra i primi ad arrivare - sottolinea il ministro della Difesa - ci sono anche gli uomini e le donne della Difesa, che mettono a disposizione tutto ciò che hanno: forza, competenze, presenza. Scavano tra le macerie, soccorrono i feriti, confortano chi ha perso tutto. Vegliano notti intere, senza mai fermarsi, perché ogni istante può fare la differenza. Nei giorni successivi, quando il dolore e la paura lasciano spazio all'incertezza, ogni gesto, anche il più piccolo, diventa essenziale. Una coperta, una parola, una mano tesa: fili sottili che tengono viva la speranza. Perché, anche tra le macerie, la speranza può essere fragile. Ma non è mai sola". "A 17 anni da quella notte che ha cambiato tutto, ricordiamo chi non c'è più e ci uniamo al dolore che ancora oggi abita nei cuori dei loro familiari e nelle comunità segnate da quegli attimi", conclude Crosetto.
Il pensiero del ministro Tajani
Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, riserva un pensiero al terremoto dell'Aquila. "Una cicatrice indelebile. Il ricordo delle 309 vittime. L'impegno per la ricostruzione e la solidarietà europea. Il presidente Berlusconi e il suo lavoro incessante per le famiglie delle vittime e per ridare una casa a chi aveva perso tutto". Antonio Tajani fissa questi punti per osservare sui social che "il terremoto dell'Aquila ha segnato profondamente la mia vita politica e oggi come 17 anni fa male il cuore". "Un pensiero a tutti coloro che ancora oggi soffrono per quella terribile tragedia", conclude il vicepremier e leader FI."
Il nucleare non è mai stato di casa nel Sud-Est asiatico. Almeno finora, perché le conseguenze della guerra in Medio Oriente sembrano destinate a cambiare in modo drastico quello che sembrava ormai un dato acquisito: la regione non produce energia attraverso l’atomo. Sì, perché nonostante i Paesi dell’area esplorino l’uso del nucleare civile sin dalla fine degli Anni 50, questo interesse non si è mai tradotto in una reale produzione energetica. Nel corso dei decenni, i progetti in tal senso sono stati ripetutamente rinviati, sospesi o cancellati. Le cause? Cambiamenti politici interni, oscillazioni nel sostegno governativo, vincoli finanziari e soprattutto l’impatto di grandi disastri globali come Chernobyl e Fukushima, che hanno influenzato profondamente l’opinione pubblica e reso politicamente costoso portare avanti programmi nucleari.
Una protesta contro il nucleare nelle Filippine nel 2016 (Ansa).
La vulnerabilità energetica e le misure di emergenza
Ora, il nucleare è improvvisamente tornato al centro del dibattito. D’altronde, il Sud-Est asiatico è una delle regioni più vulnerabili sul piano energetico, pesantemente esposta al conflitto in Medio Oriente. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha messo in luce con brutalità quanto l’area dipenda dalle forniture mediorientali. L’interruzione o anche solo il rallentamento dei flussi ha già prodotto effetti tangibili: prezzi del petrolio alle stelle, razionamenti, code ai distributori, riduzioni dei voli, tensioni sui bilanci pubblici e inflazione galoppante. In alcuni Paesi si è entrati in una vera e propria modalità di emergenza, con governi costretti a intervenire con sussidi, rilascio di riserve strategiche e misure straordinarie per contenere l’impatto economico e sociale della crisi. Le Filippine, primo Paese al mondo, hanno dichiarato un’emergenza energetica nazionale di un anno. Il Vietnam ha annunciato un taglio dei collegamenti aerei. L’Indonesia ha dovuto sospendere il programma nazionale di pasti gratis per i bambini delle scuole, un pilastro del piano politico del presidente Prabowo Subianto. L’elenco potrebbe continuare e, con un prolungamento del conflitto, i rischi aumenterebbero ulteriormente.
Il presidente indonesiano Prabowo Subianto (Ansa).
L’introduzione del nucleare torna al centro del dibattito politico
Qualunque sia l’evoluzione della guerra, il dibattito politico del Sud-Est asiatico sembra destinato a cambiare in modo strutturale, portando l’indipendenza energetica al centro delle priorità strategiche nazionali. Quasi la metà dei Paesi della regione sta considerando seriamente l’introduzione del nucleare entro il 2030. Attenzione, perché il processo stava timidamente cominciando già prima della guerra, vista la crescita della domanda energetica. Secondo le proiezioni internazionali, il Sud-Est asiatico sarà responsabile di circa un quarto dell’aumento della domanda globale di energia entro il 2035. Questa crescita è trainata da diversi fattori strutturali: urbanizzazione, industrializzazione, aumento del reddito medio e, soprattutto, l’espansione dell’economia digitale. La regione sta emergendo come uno dei principali hub globali per i data center, in particolare quelli legati all’Intelligenza artificiale. Paesi come Malesia, Indonesia, Singapore e Vietnam stanno attirando investimenti massicci da parte dei giganti tecnologici, ma questi centri richiedono quantità enormi di energia stabile e continua. Solare ed eolico, pur essendo fondamentali per la decarbonizzazione, non possono da soli garantire una fornitura continua e affidabile, soprattutto con sistemi elettrici ancora poco sviluppati o frammentati come quelli del Sud-Est asiatico. Il nucleare offre invece una produzione stabile, a basse emissioni e indipendente dalle condizioni meteorologiche.
La centrale nucleare di Maanshan a Taiwan (Ansa).
Le partnership con Russia, Usa e Canada
La guerra in Iran ha agito da acceleratore. Il forte aumento dei prezzi del petrolio ha reso evidente quanto sia rischioso basare la crescita economica su combustibili fossili importati. Paesi come Vietnam, Indonesia, Thailandia e Filippine hanno intensificato i piani nucleari, fissando obiettivi ambiziosi e avviando collaborazioni con partner internazionali, tra cui Russia, Stati Uniti e Canada. Il Vietnam, ad esempio, ha rilanciato un progetto nucleare considerato strategico a livello nazionale, mentre l’Indonesia sta puntando sui reattori modulari di piccola scala, una tecnologia emergente che promette maggiore flessibilità e costi più contenuti. Anche i Paesi che non avevano programmi nucleari definiti stanno iniziando a esplorare questa opzione. Cambogia, Singapore e il sultanato del Brunei hanno avviato studi di fattibilità o dichiarato interesse verso l’energia atomica.
L’interno della centrale di Bataan (Ansa).
Gli ostacoli economici e la diffidenza dell’opinione pubblica
Certo, la nuova corsa al nucleare non è priva di ostacoli. La storia della regione è segnata dal precedente emblematico della centrale di Bataan, nelle Filippine. Costruita negli Anni 70, non è mai entrata in funzione a causa di scandali politici e timori per la sicurezza, amplificati dal disastro di Chernobyl. Questo episodio ha lasciato un’eredità di diffidenza che ancora oggi pesa sull’opinione pubblica. In molti Paesi, il sostegno al nucleare resta limitato, soprattutto in aree soggette a rischi naturali come terremoti e tsunami. Non mancano nemmeno sfide tecniche e legate ai costi, oltre al delicato tema della sicurezza di infrastrutture che, come dimostra il conflitto in corso, possono anche diventare target di attacchi militari.
L’impianto di Bataan nelle Filippine (Ansa).
Anche Taiwan riapre alla possibilità nucleare
Nonostante queste criticità, però, la direzione di marcia sembra ormai tracciata. Spostandosi un po’ più a Est, accade lo stesso persino a Taiwan. Si tratta di un caso ancora più rilevante, visto che solo un anno fa l’isola aveva spento l’ultimo reattore rimasto in attività sul suo territorio, al termine di una lunga campagna anti-atomo promossa dal partito attualmente al governo dopo l’incidente di Fukushima. Anche in questo caso, la guerra in Medio Oriente sta amplificando i rischi legati all’approvvigionamento esterno. Taiwan dipende infatti in misura quasi totale dalle importazioni per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, con circa il 97 per cento delle risorse provenienti dall’estero e trasportate via mare. Questa condizione rende il sistema energetico strettamente legato alla sicurezza delle rotte marittime, esponendolo a rischi che vanno ben oltre la semplice volatilità dei prezzi. Allo stesso tempo, la domanda di energia continua a crescere, trainata da un’economia fortemente orientata all’alta tecnologia e, in particolare, alla produzione di chip. Anche brevi interruzioni possono avere conseguenze enormi per l’intera catena produttiva. Non a caso, c’è preoccupazione anche sull’elio, utilizzato nei processi di raffreddamento e nella litografia avanzata che sono al cuore del funzionamento delle fabbriche di chip. A sorpresa, la Taiwan Power Company ha avviato le procedure per presentare un piano di riattivazione delle sue centrali. E il governo ha confermato l’apertura a questa possibilità, nonostante la storica opposizione all’atomo. Si tratta di una svolta che conferma il fatto che anche in Asia si guarda ora al nucleare non tanto come un fattore di rischio, quanto come uno strumento forse imprescindibile di sicurezza energetica.
AGI - Un bambino di 8 anni è morto a causa di un grave incidente sull'autostrada A21 Torino-Piacenza, all'altezza dell'uscita di Asti Est, in direzione Torino.
Il bimbo era a bordo di una moto guidata dal padre. Secondo le prime informazioni, la moto si sarebbe scontrata con un'auto.
La dinamica dell'incidente e i soccorsi
L'uomo avrebbe perso il controllo della moto, che è finita contro il guardrail laterale. Sul posto, è intervenuto l'elisoccorso di base ad Alessandria, ma per il bimbo non c'è stato nulla da fare ed è deceduto.
Le condizioni del padre e l'intervento delle forze dell'ordine
Il padre è stato trasportato all'ospedale di Asti con ferite non gravi, ma in stato di forte choc. Sul posto è intervenuta anche la polizia stradale.
AGI - Settantuno dispersi, 2 corpi recuperati, 32 migranti sopravvissuti portati a Lampedusa dalla Guardia costiera italiana. "L'imbarcazione, partita da Tajoura (Libia), si è ribaltata a causa delle condizioni meteo avverse". Sintetizza in questo modo l'Oim, l'Organizzazione mondiale delle migrazioni, l'ultima tragedia nel Mediterraneo centrale, consumatasi nella vigilia di Pasqua. "Dopo questa tragedia sono almeno 725 i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale quest'anno, nonostante la diminuzione di arrivi", commenta l'agenzia delle Nazioni unite.
Così ricostruisce il dramma la Sea Watch, intervenuta sul posto con il velivolo Seabird 2: "Ieri, più di 70 persone sono scomparse in mare quando la loro barca si è capovolta. Solo 32 persone sono sopravvissute aggrappandosi ai rottami della loro barca finché una nave mercantile non li ha finalmente salvati", provenienti principalmente da Pakistan, Bangladesh ed Egitto. Il mezzo stava pattugliando il Mediterraneo, quando la ong tedesca ha appreso che un aereo della Marina francese stava sorvolando una nave in pericolo con persone in acqua: "Quando siamo arrivati, una scena terrificante: 15 persone aggrappate allo scafo di una grande barca di legno, diverse persone in acqua e diversi cadaveri".
Le due navi mercantili vicine Saavedra Tide e Ievoli Grey, sono intervenute lanciando zattere di salvataggio e poi salvando i superstiti. Questa mattina, quest'ultima ha portato a Lampedusa 32 superstiti e due cadaveri. Sull'isola "i superstiti hanno riferito di essere partiti dalla costa libica come un gruppo di 105 persone: si presume quindi che più di 70 siano le persone disperse in mare. Lo Stato italiano, Malta, e l'Unione Europea sapevano delle persone in difficoltà e non sono intervenuti. Cosa dicono quei politici "cristiani" di fronte a questa strage della vigilia di Pasqua?". Il barcone, di colore rosso e marrone, era già affondato quando i soccorritori sono arrivati sul posto. I 32 sopravvissuti, ora nell'hotspot di Lampedusa, sono in stato di forte choc dopo essere rimasti per ore in acqua. Le autorità hanno ascoltato le loro testimonianze per chiarire la dinamica del naufragio.
Portobello, la serie HBO di Marco Bellocchio, è il tassello che va a comporre il quadro con cui l’autore mette in scena la propria visione del bel Paese, l’Italia, fin dalla celeberrima opera d’esordio, ossia I pugni in tasca, 1965, recentemente riproposta in sala. Consideriamo gli ultimi due film, su piattaforma, sei ore circa ciascuno, ossia Esterno notte, 2022, sulla vicenda Moro, e quest’ultimo, riguardante il caso giudiziario che vide Enzo Tortora accusato di filiazione camorristica. Tanto il leader politico che il noto presentatore, anzi conduttore, per Bellocchio, sono due martiri, e anche marziani. Vediamo perché.
Marco Bellocchio (Ansa).
L’inversione del rapporto tra personaggio e sfondo nel cinema di Bellocchio
Tutto il cinema di Bellocchio si caratterizza per una sorta di inversione all’interno dello schema consueto che regola il rapporto tra il personaggio e lo sfondo. A partire dal solito Manzoni, la tradizione vuole che i personaggi occupino il primo piano, il proscenio, mentre lo sfondo, il contesto, li circonda, ambienta e motiva. Ebbene, in Bellocchio risulta l’opposto: il contesto storico sociale deborda, invade la scena, tanto che, alla lettera, i protagonisti ne risultano persino sfondati. Il personaggio non è un prodotto dell’ambiente, è ambiente esso stesso. Dagli impeti dello sfondo che sfonda, per non rimanerne annientati, i protagonisti devono cercare di tirarsi fuori. Ecco dunque che si sollevano e astraggono, si isolano, diventando come degli alieni, degli extra-terrestri. Tortora e Moro, entrambi sorretti dal magnifico Fabrizio Gifuni, staccano nettamente da tutto il resto: sembra così che vengano da Marte. Scendendo sulla Terra, però, si espongono, diventando bersaglio grosso, subito attaccati dal contesto storico-sociale, che incombe e preme. In una parola, i protagonisti di Bellocchio sono subissati dal peso insostenibile della Tradizione.
La Tradizione crea rapporti crudi di potere
La Tradizione, un’entità poderosa e implacabile, divide l’umanità in due gruppi, o settori: coloro che possono, e coloro che non possono. Rapporti nudi e crudi di potere. Chi può, sono coloro che detengono e rappresentano il peso incalcolabile della Tradizione, ad esempio uomini politici, o magari uomini di giustizia. Chi non può, risulta un formicolio e brulichio di individui, una sorta di piccola piccolissima borghesia, velleitaria e frustrata, che reagisce al peso della Tradizione cercando di ritagliarsi un posticino all’interno della Tradizione stessa: essi sono impigliati e prigionieri nelle spire di una specie di volontà di potenza, risolta in chiave rigorosamente estetica. In Esterno notte, infatti, i brigatisti rossi, rivoluzionari frustrati, vanno al cinema a vedere Il mucchio selvaggio, e proprio lì, sulla falsariga degli eroi ribelli di Sam Peckinpah, sognano di perseguire il modello romantico della “bella morte”. In Portobello, Giovanni Pandico, il camorrista velleitario, sogna di essere un artista del grado di Pascoli e Dante, mettendo in scena, attraverso il processo Tortora, la propria inimitabile opera poetica.
Agli alieni non resta che rifugiarsi nella vocazione al martirio
L’extra-terrestre che proviene da un altrove, l’alieno che non si riconosce in nessuna delle due fazioni, in tal caso il binomio Tortora e Moro, in Italia, si trova così schiacciato tra i custodi paranoici della Tradizione e i cultori schizoidi dell’Arte. Stretto e soffocato tra forze gigantesche, egli non può che rifugiarsi in una terza opzione, capace e disponibile perché prevista dalla cultura italiana, partitica e parrocchiale, ovvero quella della vocazione al martirio. Ai sorveglianti granitici del Potere, e agli artisti allucinati dell’ambizione mancata, l’alieno contrappone l’etica del servitore di se stesso, a qualunque prezzo. Se Tommaso Buscetta, nel precedente film di Bellocchio, Il traditore, costituiva l’esempio del martire armato, Tortora e Moro assumono le vesti dei puri martiri disarmati. Una volta scesi sulla Terra, assediati dalla Tradizione, costoro devono necessariamente adeguarsi, allentare la propria aliena eccezionalità, assumendo atteggiamenti e modi riconoscibili nella società e nella cultura. In Portobello, Enzo Tortora, nella sequenza finale del processo d’appello, si fa infatti creatura terrestre, non sapendo rinunciare a un’enfatica e “umanissima” arringa finale in cui, rivolgendosi ai magistrati, così sentenzia: «Io sono innocente, spero lo siate anche voi!». Tanto che il giudice Morello, esempio a latere di custode della Tradizione che pare non subirne il peso, commenta molto giustamente: «Questa, se la poteva certo risparmiare!». Se Bellocchio decidesse di fare un film sul giudice Morello, una specie di John Doe o mr. Smith nostrani, alimenterebbe il proprio lato alla Frank Capra, che c’è, ma finora tenuto in sordina.
Le stazioni della pena: dal Moro compromissorio al Tortora popolare
Che visione sintetica può avere Bellocchio, quindi, della cultura e società italiane? Questa. L’Italia è un territorio spietato dove l’ideologia la fa da padrona, una ideologia non chiara e distinta, ma ibrida e scomposta, fatta di spinte laiche e contro-spinte religiose, che si urtano, si ricompongono e tornano a picchiare l’una sull’altra. In breve, il teatro in cui la Tradizione, il potere materiale, e l’Arte, il potere spirituale, due parti o parrocchie, sono incistate fra loro, a cui si contrappone il laicismo, fermo e asciutto, dell’alieno che cerca di svincolarsi e si dibatte, ma infine non riesce, e cade: questo suo lucido e disperato esperimento, in Italia, è tale che assume all’istante le vesti dolorose del martirio. Per restare fedele alla propria origine “marziana”, una volta caduto sulla Terra, costui deve intraprendere il cammino doloroso e martirizzante dell’alienazione: alienandosi in senso letterale, ossia smettere, estraniarsi dalla propria purezza siderale, come fanno il Moro compromissorio e il Tortora popolare, percorrendo così le stazioni istituzionali della tortura e della pena.
Una scena di Portobello (da Youtube).
Il gemello Camillo come archetipo e Significante Originario
All’ombra della figura del martire, nella vita artistica e non di Bellocchio, aleggia l’immagine di Camillo, il fratello gemello dell’artista, morto suicida nel 1968, ricordato nel film documentario Marx può aspettare, 2021, in cui, senza riserve, è rappresentato come un vero e proprio “alieno”, dolce e sfuggente, straniero rispetto alla realtà più che istituzionale della famiglia Bellocchio. Per dirla in lessico accademico, Camillo è il Significante Originario, l’archetipo che riassume le figure di Buscetta, Moro e Tortora: se le sofferenze di costoro sono ampie e documentate, quelle di Camillo risultano invece irrisolte e sottili, tanto che il terribile gesto estremo risulta infine privo di motivi plausibili e spiegazioni concrete, rendendo la sua figura, davvero, più “significante” ancora. Il luogo dove l’enigma parla, eppure il senso risulta né esplicito, né univoco. La voce di Camillo, così, risuona in Buscetta, Moro e Tortora, e tutte insieme esprimono l’immagine di un’Italia lontana dagli abituali stereotipi così cari al turismo. In Portobello, ciò risulta evidente nella rappresentazione di una Napoli grigia e severa, simile a quella vista in Processo alla città, di Luigi Zampa, 1952, film dedicato a un altro emblematico caso giudiziario, protagonista sempre la camorra, il caso Cuocolo. Sia lecito chiudere questa nota accennando alla prova d’attore, magnifica, di Lino Musella, nelle vesti del camorrista dissociato Giovanni Pandico, folle orchestratore della “poetica” macchinazione che vede vittima Enzo Tortora. Viene qui buono il trito luogo comune che recita: se Lino Musella fosse nato in America, sarebbe già uno degli attori più notevoli di Hollywood.
Lino Musella nei panni di Giovanni Pandico, in una scena di Portobello (Ansa).