Notizie dall’estero: c’è ancora chi si stupisce delle disfatte del calcio italiano. Pochi secondi dopo l’esito del campo che condannava ancora una volta all’eliminazione, è giunta sul telefono mobile una notifica di Noticias ao minuto, sito d’informazione portoghese. Titolo: «Inacreditável: Italia falha apuramento ao Mundial pela terceira vez!». Perché sì, all’estero continuano a pensare che l’Italia sia ancora una grande potenza calcistica. Quella dei quattro Mondiali vinti. Un’immagine a cui, dentro i nostri confini, non crede più nessuno e da molto tempo. Da almeno un ventennio, cioè giusto da quel 2006 in cui la nazionale azzurra vinceva in Germania il suo ultimo Mondiale. Da allora si sono susseguite non soltanto tre mancate partecipazioni, ma anche due rapide eliminazioni al primo turno della fase finale (Sudafrica 2010 e Brasile 2014). Abbiamo compiuto il nostro ventennio dell’Irrilevanza. E la cosa peggiore è che potrebbe non essere finita qui.

Gravina, Gattuso… c’è qualcuno che se ne va?
Se si va in cerca delle colpe, non c’è che l’imbarazzo della scelta. La presidenza federale, certo. Gabriele Gravina è il primo presidente nella storia della Figc che resiste a due eliminazioni consecutive. Nella conferenza stampa post-partita in Bosnia ha affermato che ogni valutazione sulla sua permanenza a capo della Federcalcio va rimessa al Consiglio federale.
Discorso di Gravina totalmente surreale.
— Pietro Raffa (@pietroraffa) March 31, 2026
Totalmente.#BosniaItalia pic.twitter.com/ypxxfAAAms
Accanto a lui, il commissario tecnico Rino Gattuso ribadiva che non era il momento di parlare del suo destino. Inevitabile tornare con la memoria proprio all’ultima presenza azzurra in una fase finale: Brasile 2014, conferenza stampa post Italia-Uruguay. Con l’eliminazione dal girone appena sancita, il presidente federale Giancarlo Abete e il commissario tecnico Cesare Prandelli annunciarono dimissioni irrevocabili. Uno accanto all’altro, senza fare una piega. Sembra un’altra era geologica. Invece sono passati esattamente quei 12 anni di assenza che tanto dovrebbero traumatizzare i pargoli italici «che non hanno mai visto la nostra Nazionale ai Mondiali».

Quello del calcio italiano è uno sfascio di sistema
Ma detto delle dimissioni che non arrivano dal vertice federale, bisogna essere lucidi fino in fondo e dire che non può essere colpa soltanto della federazione e della sua leadership: perché quello del calcio italiano è uno sfascio di sistema. Una crisi di profonde radici che chiama in causa tutte le leghe, che confezionano campionati mediocri ma soprattutto non riescono a governare il movimento senza andare oltre la mediazione fra associati famelici e litigiosi. In tali condizioni è impossibile procedere alla riforma dei campionati, col dimagrimento della Lega Pro e la riduzione della Serie A a 18 squadre (o altrimenti, e forse meglio, col ritorno alle quattro retrocessioni mantenendo le 20 squadre). L’effetto è avere tornei di qualità tecnica scadente, col formarsi di una vasta zona grigia di società che tirano a campare sapendo che basta poco per mantenere la categoria.

I club sono incapaci di formare talenti
E poi ci sono i club, incapaci di formare il talento e sempre più propensi a battere la scorciatoia del reclutamento all’estero. Tema a proposito del quale va detta una cosa con chiarezza: il problema non sono i troppi stranieri, ma i troppi stranieri di bassa levatura. Che vanno a sommarsi ai pochi italiani mediocri e sopravvalutati. In fondo, basta guardarsi intorno e farsi le domande giuste: 1) quanti sono i calciatori stranieri del nostro campionato che potrebbero interessare ai club dell’élite europea? 2) Quanti sono i calciatori italiani che giocano nei club dell’élite europea? Sono interrogativi che vengono accuratamente elusi. Sicché si prosegue a guardarsi l’ombelico, a battezzare come giovani fenomeni gente che poi, quando conta, tira rigori in modo indecente, e a riempire le squadre Primavera di mezze figure con passaporto estero.

Il calcio è il parente debosciato che però non si può abbandonare
Se vi aspettate che la riforma del calcio venga dal mondo del calcio medesimo, allora preparatevi a un altro ventennio di mortificazioni. Bisognerebbe commissariare a ogni livello. Ma chi dovrebbe farlo? E intanto il resto dello sport italiano scoppia di salute. Un perfetto contrappasso. Una volta il calcio era lo sport leader del Paese. Adesso è il parente debosciato che ha dissipato anche ciò che non possedeva. In condizioni normali, quel parente lo si rinchiuderebbe lontano alla vista e gli si lascerebbe placidamente completare il processo di degenerazione. Ma col calcio italiano fare questo non si può. Dobbiamo infliggerci la spettacolare esibizione di uno sfacelo. E ce lo siamo anche meritato.

































































