Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Sicuramente è una storia di successo. Parliamo del Como Calcio 1907, tornato in Serie A nella stagione 2024-2025 e subito proiettato verso l’élite del calcio italiano con la prospettiva di affermarsi anche nello scenario internazionale. Altrettanto indiscutibile è che la squadra allenata dal tecnico catalano Cesc Fabregas stia giocando un calcio di alta qualità, che ne legittima lo statuto emergente. Ma il Como può essere anche proposto come un modello? Be’, qui il discorso cambia.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare l’equità competitiva

Il Como è un esperimento che si sottrae a qualsiasi tipizzazione. Lo è sotto diversi punti di vista, a partire da una peculiare pretesa di essere il principale agente di un progetto di sviluppo territoriale al cui tavolo la società politica e quella economica si stanno “attovagliando” in modo parecchio succube. Ma questo è un piano della questione che andrebbe affrontato a parte. Ciò che qui interessa è la dimensione economico-finanziaria del club lariano. Che rispetto al suo bacino d’utenza è un Ogm, un organismo geneticamente modificato: un soggetto che una volta di più certifica nel calcio lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare qualsiasi traccia di equità competitiva. Basta illustrare le cifre dell’ultimo esercizio di bilancio per comprendere l’abnormità del caso.

Un’inesauribile iniezione di soldi da parte della proprietà

Già i dati del precedente esercizio, quello chiuso il 30 giugno 2024, fornivano un’istantanea efficace. Quei numeri facevano riferimento alla stagione della promozione dalla Serie B alla Serie A. Passando in rassegna l’analitico delle voci sul valore della produzione, è sufficiente lasciare parlare le cifre.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Ricapitolando: nella stagione 2023-24 i ricavi da botteghino (abbonamenti più biglietti) ammontavano a 1,546 milioni di euro e contribuivano al fatturato per il 15,75 per cento. La somma delle voci da sponsorizzazioni, pubblicità e proventi commerciali offriva numeri poverissimi: 652 mila euro, il 6,64 per cento del fatturato. C’era quindi una voce residua e generica etichettata come “altri ricavi e proventi diversi”, che fruttava la marginale cifra di 261 mila euro, incidendo per il 2,66 per cento.

I fratelli indonesiani Hartono e il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso

I proventi da movimento calciatori (plusvalenze, prestiti, premi di valorizzazione et similia) si attestavano a zero. Insomma, un valore della produzione che non toccherebbe i 2,5 milioni di euro: livello da bassa Serie B/alta Lega Pro. Ma poi, a completare il quadro, ecco la voce “contributi in conto esercizio”. Che sono i versamenti dell’azionista di riferimento, la Sent Entertainment, emanazione dei ricchissimi fratelli indonesiani Hartono che controllano il Como attraverso il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso.

LEGGI ANCHE: I ricchissimi padroni indonesiani del Como, gli affari con le sigarette e il progetto nel calcio

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Il presidente del Bologna Joey Saputo con Mirwan Suwarso (foto Ansa).

Pompato nelle casse del club tre quarti del valore della produzione

E già il fatto che questa iniezione di denaro sia stata inserita sotto la rubrica del valore della produzione è indicativo. A ogni modo, durante l’esercizio 2023-24 la proprietà ha pompato nelle casse del club lariano 7,356 milioni di euro, corrispondente al 74,95 per cento del valore della produzione. Proprio così: stiamo parlando dei tre quarti del totale.

Copertura delle perdite e aumento dei diritti televisivi

Inoltre è stata predisposta una riserva per copertura perdite da 49 milioni 698 mila 453 euro che di fatto ha permesso di assorbire le perdite di esercizio, che toccavano quota 47 milioni 756 mila 634 euro. Le cifre relative al penultimo esercizio fanno da premessa, anche perché il salto dalla Serie B alla Serie A comporta una serie di cambiamenti nella struttura dei ricavi che deve tenere conto innanzitutto dei diritti televisivi. Proprio questa voce ha contribuito a fare impennare il valore della produzione, che è passata dagli 8,27 milioni dell’ultima stagione di Serie B ai 49,476 milioni della prima stagione di A.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Nico Paz, trascinatore del Como (foto Ansa).

Il totale del valore della produzione nel 2024-25 ha toccato quota 55,397 milioni di euro, coi “proventi da cessione dei diritti televisivi” che hanno contribuito per 31,782 milioni, il 57,3 per cento. Il valore della cessione delle prestazioni, pur balzando da 1,546 milioni di euro a 5,921 milioni di euro, è rimasto un decimo nella struttura dei ricavi. Si segnala la conferma della voce “contributo in conto esercizio”: 4,671 milioni, in chiara diminuzione rispetto all’anno precedente.

Il Como spende il triplo di ciò che produce

Tuttavia, c’è un’altra voce che richiama l’attenzione. Si trova nella rubrica del passivo e riguarda i “versamenti a copertura perdite”. Nel bilancio al 30 giugno 2024, come si è visto, ammontavano a oltre 49 milioni. Nel bilancio al 30 giugno 2025 sono balzati a 135 milioni 491 mila 818 euro. Una cifra sensazionale, così come è eclatante lo scarto tra valore della produzione e costo della produzione: 55 milioni 396 mila 617 euro contro 156 milioni 610 mila 937 euro, con una differenza in negativo di 103 milioni 214 mila 320 euro. Il Como spende il triplo di ciò che produce.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Di fatto, il Como si mantiene in equilibrio e costruisce una crescente competitività sportiva grazie alla continua provvista di denaro dell’azionista di riferimento. Quanto continua? Lasciamocelo dire dal testo della nota integrativa al bilancio, paragrafo dedicato alla continuità aziendale.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Come si evince dalla lettura, tutti i santi mesi (e spesso due volte al mese) c’è stata iniezione di denaro nelle casse della società. In particolare, vanno segnalati i due versamenti del mese di giugno, quello della chiusura di esercizio: 3,6 milioni di euro il giorno 6 e poi 8,5 milioni di euro il giorno 23, per un totale di 12,1 milioni di euro. C’è da aggiungere che, come è prassi nelle note integrative, è stato dato conto anche di alcuni fatti rilevanti avvenuti nel periodo compreso fra la data di chiusura dell’esercizio annuale e quella dell’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci (fine ottobre 2025).

I principi del fair play finanziario ormai ridotti a simulacro

Anche durante questo lasso di tempo c’è stato un continuo apporto di liquidità. Impressionante quello del mese di ottobre, con tre versamenti rispettivamente da 2 milioni di euro (il giorno 2), da 15,5 milioni di euro (il giorno 10) e da 10,5 milioni di euro (il giorno 24). Il totale fa 28 milioni di euro. In un solo mese. Un indice di costi crescenti che nemmeno le società metropolitane da Champions League riuscirebbero ad affrontare in questa misura. Il Como può. Tanto più che i sacrosanti principi del fair play finanziario sono ormai ridotti a simulacro.

Calcio e criminalità: il lato oscuro dei club sotto amministrazione giudiziaria

La partita sul campo si è risolta con una vittoria della squadra ospite. Era sabato 11 ottobre 2025 e sul terreno del “Pino Zaccheria” si affrontavano Foggia e Crotone. Troppo ampio il divario fra le due squadre, come certificato dal risultato finale: 3-0 per i calabresi. Il match, valido per il girone C di Serie C, metteva di fronte due squadre che hanno conosciuto la Serie A e adesso sono costrette ad arrancare in terza serie. Ma il vero elemento d’interesse era un altro: per la prima nella storia del calcio italiano si confrontavano sul campo due club finiti sotto amministrazione giudiziaria.

Calcio e criminalità: il lato oscuro dei club sotto amministrazione giudiziaria
Un’immagine dello stadio del Foggia (foto Ansa).

Non sarà nemmeno l’ultima, anche senza tenere conto del match di ritorno. Perché la lista delle società andate incontro a questa sorte non si esaurisce alle due menzionate. Una terza si è aggiunta nelle settimane successive: la Juve Stabia. Che gioca nel campionato di Serie B, dunque almeno per il momento non ha un’avversaria di pari categoria che si trovi nelle medesime condizioni giudiziario-amministrative.

Il mondo del calcio continua a non sviluppare i necessari anticorpi

Ma ci sono altre situazioni di club che si trovano in una situazione parecchio borderline. In questo senso, la Serie C è una miniera di crisi economico-finanziarie di estrema fragilità, facilmente permeabili da soggetti opachi. E il mondo del calcio continua a non sviluppare i necessari anticorpi. Con l’effetto di creare le condizioni dell’ennesima supplenza giudiziaria.

Calcio e criminalità: il lato oscuro dei club sotto amministrazione giudiziaria
Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo (a sinistra) e il procuratore di Napoli Nicola Gratteri durante la conferenza stampa indetta dopo la disposizione dell’amministrazione controllata della società sportiva Juve Stabia (foto Ansa).

La misura dell’amministrazione giudiziaria trova fondamento in un articolo del Codice Antimafia, il 34. Il testo fissa le condizioni per cui, dopo accertamenti investigativi «per verificare i pericoli di infiltrazione mafiosa (…)», vengono individuati «sufficienti indizi per ritenere che il libero esercizio di determinate attività economiche, comprese quelle di carattere imprenditoriale, sia direttamente o indirettamente sottoposto alle condizioni di intimidazione o di assoggettamento previste dall’articolo 416 bis del codice penale». Cioè, l’articolo che porta la denominazione “Associazioni di tipo mafioso anche straniere”.

La prima ipotesi nel pieno dell’inchiesta Doppia Curva su Inter e Milan

L’articolo 34 è dunque un dispositivo normativo che permette di mettere sotto tutela aziende potenzialmente sane ma scivolate nell’orbita di organizzazioni criminali. L’obiettivo è farne proseguire l’operatività e riportarla nell’ambito della piena legalità. L’applicazione di questo dispositivo alle società di calcio era stata ipotizzata un anno fa, nel pieno della copertura mediatica sull’inchiesta “Doppia Curva che la procura della Repubblica di Milano stava portando avanti sulle tifoserie di Inter e Milan. Per qualche giorno era circolata la prospettiva che potesse esserne fatta oggetto la società nerazzurra. Ma è rimasta un’ipotesi di scuola.

Calcio e criminalità: il lato oscuro dei club sotto amministrazione giudiziaria
Tifosi dell’Inter (foto Imagoeconomica).

Sicché, la prima società calcistica a finire sotto amministrazione giudiziaria è stata il Foggia, nel mese di maggio. A motivare la misura adottata dal tribunale di Bari, su proposta della Direzione investigativa antimafia (Dia), sono state le pressioni portate dalla criminalità organizzata locale, che conduceva manovre estorsive e tentava di obbligare la proprietà del club a vendere. In particolare, le organizzazioni criminali facevano leva sull’azione di gruppi ultrà posti sotto il loro diretto controllo.

Il Crotone e l’ombra dell’azione della ‘ndrangheta

A settembre è stato il turno del Crotone, che dalle risultanze delle indagini della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro sarebbe risultato profondamente condizionato dall’azione della ‘ndrangheta: per circa un decennio alcuni settori delle sue attività economiche (in particolare, quello della sicurezza e della gestione degli ingressi allo stadio) sarebbero state sottoposte a gravi pressioni e infiltrazioni.

Calcio e criminalità: il lato oscuro dei club sotto amministrazione giudiziaria
Polizia al lavoro nell’indagine dalla procura distrettuale antimafia di Bari che ha portato a misure di prevenzione nei confronti del Foggia (foto Ansa).

Infine, a ottobre, è toccato alla Juve Stabia, società di Serie B sulle cui attività economiche e organizzative c’era una morsa strettissima portata dalle organizzazioni della criminalità organizzata locale. Le indagini dicono che non ci fosse quasi più settore del club che ne venisse risparmiato: sicurezza, ticketing, catering, servizi sanitari, persino il trasporto della prima squadra.

Rimini, la penalizzazione per inadempienze amministrative

Il riferimento a Castellammare di Stabia torna utile per collegarsi a un’altra vicenda che sta creando serio imbarazzo in Lega Pro: quella del Rimini. Il club romagnolo gioca nel Girone B della Serie C e sta scontando una penalizzazione di 15 punti (gli ultimi 3 sono stati inflitti proprio nella giornata di giovedì 6 novembre) a causa di inadempienze amministrative assortite. A gestire il club è un rappresentante nominato dal Tribunale di Milano, Antonio Buscemi, a causa di un sequestro cautelare del pacchetto azionario motivato da un credito vantato dalla ex-ex proprietà nei confronti dell’ex proprietà.

Calcio e criminalità: il lato oscuro dei club sotto amministrazione giudiziaria
Il sito della Building Company Italia.

Quanto all’attuale proprietà, si tratta di Building Company, una società con sede a Carate Brianza che lavora nel settore delle energie rinnovabili. Proprietaria e amministratrice delegata risulta Giusy Anna Scarcella.

Calcio e criminalità: il lato oscuro dei club sotto amministrazione giudiziaria
Giusy Anna Scarcella.

Un’occhiata ai bilanci della Building porta a scoprire che la società ha una dimensione economico-finanziaria inadeguata per la gestione di una società del calcio professionistico, anche soltanto di Serie C. Ma ciò che più inquieta, e mette in allarme da subito i tifosi della Curva Est, è la presenza dietro le quinte di Giuseppe Vitaglione. Che tra gennaio e febbraio 2025 aveva provato a mettere le mani sulla Lucchese (scomparsa a fine campionato dopo una lunga agonia).

Le accuse di vicinanza con il clan dei D’Alessandro di Castellammare di Stabia

Altro passaggio interessante si verifica a giugno, quando la Building prova a comprare il Foggia (già passato in amministrazione giudiziaria). In quella circostanza non c’è traccia di Vitaglione. Ma poi i nomi di Vitaglione e della Building Company riappaiono a fine luglio, quando si realizza il passaggio di proprietà del Rimini. Il Vitaglione non è un personaggio qualsiasi. Si tratta di un soggetto accusato di essere organico al clan dei D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Nel mese di ottobre Vitaglione è stato arrestato nel quadro di un provvedimento comandato dalla Dia di Salerno, a margine di un’inchiesta su un giro di usura.

Il passaggio di proprietà e la controversa figura di Nicola Di Matteo

Quando il provvedimento di fermo arriva, la situazione del Rimini è già ampiamente compromessa. La Building è ancora formalmente proprietaria, ma se ne sta in disparte. Dopo avere per lungo tempo annunciato la cessione, finalmente Scarcella ha ufficializzato il passaggio di proprietà, nella serata di giovedì 6 novembre. A comprare è stato Nicola Di Matteo, imprenditore edile classe 1952, nativo della provincia di Caserta ma da decenni trapiantato in Emilia. Ha alle sue spalle una lunga esperienza nel calcio, da proprietario o dirigente: Grosseto, Chieti, Santarcangelo, Teramo. In passato ha provato a prendere la Lucchese, nei mesi scorsi ha fatto un tentativo con l’Ancona. Cosa lo spinga a voler entrare nel calcio con tanta insistenza, non è dato sapere. Tanto più che ogni passaggio dal mondo del pallone è stato abbastanza disastroso. Resta nella memoria ciò che dichiarò in conferenza stampa nel 2019, al tempo in cui era amministratore delegato del Teramo: «La camorra è una scelta di vita, io ho sempre rispettato loro, loro hanno rispettato me». Nei giorni successivi pubblicò un lungo comunicato per dire che si era espresso male.

I precedenti: Taranto e Turris non sono arrivate a concludere la stagione

E la Lega Pro, cosa fa? Pare che la sola preoccupazione, nei corridoi della lega fiorentina, sia scongiurare il ripetersi di ciò che si era verificato durante la scorsa stagione nel Girone C: quando due società (Taranto e Turris) non sono arrivate a concludere la stagione, lasciando monco il campionato. Rispetto a questa prospettiva, l’identità dei proprietari e la provenienza dei capitali passano in secondo piano.

La censura sugli influencer svela la finta modernizzazione saudita

Stiamo andando un po’ troppo avanti. Nell’Arabia Saudita del “Nuovo Rinascimento” – per usare le parole di un ex premier italiano – ci si accorge che la spinta verso la modernizzazione della società e dei suoi stili culturali e di consumo sta prendendo una direzione indesiderata. Che poi sarebbe anche la direzione naturale quando si innesca il cammino che conduce verso una società aperta: l’ampliamento delle libertà personali genera tendenze non pronosticabili nei comportamenti individuali e di gruppo. E pretendere di dirigerne lo sviluppo significa, semplicemente, compiere un’immediata marcia indietro rispetto all’input di apertura. Va aggiunto che tutto ciò, nell’epoca dei social media, ha un impatto elevato all’ennesima potenza, con le conseguenze anche sgradevoli che purtroppo abbiamo imparato a conoscere in Occidente.

La censura sugli influencer svela la finta modernizzazione saudita
Mohammed bin Salman (Getty Images).

La leadership saudita contro gli influencer

Il ragionamento fatto fin qui sarebbe anche tautologico e si prova persino imbarazzo a esporlo. Eppure, tanta tautologia doveva non essere abbastanza chiara alle gerarchie saudite. Che scoprono una direzione della modernizzazione andata troppo oltre e troppo in fretta, e per questo cercano di mettere un argine. Con la pretesa di prendere il controllo del processo di apertura e di incanalarlo con un piglio da pianificazione sociale e culturale. Contraddizione insanabile. Ma vediamo meglio di cosa si tratta. A darne notizia è stato il quotidiano saudita Okaz, che ha informato su un provvedimento assunto dall’Autorità generale per la regolamentazione dei media. In applicazione della legge sui media audiovisivi, l’organismo che controlla le comunicazioni nel Regno ha preso la decisione di convocare alcuni fra gli influencer maggiormente in vista. Il motivo di questa convocazione è sintetizzato nell’incipit dell’articolo: «Alcune cosiddette “celebrità” e influencer hanno pubblicato sui social media contenuti che violano il gusto pubblico, sono in conflitto con i valori sociali o violano la morale pubblica». Così esposta, la formulazione si mantiene sul piano dei principi, ma poco dice sulle specifiche violazioni che vengono attribuite agli influencer convocati dall’Autorità. Serve quindi andare nel dettaglio per capire quanta divaricazione possa crearsi nell’aprire a un processo di modernizzazione e pretendere che esso rispetti canoni etici e culturali stabiliti dall’alto.

La censura sugli influencer svela la finta modernizzazione saudita
Social media sullo smartphone (Getty Images).

MbS adesso pretende di arrestare il cambiamento

I soggetti in questione avrebbero abusato con «produzione e diffusione di contenuti mediatici [caratterizzati da] linguaggio volgare, vanto di ricchezza e automobili, contenuti che rivelano la privacy familiare o espongono controversie private». E ancora, in ordine sparso, vengono menzionati comportamenti di bullismo, insulti e mancanza di rispetto verso gli altri. Detto ciò, viene specificato che fra le direttive contenute nelle norme dell’Autorità vi sono «l’astensione da qualsiasi cosa che possa incitare conflitti, divisioni e odio tra i cittadini, incitare alla violenza o minacciare la pace sociale» e il divieto di pubblicare contenuti «che violino la morale pubblica, mostrino nudità o abiti indecenti, suscitino istinti o utilizzino un linguaggio volgare». Si tratta di direttive coerenti coi principi di una società ancora sottoposta a standard di controllo molto rigidi, in cui il potere politico ritiene di poter influire ampiamente sul comportamento dei singoli e dirigerne la moralità. Ciò che confligge apertamente con le spinte verso la modernizzazione che la leadership saudita (incarnata dal principe ereditario Mohammed bin Salman) rivendica sia sul piano interno che sul piano internazionale. Davvero si pretende di arrestare la macchina del mutamento culturale, dopo averla messa in moto e pompata a pieni giri?

La censura sugli influencer svela la finta modernizzazione saudita
Mohammed bin Salman (Getty Images).

La finta di Riad

Si tratta di un interrogativo col quale la leadership saudita sarà comunque costretta a fare i conti. Impensabile che questa apertura dei costumi e dei comportamenti individuali possa essere centellinata, o valere per alcuni comportamenti ma non per altri. In questo senso, il riferimento all’ostentazione della ricchezza e dei beni materiali (per esempio, l’automobile) è indicativo. L’accesso a standard più elevati di consumo è un indice di modernizzazione, ma è anche una spinta all’ostentazione. Può piacere o no, ma si tratta di una conseguenza inevitabile. Provare a reprimere comportamenti di questo tipo perché giudicati immorali significa pretendere di mettere insieme principi di governo della società che fra loro mal si conciliano: la promozione della modernizzazione e la guardiania etico-morale. Ciò è semplicemente irrealizzabile. E segnala le contraddizioni del processo di modernizzazione voluto dal nuovo corso saudita, guidato dal principe ereditario. Ci deve essere stato parecchio ottimismo nel pianificare questo vasto processo di mutamento sociale e culturale. E adesso le superficialità di valutazione cominciano a emergere.

Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo

Blindati i playoff. Questo era l’obiettivo che realisticamente poteva essere richiesto alla nazionale azzurra guidata da Gennaro Gattuso. L’obiettivo è stato raggiunto e adesso va accolto per quello che è: la tappa intermedia in un cammino verso il Mondiale 2026 che è ancora lungo e insidioso. Come del resto ben sappiamo, dato che le due ultime partecipazioni alle fasi finali dei Mondiali 2018 e 2022 sono sfumate proprio all’altezza dei playoff. Dunque silenziamo immediatamente il suono delle fanfare e attrezziamoci mentalmente a una duplice sfida che richiederà umiltà e capacità di soffrire. E senza dimenticare che un tempo avremmo considerato, per un movimento calcistico che vanta la nostra storia, il passaggio dagli spareggi come una sconfitta.

Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo
Gennaro Gattuso, ct dell’Italia (foto Ansa).

L’assurdità della formula di qualificazione al Mondiale

Ma fatta la premessa, è proprio dall’ultima considerazione che bisogna partire. È fuori discussione che vedere l’Italia esclusa dalla fase finale dei Mondiali è un’umiliazione per l’intero movimento. E che, per di più, la prospettiva che ciò accada per la terza volta consecutiva fa intravedere lo spettro di un definitivo fallimento di sistema. Ma forse è arrivato il momento di discernere quelli che sono i deficit del movimento calcistico nazionale dalle assurdità di una formula di qualificazione al Mondiale che, nel caso dei gironi europei, mette le squadre nazionali nelle condizioni di non poter sbagliare un colpo. E che, se fosse stato vigente in passato, probabilmente questo sistema avrebbe provocato altre assenze degli Azzurri dalle fasi finali dei Mondiali.

Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo
I norvegesi Erling Haaland e Martin Odegaard festeggiano il 3-0 contro l’Italia (foto Ansa).

Basta sbagliare una sola partita per compromettere tutto

Guardiamo alle cifre, senza farci condizionare dagli esiti finali. C’è stato un tempo in cui, per qualificarsi, ci si poteva permettere di arrivare secondi nel girone eliminatorio. E certo, si può essere d’accordo sul fatto che quella formula fosse troppo comoda. Ma adesso si è caduti nell’eccesso opposto: basta sbagliare una sola partita del girone eliminatorio per ritrovarsi in affanno, con la prospettiva di essere scaraventati nel frullatore dei playoff contro avversarie competitive.

Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo
La formazione dell’Italia che ha perso 3-0 il 6 giugno contro la Norvegia a Oslo (foto Ansa).

Appena due sconfitte dal 2016: contro Spagna e Norvegia

In questo senso, i risultati dell’Italia nelle ultime tre edizioni dei gironi di qualificazione ai Mondiali – e tenendo conto che, del girone in corso, devono essere ancora giocate due partite – sono eloquenti: soltanto due gare perse. Il riepilogo è molto facile. Nel girone di qualificazione a Russia 2018, la nazionale allenata da Gianpiero Ventura perse soltanto (per quanto in modo pesante) contro la Spagna, nel settembre del 2017.

Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo
Buffon, Belotti, Immobile e Verratti a testa bassa dopo la sconfitta dell’Italia contro la Spagna a Madrid nelle qualificazioni per il Mondiale 2018 (foto Ansa).

Con Mancini imbattuti contro la Svizzera: due rigori sbagliati

Nel girone di qualificazione a Qatar 2022 la nazionale azzurra allenata da Roberto Mancini terminò imbattuta: a penalizzarla furono il doppio pareggio contro la Svizzera (coi rigori falliti da Jorginho), ma soprattutto lo sciagurato 1-1 casalingo contro la Bulgaria. Infine, nel girone di qualificazione in corso, è bastata la sconfitta in Norvegia per mettere in salita il cammino della squadra allenata prima da Luciano Spalletti e poi da Gennaro Gattuso.

Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo
L’esultanza di Aleksandar Trajkovski della Macedonia del Nord dopo l’eliminazione dell’Italia dai playoff per il Mondiale 2022 (foto Ansa).

Che poi, nel 2018 e nel 2022, la squadra azzurra abbia fallito i playoff è cosa che rientra esclusivamente nella sfera dei demeriti suoi. Ma resta il fatto che, nel cammino che ai playoff conduce, ci si mette un attimo a trovarsi in difficoltà e a dover rincorrere. Perché così comandano le nuove formule volute dalla Fifa. E con questo dettaglio si viene alla radice del problema.

Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo
Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo
Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo

Allargare, ma non per tutti: alle europee la miseria di tre posti in più

C’è un aspetto paradossale, nel processo di allargamento che ha portato all’edizione extralarge dei Mondiali. I 16 posti in più, che hanno incrementato il numero delle finaliste da 32 a 48, sono stati distribuiti con scarsissima attenzione all’Europa. Soltanto tre in più (da 13 a 16), un aumento che non ha attenuato i rischi del passaggio dalle forche caudine degli spareggi. Diverso il trattamento riservato agli altri continenti, fra i quali spicca il Sud America. Che conta 10 rappresentative nazionali e ne vede qualificare 6, più una settima che ha la possibilità di partecipare ai playoff intercontinentali. Con effetti abbastanza assurdi.

Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo
Gigio Donnarumma, portiere e capitano della Nazionale (foto Ansa).

La Bolivia ha già perso 10 (dieci!) volte e potrebbe andare al Mondiale

La Bolivia, settima classificata nel girone Conmebol, ha perso 10 partite su 18 e ha una differenza reti di -18. Ma nonostante un ruolino di marcia così mediocre, potrebbe qualificarsi per Canada-Messico-Usa 2026 grazie ai playoff. In Europa, invece, basta perdere una partita del girone eliminatorio per vedersi complicare tremendamente il cammino, e condannarsi a spareggi molto più competitivi che quelli riservati alle nazionali degli altri continenti. Una situazione che il calcio europeo dovrà farsi carico di sanare, anche a costo di andare allo scontro duro con la Fifa di Gianni Infantino. Non soltanto per una questione di tutela dei propri interessi, ma anche perché, così strutturata la strada verso la fase finale, il Mondiale stesso perde credibilità.

Italia ai playoff per il Mondiale 2026, un sistema di qualificazione troppo iniquo
La classifica del girone di qualificazione delle sudamericane al 16 ottobre 2025.

Lo zampino di Malagò dietro le dimissioni di Micciché

Il presidente della Lega di Serie A ha lasciato per le voci sull'irregolarità della sua elezione del 2018. Sulla quale aveva messo il timbro il n.1 del Coni. Un modo per evitargli conseguenze? Tutte le ombre su una vicenda politica che mina la credibilità dello sport italiano.

Dimissionario causa voci. È una bizzarra motivazione quella accampata da Gaetano Micciché per mollare a razzo la poltrona di presidente della Lega di Serie A, occupata da marzo 2018. Nella tambureggiante dichiarazione con cui ha reso noto l’addio alla presidenza, Micciché ha gridato la sua indignazione per le “indiscrezioni” giornalistiche sul suo conto. Relative alla chiusura delle indagini condotte dalla procura della Figc, capitanata dal dottor Giuseppe Pecoraro, riguardo all’elezione di un anno e mezzo fa.

NON ANCORA ARRIVATO IL DEFERIMENTO

Di fatto, l’ormai ex presidente si è dimesso non perché la sua elezione sia già stata considerata irregolare al termine di un procedimento della giustizia sportiva, e nemmeno perché egli abbia già ricevuto una notizia di deferimento. Nossignori, si è dimesso ancora prima di tutto ciò. Cioè quando “pare che” il documento conclusivo dell’istruttoria, come riferito da un articolo pubblicato nell’edizione del 16 novembre da Il Messaggero e firmato da Emiliano Bernardini, sia prossimo a planare sulla scrivania del presidente federale Gabriele Gravina. E sembra proprio di rivedere Massimo Troisi, nella scena in cui diceva che avrebbe confessato di tutto e di più se soltanto “forse” avessero minacciato di torturarlo.

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’ELEZIONE

Meglio bruciare le tappe e farsi da parte prima che la macchia arrivi. È questo il senso più rilevante di un comunicato altrimenti stilato secondo il mood che potremmo definire “Micciché fa cose”: le misure prese, i dossier portati avanti nel corso di un anno e mezzo, persino il numero delle riunioni tenute dall’Assemblea dei soci e dal Consiglio. Una lista di “realizzazioni” che ognuno potrà valutare come gli pare, ma che comunque in nessun modo scalfisce il problema da cui derivano l’inchiesta della procura federale e le conseguenti dimissioni: il pasticciaccio brutto di un’elezione che, a quel modo, non s’aveva da fare.

Il presidente del Coni, Giovanni Malagò.

UN PROBLEMA DI CONFLITTO DI INTERESSI

Micciché vi arrivava infatti in condizioni di conflitto d’interessi a causa della sua posizione di componente del consiglio d’amministrazione di Rcs. E dunque del suo rapporto col presidente del Torino, Urbano Cairo, che è anche componente dell’assemblea da cui Micciché è stato eletto presidente di Lega. Per consentirne l’ascesa alla presidenza si è approntata una modifica ad personam dello statuto Figc che comanda l’elezione all’unanimità. Ciò che ufficialmente è avvenuto, durante un’assemblea presieduta dal commissario straordinario Giovanni Malagò (presidente del Coni nonché grande sponsor di Micciché), nel corso della quale il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, si sarebbe spinto a chiedere l’elezione per acclamazione.

Urbano Cairo, presidente del Torino.

QUALCUNO HA MESSO SCHEDE BIANCHE NELL’URNA?

Ma nei fatti vi è davvero stata unanimità? O un paio di manine hanno depositato delle schede bianche nell’urna? Da questo interrogativo è partita l’indagine della procura federale. La cui conclusione (per il momento ancora ufficiosa, va ribadito) ha suggerito a Micciché di sposare il principio secondo cui la miglior difesa è la fuga. Ma come mai una decisione repentina al punto da sembrare improvvida?

Come sia andata l’elezione di Micciché è sotto gli occhi di tutti


Giovanni Malagò

Giovanni Malagò, a poche ore dalle dimissioni dell’ex presidente di Lega, ha detto: «Come sia andata l’elezione di Micciché è sotto gli occhi di tutti». Una frase da interpretarsi attraverso l’uso di diversi registri, cominciando con quello letterale. E giusto il registro letterale spinge a chiedersi: quali sarebbero questi “occhi di tutti”? Il presidente del Coni, nonché commissario di Lega sotto la cui reggenza si è consumato il pasticciaccio, farebbe bene a sciogliere l’interrogativo. I suoi, di occhi, hanno visto di sicuro. E resta da capire se al momento topico non si siano anche chiusi, o abbiano virato altrove.

gaetano micciché dimissioni presidente lega seriea
Gaetano Micciché.

STOPPATO IL RISCHIO DI “EFFETTI COLLATERALI”

Di certo il sempre più malconcio capo dello sport italiano sa di trovarsi sulla linea del fuoco. L’elezione di Micciché nel marzo 2018 porta il suo timbro, e costituisce motivo di pubblico vanto quando si tratta di ricapitolare il senso della sua missione da commissario della “Confindustria calcistica”. Del resto anche lui ha il personalissimo mood “Malagò fa cose”. Peccato che in questo caso la cosa fatta rischi di tornargli addosso tipo boomerang. Perché il presidente del Coni ha messo il marchio su un’elezione che dall’inchiesta della procura federale potrebbe essere etichettata come irregolare. E da lì in poi cosa succederebbe? Soprattutto, ciò che sta al centro del più dirimente fra gli interrogativi che si rincorrono in queste ore: le dimissioni di Gaetano Micciché hanno forse lo scopo di arrestare i possibili effetti collaterali, leggi alla voce “conseguenze per Malagò”?

VOCI SU UN PRANZO PRE-DIMISSIONI A MILANO

Se lo è chiesto Antonello Valentini, che essendo stato segretario generale della Figc è capace di leggere certe dinamiche. In un post scritto su Facebook nell’immediato dell’annuncio fatto da Micciché, Valentini ha dato una sua lettura dei fatti certamente degna di attenzione. A suo giudizio, dietro quelle dimissioni vi sarebbe proprio lo zampino di Malagò. Di più: la decisione sarebbe maturata nel corso del pranzo che i due hanno condiviso a Milano, poco prima che Micciché offrisse sul piatto la testa di se medesimo perché ossessionato dalle “voci”.

MISTERO BUFFO CHE MACCHIA LO SPORT ITALIANO

Un tentativo più o meno disperato, da parte del presidente dello sport italiano, per salvarsi? Non sappiamo, poiché si parla di cose che sotto gli occhi di tutti non sono. E ci auguriamo anche che il mistero buffo intorno alla vicenda non rimanga tale, e che le dimissioni di Micciché non abbiano l’effetto “saldo e stralcio” sull’intera vicenda. Perché le responsabilità di una situazione così grottesca vanno fatte scontare fino in fondo e a chicchessia. Ne va della credibilità dello sport italiano, o di ciò che ne rimane.

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Lo zampino di Malagò dietro le dimissioni di Micciché

Il presidente della Lega di Serie A ha lasciato per le voci sull'irregolarità della sua elezione del 2018. Sulla quale aveva messo il timbro il n.1 del Coni. Un modo per evitargli conseguenze? Tutte le ombre su una vicenda politica che mina la credibilità dello sport italiano.

Dimissionario causa voci. È una bizzarra motivazione quella accampata da Gaetano Micciché per mollare a razzo la poltrona di presidente della Lega di Serie A, occupata da marzo 2018. Nella tambureggiante dichiarazione con cui ha reso noto l’addio alla presidenza, Micciché ha gridato la sua indignazione per le “indiscrezioni” giornalistiche sul suo conto. Relative alla chiusura delle indagini condotte dalla procura della Figc, capitanata dal dottor Giuseppe Pecoraro, riguardo all’elezione di un anno e mezzo fa.

NON ANCORA ARRIVATO IL DEFERIMENTO

Di fatto, l’ormai ex presidente si è dimesso non perché la sua elezione sia già stata considerata irregolare al termine di un procedimento della giustizia sportiva, e nemmeno perché egli abbia già ricevuto una notizia di deferimento. Nossignori, si è dimesso ancora prima di tutto ciò. Cioè quando “pare che” il documento conclusivo dell’istruttoria, come riferito da un articolo pubblicato nell’edizione del 16 novembre da Il Messaggero e firmato da Emiliano Bernardini, sia prossimo a planare sulla scrivania del presidente federale Gabriele Gravina. E sembra proprio di rivedere Massimo Troisi, nella scena in cui diceva che avrebbe confessato di tutto e di più se soltanto “forse” avessero minacciato di torturarlo.

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’ELEZIONE

Meglio bruciare le tappe e farsi da parte prima che la macchia arrivi. È questo il senso più rilevante di un comunicato altrimenti stilato secondo il mood che potremmo definire “Micciché fa cose”: le misure prese, i dossier portati avanti nel corso di un anno e mezzo, persino il numero delle riunioni tenute dall’Assemblea dei soci e dal Consiglio. Una lista di “realizzazioni” che ognuno potrà valutare come gli pare, ma che comunque in nessun modo scalfisce il problema da cui derivano l’inchiesta della procura federale e le conseguenti dimissioni: il pasticciaccio brutto di un’elezione che, a quel modo, non s’aveva da fare.

Il presidente del Coni, Giovanni Malagò.

UN PROBLEMA DI CONFLITTO DI INTERESSI

Micciché vi arrivava infatti in condizioni di conflitto d’interessi a causa della sua posizione di componente del consiglio d’amministrazione di Rcs. E dunque del suo rapporto col presidente del Torino, Urbano Cairo, che è anche componente dell’assemblea da cui Micciché è stato eletto presidente di Lega. Per consentirne l’ascesa alla presidenza si è approntata una modifica ad personam dello statuto Figc che comanda l’elezione all’unanimità. Ciò che ufficialmente è avvenuto, durante un’assemblea presieduta dal commissario straordinario Giovanni Malagò (presidente del Coni nonché grande sponsor di Micciché), nel corso della quale il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, si sarebbe spinto a chiedere l’elezione per acclamazione.

Urbano Cairo, presidente del Torino.

QUALCUNO HA MESSO SCHEDE BIANCHE NELL’URNA?

Ma nei fatti vi è davvero stata unanimità? O un paio di manine hanno depositato delle schede bianche nell’urna? Da questo interrogativo è partita l’indagine della procura federale. La cui conclusione (per il momento ancora ufficiosa, va ribadito) ha suggerito a Micciché di sposare il principio secondo cui la miglior difesa è la fuga. Ma come mai una decisione repentina al punto da sembrare improvvida?

Come sia andata l’elezione di Micciché è sotto gli occhi di tutti


Giovanni Malagò

Giovanni Malagò, a poche ore dalle dimissioni dell’ex presidente di Lega, ha detto: «Come sia andata l’elezione di Micciché è sotto gli occhi di tutti». Una frase da interpretarsi attraverso l’uso di diversi registri, cominciando con quello letterale. E giusto il registro letterale spinge a chiedersi: quali sarebbero questi “occhi di tutti”? Il presidente del Coni, nonché commissario di Lega sotto la cui reggenza si è consumato il pasticciaccio, farebbe bene a sciogliere l’interrogativo. I suoi, di occhi, hanno visto di sicuro. E resta da capire se al momento topico non si siano anche chiusi, o abbiano virato altrove.

gaetano micciché dimissioni presidente lega seriea
Gaetano Micciché.

STOPPATO IL RISCHIO DI “EFFETTI COLLATERALI”

Di certo il sempre più malconcio capo dello sport italiano sa di trovarsi sulla linea del fuoco. L’elezione di Micciché nel marzo 2018 porta il suo timbro, e costituisce motivo di pubblico vanto quando si tratta di ricapitolare il senso della sua missione da commissario della “Confindustria calcistica”. Del resto anche lui ha il personalissimo mood “Malagò fa cose”. Peccato che in questo caso la cosa fatta rischi di tornargli addosso tipo boomerang. Perché il presidente del Coni ha messo il marchio su un’elezione che dall’inchiesta della procura federale potrebbe essere etichettata come irregolare. E da lì in poi cosa succederebbe? Soprattutto, ciò che sta al centro del più dirimente fra gli interrogativi che si rincorrono in queste ore: le dimissioni di Gaetano Micciché hanno forse lo scopo di arrestare i possibili effetti collaterali, leggi alla voce “conseguenze per Malagò”?

VOCI SU UN PRANZO PRE-DIMISSIONI A MILANO

Se lo è chiesto Antonello Valentini, che essendo stato segretario generale della Figc è capace di leggere certe dinamiche. In un post scritto su Facebook nell’immediato dell’annuncio fatto da Micciché, Valentini ha dato una sua lettura dei fatti certamente degna di attenzione. A suo giudizio, dietro quelle dimissioni vi sarebbe proprio lo zampino di Malagò. Di più: la decisione sarebbe maturata nel corso del pranzo che i due hanno condiviso a Milano, poco prima che Micciché offrisse sul piatto la testa di se medesimo perché ossessionato dalle “voci”.

MISTERO BUFFO CHE MACCHIA LO SPORT ITALIANO

Un tentativo più o meno disperato, da parte del presidente dello sport italiano, per salvarsi? Non sappiamo, poiché si parla di cose che sotto gli occhi di tutti non sono. E ci auguriamo anche che il mistero buffo intorno alla vicenda non rimanga tale, e che le dimissioni di Micciché non abbiano l’effetto “saldo e stralcio” sull’intera vicenda. Perché le responsabilità di una situazione così grottesca vanno fatte scontare fino in fondo e a chicchessia. Ne va della credibilità dello sport italiano, o di ciò che ne rimane.

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