Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia

Nel capitalismo di relazione ci sono operazioni che si spiegano con i prospetti informativi e altre che si capiscono meglio ascoltando le telefonate dei protagonisti. Il blitz con cui Mps si è mangiata Mediobanca appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non perché manchi la logica finanziaria, ma perché la coreografia che l’ha accompagnata è il compendio di un certo stile: deferenze, investiture, confidenze pronunciate come se il telefono fosse ancora un luogo sicuro. 

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Un fotomontaggio con Milleri, Caltagirone e Lovaglio in Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Ansa e Imagoeconomica).

Un copione che ancora una volta intreccia politica e affari

Le intercettazioni non sono il cuore dell’inchiesta, ma ne catturano l’atmosfera. Bastano pochi scambi tra Francesco Caltagirone e Luigi Lovaglio («Cavaliere, allora!», «È stata una cosa perfetta… complimenti per l’idea», «il vero ingegnere è stato lei, io ho solo eseguito l’incarico») per capire la natura di un ambiente che si riconosce al volo e funziona per codici impliciti. Quando l’ad del Monte lascia intendere un ruolo del governo, più che un’accusa è la fotografia di un sistema in cui il mercato è solo una delle lingue parlate, e non la più importante. Un déjà vu che ricorda il celebre «abbiamo una banca» della stagione dei furbetti. Cambiano gli attori, ma il copione che intreccia politica e affari è lo stesso. 

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro l’operazione Mps-Mediobanca si intravede la regia leghista

Dietro l’operazione Mps-Mediobanca si intravede una regia politica definita, con la Lega insolitamente compatta nelle sue anime. Giancarlo Giorgetti smentisce pressioni sui soci di Piazzetta Cuccia perché portassero le azioni all’Ops, ma dal suo ministero qualche segnale è arrivato: non ordini, ma quella moral suasion che torna utile nei momenti decisivi. Il deputato leghista Alberto Bagnai, stando alle carte, avrebbe accelerato l’uscita di alcuni consiglieri indipendenti del Monte: quando servono mosse rapide, lo scrupolo di taluni pesa e soprattutto intralcia il percorso. Intanto il sottosegretario Federico Freni, leghista pure lui, lavorava alla riforma del Tuf che alza la soglia dell’Opa obbligatoria dal 25 al 30 per cento, una coincidenza interessante se si guarda alla somma delle quote che Mediobanca, Caltagirone e Delfin hanno in Generali

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il precedente della vicenda UniCredit-Bpm

Il Carroccio ha agito su tutto il fronte, promuovendo alcune aggregazioni e ostacolandone altre. Lo racconta bene la vicenda UniCredit-Bpm: quando Andrea Orcel lanciò l’offerta sulla popolare milanese, i primi a ergere barricate furono proprio i leghisti. Salvini etichettò UniCredit come «banca tedesca», ignorando sede legale e composizione azionaria. Giorgetti fece il resto evocando il golden power, che poi venne effettivamente utilizzato per rendere l’operazione impraticabile. Obiettivo: complicare, rallentare, scoraggiare. Un’altra geografia avrebbe rovinato il disegno complessivo. 

Perché l’inchiesta su Mps-Mediobanca rende la via per Generali più impervia
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Ora la via per Generali è aperta, ma sarà più impervia

Ora il tema non è più come si è arrivati a Mediobanca, ma cosa accade dopo. La scalata è riuscita. Il passo successivo, quasi naturale, si chiama Generali. Trieste non è una semplice compagnia assicurativa: è un baricentro del potere italiano. Mediobanca ne è stata il custode, e chi l’ha presa sapeva bene che ben altra era la posta in gioco. L’inchiesta della Procura non spezza questa traiettoria, ma la ispessisce. Ogni passo verso Generali diventa più esposto. Non perché illegittimo, ma perché il contesto è cambiato: ciò che prima era normale dialettica ora può sembrare una trama, ciò che era tattica ora verrà sicuramente letto come combine. È uno dei paradossi italiani: le operazioni riescono, il racconto si inceppa. Chi punta a Trieste ha finalmente la chiave per entrarci, ma si trova a doverla usare nel momento meno favorevole. Ogni mossa verrà pesata, ogni candidatura osservata, ogni ombra costerà qualcosa. Generali è ancora lì, ma lo slancio della vittoria su Mediobanca non basta più. Anche un piano industriale solido potrà apparire come un passo concertato se sullo sfondo rimbombano certe telefonate. Dopo il faro della Procura è difficile immaginare che il canovaccio resti identico. La strada aperta dalla conquista di Piazzetta Cuccia porta ancora a Trieste, ma ora è molto più stretta e impervia di prima. 

La malandrina Atreju e il cortocircuito di una sinistra con più perimetri che leader

Atreju è una creatura tipicamente italiana: una festa che si atteggia a convention, una convention che si crede crocevia geopolitico e, alla fine, resta ciò che è sempre stata: un palcoscenico che misura i rapporti di forza meglio di qualunque sondaggio. Giorgia Meloni lo sa benissimo: basta aprire le porte e far scorrere gli inviti perché gli equilibri si rivelino da soli. Anche quest’anno doveva essere la solita passerella: muscolare esibizione di orgoglio identitario, folklore, ospiti d’onore, applausi di rito. Invece è bastato un invito a Elly Schlein, piazzato con la nonchalance di chi sa già l’effetto che farà, per trasformare una festa di partito in uno stress test per l’opposizione.

Schlein ha abboccato mangiandosi l’esca e il filo

Non perché la premier avesse orchestrato chissà quale trappola. È stata semplicemente fedele al primo comandamento del potere: lasciare che siano gli altri a complicarsi la vita. Ha aperto la porta, ha sorriso, e ha atteso che l’antagonista abboccasse. E puntualmente la segretaria del Partito democratico s’è mangiata l’esca e il filo: «Vengo solo se c’è il confronto diretto», ha risposto. Una condizione che sa di autodifesa più che di tattica: andare a casa dell’avversaria politica richiede una cornice solida. Fin qui tutto comprensibile, se non fosse che l’evento vive del suo contrario: più cerchi di mettergli paletti, più ti sfugge.

La malandrina Atreju e il cortocircuito di una sinistra con più perimetri che leader
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (foto Imagoeconomica).

Una sudoku politico dove ogni casella che si riempie apre un nuovo problema

Il vero cortocircuito però arriva quando Meloni invita anche Giuseppe Conte. Tutto naturale, tutto previsto: ampli il parterre e osservi chi si irrigidisce. La presidente del Consiglio non dice nulla, non accenna a polemiche: semplicemente allarga la scena. Ed è in quella dilatazione che la sinistra entra in apnea. Perché se Schlein accetta la presenza di Conte sul palco, ammette una leadership condivisa che non vuole riconoscere. Se la rifiuta, si ritrova a spiegare perché nel campo largo non c’è ancora un campo, né tantomeno un leader. La mossa successiva arriva come un’eco: se c’è Conte, dice Schlein, allora serve Matteo Salvini. E in pochi minuti l’invito di Atreju si trasforma in una specie di sudoku politico dove ogni casella che si riempie apre un nuovo problema.

L’opposizione dimostra da sola quanto siano difficili i rapporti interni

Nel frattempo Meloni fa la cosa più semplice e redditizia: tace. Non serve altro. Basta lasciare che l’opposizione dimostri da sola quanto sia difficile per Schlein maneggiare un rapporto con Conte che cambia forma ogni settimana. L’argomento scelto dalla leader del Pd per uscire dall’angolo – «Meloni scappa dal confronto» – è smentito dal fatto che la presidente del Consiglio ha appena invitato metà dell’emiciclo: Matteo Renzi, Carlo Calenda, e persino i gemelli diversi Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Mentre l’unica a scappare sembra proprio quella che accusa gli altri di farlo.

La malandrina Atreju e il cortocircuito di una sinistra con più perimetri che leader
Il cartonato di Elly Schlein ad Atreju (Ansa)

Meloni non vince nulla di concreto con questa mossa. Non cambia i rapporti di forza, non conquista segmenti nuovi. Semplicemente evidenzia un fatto politico che ormai non ha bisogno neanche di essere dichiarato: a destra c’è un leader e un perimetro, a sinistra ci sono più perimetri che leader.

Il punto è semplice: l’affaire Atreju ha mostrato che nel centrodestra c’è un vertice riconosciuto, mentre nel “campo largo” c’è un campo che largo lo è soprattutto per l’incertezza su chi lo comanda. È bastata una festa di partito, non una legge elettorale, a ricordarci che la politica non perdona i vuoti di leadership, ma li amplifica. E così un invito malandrino si è trasformato in una prova involontaria, ma non meno crudele, sulla tenuta dell’opposizione. Un invito gentilmente recapitato che non ha messo in difficoltà chi l’ha scritto, ma chi ha dovuto decidere se accettarlo.

La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce

Ci si indigna a intermittenza, come termostati che si accendono in automatico non appena si alza di qualche grado la temperatura. Non si tratta di casi isolati, ma di una norma di comportamento che ha fatto dell’indignazione un riflesso pavloviano che ignora il senso delle proporzioni. Così può capitare che un’influencer finisca per rischiare una condanna a un anno e otto mesi, mentre su dossier ben più pesanti cali un improvviso – per gli interessati provvidenziale – tepore istituzionale. Misteri della giustizia? Più banalmente, misteri del rumore di fondo mediatico, che decide chi portare in prima pagina e chi lasciar scivolare sotto il tappeto.

La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce
La sacerdotessa Chiara Ferragni e la fine del culto dell’identità come merce

Non importa se Chiara Ferragni la condanna più dura l’ha già avuta. Ed è arrivata non da un tribunale, ma da quel pubblico che per anni aveva contribuito a trasformarla in icona pop del capitalismo emozionale prima che arrivasse il Pandoro-gate, la scheggia impazzita che ha fatto scoppiare la bolla. E tutto quello che appariva come un impero digitale scintillante si è rivelato per quello che era: una cattedrale di storytelling costruita su sabbia sottile. Appena la marea si è ritirata, la spiaggia è rimasta desolatamente vuota.

Nell’economia dell’attenzione il capitale più solido è la fiducia

Nel frattempo, fuori dai tribunali, Ferragni ci riprova. Una linea di magliette che sembra disegnata per essere virale, ma che non vira. Una candela che dovrebbe evocare atmosfere, ricordi, identità, e che invece evoca solo una domanda: perché? Il web la massacra, e non per cattiveria: semplicemente perché la narrazione si è rotta, e quando la trama non sta più in piedi i gadget non salvano il film. Il problema non è la giustizia (quella farà il suo corso), bensì la percezione. Una volta che i follower ti percepiscono come inautentica, puoi anche produrre la versione influencer del Sacro Graal. Non basterà. Nell’economia dell’attenzione il capitale più solido non sono i soldi, ma la fiducia. E quando la perdi, non c’è artifizio che consenta di recuperarla.

Un brand che cerca disperatamente di riavvolgere il nastro

La candela “esperienziale”, nata per accendere un desiderio, brucia soprattutto ironia. La linea di magliette, pensata per rianimare un immaginario esausto, è stata accolta come un esercizio di sopravvivenza estetica: il sintomo, non la cura. L’impressione generale è quella di un brand che cerca disperatamente di riavvolgere il nastro, senza accorgersi che il proiettore ormai manda in loop un film mentre il pubblico ha già abbandonato la sala.

Le bolle speculative sono spietate quando si contraggono

Il punto non è la boutade digitale del momento, ma il meccanismo profondo: Ferragni è stata la sacerdotessa di un culto pervasivo, quello dell’identità come merce. Solo che questo tipo di economia, come tutte le bolle speculative, è meravigliosa finché cresce e spietata quando si contrae. È allora che mette a nudo la natura del capitale su cui poggiava: l’attenzione, non la sostanza. È un capitale che non resiste agli urti, perché non ha peso. Luccica, ma non regge.

Gli imperi della brillantezza crollano per l’irruzione di un principio di realtà

Così, nel suo piccolo grande crollo, la storia di Chiara – suo malgrado – diventa l’allegoria di un Paese che preferisce punire i simboli invece dei sistemi, e che confonde il rumore con l’importanza. Attendiamo i verdetti della giustizia. Il resto – reputazione, credibilità, fiducia – è già stato deciso. In fondo il copione è noto: gli imperi della brillantezza crollano non per mancanza di luci, ma per l’improvvisa irruzione di un principio di realtà. E con il sipario ormai calato, la fiammella di una candela accesa in platea non basta a riaccendere lo spettacolo.

Il piano di Trump sull’Ucraina è un riflettore sulle nostre debolezze

Ci sono momenti in cui la storia non avanza: inciampa. E il piano di pace lanciato da Donald Trump per chiudere la guerra in Ucraina – poi parzialmente rimodulato dopo l’incontro a Ginevra tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e la delegazione ucraina guidata da Andriy Yermak – è uno di quei momenti. Una proposta sottile come un tovagliolo da fast food su cui il presidente americano schizza piani di pace con la grazia di un boscaiolo che spacca un tronco a colpi di accetta: cedete un pezzo qui, sacrificate un principio là, datevi una stretta di mano ma muovetevi, che ho un golf in Florida da inaugurare. Eppure basta questo per far cadere l’Europa dal già precario piedistallo dell’unità strategica. Gli Stati membri, che hanno rilanciato una controproposta, al primo soffio di vento trumpiano tornano al loro sport preferito: accusarsi l’un l’altro di non capire il momento storico, ovvero l’unica liturgia che l’UE osserva con coerenza: l’invocazione permanente dell’eccezionalità, dietro la quale si nasconde la paura di decidere e il conseguente immobilismo. 

Il piano di Trump sull’Ucraina è un riflettore sulle nostre debolezze
Andriy Yermak con Marco Rubio (Ansa).

Nel governo Meloni la frattura non è un incidente ma un vizio d’origine

Ma se l’Europa vacilla, l’Italia sprofonda. E lo fa con la sua consueta e tipica teatralità. Perché nel governo Meloni la frattura non è un incidente, è un vizio d’origine. Da un lato la premier, che ripete fedelmente la linea euroatlantica come una studentessa diligente anche quando gli altri compagni, quelli davvero influenti, hanno la testa altrove. Dall’altro Matteo Salvini, che al richiamo di Trump reagisce come certi cani di campagna quando sentono il fischietto del padrone da lontano: scattano, ringhiano un po’, e si preparano a mordere il concetto di coerenza. È allo stesso tempo la maggioranza più atlantista e più filoputiniana che il Paese abbia mai avuto. Un miracolo, a suo modo. Un po’ come stare fermi e correre nello stesso istante. 

Il piano di Trump sull’Ucraina è un riflettore sulle nostre debolezze
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il piano di Trump è un riflettore piazzato sulle debolezze altrui

Ma il punto non è se Trump abbia ragione o torto, anche se propenderemmo per la seconda ipotesi. Il punto è che ogni volta che Washington tossisce, Roma si divide su quale medicina adottare. E lo fa con un entusiasmo che rasenta l’autolesionismo: chi si affretta a giurare fedeltà all’Occidente, chi riscopre improvvisamente la saggezza del Cremlino, chi cerca una terza via che di solito è un lasciapassare per essere ammessi a un talk show serale dove esibire la propria irrilevanza. In Italia la politica estera non è un progetto, è un ritmo. Un battito cardiaco regolato dall’agenda mediatica più che dalle necessità geopolitiche. Chi riesce a governare questo ritmo, a non cadere nella vertigine dell’oggi contro domani, sembra un gigante. E infatti, da noi, di giganti restano solo i poster. Chi no, affoga nel procelloso mare del disordine internazionale. Trump questo lo ha capito. Il suo non è un piano, ma un riflettore piazzato sulle debolezze altrui. Serve a vedere chi trema, chi osa, chi scappa dietro l’ombrello della spesso inesistente posizione comune europea e chi, come accade puntualmente da noi, interpreta ogni svolta globale come l’occasione per regolare i propri conti interni. 

Il piano di Trump sull’Ucraina è un riflettore sulle nostre debolezze
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa).

In tutto questo frastuono dov’è l’Ucraina?

Alla fine resta una domanda: e l’Ucraina? Nessuno la cerca più, in mezzo a questo frastuono. È diventata l’oggetto del contendere, non il soggetto del dibattito. L’oggetto di un piano improvvisato a Mar-a-Lago che riesce a dire più sulla fragilità dell’Europa e sulla schizofrenia dell’Italia di quanto decenni di analisi abbiano mai rivelato. E allora la pace, paradossalmente, c’entra poco. Questa è una storia di nervi scoperti. E di quanto siamo bravi a farli vibrare da soli. 

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?

C’è un classico della politica italiana che non tradisce mai: più il Colle mantiene il suo proverbiale silenzio, più qualcuno giù in pianura giura di aver captato maliziose interferenze. L’ultimo allarme lo ha lanciato La Verità, raccontando con dovizia di particolari di un presunto intrigo per ostacolare l’eventuale rielezione di Giorgia Meloni alle elezioni politiche del 2027. Un noir istituzionale? Forse. Ma è un noir in cui l’unico appiglio narrativo non è un complotto di poteri forti, ma un’imperdonabile leggerezza verbale. Perché, a differenza di altri casi analoghi, qui un movente e una parvenza di verosimiglianza esistono davvero, e convergono sul consigliere Francesco Saverio Garofani, il quale – intervistato dal Corriere della sera – candidamente ha ammesso di essersi lasciato andare a qualche parola di troppo in una conversazione tra amici («Ci vorrebbe un provvidenziale scossone», avrebbe detto secondo il quotidiano di Maurizio Belpietro). Ed è esattamente questo dettaglio, minimo ma potentissimo per il nostro ipersensibile sistema politico-mediatico, a innescare le polveri. Non serve immaginare Sergio Mattarella in versione congiurato: basta un suo stretto collaboratore che parla, quando non dovrebbe, con le persone sbagliate, in un contesto che lui ritiene rassicurante ma in realtà non lo è. Il pretesto c’è, la narrazione si costruisce da sola, il giornale la cavalca e la politica ci si tuffa.

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?
Mattarella parla con Meloni alla riunione del Consiglio supremo di Difesa. Nel cerchio rosso, Garofani li osserva (foto Imagoeconomica).

Troppo vicino al Colle per potersi permettere di chiacchierare

La trama, insomma, non sta nei Palazzi. Sta nell’imprudenza di chi è troppo vicino al Colle per potersi permettere di chiacchierare. È una storia molto meno raffinata di un complotto. E proprio per questo molto più credibile. Mattarella non trama. Non lo fa, non gli serve, non è nel suo repertorio. La faccenda non riguarda lui, ma qualcosa di molto più semplice e più scivoloso che sono le parole in libertà. Quelle che il consigliere Garofani ha derubricato a «conversazioni tra amici». E già qui si capisce che qualcosa non ha funzionato. Perché, al Quirinale, «tra amici» è un concetto complicato. Non per snobismo, ma per fisica ambientale: qualunque frase spesa in privato può ritrovarsi, per proprietà transitiva, impressa in un titolo di giornale. Non è un mistero, è il mestiere. E se c’è un luogo dove la leggerezza verbale produce effetti collaterali immediati, è proprio la casa della prudenza istituzionale.

Un comportamento che non si perdona, altro che chiacchiera privata

Garofani non ha tramato nulla, ma ha abbassato il livello di guardia. E quando siedi accanto al presidente della Repubblica è un comportamento che non si perdona: non c’è più distinzione reale tra chiacchiera off the record e microfono aperto. Succede tutto in un secondo, in un incrocio di segnali, in un «te lo dico così» che arriva alle orecchie sbagliate. Il resto lo fa l’ecosistema: qualcuno pubblica, qualcuno amplifica, qualcuno monta la retorica del complotto. Meloni, che non si dissocia, ha mandato avanti Galeazzo Bignami a registrare il punto, mentre pontieri e pompieri cercano di spegnere l’incendio sul nascere. Ma non basta a diradare la scia di imprudenza che mette in imbarazzo il Colle senza motivo.

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?
Galeazzo Bignami (foto Imagoeconomica).

Può continuare a svolgere la sua funzione senza essere di disturbo?

È qui che il caso diventa un tema di percezione. Il Quirinale non può vivere di sfumature o, peggio, di insinuazioni: ogni parola pesa, ogni confidenza rimbalza, ogni leggerezza fa rumore. Non perché la politica sia crudele, ma perché è fatta così. Ingigantisce, deforma, ingoia. A questo punto la domanda è inevitabile, e tocca più il ruolo che la persona: Garofani può continuare a svolgere la sua funzione senza diventare lui stesso un elemento di disturbo?

Garofani può continuare a fare il consigliere di Mattarella dopo l’imprudenza su Meloni?
Il consigliere di Mattarella Francesco Saverio Garofani (foto Imagoeconomica).

In un Paese normale, come direbbe Massimo D’Alema, la risposta sarebbe breve e poco drammatica: deve fare un passo indietro, non per espiare chissà quale peccato, ma per evitare che l’istituzione paghi il prezzo della sua superficialità. Da noi, come sempre, ogni centimetro diventa un atto politico, ogni uscita un caso, ogni parola la stura di un possibile putiferio. Resta il fatto che tutto questo non è nato da un complotto, ma da una conversazione che non avrebbe mai dovuto esistere. A volte l’Italia non ha bisogno di intrighi per agitarsi. Le bastano due chiacchiere rilasciate malamente in una conversazione tra amici.

Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio

Erano in due, ma sembravano infinite. Alice ed Ellen Kessler: gambe chilometriche, sorriso sincronizzato, l’arte di essere identiche eppure inconfondibili. Sono morte insieme, come hanno vissuto: speculari, disciplinate, inseparabili fino all’idea che l’una non potesse esistere senza l’altra. Si portano via un’epoca della televisione dove regnava l’illusione che il piccolo schermo potesse essere il contenitore ideale per esprimere un esercizio di aggraziato divertimento serale. Sebbene promettessero di spingersi oltre, in quella notte troppo piccolina dove c’è poco tempo per ballar e per cantar. Le Kessler non furono solo due ragazze tedesche con un passo elegante. Furono la prima fabbrica dell’immaginario televisivo italiano. In Studio Uno divennero la sigla vivente di un Paese che si affacciava, tra una timida trasgressione e una censura, all’età dell’immagine: «Hello boys/ Traversando tutto l’Illinois/ Valicando il Tennessee/ Senza scalo fino a qui/ È arrivato il da-da-um-pa». Quattro sillabe per far partire ovunque il tormentone, e trasformarle in mito.  

Le loro gambe disegnavano geometrie tali da far tremare la pruderie democristiana

Le loro gambe, celebrate e sorvegliate, disegnavano geometrie tali da far tremare la pruderie democristiana e spalancare una finestra su un’Italia che voleva sognare anche solo guardando. Il mito nacque così: una modernità importata, filtrata, coreografata, resa accessibile dal loro incedere che catalizzava la scena. Gambe come un compasso che misurava l’ampiezza del desiderio nazionale. Truffaut, nell’Uomo che amava le donne, fece dire al suo protagonista che le gambe delle donne servono a misurare la circonferenza del mondo. Le Kessler, senza saperlo, la tracciavano in diretta. La loro grandezza stava nell’ambiguità. Erano due, ma per sintonia una soltanto: pensavano, respiravano, si muovevano come un unico meccanismo perfetto. Libere, ma dentro una gabbia estetica che contemplava il sogno dell’ordine in un Paese appena affacciatosi al disordine televisivo. In quel bianco e nero di luci sparate e fondali di cartone, la Rai sembrava imparare a parlare osservandole mentre danzavano: simmetria, ritmo, ripetizione. La grammatica del varietà nasceva lì. 

Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio
Le Kessler e il riflesso di un’Italia che imparava a guardarsi allo specchio

La loro doppiezza da trucco scenico è diventata metafora culturale

Le Kessler furono il prototipo di tutto ciò che sarebbe venuto poco dopo: la soubrette esotica e via via più conturbante, la bellezza funzionale a trasformarla puntata dopo puntata in telediva. Non era solo spettacolo: era una dichiarazione d’intenti. La televisione italiana, ancora pudica e moralista, trovò nei passetti del Da-da-un-pa un compromesso alto tra desiderio e decoro. Movenze sinuose ma mai sfrontate, sensualità filtrata dalla regia di Antonello Falqui e dalla voce di Mina. Insomma, tutto l’erotismo che si poteva mandare in onda alle 21. Poi arrivò il colore, e la fine dell’incanto bidimensionale. Le Kessler continuarono a ballare, recitare, cantare, ma il mondo cambiò ritmo. Il varietà diventò talk, l’applauso si fece audience, la scena cedette il posto al format. Alice ed Ellen restarono impeccabili, pur nel loro evidente anacronismo. Anche quando la televisione cominciò a sgualcirsi, cercarono fino all’ultimo di stirarla. 

Il paradosso è che la loro doppiezza da trucco scenico è diventata metafora culturale. Erano il riflesso di un Paese che cominciava a guardarsi allo specchio: voleva la liberazione sessuale ma restava cattolico, inseguiva la modernità ma temeva lo scandalo, amava la libertà purché vestita da coreografia. Le Kessler hanno vissuto oltre la fine di quella televisione che le rese possibili: lenta, elegante, orchestrale, dove il tempo di un inchino valeva più di mille parole. Ora la chiusura del cerchio, la morte in coppia con la sincronia di un colpo di teatro perfettamente riuscito. Come volessero concedersi (e concederci) l’ultimo ballo insieme, ma senza più sipario né applausi. 

Non c’è Natale senza Vespa: l’eterna liturgia degli imperdibili libri di Bruno

In Italia il Natale non comincia con l’albero o con le luminarie. Comincia con Bruno Vespa che presenta ovunque il suo nuovo libro. È la nostra stella cometa editoriale, il rito collettivo che unisce il Paese più del discorso del presidente o, per chi crede, della messa di mezzanotte. Anche quest’anno, puntuale come la caduta delle foglie, eccolo tornare con Finimondo. Come Hitler e Mussolini cambiarono la Storia. E come Trump la sta riscrivendo. Un titolo (dovrebbe essere il suo quarantesimo, però se chiedi il numero preciso anche Google allarga le braccia impotente) che promette l’apocalisse ma intanto garantisce la continuità del rito vespiano. Poi comincia il pellegrinaggio. Ogni talk show si apre come un presepe: la Madonna dell’audience, il bue dell’ideologia, l’asinello della coerenza e Bruno al centro, col microfono in mano e libro in grembo, pronto a spiegare per la milionesima volta che la Storia è una cosa seria, ma la promozione editoriale ancora di più.

Il Paese, a ridosso del Natale, sospende le ostilità per inginocchiarsi davanti a Bruno

Perché più che un’uscita editoriale, quella di Vespa è una liturgia del sistema mediatico. Appena il suo libro appare in libreria, l’intera televisione italiana scatta sull’attenti. Nessun conduttore, da quelli di destra che ora comandano ai sopravvissuti del centrosinistra televisivo, riesce a dirgli di no. È come se il Paese, a ridosso del Natale, sospendesse le ostilità per inginocchiarsi davanti a Bruno o ai suoi avatar, vista la miracolosa e a volte contemporanea presenza in diversi programmi.

Non c’è Natale senza Vespa: l’eterna liturgia degli imperdibili libri di Bruno
Bruno Vespa (foto Imagoeconomica).

E il presepe, ovviamente, ha una stalla fissa: Porta a porta. Che non è una trasmissione, ma un’istituzione, un pezzo d’arredo nazionale. Da trent’anni, destra e sinistra ci entrano in punta di piedi, come si entra in una sacrestia, agghindati e deferenti di fronte al suo tenutario, l’unico capace di intervistare un papa al mattino e un imputato al pomeriggio con la stessa temperatura emotiva. In un Paese dove la politica cambia ogni sei mesi, Bruno resta immobile: come il tavolo di ciliegio del nonno, che non serve più ma nessuno ha il coraggio di buttare.

Scende da Saxa Rubra come Mosè dal Sinai

Ogni anno, nel suo personalissimo Avvento mediatico, appare ovunque. Scende da Saxa Rubra come Mosè dal Sinai, solo con più share e meno tavole della legge, e distribuisce il Verbo dell’analisi storica. Ogni canale gli offre uno spazio, ogni conduttore una genuflessione. Solo i più incoscienti provano a interromperlo. Perché Vespa non si contesta: si contempla.

Non c’è Natale senza Vespa: l’eterna liturgia degli imperdibili libri di Bruno
Bruno Vespa su Rete 4 per la promozione del suo libro.

Il libro di Vespa è il dono perfetto e non ha l’obbligo di lettura

In fondo il suo è un talento raro. È riuscito a trasformare la promozione editoriale in un genere televisivo a sé: il vespismo narrativo. Una forma di comunicazione che unisce storia, cronaca e gossip con la stessa disinvoltura con cui si passa dal fascismo a Donald Trump mantenendo lo stesso tono di voce. Non importa se il libro parli di Hitler, Kennedy o della Meloni: nelle sue mani ogni argomento diventa un pretesto per ricordarci che la memoria serve, ma la seconda serata ancora di più. E serve soprattutto che anche quest’anno in libreria il Natale sia salvo, perché il libro di Vespa è il dono perfetto: elegante, voluminoso, si fa bella figura evitando al contempo l’obbligo di lettura.

Non c’è Natale senza Vespa: l’eterna liturgia degli imperdibili libri di Bruno
Bruno Vespa davanti agli studi della Rai (foto Imagoeconomica).

Meno male dunque che Bruno c’è, la televisione pure, e l’Italia si sente rassicurata. Finimondo? Magari. Il vero finimondo sarebbe un dicembre senza il suo sorriso calibrato, le mani sul volume in bella mostra appena uscito e un conduttore che, con un sussulto di irriverenza, dicesse: «Ne parliamo dopo la pubblicità. Ma senza il libro».

Il cortocircuito su Meloni, un modello per l’estero ma bocciata in casa sulla manovra

C’è una strana distorsione in questi giorni tra l’immagine internazionale di Giorgia Meloni e come viene percepita a casa sua. All’estero la premier è diventata un modello: il Financial Times l’ha di fatto incoronata leader più solida d’Europa, esempio di pragmatismo in un continente che sbandiera austerità e pratica il deficit, e che gli altri grandi azionisti dell’Unione dovrebbero seguire. A Roma, però, la musica cambia e introduce note dissonanti. Qui non è il Financial Times a parlare, ma Bankitalia, Istat e l’Ufficio parlamentare di bilancio: tre entità refrattarie alla retorica, le uniche che non si lasciano smuovere dai selfie di Palazzo Chigi. E il loro giudizio sulla manovra economica appena varata è una bocciatura senza appello: favorisce i ricchi o, per essere precisi, la parte ricca del ceto medio, e non riduce le disuguaglianze. È una legge di bilancio pensata non per redistribuire, ma per rassicurare. Tradotto in linguaggio politico: una manovra più da campagna elettorale che da economia reale.

Panetta, il governatore di Bankitalia a suo tempo caldeggiato da Palazzo Chigi

Così nasce un corto circuito interessante: la Meloni che il più autorevole dei giornali economici descrive come regina d’Europa viene rimessa in riga da chi, in Italia, i conti li fa per mestiere. E in un Paese dove le manovre si scrivono più col rosario che con la calcolatrice, il fatto che a dubitare siano proprio i custodi dei numeri – in primis Fabio Panetta, il governatore di Bankitalia a suo tempo caldeggiato da Palazzo Chigi – è una piccola rivoluzione copernicana.

Il cortocircuito su Meloni, un modello per l’estero ma bocciata in casa sulla manovra
Fabio Panetta, n.1 di Bankitalia (foto Imagoeconomica).

Il Giubileo fiscale, un condono travestito da gesto di equità

Nel mirino, oltre al taglio dell’Irpef, c’è la solita rottamazione delle cartelle: un condono travestito da gesto di equità. Ogni governo, quando la cassa piange, apre una porta santa per gli evasori. È il Giubileo fiscale, il rito più longevo della politica italiana: perdona e incassa. Si chiama rottamazione, ma è sempre la stessa carezza della clemenza all’elettorato, quello che ha più paura del commercialista che del governo.

Si chiamano misure per la crescita, ma somigliano a cerotti sulla stagnazione

Dietro le critiche dei santuari economici non c’è solo un dissenso contabile, ma un sospetto più profondo: che la manovra non abbia un disegno, né un’anima. Che si limiti a distribuire bonus e sconti come coriandoli, sperando che l’effetto ottico somigli a una visione strategica. Si chiamano misure per la crescita, ma somigliano a cerotti sulla stagnazione. È la vecchia arte italiana di chiamare riforma ciò che evita di cambiare, e di confondere il movimento con il progresso.

Il cortocircuito su Meloni, un modello per l’estero ma bocciata in casa sulla manovra
La premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Il paradosso di sempre: l’Italia piace quando sembra tedesca

Il fatto che fuori dai confini l’immagine di Meloni continui a riscuotere credito (l’Europa e l’alleato americano la vedono pragmatica, disciplinata, rassicurante) è il paradosso di sempre: l’Italia piace quando sembra tedesca, anche se, viste le condizioni in cui oggi versa Berlino, la metafora è obsoleta. Ma dietro il profumo di stabilità resta l’aroma acre della disuguaglianza, e la sensazione che la premier «modello di stabilità e disciplina per l’Unione europea» abbia costruito la sua solidità più sulla sabbia del consenso che sul cemento della crescita.

L’accoltellamento a Milano e la nostra resa all’imponderabilità del destino

La donna accoltellata a Milano è viva. Per pochi centimetri, per un colpo che ha sviato dal suo percorso letale. E la mente torna ad altri due episodi di cronaca del 2024: quello della turista padovana uccisa da una statuina caduta da un balcone nei Quartieri Spagnoli, a Napoli, e l’omicidio di Sharon Verzeni, accoltellata a Terno d’Isola da un uomo che l’aveva scelta a caso. Casi lontani che si parlano, come se la vita e la morte giocassero la stessa partita, tirando a sorte chi resta e chi va. E ogni volta che accade, scatta implacabile la stessa reazione: trovare un colpevole.

L’accoltellamento a Milano e la nostra resa all’imponderabilità del destino
I carabinieri in Piazza Gae Aulenti, a Milano (foto Ansa).

Chi doveva vigilare, chi doveva impedire, chi avrebbe potuto evitare, chi non ha mosso un dito per arginare la proliferazione delle lame. Ci mancherebbe che una società non debba assicurare ai suoi cittadini condizioni di massima sicurezza, ma siamo sicuri che se piazza Gae Aulenti fosse stata presidiata dall’esercito in armi quel proditorio e fulmineo accoltellamento sarebbe stato evitato?

Non sempre l’imprevisto è riducibile a una mancata sorveglianza

Forse crederlo è rassicurante, un modo per ridurre l’imprevisto a una mancata sorveglianza. Ci consola pensare che tutto abbia un responsabile, anche quando non ce l’ha. E che si possa piegare la vita al regolamento che le si vorrebbe imporre. Che essa non sia invece un teatro dell’assurdo che colpisce alcuni e risparmia altri. L’imponderabilità del destino è una verità che ci rifiutiamo di considerare perché non la sappiamo gestire. E così trasformiamo ogni evento in un processo, ogni caso in una colpa, ogni tragedia in un talk show.

La vita non è crudele, non è giusta: semplicemente accade

Ci disturbano le cose che accadono senza motivo. Abbiamo bisogno di un ordine, di una catena di concause, di un perché. Ma la vita non sempre collabora alla comprensione dei fatti, e la morte ancora meno. Non è crudele, non è giusta, semplicemente accade. Si aggira sulla scena del mondo senza giustificarsi. Forse non dovremmo chiedere spiegazioni, ma imparare a conviverci. Non per rassegnazione, ma per misura. Per ricordarci che ogni giorno che finisce bene non è la norma, ma un regalo della fortuna.

L’accoltellamento a Milano e la nostra resa all’imponderabilità del destino
I rilievi dei Carabinieri in Piazza Gae Aulenti, a Milano, dove è stata accoltellata una donna di 43 anni (foto Ansa).

La donna di Milano è viva, le altre due no. È tutto qui. Destini che si sfiorano senza toccarsi, un lancio di dadi che decide per tutti. E noi, come sempre, a cercare un senso dove non c’è, per non ammettere che viviamo sospesi tra una lama che devia di un soffio e una statuina che cade dal cielo proprio nel momento sbagliato.

Il crollo della Torre dei Conti e il tweet pavloviano di Salvini

C’è un momento, nella comunicazione di Matteo Salvini, che precede ogni verifica, ogni cautela e ogni senso della misura: quello in cui il dito parte. È un riflesso pavloviano, quasi una contrazione muscolare: accade qualcosa, e il ministro subito twitta. Il salvataggio, la tragedia, l’arresto, l’indignazione del giorno: tutto serve a rinnovare il contatto quotidiano con il proprio pubblico. L’ultimo esempio, quello dell’operaio estratto vivo dalle macerie della Torre dei Conti e morto poco dopo, è solo l’ennesimo caso in cui la realtà ha la cattiva abitudine di correggere la narrativa.

Il crollo della Torre dei Conti e il tweet pavloviano di Salvini
Il tweet di Matteo Salvini.

Salvini ringrazia (e ci mancherebbe) i vigili del fuoco per il salvataggio, ma purtroppo la cronaca si incarica presto di smentire il lieto fine. Il tweet resta lì, a testimoniare l’eterno scarto fra propaganda e realtà: la prima corre, la seconda cammina. E viene corretto otto ore dopo con un altro tweet, dove il salvataggio prontamente derubricato a tentativo lascia spazio al cordoglio.

Il crollo della Torre dei Conti e il tweet pavloviano di Salvini
Il secondo tweet di Matteo Salvini sulla morte di Octay Stroici.

È la forma digitale del comizio: meno verifica, più visibilità

Non è un incidente, è un metodo. Il commento a caldo è da sempre la cifra politica di Salvini: anticipare i fatti, colonizzare l’emozione, presidiare la timeline prima che la notizia si stabilizzi. O prima che sia qualcun altro ad annunciarla. È la forma digitale del comizio: meno verifica, più visibilità. E se poi i dettagli cambiano, i vivi diventano morti o viceversa, pazienza. L’importante è aver marcato il territorio con la consueta triade di parole chiave: eroi, orgoglio, italiani. Negli anni si è visto con i casi di cronaca nera, con gli sbarchi, con i processi ancora in corso, con l’elezione del presidente della Repubblica: la logica è sempre la stessa. L’urgenza di dire «ci sono anch’io» prevale su tutto, in primis sulla piega dei fatti che da una accadimento può scaturire. È la politica ridotta a feed, dove ogni tragedia è un’occasione di posizionamento e ogni riflessione tardiva un lusso che non si converte in like. 

Il crollo della Torre dei Conti e il tweet pavloviano di Salvini
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Salvini capitalizza l’attimo, anche quando l’attimo è pieno di macerie e incertezze

In fondo Salvini e i suoi numerosi imitatori non comunicano: reagiscono. Come un algoritmo umano programmato per capitalizzare l’attimo, anche quando l’attimo è ancora pieno di macerie, ambulanze e incertezze. E la realtà lenta, scomoda, verificata, arriva sempre un post dopo. Verrebbe da dire che nella Repubblica del retweet la prudenza è l’unica virtù veramente rivoluzionaria. Il politico che resiste alla tentazione del post a caldo per aspettare i bollettini ufficiali, i referti medici, gli aggiornamenti della Protezione Civile, perde un’onda di engagement, ma guadagna credibilità. Salvini, che da anni fa della velocità il suo marchio, continua a essere prigioniero del suo stesso format: primo a parlare, ultimo a correggere. E ogni volta che la realtà cambia spesso ribaltando la sua primigenia epifania, il suo post rimane lì, come un cartellone pubblicitario dimenticato ai bordi una strada che non porta da nessuna parte.