Il governo Meloni somiglia sempre più a un condominio rumoroso: si litiga sul pianerottolo, ci si scambiano accuse dalla tromba delle scale, ma davanti ai giornalisti si finge armonia, con il sorriso forzato dei coinquilini che condividono poco, se non l’ambizione a primeggiare.
Il pretesto Salis giusto per riaccendere le ostilità
L’ultimo pretesto, l’immunità parlamentare confermata per un voto dal parlamento europeo a Ilaria Salis, è servito giusto a riaccendere le ostilità. Matteo Salvini, che punta il dito sul Partito popolare i cui franchi tiratori avrebbero salvato l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, ha rispolverato il repertorio classico: indignazione, invettiva, patriottismo a voce alta. «Vergogna! Si protegge chi odia le nostre forze dell’ordine!», ha tuonato con l’enfasi di chi ormai comunica solo in MAIUSCOLO.
Antonio Tajani, da ex presidente dell’Europarlamento, ha risposto con l’aplomb del diplomatico in servizio permanente effettivo: «Le calunnie e gli insulti non li accettiamo. Nessuno tradisce, nessuno fa giochi strani». Traduzione: quando la misura è colma, anche i moderati alzano i toni.

Ma Salis, in questa storia, è solo una comparsa. Il vero film è Salvini contro Tajani, un duello tra un megafono e un microfono, una serie infinita dove non si contano più le puntate. La Lega, che ristagna nei sondaggi, ha costantemente bisogno di rumore. Forza Italia, rimasta orfana del Cavaliere, di rispettabilità.

Salvini urla per farsi notare, Tajani parla piano per sembrare rassicurante. Due stili opposti, stesso obiettivo: sopravvivere nel condominio della destra alle spalle di un padrone conclamato, Giorgia Meloni, che osserva compiaciuta. Ogni lite tra i suoi vice le regala qualche spazio di autorevolezza in più. E lei non separa i bambini rissosi: li lascia sfogare da soli. È la sua strategia nella gestione delle turbolenze: fredda, efficace e un po’ matrigna.

Vannacci sta scavalcando Salvini insidiandogli la base
Senza Silvio Berlusconi, Forza Italia è un partito che vive di nostalgie e moderazione dichiarata. Tajani fa il tutore, ma ogni volta che parla di “centro” deve aggiungere che non è una parolaccia. Il Carroccio, invece, è prigioniero della propria metamorfosi: da partito del Nord produttivo a sguaiata tribuna del risentimento nazionale. Salvini lo sa, ma non può tornare indietro. Roberto Vannacci col suo frenetico movimentismo lo scavalca insidiandogli la base, e rinunciare alla maschera significherebbe ammettere il fallimento del personaggio.
La maggioranza parla ormai il linguaggio rissoso di una chat condominiale
Così il voto sull’immunità diventa una metafora perfetta del rapporto tra i due vice di Giorgia. Entrambi si ergono a difensori dei loro principi fondanti: la legge, la Patria, l’ordine; ma in realtà difendono solo la propria ombra. E la maggioranza parla ormai il linguaggio rissoso di una chat condominiale, mentre la politica vera resta sospesa tra l’urlo e il sussurro, come un ascensore bloccato tra due piani. È il solito teatrino del potere: stesse voci, stesso copione, stesso rumore di fondo che come nasce così si disperde nel nulla. Alla fine, l’unica immunità che davvero funziona è quella contro la realtà. Chi governa vive in quarantena permanente, protetto dal vaccino dell’autocompiacimento e dalla estrema debolezza di chi vorrebbe incarnarne l’alternativa.





