Spotify ha rilasciato l’atteso Wrapped, il tradizionale recap annuale che certifica quali sono stati gli artisti più ascoltati sulla piattaforma di streaming musicale più diffusa al mondo. In Italia si conferma ancora una volta il dominio di rap e trap con Sfera Ebbasta leader fra i cantanti uomini, seguito da Shiva, Guè, Geolier, Marracash e dalla novità Tony Boy. Per trovare un autore di genere differente si deve scendere al settimo posto dove si trova Olly, che invece si è aggiudicato i titoli per la canzone e l’album più ascoltati, rispettivamente con Balorda nostalgia – la più ascoltata anche su Apple Music – e Tutta vita (sempre). Tra le donne invece primeggia Anna, seguita da Elodie e Rose Villain prima delle internazionali Taylor Swift e Lady Gaga. Curiosamente, in Top 10 c’è ancora Rihanna, il cui ultimo album risale al 2016.
Spotify Wrapped 2025, come accedere al recap annuale
Anna Pepe a un evento Spotify (Ansa).
Spotify Wrapped permette agli utenti, come ogni anno, di consultare non solo le classifiche nazionali e mondiali, ma anche il proprio recap degli ultimi 12 mesi. Disponibili infatti i brani e gli artisti più streammati, i generi dell’anno e una playlist personalizzata. Tra le novità dell’edizione 2025 ci sono l’età musicale, che consente di confrontare i propri gusti con quelli dei coetanei, e la classifica dei fan più affezionati a un determinato autore. Arriva anche il Wrapped Party, che permette di rivivere il proprio anno musicale in tempo reale assieme ad altri utenti con interessi affini. Spazio infine per i club di ascolto, che raggruppano gli utenti in base alle loro modalità di fruizione dei contenuti. Per la prima volta, inoltre, Wrapped mette in evidenza l’album più ascoltato da un utente e rende visibile il numero delle riproduzioni di ciascun brano nella playlist Your Top Song 2025.
Come accedere al servizio? In primo luogo, è fondamentale aver aggiornato l’app all’ultima versione. Una volta fatto, basta accedere al proprio profilo e individuare il pulsante apposito, riconoscibile per il bordo colorato sulla parte superiore dello schermo. A questo punto partiranno tutte le schede con le statistiche della propria attività sulla piattaforma nel corso degli ultimi 12 mesi. Come ogni anno, sarà possibile condividere sui social o con i propri contatti una slide specifica. Al termine del recap, spazio a un messaggio personalizzato dall’artista ascoltato di più e un badge che contrassegna quale tipo di utente si è stati secondo la piattaforma. Non mancheranno i consueti grafici riepilogativi con quattro temi differenti da poter, anche in questo caso, condividere con gli amici.
La classifica dei più ascoltati in tutto il mondo
Bad Bunny in concerto (Ansa).
Se in Italia domina il rap, nel mondo trionfa il reggaeton. Spotify Wrapped 2025 ha certificato infatti il successo di Bad Bunny, atteso sul palco del prossimo Super Bowl per l’Halftime Show. Il portoricano ha battuto Taylor Swift che, nonostante l’uscita del suo nuovo album The Life of a Showgirl, si deve accontentare del secondo posto davanti a The Weeknd. Quarta posizione per Drake, seguito subito dietro da Billie Eilish e Kendrick Lamar. Chiudono la Top 10 Bruno Mars, Ariana Grande, Arijit Singh e Fuerza Regida. Quanto alle canzoni, primo posto per il featuring di Lady Gaga e Bruno Mars Die with a Smile, davanti a Birds of a Feather di Eilish e APT. di Mars e Rosé, primo invece su Apple Music. Gli italiani più ascoltati all’estero sono ancora i Maneskin, seguiti da Gabry Ponte, Ludovico Einaudi, Damiano David con il suo progetto solista e Laura Pausini.
Presentata l’edizione 2026 del Firenze Rocks, festival musicale pronto a infiammare l’estate italiana dal 12 al 14 giugno. Sul palco della Visarno Arena, headliner saranno Lenny Kravitz, Robbie Williams e The Cure in una tre giorni all’insegna del rock e del pop. I biglietti e l’abbonamento per la kermesse completa saranno disponibili in prevendita tramite l’applicazione ufficiale a partire dalle ore 13 del 4 dicembre. La vendita libera scatterà il giorno successivo alla stessa ora sul sito della manifestazione oltre che sulle piattaforme Ticketmaster, Ticketone e Vivaticket e nei punti vendita autorizzati.
Firenze Rocks, le anticipazioni dei concerti 2026
Robbie Williams sul red carpet di Better Man (Ansa).
Ad aprire il Firenze Rocks 2026 sarà Lenny Kravitz il 12 giugno. Artista poliedrico e autore tra i più iconici del nuovo millennio sulla scena rock internazionale, ha creato un linguaggio capace di andare oltre i confini dei generi musicali e appassionare diverse generazioni. Vincitore di quattro Grammy Awards in carriera e capace di vendere oltre 50 milioni di dischi, è in tour con il suo nuovo album Blue Electric Light da cui sono stati estratti i singoli Tk421, Human e Paralyzed e sta festeggiando i 30 anni dall’uscita di Circus. In scaletta ci saranno tutti i grandi successi, da Are You Gonna Go My Way a Fly Away e Low. Sabato 13 giugno toccherà a Robbie Williams, al suo debutto al Firenze Rocks. Icona del pop internazionale, l’ex Take That porterà in Italia il disco BritPop, anticipato dalla hit Pretty Face e collaborazioni con Chris Martin e Tony Iommi.
Saranno invece i The Cure di Robert Smith a chiudere l’edizione 2026 del Firenze Rocks domenica 14 giugno. Simboli dell’immaginario dark e della new wave, gli autori delle indimenticabili Friday I’m in Love e Just Like Heaven porteranno sul palco della Visarno Arena la loro intramontabile energia che ha ispirato generazioni e ha dato vita a più di 1.800 concerti in tutto il mondo. Torneranno in Toscana sette anni dopo l’ultima volta, quando nel 2019 tennero uno dei live ancora oggi più intensi nella storia del festival. In scaletta i grandi successi e le tracce estratte dalla loro ultima pubblicazione, Songs of a Lost World. Prima di loro si esibiranno i Mogwai, scozzesi pionieri del post punk, e i The Twilight Sad, tra i gruppi più amati della scena alternative britannica. Spazio anche ai Just Mustard con il loro shoegaze.
Quali tipi di biglietti sono disponibili per l’evento
Per quanto riguarda i biglietti, sarà possibile acquistare il tradizionale Posto unico, per assistere alle esibizioni dall’area principale riservata al pubblico, e il Pit 1, ossia un’area delimitata vicino al palco per godere di una visuale migliore. Ci saranno poi anche tre pacchetti speciali: Early Entry/Fast Lane conterrà un ingresso nel Pit con accesso anticipato rispetto ai possessori del biglietto standard, un gadget esclusivo, due drink in omaggio e la Premium Toilette. Più esclusivi il Rocks Party e il Rockstar tramite cui accedere al Super Pit, ossia un’area riservata lateralmente davanti al palco, da cui godere di una prospettiva unica dello show. Con entrambi si avrà la possibilità di prendere parte a una cena pre-spettacolo, all’open bar, all’area relax con aria condizionata e a un bagno dedicato. Il secondo consentirà anche un voucher merchandise e un tour del backstage con possibile foto sul palco.
La fine dell’anno si avvicina ed è ormai tempo di tirare le somme. Apple Music ha rilasciato infatti le sue classifiche per il 2025 relative ai brani più ascoltati sulla piattaforma: analizzati non solo gli stream e le letture dei testi, ma anche i passaggi in radio e i tag di Shazam, applicazione utile per riconoscere un brano di cui non si ricorda il titolo. Chi ha vinto in Italia? Come da pronostico, in cima alle hit nel nostro Paese c’è una canzone passata sul palco del Festival di Sanremo.
Olly con il premio del Festival di Sanremo 2025 (Ansa).
Apple Music 2025, il brano più ascoltato dell’anno è Balorda nostalgia
Il brano più ascoltato del 2025 su Apple Music è infatti Balorda nostalgiacon cui Olly ha conquistato il palco dell’Ariston lo scorso febbraio. Il cantautore genovese ha dominato la Top 10 dell’anno, in quanto lo si ritrova sul gradino più basso del podio con Per due come noi, canzone incisa assieme ad Angelina Mango e Juli, e in decima posizione con Scarabocchi. La graduatoria vede al secondo posto Cesare Cremonini con Ora che non ho più te: quinta l’unica donna solista, Giorgia, grazie alla traccia sanremese La cura per me. Nei primi 10 posti solo un artista internazionale: si tratta di Bad Bunny, atteso sul palco del Super Bowl 2026, quinto con DtMF. Ecco la Top 10 completa:
1. Olly – Balorda Nostalgia
2. Cesare Cremonini – Ora che non ho più te
3. Olly, Angelina Mango & Juli – Per due come noi
4. Giorgia – La cura per me
5. Bad Bunny – DtMF
6. Sfera Ebbasta & Shiva – Neon
7. Achille Lauro – Incoscienti Giovani
8. Alfa – Il filo rosso
9. Fedez – Battito
10. Olly & Juli – Scarabocchi
Rosé e Bruno Mars dominano la classifica mondiale
Per quanto riguarda invece la classifica mondiale dei brani più ascoltati su Apple Music nel 2025, in prima posizione c’è APT., duetto di Rosé – membro del gruppo K-Pop al femminile Blackpink – con la star Bruno Mars. La canzone è anche la più cercata su Shazam, la più trasmessa in radio quella con il testo più letto su scala globale. Al secondo e al terzo posto si trovano altre note due collaborazioni: medaglia d’argento per i rapper Kendrick Lamar e SZA con la loro Luther, mentre si accontentano del gradino più basso del podio Lady Gaga e ancora una volta Bruno Mars con Die with a Smile. Quarto nuovamente Lamar con Not Like Us, brano virale per il dissing con Drake, mentre al quinto posto c’è Billie Eilish con Birds of a Feather.
Replay 2025, tutte le novità del servizio di Apple Music
Assieme alle classifiche dei brani più ascoltati in streaming, Apple Music ha rilasciato anche Replay, il tradizionale riepilogo annuale con cui gli utenti possono controllare cosa hanno riprodotto in cuffia negli ultimi 12 mesi. Integrazione nativa dell’applicazione, permette di controllare i minuti totali di ascolto, gli artisti più amati, i generi preferiti e persino le sequenze più lunghe dedicate a ciascun cantante. In risposta alla natura sempre più social dello streaming musicale, è stata integrata anche la possibilità di generare un highlight reel condivisibile su Instagram e TikTok. Tra le novità spiccano anche Loyalty, sezione dedicata ai musicisti seguiti con maggior fedeltà anno dopo anno, e Discovery che riassume quali novità abbiamo ascoltato nell’anno. Presente anche Comebacks che riguarda gli artisti tornati ad accompagnare le giornate dell’utente dopo un lungo periodo di assenza.
Il prossimo 7 dicembre della Scala si celebra nel nome di Dmitrij Šostakovič, il più importante compositore della Russia sovietica e in generale uno dei grandi del Novecento, scomparso 50 anni fa, il 9 agosto 1975. Andrà in scena il suo riconosciuto capolavoro, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, ma l’avvicinamento all’evento non sembra riscuotere l’attenzione degli anni scorsi, quando i discorsi sull’opera inaugurale dilagavano sui media di ogni ordine e grado. Se ne parla, ma con un certo ritegno. Poche le anticipazioni in qualche intervista ai cantanti, centellinate e con “rivelazioni” (ammesso che ce ne siano) abilmente dissimulate. Fino a questo momento, nessuna polemica politica, a differenza di quanto era avvenuto per il Boris Godunov di Musorgskijtre anni fa, quando il consolato ucraino aveva inutilmente chiesto il cambiamento in corsa del titolo. E così nei giorni scorsi il neo-sovrintendente Fortunato Ortombina ha potuto discettare a favore di microfono, in maniera un po’ qualunque e un po’ di fantasia, sulla «musica sovrana» e sui rapporti fra i musicisti e i dittatori. A questo punto, anche l’ormai certa assenza del presidente Mattarella è quasi una non-notizia: è la terza volta consecutiva che non si fa vedere al Piermarini per Sant’Ambrogio.
La prima esecuzione italiana alla Fenice del 1947 stroncata dal Corriere
La seconda opera di Šostakovič ha avuto in Italia una vicenda esecutiva singolare, lasciata ai margini in questa vigilia scaligera. La prima esecuzione nel nostro Paese ebbe luogo l’11 settembre 1947 alla Fenice, nell’ambito del decimo Festival internazionale di musica contemporanea della Biennale di Venezia, direttore Nino Sanzogno, regia di Aurel Milloss. La proposta era decisamente notevole: in Unione Sovietica l’opera era finita nel tritacarne della censuranel 1936 e da allora era scomparsa dalle scene. Si era ancora in piena epoca staliniana e la cosa, a giudicare dai resoconti giornalistici, non era risaputa o comunque non era giudicata degna di menzione. Sul Corriere della Sera, Franco Abbiati parlò di «opera orribilmente realistica e insuperabilmente ingenua», di «disordine morale e incertezze estetiche», segnalando che alla fine la rappresentazione era stata salutata da «molti dissensi, altrettanti applausi e disorientamento quasi generale». «Il capace letto di Caterina», aveva annotato il critico, «era la divertente ossessione della serata, costituiva il principale agente di reazione nell’animo degli spettatori».
Il cartellone del debutto italiano della Macbeth di Šostakovič a Venezia nel 1947 (Fondazione Teatro La Fenice).
Lo scandalo e la censura del Patriarca di Venezia e del giovane sottosegretario Andreotti
Proprio quel letto (realizzato su un bozzetto di Renato Guttuso) e la necessità per il soprano protagonista di cantare in camicia da notte e di baciare il tenore durante la torrida scena dell’adulterio alla fine del primo atto furono al centro di uno “scandalo” in cui ebbero una parte, secondo il racconto del critico Rubens Tedeschi (I figli di Boris, Feltrinelli, 1980, ristampato da Edt nel 2018), il Patriarca di Venezia e il giovane sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di fresca nomina, Giulio Andreotti, in grande evidenza all’epoca come difensore della pubblica morale. Il risultato fu che «alla seconda esecuzione il sipario venne calato sulla scena incriminata per riaprirsi ad adulterio consumato». E fu anche che la Lady Macbeth scomparve dalle scene italiane (sporadicamente sostituita durante gli Anni 60, alla Scala e a Bologna, dalla versione emendata e attenuata messa a punto dallo stesso compositore nel 1962, intitolata Katerina Izmajlova) fino al Festival di Spoleto del 1980.
Un giovane Giulio Andreotti durante un comizio (Ansa).
La terza volta della Macbeth di Šostakovič alla Scala
Negli ultimi 30 anni la presenza italiana del lavoro nella sua versione originale, ripresa in Occidente dalla fine degli Anni 70 e in Russia nei secondi Anni 90, dopo la caduta del comunismo, è stata comunque significativa: dal 1998 si contano una decina di allestimenti, oltre che a Milano anche a Firenze, Roma, Bologna, Ravenna e Napoli. Per la Scala, lo spettacolo del 7 dicembre di quest’anno è la terza volta del titolo: la prima risale al 1992, quando la diresse Myung-Whun Chung, vale a dire il prossimo direttore musicale, successore di Riccardo Chailly che con l’opera di Šostakovič chiude la sua decennale esperienza scaligera. Nel 2007 è stata la volta di un allestimento firmato per la regia da Richard Jones, con Kazushi Ono sul podio. In quell’occasione, 60 anni dopo la stroncatura di Abbiati, il Corriere completò la revisione del giudizio critico, all’epoca ormai unanimemente positivo, già iniziata nel 1980 con il resoconto da Spoleto firmato da Mario Pasi. Quest’opera è «uno dei vertici del teatro musicale del Novecento», si legge in un elzeviro firmato da Paolo Isotta sul quotidiano milanese. E non si può che consentire.
La scure staliniana trasformò il successo in una catastrofe
Portata al debutto quasi contemporaneamente a Leningrado e a Mosca nel gennaio 1934, la Lady Macbeth aveva conosciuto inizialmente una vasta diffusione sia in Unione Sovietica che nei Paesi occidentali. Fu rappresentata quasi subito negli Stati Uniti (Cleveland e New York) e in varie Capitali europee, da Londra a Praga, da Stoccolma a Copenaghen. Sembrava l’inizio di un grande successo e invece era il preludio di una catastrofe senza precedenti. Il 28 gennaio 1936, la Pravdapubblicò una famigerata e a suo modo storica stroncatura anonima sotto al titolo Caos anziché musica. L’articolo era un momento cruciale non soltanto per quanto riguarda la definitiva irreggimentazione della musica dentro ai canoni del cosiddetto “realismo socialista” propugnato dal sistema autoritario sovietico, ma anche per il tagliente “avvertimento” alla critica che vi è contenuto e più in generale perché si tratta di una tappa decisiva nel controllo da parte del regime staliniano sul mondo letterario e artistico, non solo rappresentativo. Non diversamente da quanto si stava realizzando nell’ambito politico in senso stretto, negli anni seguenti la sorveglianza sempre più opprimente e la censura degli artisti sarebbe spesso sfociata nella violenza, nella persecuzione, nel delitto.
La stroncatura dell’opera di Šostakovič sulla Pravda.
Nell’articolo, il talento del compositore, che aveva allora 29 anni, non veniva negato ma considerato al servizio di un rovesciamento di valori, usato per rifiutare «la semplicità rappresentativa, il realismo, la chiarezza delle immagini e della parola». Al centro del discorso, c’era un ideologismo tanto minaccioso quanto culturalmente evanescente: «Il potere della buona musica di parlare alle masse è stato sacrificato a un tentativo piccolo-borghese e formalista di creare originalità attraverso buffonate a buon mercato. È un gioco che può finire molto male. Il pericolo di questa tendenza per la musica sovietica è chiaro. La distorsione di sinistra nell’opera deriva dalla stessa fonte della distorsione di sinistra nella pittura, nella poesia, nell’insegnamento e nella scienza. Le “innovazioni” piccolo-borghesi portano a una rottura con la vera arte, la vera scienza e la vera letteratura».
Josif Stalin (Ansa).
L’allontanamento del maestro dall’opera fu una perdita irrimediabile per la musica del Novecento
Due giorni prima della pubblicazione, il lavoro venne “verificato” in teatro da Stalin in persona. Con lui, come sua abitudine semi-nascosto dietro a una tenda nel palco A del Bol’šoi, c’erano personaggi del calibro di Ždanov, Molotov e Mikojan. Evidentemente, il successo fino a quel momento incontrastato dell’opera, aveva stuzzicato la curiosità del dittatore. Senza contare che le positive accoglienze della Lady Macbeth nell’Occidente borghese e decadente suscitavano ovviamente molti sospetti e altrettanti fastidi. Il paradosso è che mentre la critica sovietica, fino al minaccioso contrordine pubblicato sulla Pravda, si era mostrata entusiasta, quella occidentale lo era stata molto meno. Specialmente quella americana, che aveva parlato di «lurido colore comunista» e di «pornografia musicale». Alla lettera, «pornofonia». Un’idea non dissimile doveva avere chi ottenne che a Venezia, nel 1947, la scena dell’adulterio si svolgesse a sipario abbassato. Come che fosse, la sera del 26 gennaio 1936 Stalin se ne andò prima della fine, forse dopo il terzo atto, durante il quale la polizia zarista (l’opera è ambientata nel secondo Ottocento) fa mostra di un autoritarismo grottesco e caricaturale. Quella sera al Bolš’oj il sipario calò per l’ultima volta – come sempre fra entusiastici applausi – sulla tragica e disperata morte di Katerina Izmajlova. Due giorni dopo, la sentenza di condanna a mezzo articolo di giornale avrebbe avuto un ulteriore effetto: nei quasi 40 anni che gli restavano da vivere, Dmitrij Šostakovič mai più avrebbe affrontato l’opera se non a livello di progetti presto abbandonati o di approccio occasionale all’operetta. Per la musica del Novecento, considerando anche che il compositore progettava di realizzare una trilogia di opere dedicate a forti figure femminili, una perdita irrimediabile.
«E così avvenne». Dopo 41 concerti in giro per il mondo, gli Oasis hanno concluso il tour 2025 che ha segnato l’attesa reunion dei fratelli Gallagher dopo più di 15 anni. Iniziato il 4 luglio a Cardiff e poi proseguito nei principali stadi del Regno Unito, ha toccato anche America, Asia e Australia prima di terminare in grande stile sul palco di San Paolo, in Brasile. Lasciata completamente fuori non soltanto l’Italia, ma quasi tutta l’Europa dove i due artisti britannici hanno cantato solamente in patria. Dopo mesi di voci e speranze per l’annuncio di nuove date nei Paesi lasciati fuori dalla tournée, è arrivata una vera e propria doccia fredda. «Ora ci sarà una lunga pausa di riflessione», hanno scritto Liam e Noel sui social. Resta da capire se sarà solo un momento di respiro oppure il preludio per una nuova serie di progetti.
Oasis, le parole di Liam Gallagher: «Siamo la miglior band del pianeta»
Annunciando una pausa di riflessione, gli Oasis hanno dunque lasciato aperta qualsiasi porta per il loro futuro, da una nuova serie di concerti fino a quello che sarebbe un clamoroso ritorno anche con nuovi inediti. Ai fan non resta che aspettare nuove comunicazioni, godendo nel frattempo della gioia e dei tributi di Liam Gallagher in persona. «A tutti voi, giovani di mezza età vecchi da morire, grazie dal profondo del mio cuore», ha scritto su X l’artista. «Sarò per sempre grato per la vostra energia e le vibrazioni bibliche. Senza di voi saremmo solo una buona band, ma con voi siamo la miglior band del pianeta». Durante l’ultimo concerto in Brasile, dove gli Oasis hanno confermato la stessa scaletta del tour, non sono mancati momenti speciali: tra questi, un lungo abbraccio tra i fratelli Gallagher, simbolo di una riconciliazione ormai assodata che ha fatto il giro dei social.
To all OASIS fans around the world young middle aged old as fuck THANKYOU from the bottom of my heart you absolutely LICKED IT UP TO RAS forever grateful for your ENERGY and BIBLICAL vibes without you were just a good band with you were the BEST BAND ON THE FUCKING PLANET LG x
Lutto nella musica reggae. È morto Jimmy Cliff, leggenda del genere al pari di Bob Marley, nonché autore di hit come Wonderful World, Beautiful People e Vietnam, tra le più note canzoni di protesta della storia. A darne notizia sono stati la moglie Latifa Chambers e i figli Lilty e Aken con un post su Instagram. «Con profondo dolore annuncio che mio marito, Jimmy Cliff, ci ha lasciati a seguito di una crisi epilettica seguita da polmonite», si legge nella nota. «Ringrazio la sua famiglia, gli amici, gli altri artisti e i colleghi che hanno condiviso con lui il suo percorso. A tutti i suoi fan nel mondo: sappiate che il vostro sostegno è stato la sua forza per tutta la carriera. Jimmy ha davvero apprezzato ogni singolo fan e il suo affetto». Aveva 81 anni.
Il cantante reggae Jimmy Cliff (Ansa).
Chi era Jimmy Cliff, icona della musica reggae nel mondo
Stella del genere insieme a giganti come Bob Marley, ha contribuito con la sua musica a rendere famoso non soltanto il reggae, ma anche lo ska e il rocksteady, con una carriera lunga sei decenni. Originario di St. James, in Giamaica, è cresciuto in una famiglia che contava nove figli e in condizioni di estrema povertà iniziando a cantare nella chiesa locale all’età di appena sei anni sfruttando le sue doti canore. Negli Anni 50 seguì il padre a Kingston, adottando il cognome Cliff – era nato Chambers – per esprimere le vette che avrebbe voluto toccare con la sua musica. Cime che avrebbe raggiunto già in adolescenza con il brano Hurricane Hattie da lui stesso scritto e composto. Nel 1965 lasciò la Giamaica per trasferirsi a Londra, dove iniziò a lavorare con Chris Blackwell della Island Records, che solo in seguito avrebbe lanciato Bob Marley & the Wailers.
Jimmy Cliff avrebbe registrato oltre 30 album e si sarebbe esibito in tutto il mondo, suonando tra Parigi, il Brasile e la Fiera Mondiale di New York. Celebre in particolare il singolo Wonderful World, Beautiful Peopledel 1969, intriso di un profondo messaggio di speranza e unità per contrastare il duro stato del mondo fatto di inganni, scandali e odio. Impossibile non citare Vietnam, che lo stesso Marley definì «la miglior canzone di protesta mai scritta». Nella sua discografia si possono anche ricordare Many Rivers To Cross e You Can Get It If You Really Want oltre alle cover di I Can See Clearly Now di Johnny Nash, apparsa nella colonna sonora del film Cool Runnings, e di Wild World di Cat Stevens. Nel corso degli anni, Cliff ha collaborato anche con Rolling Stones, Elvis Costello, Annie Lennox e Paul Simon.
Il cantante reggae Jimmy Cliff (Ansa).
Il debutto al cinema con The Harder They Come e gli ultimi lavori
Oltre alla musica, Jimmy Cliff intraprese anche la carriera di attore. Nel 1972 apparve infatti nel cult The Harder They Come di Perry Henzell, giunto in Italia con il titolo Più forte è, più forte cade, che contribuì alla diffusione del reggae a un pubblico internazionale. Nei panni di Ivanohe Martin, basato sul criminale giamaicano Rhyging, mostrò gli aspetti più crudi della vita locale, ridefinendo l’isola come qualcosa di più di un semplice paradiso turistico fatto di cocktail, spiagge e cascate. «Quando arrivai a Kingston vivevo in una zona infestata dai gangster», raccontò nel 2022 all’Observer parlando del film. «L’unica cosa che mi impedì di unirmi a loro è stata la mia famiglia». Tra gli ultimi successi si ricorda il Grammy Award del 2012, vinto per il miglior album reggae con Rebirth, che si aggiunse a quello del 1984 per Cliff Hanger.
Il primo ministro giamaicano Andrew Holness lo ha salutato come «un vero gigante culturale» che con la sua musica ha contributo al successo della Giamaica nel mondo: «Jimmy Cliff ha raccontato la nostra storia con onestà e anima. La sua musica ha sollevato le persone nei momenti difficili, ispirato generazioni e contribuito a plasmare il rispetto globale di cui la cultura giamaicana gode oggi».
La camera ardente per Ornella Vanoni sarà allestita domenica 23 novembre e lunedì 24 novembre al Piccolo Teatro Grassi in via Rovello, a Milano. Lo ha annunciato l’assessore alla Cultura, Tommaso Sacchi, in una storia su Instagram. La camera ardente resterà aperta domenica dalle 10 alle 14 e lunedì dalle 10 alle 13. I funerali si dovrebbero invece tenere lunedì nella chiesa di San Marco, nel cuore del quartiere Brera, alle 14:45.
La morte di Ornella Vanoni «è un grandissimo dolore». Lo ha detto al Corriere della Sera Paola Penzo, moglie di Gino Paoli: la cantante, morta a 91 anni a Milano, era ancora una presenza costante nella vita del cantautore genovese: «Non so come potrò dirglielo, sarà veramente difficile. Doveva venire a trovarci tra qualche giorno, la stavamo aspettando». Vanoni e Paoli vissero un’importante storia d’amore negli Anni 60: un legame tormentato, ma estremamente fertile dal punto di vista artistico, che non ha segnato solo le loro vite ma anche – per sempre – la musica italiana.
Vanoni-Paoli, l’incontro nel 1960 e la loro storia d’amore
Il loro incontro risale al 1960, quando entrambi erano legati all’etichetta Ricordi. Tra i due nacque una collaborazione e anche un legame sentimentale: Paoli era però già sposato con Anna Fabbri, mentre Vanoni sarebbe convolata a nozze il 6 giugno di quell’anno, con l’impresario teatrale Lucio Ardenzi. «Quando è scoppiato l’amore con Gino, lui era sposato e io mi sono sposata poco dopo. Una sofferenza tremenda, altro che scandalo», ha raccontato la cantante in varie interviste. Presto i due decisero di separarsi, ma i rispettivi matrimoni non durarono molto più a lungo: Vanoni e Ardenzi si lasciarono poco prima della nascita del figlio Cristiano, avvenuta nel 1962 («Quel matrimonio fu un errore. Io volevo ancora bene a Gino e lui mi ha sconsigliato sino all’ultimo, minacciando persino di venire alla cerimonia a cantare Senza fine»), e nello stesso anno Paoli conobbe Stefania Sandrelli, da cui due anni dopo avrebbe avuto la figlia Amanda.
La relazione tra Vanoni e Paoli fu tutto sommato breve, ma estremamente intensa e feconda dal punto di vista artistico. Il cantautore scrisse per l’allora “cantante della mala” prima il brano Me in tutto il mondo e successivamente le dedica, colpito dalle sue grandi mani, la celeberrima Senza fine.
Del 1963 è poi Che cosa c’è, canzone con un testo ispirato a Paoli dalla storia d’amore che viveva con la Vanoni: iol brano è diventato negli anni uno dei più noti dei rispettivi repertori.
Non di Paoli, ma idealmente dedicata a lui Cercami, canzone inserita nel primo album di Vanoni: era destinata a Claudio Villa, ma l’artista milanese riuscì ad averla per sé e portarla al successo, incidendola tra le lacrime e dedicandola al cantautore genovese.
Vanoni e Paoli, un vero amore ‘senza fine’
Dopo la fine della loro relazione, Vanoni e Paoli continuano a duettare e a esibirsi insieme. Nel 1985 la pubblicazione dell’album live Insieme, frutto di una tournée di grande successo, che raccoglie molti dei loro pezzi più famosi, come Senza fine, Che cosa c’è, L’appuntamento e Non andare via. Nel 2004 arrivò un nuovo progetto discografico: Ti ricordi? No, non mi ricordo, che ottenne un disco di platino, seguito da un lungo tour e da un libro scritto a sei mani, intitolato Noi due, una lunga storia. Insomma, nonostante la grande sofferenza vissuta, il legame tra i due non è mai svanito. Nel 2024, in occasione del 90esimo compleanno quasi in contemporanea (lei era nata il 22 settembre, lui il 23), il loro scambio di auguri ha commosso il pubblico.
Se n’è andata all’improvviso. Ornella Vanoni si è spenta venerdì notte nella sua casa di Milano a causa di un arresto cardio-circolatorio. Aveva 91 anni. Una delle ultime regine della musica italiana, 70 anni di carriera ininterrotta, ha interpretato brani entrati nella storia: a partire da Senza fine, frutto del sodalizio artistico e sentimentale con Gino Paoli, con cui arrivò al successo internazionale all’inizio degli Anni 60. Nonostante il rapporto con Paoli, nel 1960 sposò Lucio Ardenzi, impresario teatrale. «Quel matrimonio fu un errore. Io volevo ancora bene a Gino e lui mi ha sconsigliato sino all’ultimo, minacciando persino di venire alla cerimonia a cantare Senza fine», confesserà Vanoni anni dopo. «Il matrimonio non sta in piedi e quando nel 1962 nasce Cristiano, io e Ardenzi siamo già separati. Ero ancora innamorata di Paoli».
Gli inizi al Piccolo e il rapporto con Strehler
Nata a Milano il 22 settembre 1934, figlia di un industriale farmaceutico, dopo avere studiato dalle Orsoline, frequentò diversi collegi in Svizzera, Francia e Inghilterra. Nel 1953 entrò all’Accademia di arte drammatica del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler, divenendone allieva e compagna. Nello stesso periodo arrivò al successo interpretando le canzoni della Mala. Con la collaborazione di autori come Fausto Amodei, Fiorenzo Carpi, Dario Fo e Gino Negri, Strehler si ispirò a ballate dialettali che raccontavano fatti di cronaca nera per comporre testi centrati sulla malavita.
I successi e le collaborazioni
All’inizio della sua carriera, Vanoni si divise tra musica e teatro. Nel 1963 per esempio fu Rosetta in Rugantino con cui l’anno dopo sbarcò a Broadway. Partecipò a otto edizioni del Festival di Sanremo, arrivando al secondo posto con Casa bianca nel 1968 e per tre volte al quarto. Star della tv la sua voce è legata a successi come Tristezza, Una ragione di più, L’appuntamento, Eternità, La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria.
Nei 70 anni di attività ha collaborato con tantissimi autori. Oltre a Paoli – con cui nel 1985 si ritrovò per la tournée di successo VanoniPaoli Insieme – lavorò con i New Trolls, Paolo Conte, Fabrizio De André, Ivano Fossati, Lucio Dalla, Sergio Bardotti, Mogol, Giorgio Calabrese, Franco Califano, Bruno Lauzi, Grazia Di Michele, Renato Zero e Riccardo Cocciante. Spirito libero, ironica e allergica a ogni perbenismo – negli Anni 70 accettò di posare nuda per Playboy – Ornella Vanoni non si è mai fermata. Negli ultimi anni Fabio Fazio l’ha voluta come ospite fissa a Che tempo che fa. «Sono una donna libera. Non mi sono mai lasciata imbrigliare da niente e da nessuno. E ho pagato tutto con gli interessi», aveva detto Vanoni nel giorno del suo ultimo compleanno.
Le nomination ai Grammy Awards 2026 sono state ufficialmente svelate, dando il via alla corsa verso la cerimonia del 1º febbraio alla Crypto.com Arena di Los Angeles. I Grammy 2026 premieranno le migliori canzoni, registrazioni, artisti e composizioni pubblicate tra il 31 agosto 2024 e il 30 agosto 2025. Tra le novità figurano l’introduzione della categoria Best Album Cover (Migliore Copertina di Album), la fusione delle sezioni Best Recording Package e Best Boxed or Special Limited Edition Package in un’unica categoria, e il nuovo riconoscimento al personale scolastico che promuove l’educazione musicale, il Music Educator Award. A guidare le candidature è Kendrick Lamar con 9 nomination, seguito da Lady Gaga con 7. Completano il gruppo dei più candidati Sabrina Carpenter, Leon Thomas e Bad Bunny, tutti a quota 6. Da segnalare l’esordio tra i candidati per Timothée Chalamet, nominato nella sezione dedicata ai progetti per il visual media.
I candidati ai Grammy 2026
Song of the Year
Bad Bunny – Debí Tirar Más Fotos
Doechii – Anxiety
Huntr/x – Golden
Kendrick Lamar & SZA – Luther
Billie Eilish – Wildflower
Lady Gaga – Abracadabra
Rosé & Bruno Mars – Apt.
Sabrina Carpenter – Manchild
Album of the Year
Bad Bunny – Debí Tirar Más Fotos
Kendrick Lamar – GNX
Clipse, Pusha T & Malice – Let God Sort Em Out
Justin Bieber – Swag
Lady Gaga – Mayhem
Tyler, the Creator – Chromakopia
Leon Thomas – Mutt
Sabrina Carpenter – Man’s Best Friend
Record of the Year
Bad Bunny – Debí Tirar Más Fotos
Billie Eilish – Wildflower
Chappell Roan – The Subway
Sabrina Carpenter – Manchild
Doechii – Anxiety
Kendrick Lamar & SZA – Luther
Lady Gaga – Abracadabra
Rosé & Bruno Mars – Apt.
Best New Artist
Olivia Dean
Leon Thomas
KATSEYE
The Marias
Addison Rae
sombr
Alex Warren
Lola Young
Producer of the Year
Dan Auerbach
Cirkut
Dijon
Blake Mills
Sounwave
Songwriter of the Year (Non Classical)
Amy Allen
Edgar Barrera
Jessie Jo Dillon
Tobias Jesso Jr.
Laura Veltz
Pop Vocal Album
Justin Bieber – Swag
Lady Gaga – Mayhem
Miley Cyrus – Something Beautiful
Sabrina Carpenter – Man’s Best Friend
Teddy Swims – I’ve Tried Everything but Therapy (Part 2)
Best Solo Pop performance
Chappell Roan – The Subway
Justin Bieber – Daisies
Lady Gaga – Disease
Lola Young – Messy
Sabrina Carpenter – Manchild
Best Pop Duo/Group Performance
Cynthia Erivo & Ariana Grande – Defying Gravity
HUNTR/X – Golden
KATSEYE – Gabriela
ROSÉ, Bruno Mars – APT.
SZA With Kendrick Lamar – 30 For 30
Best Rap Album
Clipse – Let God Sort Em Out
GloRilla – Glorious
JID – God Does Like Ugly
Kendrick Lamar – GNX
Tyler, The Creator – Chromakopia
Best Rap Song
Clipse, John Legend, Voices of Fire, Pusha T & Malice – The Birds Don’t Sing
Doechii – Anxiety
Glorilla – TGIF
Kendrick Lamar Featuring Lefty Gunplay – TV Off
Tyler, the Creator Featuring Glorilla, Sexyy Red & Lil Wayne – Sticky